Epistolario e Principe

Il Principe
Machiavelli si distinse per il suo trattato politico il “Principe”: in quest’opera l'autore intendeva delineare la figura dell’ottimo principe in grado di unificare l’Italia ed eliminare tutti i particolarismi politici presenti in quel periodo.
Aveva maturato grande esperienza politica durante i 15 anni in cui aveva rivestito delle cariche molto importanti sia all’interno delle repubblica fiorentina sia durante le ambasciate all'estero, entrando in contatto con la vita politica di alcuni stati ben governati, come ad esempio la Francia della corte di Luigi XII.
Per questa sua esperienza lo si può definire un pragmatico ovvero un uomo molto pratico, le cui idee non si basavano su teorie ma sulla prassi, cioè venivano direttamente da ciò che lui stesso sperimentava o aveva visto fare. Lui fondò tutta la sua concezione politica sulla prassi: il fine ultimo è guardare alla verità effettuale della cosa, cioè la pratica. Quindi anche le massime generali, presenti nel Principe , si basano sulla pratica. Giacché nel Principe queste massime sono frequenti, si è parlato a proposito di Machiavelli di un un metodo deduttivo (dal generale al particolare), ma in realtà lui usa anche un metodo induttivo (dal particolare al generale), perché è da tutte le sue esperienze particolari che poi arrivò alla massima generale.
In realtà il "Principe" non ha data certa, ma si può affermare che nel 1513 era stata già scritta dalla testimonianza di una lettera all' amico Francesco Vettori, in quel periodo ambasciatore a Roma.
Epistolario

Machiavelli scrisse più lettere raccolte oggi in un epistolario ma, a differenza di autori come Petrarca, le lettere scritte da Machiavelli non sono pensate per le pubblicazione, per cui nascono spontanee da situazioni contingenti, e abbracciano vari temi essendo destinate ad amici, parenti e conoscenti. Tutte le lettere scritte al Vettori parlano per lo più del suo risentimento nei confronti dei Medici che lo avevano allontanato dalla scena politica poiché, avendo lui prestato il suo servizio e avendo rivestito delle magistrature durante la repubblica, dopo la restaurazione della Signoria Medicea a Firenze venne allontanato dalla vita politica. In un primo momento fu accusato di aver partecipato ad una congiura antimedicea, e per questo fu messo in prigione e torturato. I suoi due amici coinvolti ebbero sorte peggiore, infatti furono decapitati. In seguito Machiavelli si recò esilio in una sua piccola tenuta nella Val di Pesa all’Albergaccio, e qui scrisse una lettera al suo amico Francesco Vettori, di grande importanza per la data, 10 dicembre 1513: qui Machiavelli confessa l'elaborazione di un trattato intitolato “De Principatibus” e descrive in maniera dettagliata il suo contenuto, testimoniando che al 10 dicembre del 1513 il “Principe” era già stato scritto; l'autore aveva addirittura interrotto un'altra opera, “L’arte della guerra”, per potersi dedicare al suo capolavoro.
Questa lettera al Vettori può essere suddivisa in due parti: nella prima Machiavelli racconta all’amico Francesco come trascorra le giornate in completa inattività, insieme a contadini e villici, in campagna o in osteria. Ma anche in questa situazione Machiavelli si mostra interessato agli scambi di idee con i contadini, poiché anche questo faceva parte del campo dell'esperienza, e anche il contatto con queste persone di scarsa cultura poteva fornire degli scambi importanti.
Nella seconda parte, Machiavelli cambia registro e racconta le sue serate, quando ritirandosi in casa trascorreva il tempo nel suo studio, ritrovando il contatto con gli scrittori del passato e in particolare con Tito Livio e i classici. Vi è un modo originale del Machiavelli nell'interpretare i classici: questo atteggiamento viene definito Umanesimo Civile, perché lo studio dei classici era finalizzato principalmente ad usarli in maniera pratica, adattando i loro insegnamenti alla storia contemporanea.
Tra le varie lettere è importante quella intitolata "i Ghiribizzi al Soderini", inviata al nipote di Pier Soderini, poichè chiarifica il pensiero politico dell'autore.
Cesare Borgia

Cesare Borgia, duca di Valentinois, fu un importante personaggio politico da cui Machiavelli prese ispirazione per il suo Principe. Egli era il figlio del Papa Alessandro VI, il quale aveva anche un'altra figlia, Lucrezia Borgia e aveva favorito tantissimo suo figlio Cesare per allargare il suo dominio. Durante una missione diplomatica, Machiavelli era stato proprio presso Cesare Borgia, e aveva potuto assistere a come quest’ uomo fosse stato molto deciso a mantenere il suo potere sventando una congiura nei suoi confronti, e a come si fosse sbarazzato senza pietà di tutti i congiurati. In Machiavelli ciò ispirò l’idea che la sfera della politica e la sfera dell’etica devono rimanere distinte: se Cesare Bolgia aveva il fine e il dovere politico di mantenere il suo principato, sotto questa ottica si può giustificare la violenza con cui distrusse i suoi avversari politici, da cui la famosa espressione “il fine giustifica i mezzi”.
Machiavelli aveva una profonda ammirazione per la Roma repubblicana, poichè riteneva che in essa si concentravano le tre forme di governo più importanti, ma se per Machiavelli il miglior governo auspicabile è quello repubblicano, scrive il trattato “Il principe” poiché realizza che nei tempi contemporanei la repubblica mista non è più attualizzabile. Machiavelli, conoscendo la situazione politica in Italia, si augura che un principe con la stessa forza di Cesare Borgia riesca ad unificare tutti gli stati italiani usando tutti i mezzi possibili purché avessero il fine di mantenere saldo lo stato e fare il bene dei propri sudditi.
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