Luigi Pirandello

Luigi Pirandello è un personaggio importante soprattutto per quanto riguarda il teatro, ma non solo.
I grandi autori della letteratura hanno generato aggettivi a volte anche fraintesi; anche per lui succede questo: abbiamo pirandelliano e pirandellesco.
Pirandelliana à (situazione o persona) è una situazione indistinta in cui le asserzioni si contraddicono, le parti si scambiano,la verità si maschera lasciando il giudizio sospeso
Pirandellismo à è una forma mentis esasperata del relativismo moderno

Per dire l’opera di Pirandello bisogna dire pirandelliana.
Con Pirandello siamo al relativismo assoluto.
Con il decadentismo (soggettivismo, nel senso che l’individuo non è più un individuo, ma un soggetto chiuso in un suo modo di essere che è diverso da quello degli altri perché non è in grado di comunicare, non c’è un terreno comune di scambio)

E irrazionalismo perché la realtà è irrazionale

Nasce nel 1967 a Girgenti, oggi Agrigento, in Sicilia, da una famiglia borghese, riceve una formazione iniziale in linea con i suoi tempi quindi romantica, patriottica, risorgimentale. All’inizio studia all’Università di Palermo e entra in contatto con gruppi anarchici e un certo anarchismo, non nel senso politico ma nel senso morale, resterà una sua caratteristica di fondo.
Non ha buoni rapporti con il padre perché il padre ha una personalità forte, autoritaria, rispetto alla quale il figlio si sente inadeguato, succube, non all’altezza. Con lui elabora quel concetto di inettitudine. Per questo rapporto lavorerà per pochissimo tempo con il padre, lavoro per il quale non si sente adeguato.
Si trasferisce all’Università di Roma e li deve andarsene per un contrasto con il professore di latino. Va a Bonn, in Germania, dove si laurea con una tesi di filologia sul dialetto della sua città, di Girgenti.
In Germania entra in contatto con un mondo molto più ricco, vario, anche culturalmente.
Torna a Roma dove intraprende la carriera dell’insegnante universitario e contemporaneamente comincia a scrivere.
Nel 1893 pubblica il suo primo romanzo Marta Ajala, ripubblicato nel 1901 con il titolo L’esclusa.
È un romanzo apparentemente di impianto veristico, ma in realtà si vede già Pirandello in quest’opera perchè è la storia di una donna cacciata di casa dal marito perché sospettata di adulterio; in realtà lei non aveva fatto niente. Poi quando sarà riaccolta in casa quando in realtà l’adulterio lo ha commesso realmente. C’è una sorta di ironia di fondo sull’ipocrisia della società borghese. Quindi già vediamo il senso del contrario, il gusto parodistico tipicamente pirandelliano.

Ha difficoltà economiche e deve darsi da fare per mantenere la famiglia poiché era sposato e aveva tre figli. La moglie comincia presto a dare segnali di squilibrio mentale; questi problemi peggioreranno nel tempo tanto che dovrà farla rinchiudere sentendosi molto in colpa per questo. La pazzia, toccata da lui da vicino, è importante per Pirandello in quanto è anche un suo tema, ma anche qui con un rovesciamento perché chi è il pazzo? È quello che fa cose strane o è il cosiddetto individuo normale che crede di essere sano? La pazzia diventa l’elemento positivo in Pirandello perché il pazzo è colui che ha capito cos’è la vita vera e quindi cerca di godersela, sono gli altri che sono fuori, i cosiddetti “normali”, perché sono costretti entro degli schemi, entro dei ruoli che la società, loro stessi si sono attribuiti e non riescono a uscire da quegli schemi, sono delle maschere. Quindi chi è il pazzo? C’è questo atteggiamento provocatorio in Pirandello, questo continuo rovesciamento di quella che è la cosiddetta normalità. D’altronde siamo negli anni in cui comincia a cambiare il concetto e l’atteggiamento di normalità, grazie agli studi di Freud. Anche il cosiddetto normale ha una serie di lapsus che denunciano che in realtà il concetto di normalità non esiste (Psicopatologia della vita quotidiana).

