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Luigi Pirandello


Per parlare della poetica pirandelliana basta partire dai suoi romanzi. La prima parte della produzione è di tipo narrativo, la seconda è teatrale. La tecnica che sta alla base dei suoi romanzi è l’umorismo, mentre nelle opere teatrali è il grottesco. Entrambe riflettono il modo di pensare di Pirandello. Il Fu Mattia Pascal fu pubblicato a puntate (1904) nella rivista “Nuova Antologia”. Pirandello è contemporaneo di Svevo, dove le città sono caratterizzate da una società industrializzata e capitalizzata, dominata dalla borghesia e caratterizzata da tendenze spersonalizzanti. Il sistema capitalistico riduce l’uomo al numero (uno in mezzo a tanti), Pirandello lo sente come un problema, quindi l’io (identità) per Pirandello non esiste più, perché necessariamente bisogna svolgere un ruolo nella società, che implica qualcosa di fittizio, ossia la maschera (noi recitiamo un ruolo nella società). Il mondo è caratterizzato da una sorta di vitalismo, dove tutto fluisce liberamente, e l’uomo deve necessariamente staccarsi da questo fluire per sopravvivere nella società (egli lo chiama “magma incandescente”). Per Pirandello l’uomo non può cambiare identità ogni giorno, per cui si deve staccare dal vitalismo e assumere una maschera, cristallizzandosi in quella forma/identità, che è una costruzione fittizia. Il problema è che per Pirandello tutta la società è caratterizzata da un profondo relativismo, ossia non esistono punti di vista oggettivi e obiettivi, ma ognuno vede le cose in maniera diversa rispetto agli altri. Io ho una considerazione così come ogni altro, ma siccome tutto è relativo, il mio modo di vedere non corrisponde a quello degli altri; quindi tanti sono i punti di vista, tante saranno le considerazioni di una persona.
Il secondo romanzo per importanza è “Uno, nessuno, centomila”; davanti a centomila persone queste avranno dell’uno una considerazione diversa e l’uno si sente nessuno davanti alle considerazioni, quindi l’io non esiste. Pirandello dice che le convenzioni sociali sono delle trappole, e la trappola per eccellenza è quella della famiglia (poi c’è quella del lavoro) e noi siamo tutti intrappolati in essa (infatti Mattia Pascal fugge dal matrimonio). Quando venne trovato il suo corpo, Pascal avrebbe potuto dire di essere lui, ma aveva trovato l’occasione per scappare dalla famiglia, ma alla fine ritorna a casa sua (quindi non c’è possibilità di uscire dalle trappole e di perdere la maschera), l’unica via di fuga è il suicidio (che Vitangelo Moscardi, protagonista del secondo romanzo fa, mentre Pascal ne è tentato, ma alla fine desiste).
Il forestiere della vita di Pirandello è ricollegabile all’inetto sveviano, ed è colui che si libera dalla maschera. M. Pascal in parte ci riesce, ma poi si rende conto che nella società non si può vivere senza un’identità, quindi è costretto a prenderne un’altra fittizia (Adriano Meis), ma questa non è registrata in termini burocratici e quindi lui decide di liberarsene, fingendo il suicidio, ritornando nei panni di Mattia Pascal, ma a Miragno le cose sono cambiate; Pascal matura la consapevolezza del “gioco delle parti”, ossia ha capito che nell’esistenza si gioca con la maschera, perché ognuno deve recitare la propria parte. Il forestiere della vita è colui che rinuncia alla maschera, per avere un punto di vista privilegiato nella società, come Zeno che trova i difetti della società perché la conosce a fondo. Un giorno Vitangelo si guardò allo specchio e la moglie gli disse che il suo naso pende da una parte, e da quel momento egli iniziò a interrogarsi e a mandare gambe all’aria tutta la sua vita fino a quel momento, compiendo azioni stravaganti, fino a quando fondò un pensionato per anziani dove visse insieme ad essi. Quando andavano a visitarlo, lui diceva di essere sempre cose diverse (un filo d’erba, il vento…), immedesimato nella natura (panismo dannunziano). Qui subentra il ruolo dell’arte, che in una società di questo genere, deve essere svelatrice del reale. La differenza tra comico e umoristico viene esplicata facendo l’esempio della signora anziana che si veste come una giovane (e qui si avverte che è il contrario di quello che dovrebbe essere, e questo è comico), ma riflettendo sulle motivazioni che l’hanno portata a farlo si scopre che lo fa per tenersi il marito più giovane, questo è il sentimento del contrario, ossia dell’umoristico. Tutta l’arte pirandelliana è umoristica, ossia induce a riflettere e quindi a svelare il reale. Il fu M. Pascal è un romanzo umoristico perché si evince che egli capisce le dinamiche che stanno alla base della società moderna, ossia egli vede gli altri vivere.
