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Luigi Pirandello -1867 – 1936


Relativismo filosofico

Pirandello si pone a livello internazionale nello scenario delle avanguardie del primo Novecento: è il momento della crisi delle ideologie, dell'avvento del relativismo e il rifiuto del positivismo, dell'arte classica e quella decadente. Pirandello da inizio a una nuova visione del mondo, creata dalla frammentazione della realtà che quindi viene colta dagli uomini solamente in parte. Da vita così al relativismo. Con questo, Pirandello mette in discussione e addirittura rifiuta il criterio della verità oggettiva e di quella soggettiva, della centralità del soggetto e della sua capacità di modellare il mondo. Così si mette in crisi anche il concetto stesso di verità, contrapposto dal relativismo assoluto della poetica pirandelliana. Il relativismo trova espressione nell'arte pirandelliana con l'umorismo. Il relativismo è quindi mancanza di certezze. Non si può avere una percezione certa e statica della realtà, perché essa muta costantemente, e quindi la rappresentazione di essa da parte di un soggetto non potrà mai essere completa. Ciò che ne verrà fuori potrà essere un istante della realtà, un frammento di essa, come un fermo immagine. La fissazione della realtà viene definita da Pirandello la cristallizzazione di essa, che non corrisponderà mai alla realtà in continuo mutamento. Dal relativismo deriva anche la differenza tra la persona della vita reale, sempre soggetta a continui mutamenti, e il personaggio, cristallizzato nel suo ruolo.

L'umorismo, 1908

Con Umorismo si descrive l'incongruenza tra descrizione del reale e la realtà stessa che per Pirandello risulta essere un dramma esistenziale. Con il suo saggio, Pirandello vuole descrivere la sua visione della realtà e l'incongruenza tra reale e finzione.
Origine umorismo → Pirandello si interroga sulla fondazione dell'umorismo, e da cosa deriva. Individua due opzioni: una visione ontologica dell'umorismo, vale a dire uno stato senza tempo dell'uomo, e una visione storica, da ricollegare alla fine delle certezze dettata dalla rivoluzione copernicana, che non individuava più l'uomo come centro universale. Da qui nasce il malessere esistenziale dell'umanità, che porta inevitabilmente a un disincanto e allo sgretolamento di qualsiasi illusione. Nonostante la volontà di ricerca dell'umorismo in una dimensione atemporale, Pirandello colloca la nascita di questo con l'età moderna. Questa non si basa più sui valori eroici dell'epica, sulla distinzione netta tra bene e male, tra verità e finzione. L'umorismo non è portatore di valori, come lo era l'epica, ma ha il solo scopo di descrivere la realtà, di mostrarla così com'è, in un'ottica puramente critico-negativa, e non ha lo scopo di risolvere la crisi moderna. Mette in rilievo le contraddizioni e le miserie della vita.
Forma e vita → L'umorismo mette in evidenza e in contrapposizione la vita e la forma. La prima è la realtà in continuo cambiamento, e la forma è la realtà fittizia in cui gli uomini si sono relegati, attraverso le loro leggi, gli ideali che si pongono, che creano quindi un meccanismo fittizio. La forma è la cristallizzazione della vita, ed è ciò che impedisce ad essa di venir fuori. La vita dunque fermenta al di sotto della forma, e non può che uscire saltuariamente nei momenti di pausa o di malattia. È quindi un continuo contrasto tra vita e forma.
Persona e Personaggio (Maschera) → se l'uomo vive costantemente nella forma, di conseguenza non potrà essere se stesso, quindi la persona, che verrà meno, ma si identificherà nel personaggio da interpretare. Il personaggio recita la parte che la società esige da lui e che lui stesso accetta, imponendosi ideali morali. Quindi tutti gli uomini sono maschere perché ciascuno interpreta una parte nella forma, che impedisce alla vita e quindi alla persona di venir fuori.
Maschera e Maschera nuda → Il personaggio ha davanti a sé due opzioni: scegliere l'incoscienza e l'adeguamento passivo alla forma, oppure essere consapevole della differenza tra forma e vita, che risulta ancora più straziante in quanto il personaggio è impossibilitato dal cambiare la sua situazione. Egli si identifica come maschera nuda, cioè consapevole degli inganni propri e della società, ma è destinato a una vita dolorosa perché impotente di risolvere la contraddizione individuata.
Estraneità alla vita → Nel caso della maschera nuda, il personaggio cerca di guardarsi sempre dall'esterno, quindi da una prospettiva al di fuori di sé, che infine lo porta a vivere se stesso come un estraneo. Il personaggio si guarda vivere, e si compatisce, attraverso riflessioni amare, pietose e ironiche allo stesso tempo.