Per darsi da fare fa collaborazioni giornalistiche, lezioni private, per cercare di mantenere la famiglia.
Nel 1904 pubblica il suo secondo romanzo, Il fu Mattia Pascal.

Nel 1908 pubblica il saggio L’umorismo, un testo fondamentale per capire la poetica di Pirandello.
Pubblica nel 1925 il suo terzo romanzo tra quelli più importanti, anche se in realtà lo aveva scritto prima, che è Uno, nessuno e centomila.
In realtà aveva pubblicato anche altri romanzi come Suo marito, a cui poi viene cambiato il titolo e diventa Giustino Roncella nato Boggiolo, che è una parodia di Grazia Deledda (unica figura femminile in Italia che ha avuto il premio nobel per la letteratura) nel senso che in casa comandava lei e non il marito e poi per il fatto che il marito era una specie di manager, era lui che gestiva l’attività della moglie e quindi c’è un attacco alla mercificazione dell’arte in quest’opera.

La fase importante per il teatro comincia nel 1916 con una serie di testi teatrali. Pirandello aveva condizione del teatro perché a un certo punto, grazie anche all’iscrizione al partito fascista, ottenne i finanziamenti per creare una sua compagnia teatrale. Quindi praticava il teatro, non era digiuno di teatro.
Del 1916 sono Liolà, Così è se vi pare,Il piacere dell’onestà,Il gioco delle parti.
Questi testi sono drammi perché non sono né commedie nè tragedie (non esiste più questa distinzione, già dal corso del ‘800), ma sono drammi cioè azioni sceniche, che possono avere aspetti comici o tragici, anche insieme.
Comincia a pubblicare tutte le sue opere teatrali, presso l’editore Bemporad, con il titolo di Maschere nude. È un titolo illuminante per quanto riguarda Pirandello, è lui che lo sceglie.

Nel 1921 scrive Sei personaggi in cerca di autore che costituiscono un esempio di teatro nel teatro, assieme a Ciascuno a suo modo del 1924 e Questa sera si recita a soggetto. Questi sono i tre drammi in cui Pirandello ci mostra quello che viene chiamato il teatro nel teatro.

Negli anni 1922/1923 concepisce l’idea di scrivere una raccolta di novelle intitolata Novelle per un anno dove l’idea è quella di scrivere una novella per ogni giorno. Avrebbero dovuto essere 365 ma in realtà si ferma quando gliene mancano un centinaio.

Nel 1924, subito dopo al delitto Matteotti, si iscrive al partito fascista. Come dobbiamo giudicare questa adesione? Non come un interesse politico perché a Pirandello non interessava la politica e da questo punto di vista neanche il fascismo, ma perché lui vedeva nel fascismo un movimento anarchico (forse nella prima fase lo è stato, dopodiché è diventato un regime), come qualcosa che rompeva gli schemi della vita e questo è perfettamente in linea con quello che lui cercava nel teatro. Quindi c’è più una simpatia viscerale che non un’adesione meditata. Questa adesione gli consente di avere fondi con cui lui realizza una sua compagnia di teatro, in cui la sua prima attrice era Marta Abba a cui fu anche legato sentimentalmente.

Nel 1934 riceve il premio nobel per la letteratura.
Muore nel 1936 e dà disposizioni precise per il suo funerale (pagina 201).


Il relativismo filosofico e la poetica dell’umorismo pagina 204
Pirandello è un relativista estremo, si parte dal fatto che non esiste una realtà oggettiva, razionale. Tutto è relativo. Questo è il punto di partenza. Il testo del 1908 L’umorismo è fondamentale perché si parte appunto dal concetto di umorismo, che non è la felicità, sono due cose diverse; l’umorismo è il sentimento del contrario cioè quella sensibilità che porta a cogliere le aporie = le contraddizioni della realtà, gli elementi dissonanti, e induce a riflettere. In genere la riflessione porta nella direzione della tristezza, c’è poco da ridere, ecco perché non è la comicità.