Luigi Pirandello è siciliano e nacque nel 1867 nella località di Cavusu (=caos), vicino a Girgenti (Agrigento), perché la famiglia, per scappare da un’epidemia di colera, si traferì in campagna. Lui stesso diceva di essere figlio del caos, e questo non è un caso (riferimento al vitalismo pirandelliano). Nella poetica di Pirandello c’è un dualismo tra la vita e la fama, perché la prima è un processo naturale, un fluire naturale nel quale l’uomo non può vivere, se non assumendo una forma/maschera.
È figlio di un’agiata famiglia, appartenente all’alta borghesia (il padre possedeva una miniera di zolfo), frequentò un liceo classico in Sicilia e poi andò a studiare lettere a Roma; qui entra in contrasto con un professore e dovette trasferirsi a Bonn, dove si laureò con una tesi sul dialetto siciliano. Poi tornò a Roma e scrisse racconti e novelle, abbozzando opere teatrali. Nel 1894 sposò Maria Antonietta Portulano, donna benestante, che manifestò una malattia psichiatrica, ragion per cui fu rinchiusa in un manicomio (dove morì). Il tema della follia è infatti ricorrente in Pirandello. Egli seguì la moglie fino alla morte (motivo di aggravamento della sua salute fu anche la scoperta che il primo figlio fu imprigionato in guerra, e poi liberato). Durante il matrimonio con la Portulano, le miniere di zolfo del padre si allagarono, decretando il fallimento della famiglia; questo fatto aggravò ulteriormente la salute della donna, anche perché Pirandello aveva investito nelle miniere anche la dote della moglie, così dovette scrivere molto. Pirandello così subisce una sorta di declassamento sociale, simile a quella di Svevo dopo il fallimento dell’impresa del padre.
Le composizioni preferite di Pirandello in gioventù erano le novelle, che poi furono trasformate in opere teatrali da Nino Martoglio. La fama arrivò nel 1904 con “Il fu Mattia Pascal”, e a partire dal 1910 inizia la sua avventura nel teatro. La sua produzione teatrale verrà raccolta in un unico corpus chiamato “Maschere Nude” (di cui fa parte anche “Così è se vi pare”).
Terminata la Prima Guerra Mondiale arrivò la notorietà anche per il teatro. Nel 1921 venne messo in atto per la prima volta “I sei personaggi”. Il suo successo spinge Pirandello a fondare una compagnia teatrale (1924), chiamata Teatro dell’arte.
Pirandello aderì al Partito Fascista (anche per motivazioni di denaro), firmando il Manifesto Fascista. La sua visione del Fascismo è molto controversa: all’inizio, quando si propagandava il ritorno all’ordine, egli lo appoggiò, in un secondo momento egli prese però le distanze dal Fascismo (nella quarta parte della sua produzione teatrale, chiamata fase dei miti). Tra Pirandello e Mussolini i rapporti furono spesso tesi e in ogni caso il Fascismo non comprendeva il teatro pirandelliano perché i temi (la follia, il forestiere della vita, in cui scrisse anche “Il gigante della montagna”) non erano congeniali ad esso, al contrario delle opere di D’Annunzio (con il superuomo). Pirandello appoggiò anche le politiche coloniali del Fascismo (come Pascoli, che era tra l’altro una persona molto tranquilla).
Il progetto del Teatro dell’arte durò poco, infatti già nel 1928 la compagnia era sciolta, tuttavia negli anni in cui egli girava con la sua compagnia incontrò Marta Abba, attrice teatrale molto conosciuta, che diventerà la sua musa ispiratrice (nascerà un sodalizio che accompagnerà Pirandello per tutta la sua vita). Nel 1925 uscì il suo ultimo romanzo (“Uno, nessuno, centomila”). Ne 1934 ricevette il Nobel per la letteratura, e morì nel 1936 di polmonite, manifestando la volontà di farsi seppellire in Sicilia.
Il teatro di Pirandello viene distinto in quattro parti: la prima ha a che fare con il teatro siciliano (drammi di ambientazione siciliana e scritti in dialetto), gli influssi sono quelli della narrativa verista. La seconda fase è quella del teatro del grottesco (che sta al teatro come l’umorismo sta alla narrativa), dove vengono rappresentate situazioni reali, amplificate al massimo fino quasi a distorcere la realtà; le ambientazioni diventano borghesi (interni domestici, piccole comunità, che si trasformano in vere e proprie prigioni), le tematiche sono più o meno sempre le stesse (si parte dal triangolo borghese). In “Così è se vi pare” il signor Ponza ha una moglie e una suocera (la signora Frola), che sostiene che la moglie sia sua figlia e che il signor Ponza la tenga reclusa per gelosia. Il signor Ponza dice di essere folle alla suocera, perché la sua figlia naturale è morta, e quella attuale è la seconda moglie. Questa, in realtà, non ha una reale identità, perché questa è contesa tra i due. La comunità partecipa attivamente al dramma. Alla conclusione (che in realtà non c’è) compare sulla scena la moglie per porre fine al dibattito, ma compare vestita di nero e velata in faccia, dicendo: “Io sono colei che mi si crede, per me nessuna nessuna”, quindi il dramma non ha una fine definita (concetto di relativismo).