Romanzi umoristici

Quaderni di Serafino Gubbio, 1915 → Il romanzo presenta una struttura quasi diaristica (come induce a pensare il titolo), e chi scrive in prima persona è il protagonista divenuto muto dopo una tragica esperienza legata al suo lavoro di operatore cinematografico. La tigre impiegata in una scena esce dalla gabbia e Aldo Nuti, innamorato dell'attrice, sbaglia a mirare il colpo, sparando sull'attrice. Nuti viene sbranato dalla tigre. Scioccato dalla scena, Serafino Gubbio rimane muto. La sua condizione fisica non è che l'allegoria della sua condizione esistenziale, vale a dire l'impossibilità di esprimersi e l'estraneazione dal mondo.
La struttura del romanzo è aperta e sperimentale, ovvero l'impiego stilistico dei quaderni: la struttura è quindi ricca di anticipazioni, flashback, racconti nel racconto.
I due temi principali si sviluppano su due piani fondamentali: la critica alla modernità e a un mondo dominato dalle macchine e dal denaro, che inevitabilmente portano all'annullamento della persona, e all'impassibilità ed estraneità del personaggio. Serafino infatti identifica l'intellettuale senza qualità, cioè colui che rinuncia, con il suo mutismo, al ruolo ideologico propositivo. L'unica salvezza sta nell'indifferenza, dettata dal silenzio in questo caso.

Uno, nessuno, centomila, 1925 → E' una narrazione retrospettiva, che vede come protagonista Vitangelo Moscarda. La riflessione esistenziale nasce da una riflessione della moglie, riguardo al suo naso “pendente a destra”. Egli non si riconosce nel suo corpo, nella sua maschera e quindi comincia la sua fuga dalla forma, alla ricerca della sua persona. Vitangelo Moscarda è dunque protagonista attivo, che rifiuta apertamente la modernità e il mondo del suo tempo. Vitangelo non vuole essere uno, cioè un'identità fittizia dettata dalla forma, non vuole essere centomila, cioè le tante sfaccettature viste dagli altri. Vuole essere nessuno, cioè un'identità individuale, che non si identifica in nessun modo con la forma.

Il treno ha fischiato, 1914

Fa parte di Novelle per un anno, e vede come protagonista Belluca, un impiegato modello che si ribella al capoufficio e viene portato in manicomio. La ribellione è dovuta a un'intuizione di un'altra vita, di una vita oltre la forma, scaturita da fischio di un treno, che ha provocato in lui la tendenza all'evasione, alla voglia di comprendere cosa ci sia più in là. Alla fine della novella egli tornerà a lavoro come di consueto, rientrato in sé, ma consapevole di un'esistenza nuova, vera.
Struttura → Il racconto si divide in cinque parti, separate ciascuna da uno spazio bianco topografico. Ogni parte presenta una voce narrante diversa, e quindi i punti di vista sono molteplici, e ciascuno racconta la sua versione della verità. Nella prima parte prevale il punto di vista dei colleghi e dei medici, e a partire dalla seconda si alternano la voce dello stesso protagonista e quella che conduce la narrazione. La verità risulta perciò relativa. Tuttavia procedendo in ordine, si ottiene una verità sempre più convincente, e progressivamente il comportamento di Belluca risulta essere anche giusto.