Forma e vita


Un altro concetto fondamentale è il contrasto tra forma e vita. La forma sono gli autoinganni individuali, sociali dati dall’educazione dalla società è quella che ogni soggetto è bloccato in una forma che gli ha dato il ruolo che ricopre, gli altri, sé stesso.
La forma è cristallizzata, non si sfugge dalla forma, giusta o sbagliata che sia, quindi può bastare anche un gesto per fissare uno in una forma. Il personaggio Pirandello è quello bloccato in
La forma cristallizzata e il divenire incessante sono in contrasto.
Una via di questo contrasto è la pazzia che significa rompere con le regole, ma se si segue questa via gli altri ti giudicano pazzo, mentre tu ti stai impossessando della vita.
In senso positivo la forma esiste solo in due casi: nella vita e nella morte e di nuovo nella pazzia. Ne è un esempio Enrico IV , testo ispirato all’imperatore tedesco che rischiava di perdere l’impero e si reca scalzo a Canossa. Qui incontra Matilde di Canossa che lo fa ricevere dal re.
È la storia di un personaggio che è innamorato di Matilde e ha un rivale in amore che lo fa cadere da cavallo e battendo la testa perde la memoria. Così pensa di essere Enrico IV, ma si rende conto del gesto del rivale in amore e per vendicarsi deve continuare a fingere di essere pazzo per tutta la vita. Grazie alla sua follia uccide il rivale. Il personaggio è cristallizzato in quella forma e non può cambiarla perché la storia di Enrico IV è quella.

La forma sono gli autoinganni o individuali o sociali, è qualcosa di fittizio a cui l’uomo viene inchiodato attraverso il ruolo sociale o attraverso altri motivi che lui accetta. Naturalmente è qualcosa di falso ma che inchioda l’uomo in una situazione dalla quale non può uscire. La vita vera, invece, è un’altra cosa, ma per liberarsi dalla forma e impossessarsi della vita bisogna fare delle scelte radicali e una di queste può essere la pazzia, che è un tema ampiamente rivalutato in Pirandello.

Essere ed esistere


Sulla stessa linea c’è la contrapposizione tra essere ed esistere dove l’esistenza rappresenta il divenire continuo a cui si è soggetti, la frammentazione continua e totale, per cui l’individuo non è mai uguale a sé stesso; mano a mano che scorre il tempo non solo non è mai uguale a sé stesso, ma non è percepito in maniera unitaria neanche dagli altri. Ognuno di noi ha una visione parziale degli altri, nel senso che la visione è legata a un momento, a un attimo a una situazione particolare, cristallizzata lì, giusta o sbagliata che sia, sicuramente più sbagliata perché un individuo non si risolve in un momento. L’essere rappresenta la forma compiuta con cui ci si sottrae all’avvenire, all’assoluto. Per Pirandello non ci sono tanti assoluti: l’arte e la storia sono assoluti perché nella storia i fatti sono quelli e nessuno li può modificare (come nell’Enrico IV dove il protagonista sceglie di restare Enrico IV anche quando torna in sé dopo la pazzia, perché quella è una forma, è una realtà dell’essere). L’altra realtà assoluta è rappresentata dall’arte perché nell’arte la creazione artistica è assoluta; l’autore dà ai personaggi, alla vicenda quella impostazione, quelle struttura, quelle caratteristiche che non sono suscettibili a modificazioni.

