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Capitolo 26 Principe di Machiavelli

Questo ultimo capitolo del principe, intitolato exhortatio (esortazione) è un implorazione affinché qualcuno passi dalle parole all'azione. Tutto il trattato ha lo scopo di insegnare, persuadere e incitare qualcuno a prendere atto della situazione italiana e in base ai consigli del principe creare un principato a livello di quello degli altri stati europei.
Il capitolo si può dividere in 3 sequenze:
1) vv 1-36: L'italia viene paragonata alle situazioni della liberazione degli Ebrei, dei persiani e degli ateniesi. Questi uomini vennero liberati da tre uomini (Mosè, Ciro e Teseo) che avevano grandezza d'animo e virtù eccellenti. Secondo Machiavelli l'Italia avrebbe bisogno di un condottiero come loro, che permettesse al paese di liberarsi (essendo un paese senza ordine, senza capo, spoglio, battuto e devastato). Machiavelli dice: "E il rimanente lo dovete fare voi" riferendosi ai de Medici perché secondo lui le azioni sono governate sia dal destino sia dalla bravura e dall'esperienza del principe e solo la famiglia dei de Medici poteva liberare l'Italia dall'oppressione straniera, essendo una casata illustre, favorita da Dio e dalla Chiesa, con virtù e fortuna.
2) vv 37-76: In questo secondo blocco Machiavelli parla della situazione italiana definendo l'Italia un paese senza stato e senza valore militare. Secondo lui i de Medici possono dominare l'Italia, creando nuove leggi e nuovi ordinamenti che permetteranno al principe di ricevere rispetto e ammirazione. Questo blocco ha la funzione di dare ulteriori consigli sull'esercito (creare eserciti propri e non di mercenari) e sul modo di comandarlo (non seguendo la fanteria svizzera o spagnola).
3) vv 77-90: Nell'ultima parte c'è il ritorno all'esortazione, che qui raggiunge l'apice. Vengono poste delle domande alle quali Machiavelli risponde con la violenta espressione "A ognuno puzza questo Barbao dominio". Questa è un espressione plebea che spiega in termini semplici ciò che pensavano davvero gli abitanti dell'Italia. Ritorna infine sul tema dei de Medici, che secondo lui devono conquistare l'Italia perché questa è una giusta impresa.


Esortazione a pigliare l'Italia e a liberarla dalle mani dei barbai

Nell'ultimo capitolo il tono del discorso muta: se fin qui l'andamento della trattazione era stato "scientifico", rigorosamente razionale nell'analizzare la realtà effettiva, nel ricavarne le leggi della politica, ora il tono si fa vibrante, concitato e si innalza ad un intenso pathos oratorio. Si pensi solo alla descrizione delle "piaghe" d'Italia, costruita con un martellare di asindeti, con effetti di grande intensità emotiva: "più stiava che li Ebrei, più serva ch'e Persi [...] lacera, corsa", e si veda anche la perorazione rivolta al "redentore" dell'iItalia, che si fonda sull'incalzare di domande retoriche ("Quali porte se gli serrerebbano? ....")

In questo capitolo il fervore fa passare i secondo piano il calcolo preciso delle reali possibilità di una rinascita politica italiana, e soprattutto fa dimenticare a Machiavelli il giudizio estremamente duro e sprezzante che egli dà sull'ignavia dei principi italiani, inducendolo a vagheggiare un impossibile "principe nuovo" che liberi l'Italia dai "barbari" e a trasformare il mediocre Lorenzo di Piero in una sorta di messia.
Questa sua grande reazione nei confronti di un clima di fatalismo rinunciatario testimonia ancora una volta che il libretto non è una fredda analisi teorica, ma un'opera militante, che vuole incidere direttamente sulla realtà. Quindi il capitolo finale non è da considerarsi come un capitolo a sé stante, bensì una parte integrante indispensabile. La rigorosa analisi scientifica della "verità effettuale" era finalizzata a mutare la situazione esistente: è quindi naturale che sfoci in questa "exortatio" appassionata e vibrante.
In ogni caso anche qui, al di là del linguaggio emotivo, Machiavelli non trascura di cercare i fondamenti teoretici alla sua passione politica. Egli non si dimentica delle reali condizioni dell'Italia. Infatti riprende le idee già esposte nel capitolo VI e le applica al caso italiano. Il punto più basso a cui la fortuna può spingere un popolo costituisce il punto di partenza per la sua redenzione. Ed egli ripete qui l'esempio di Mosé, Teseo, Romolo e Ciro che aveva già proposto nel capitolo VI: essi poterono mostrare tutta la loro virtù di costruttori di Stati proprio perché trovarono i loro popoli schiavi e dispersi.
Il presupposto di un nuovo principato quindi dovrà essere per il principe la base popolare, il consenso del popolo che si esprime essenzialmente nell'arruolamento delle milizie civili.

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