Sei personaggi in cerca d'autore

Con l'opera teatrale si mette a punto la tecnica pirandelliana del teatro nel teatro. I personaggi, a cui non viene attribuito alcun nome ma solamente il ruolo, sono in cerca di qualcuno, di un autore appunto, in grado di scrivere la loro storia. Alla fine però non lo troveranno, e si renderanno conto che solo loro possono trasmettere la loro storia attraverso i propri gesti e azioni, e la stesura della loro storia rappresenterebbe una realtà statica e non vera. Il dramma dell'opera risiede nell'impossibilità dello stesso autore di individuare il significato della vita dei personaggi e quindi le ragioni della loro esistenza. Un altro elemento innovativo è l'abbattimento della quarta parete, vale a dire del velo immaginario posto tra gli spettatori e il palcoscenico: i personaggi infatti provengono talvolta dalle entrate laterali, immettendosi nel pubblico. È notevole l'aspetto metateatrale: gli attori parlano come attori in nome della loro professione criticando il regista, e altre volte si immedesimano talmente tanto nel personaggio che si dimenticano a tal punto da dimenticarsi che stiano recitando. Inoltre, si assiste all'abolizione della suddivisione in atti: i momenti di inizio e di fine vengono scanditi dalla casualità.
In assenza di un autore che sappia dare un senso unitario e completo della loro storia, si hanno solamente le molteplici interpretazioni della realtà fornite dai Personaggi, e quindi molte volte contrapposte fra loro. Nemmeno il Capocomico (colui a cui i Personaggi fanno riferimento per la trascrizione della loro storia) è in grado di dare unitarietà e organicità alle tante realtà frantumate.
L'opera quindi mette in discussione la pretesa di verità assoluta del teatro tradizionale e invece introduce il senso della relatività del mondo moderno, che risulta disarmonico e contraddittorio.

Enrico IV

L'opera rispetta le tre unità aristoteliche, lo spazio è quello tipico della reggia, e il protagonista è ilre che parla un linguaggio forbito. In realtà è tutta una messa in scena, di un comune borghese che da otto anni si finge Enrico IV. Caduto da cavallo a causa del rivale d'amore Belcredi, diventa effettivamente pazzo, credendosi veramente Enrico IV. Belcredi quindi poté rubargli l'amata, Matilde. Tuttavia dopo dodici anni Enrico IV recupera la memoria ma preferisce continuare la sua messa in scena, fino a che un giorno, con la scusante della sua pazzia, uccide Belcredi, riprendendosi la sua rivincita. La follia da la possibilità al protagonista di estraniarsi dalla vita, dai sentimenti, ritirandosi completamente dalla vita, e assolvendo qualsiasi colpa. Infatti, solo rimanendo pazzo, Enrico IV ha la possibilità di assolversi dalle sue responsabilità e di guardare la sua vita dall'esterno, senza farsi coinvolgere da essa e dai sentimenti.

Il fu Mattia Pascal, 1904

Il romanzo è da considerarsi il primo romanzo umoristico, dove viene fuori la crisi dell'esistenza e dell'affermazione individuale nella vita, e infine l'estraneazione dalla forma come ultima possibilità del personaggio. Il protagonista è un bibliotecario nel paese di Miragno, luogo campestre in contrapposizione col mondo moderno delle macchine, riluttante per Pirandello.
Struttura → E' una narrazione retrospettiva in prima persona, e circolare: l'inizio coincide con la fine. È un racconto dove si mescolano il racconto con la riflessione teorica di esso, ponendo spesso in discussione la spontaneità del racconto e la sua verità. Infine, il romanzo è un romanzo soliloquio, segnato da interiezioni, esclamazioni, interrogazioni e domande retoriche, che spezzano la continuità narrativa.
Temi principali → Inettitudine: Pascal sogna un'evasione impossibile, trasformandosi in un antieroe, inadatto alla vita pratica e tende così all'estraneità di se stesso e della sua vita. Crisi di identità: Pascal ha un rapporto conflittuale con se stesso, con la propria anima e il proprio corpo, ha quindi difficoltà ad identificare se stesso.
Umorismo → Non solo viene teorizzato ma anche messo in pratica nel romanzo. È in risalto negli atteggiamenti di Pascal, nei suoi gesti esasperati che lo portano a un suo sdoppiamento, e quindi a una contrapposizione di sentimenti nei suoi propri confronti: si compatisce in modo pietoso ma allo stesso tempo ironico e assume così un atteggiamento umoristico nelle sue auto riflessioni.
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