Persona e personaggio


Un’altra chiave di lettura delle opere pirandelliane è quella che contrappone la persona al personaggio.
L’individuo per Pirandello non è più una persona cioè una realtà individuale che ha delle caratteristiche (persona è una parola di origine etrusca) e persona significa maschera etimologicamente, perché gli attori indossavano una maschera. Per Pirandello l’uomo non è più persona perché ha perso la sua identità e la sua coerenza e diventa un personaggio, cioè colui che interpreta un ruolo, una parte di una novella, di un romanzo, di qualcosa che è inventato. L’individuo moderno non è persona, ma un personaggio.
L’unica possibilità è quella di rendersi conto di esserlo; il personaggio recita, ricopre un ruolo, ricopre una parte, volente o nolente. Ma nel momento in cui si rende consapevole di tutta la ipocrisia e la negatività che c’è dietro, e quando si rende conto di essere un personaggio, può togliersi la maschera e allora si parla di maschere nude. Ecco perché da questo titolo all’intera raccolta dei suoi scritti teatrali. Maschere nude perché la maschera nuda è il personaggio che ha capito di avere la maschera, di essere un personaggio e che si toglie la maschera nel senso che è consapevole di tutta l’ipocrisia, la finzione, gli auto inganni che ci sono dietro a questa operazione e a quel punto non vive ma si guarda vivere, come fa Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno nessuno e centomila, che si toglie la maschera, la forma, si ribella, teme di riappropriarsi della propria vita e si guarda vivere, guarda vivere anche gli altri.
Non è una scelta indolore quella di togliersi la maschera (si può anche essere considerati pazzi dopo essersela tolta).

I romanzi umoristici


- Il fu Mattia Pascal (1904),
- Suo marito (1910) al quale poi sarà cambiato il nome in Giustino Roncella nato
Boggiolo che è la parodia di Grazia Deledda e del marito;
- Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1915) in cui c’è una visione interessante della macchina: qui la macchina è la macchina da presa. Serafino Gubbio è un operatore, nel senso che fa riprese per il cinema e riprende suo malgrado a una scena in cui una persona viene sbranata. Per lo shock diventerà muto; naturalmente dietro ci sono dei simbolismi. Intanto viene distrutto il mito della macchina tanto esaltato dai futuristi e poi il mutismo, il silenzio allude al silenzio dell’artista che non può parlare perché siamo in una società dove non c’è libertà per l’arte. Implicitamente c’è una polemica con il futurismo in questo romanzo.
- Uno nessuno e centomila (1925)

Il fu Mattia Pascal


Si tratta della vicenda di un bibliotecario di un paesetto di provincia che vive qui la sua vita noiosa, finchè un certo giorno, in cui lui si era allontanato per andare a tentare la fortuna al casinò di Montecarlo, compare una notizia sul giornale che la moglie lo aveva riconosciuto in un cadavere che era stato ripescato da un fiume. Quindi lui pensa di cogliere l’occasione per non tornare al paese e rifarsi un’altra vita e se ne va a Roma, in un primo tempo, dove si dà il nome inventato di Adriano Meis. Adriano Meis però si accorge di non riuscire a fare nulla di quello che vorrebbe perché è come se non esistesse, per lo stato non esiste, non ha uno stato civile e quindi anche i legami che cerca di stabilire non approdano per cui a un certo momento pensa di liberarsi anche di questa condizione, di questa maschera e inscena un finto suicidio in modo da far sparire anche questo personaggio. Torna al paese senza rivendicare nulla, senza reclamare niente e addirittura va a portare i fiori sulla propria tomba. Sceglie questa condizione di assenza, di restare fuori dalla mischia.

Uno, nessuno e centomila


La vicenda riguarda un personaggio, Vitangelo Moscarda, il quale entra in crisi di identità quando la moglie gli fa notare che il suo naso è asimmetrico, cosa che lui non aveva mai notato. Questo fa nascere in lui tutta una serie di riflessioni cioè che ognuno vede in lui qualche aspetto che lui magari neanche nota, quindi lui non è una persona unitaria, è tanti quanti sono gli altri che lo vedono cioè centomila. Potrebbe essere uno, dove quell’uno può far riferimento alla coerenza e unità della persona, ma può anche fare riferimento alla maschera che gli viene attribuita. Centomila sono tutti quelli che lo vedono (ecco la perdita di unitarietà dell’individuo, perché non è più uno ma tanti quanti lo vedono e ognuno di loro coglie un aspetto). Alla fine è nessuno, nel momento in cui vuole riappropriarsi della vita, sfuggire alla forma, sceglie di essere nessuno e di diventare parte della natura, di vivere come viene. Ecco che è visto come pazzo visto che la pazzia è un modo di riappropriarsi della vita.

Novelle per un anno


Novelle per un anno sono una raccolta di novelle che in realtà avrebbero dovuto essere 365, una per ogni giorno, ma in realtà si ferma a 251 novelle.
Inizia a scrivere la raccolta nel 1922 e finisce nel 1936 anno in cui muore.
C’è la volontà di ricollegarsi alla tradizione novellistica italiana (una per un giorno ricorda Boccaccio, anche se l’impostazione è diversa) , ma qui il tempo è concepito in maniera diversa: il tempo è dissipazione, è fluire continuo per cui l’individuo non ha più una personalità, non è più persona ma diventa personaggio. Nelle novelle ci sono personaggi di tutte le classi sociali, soprattutto della società siciliana e romana che erano quelle che lui conosceva meglio; infatti prevalgono le novelle ambientate in Sicilia o a Roma. Questa umanità varia che viene presentata è persa dietro alle sue elucubrazioni, ai suoi riti senza senso, l’idea che compare è che la vita non abbia senso, che è dissipazione, corsa verso la morte. Quindi tutti i temi che ci sono nel romanzo e nel teatro li troviamo anche qui.

Il protagonista è un impiegato (il mondo impiegati sta domina nella letteratura di quest’epoca) di nome Belluca. È un personaggio sottomesso, che tutti si divertono ad angariare nell’ufficio in cui lavora; lui appare remissivo, accetta tutto, non si ribella mai. Ha una situazione famigliare molto difficile, molto pesante perché ha una moglie ceca, due vecchie zie ceche pure loro, la figlia con una miriade di nipoti e lui deve mantenere tutte queste persone. Lui con il suo lavoro da computista (i computisti erano quelli che tenevano i conti).
Siccome guadagna poco si porta a casa il lavoro e lavora anche di notte; una notte, in un momento in cui non è concentrato nel suo lavoro, sente in lontananza il fischio di un treno che sta ad indicare che esiste una vita diversa al di fuori della sua. Lui si era dimenticato che esistessero anche altre possibilità; non c’era solo il suo mondo. Questa per lui è una rivelazione perché comincia a pensare sulle ali della fantasia dove potrebbe andare questo treno. Per questa via si riappropria in parte di quella che è la sua vita, ma quando torna in ufficio non è più disposto a farsi insultare e prendere in giro e quando il capo ufficio lo tratta male reagisce in maniera inaspettata e tutti gli altri la ritengono una manifestazione di pazzia, anche perché continuava a dire che il treno ha fischiato. Lo fanno rinchiudere come matto.

Così è (se vi pare)


È significativo per la concezione della verità. Siamo in un paese di provincia in cui ci si fa gli affari degli altri e la gente si fa gli affari di una famiglia che è arrivata da poco tempo composta dal signor Ponza, la moglie e la signora Frola, sua suocera. Questa curiosità tipica degli ambienti di provincia è alimentata dal fatto che la signora Frola dice che il signor Ponza non le lascia vedere la moglie e cioè sua figlia, perché è geloso, perché non vuole che la madre la veda.
Il signor Ponza invece dice che la signora Frola è uscita di senno quando sua figlia, che era la sua prima moglie, è morta. Quella che lui non gli lascia vedere in realtà è la seconda moglie.
La curiosità del paese arriva al punto che questi imbastiscono una sorta di tribunale in cui invitano gli interessati, è metà tra il salottiero e la volontà di giudicare, a dire chi sono. A un certo punto arriva la moglie del signor Ponza la quale dirà che lei è sì la seconda moglie del signor Ponza, ma è anche la figlia della signora Frola e per tutti gli altri non è nessuno, è colei che vogliono che sia, come dire che la verità non c’è, non esiste e così la curiosità dei paesani non viene soddisfatta.

Sei personaggi in cerca di autore


Sei personaggi in cerca di autore sono anche un esempio, insieme a Ciascuno a suo modo e Questa sera si recita a soggetto, di tetro nel teatro che vuol dire che l’autore introduce una rappresentazione scenica all’interno di un’altra rappresentazione scenica. (Questa tecnica è usata anche nell’Amleto in cui il principe di Danimarca, Amleto, per mascherare suo zio lo porta a teatro e fa rappresentare la scena dell’omicidio di suo padre per vedere come reagisce l’indiziato).
Nello stesso tempo Sei personaggi in cerca di autore sono esempio di meta teatro (neanche questa è una tecnica inventata da Pirandello, la usava anche Plauto) che è la rottura dell’azione scenica in cui l’attore si rivolge al pubblico, per dire ad esempio che quella è una commedia; è una riflessione sul fare teatro. In genere Plauto la utilizza con la rottura dell’azione scenica in cui il personaggio si rivolge agli spettatori per dire che sono soldi da teatro, oppure adesso ci sbrighiamo perché gli spettatori sono stanchi.
Sono sei personaggi immaginati da un autore di teatro che poi non soddisfatto di loro e delle loro storie li ha abbandonati e loro, che vogliono raggiungere l’assoluto nell’arte, irrompono in scena mentre un capocomico con la sua compagnia sta rappresentando una commedia. Pretendono che il capocomico gli lasci lo spazio e di essere ascoltati quindi vogliono diventare personaggi di un dramma compiuto. Sono personaggi abbozzati e non compiuti perché non hanno il nome, sono il padre, la figliastra, il figlio, il giovinetto e la bambina.
Raccontano la vicenda, si scambiano reciproche accuse, sono ognuno l’incarnazione di un sentimento, di una maschera. Il figlio è la maschera dello sdegno, la madre è la maschera del dolore, il padre è la maschera del rimorso.
Il padre e la figliastra si odiano a vicenda. Il figlio non sopporta tutti gli altri perché è una vicenda in cui inizialmente il padre e la madre hanno un figlio che però il padre allontana dalla madre e lo manda a vivere in campagna perché è di salute cagionevole. Ad un certo punto i rapporti tra padre e madre si guastano e lei va a vivere con un altro da cui avrà altri figli (la figliastra, il giovinetto e la bambina).
Il padre, che è quello che vuole trovare le giustificazioni logiche, in realtà rappresenta l’ipocrisia borghese che è mossa da determinati istinti, anche se non vuole riconoscerlo.
Il padre incontrerà la figliastra in una casa di appuntamenti e quasi rischiano l’incesto. Quella ufficialmente era una sartoria, ma in realtà nel retro bottega c’era il bordello. Quando il padre scopre tutta questa situazione di difficoltà si offre di aiutare la famiglia, ma a quel punto il figlio, che non sopporta tutti questi intrighi, si chiude nel suo sdegno e non parla più con nessuno. Attraverso le parole del figlio, che in uno di questi momenti in cui si allontana e in cui non vuole parlare, veniamo a conoscenza che la bambina abbandonata a sé stessa è affogata nella vasca del giardino. Lui esce di casa, passa per il giardino e vede la bambina affogata dentro al vasca e vede il giovinetto, a cui era stata affidata la custodia della bambina, che ha gli occhi da pazzo, preso dal rimorso e che poco dopo si suicida appunto per il rimorso. La trama è cupa.
Si può considerare un anticipo della disgregazione della famiglia dell’età moderna. Questi sei personaggi vogliono che il loro dramma raggiunga un assoluto artistico.

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