La terza fase è quella del metateatro degli anni ’20, l’opera più rappresentativa è intitolata “Sei personaggi in cerca d’autore”, che venne rappresentata per la prima volta nel 1921 a Roma e qualche mese dopo a Milano, dove quando la rappresentazione finì ci furono alcuni interminabili minuti di silenzio, e poi un’esplosione di applausi, mentre a Roma ci furono solo insulti.
Pirandello faceva un teatro (che lui aveva teorizzato precedentemente) che scardina completamente la struttura del teatro tradizionale. Sul palcoscenico egli presentava tutti gli strumenti necessari alla rappresentazione dell’opera teatrale, perché voleva rompere l’illusione scenica; venne abbattuta la quarta parete (il sipario), che era ciò che separava la platea dal palcoscenico, e questo fa si che gli attori si comportino come se il pubblico non ci fosse (ad esempio, entrano dal fondo della sala, bisticciano, si spostano ecc.). Nel teatro moderno non c’è differenza tra realtà e illusione scenica, quindi questo non poteva risolvere i drammi della vita reale, al contrario del teatro classico). Il metateatro ha una struttura aperta (non conclude), per via del relativismo e perché Pirandello diceva che neppure con l’illusione scenica l’uomo può risolvere il suo problema esistenziale (non crede nella funzione catartica dell’arte). Questo dà alla luce la difficoltà del drammaturgo moderno di mettere in scena illusione e realtà assieme. Il tempo del dramma non è lineare, perché è spesso interrotto da elementi accidentali, come la caduta di qualche oggetto.
La quarta fase è il teatro dei miti, a cui appartiene “I giganti della montagna”.

Lo strappo nel cielo di carta
Una visione della società di questo tipo (pessimista) si porta con sé il fatto che l’uomo sia privo di certezze, ma c’era un tempo in cui l’uomo ne aveva (gli eroi del mondo classico ne avevano, infatti sapevano perfettamente come comportarsi, e le certezze iniziano a crollare con Hamleto di Shakespeare, che si poneva domande esistenziali). L’uomo moderno è un eroe che non ha più certezze e si pone domande di tipo esistenziale. Il passaggio dall’eroe classico a quello moderno è spiegato in questo passaggio. Lo strappo nel cielo di carta fu fatto da Galileo.
Questo è il passaggio in cui Adriano si trova a casa di Anselmo Paleari, che dice che Oreste continuava a sentire il suo dovere, ma iniziava a sentire cattivi influssi che lo facevano sentire come Hamleto.
Fino a quando non fu distrutto il sistema aristotelico-tolemaico l’uomo aveva una certezza di una collocazione nell’universo, e con l’età barocca egli perde questa certezza (il cielo, che sembrava incrollabile ed eterno, sarebbe in realtà un cielo di carta).

La lanterninosofia
Questa stravagante teoria di Paleari sosteneva che nell’età delle certezze hanno fatto luce nell’esistenza dell’uomo, e queste erano dei grandi lanternoni da cui gli uomini attingevano, creando così i lanternini. Quando i lanternoni entrarono in crisi, ossia nell’epoca moderna, questi si spensero, facendo spegnere automaticamente anche i lanternini degli uomini, facendo perdere i punti di riferimento all’uomo.

Sei personaggi in cerca d’autore
È un dramma in cui la rappresentazione si svolge su un duplice piano: a teatro si sta rappresentando “Il gioco delle parti”, quando a un certo punto irrompono nella scena sei personaggi senza identità, nati dalla creazione del loro autore che non gli ha dato una parte, e quindi vagano cercando qualcuno che rappresenti il loro dramma, ambientato nella borghesia. I personaggi sono un padre, una madre, un figlio, una figliastra, una bambina e un giovinetto, che chiedono di recitare le loro parti e, dopo discussioni, iniziano a recitare, ma a loro non piace come hanno recitato la loro parte (questo fa emergere i due principali problemi del teatro moderno: l’incapacità del drammaturgo di assegnargli una parte e la loro incapacità di saperla interpretare, motivo di incomunicabilità). I personaggi convincono il capo comico e riescono a recitare loro stessi le loro parti.
Un padre e una madre sono separati, ma hanno un figlio; la moglie si sposò con un altro uomo, da cui ebbe gli altri figli. Per far fronte ai problemi economici, la donna lavora come sarta in un “atelier”, che in realtà è una casa di appuntamenti (di madama Pace). Un giorno la figliastra e il padre si trovano nell’atelier casualmente e stanno per consumare un rapporto incestuoso con la figliastra, e qui nascono un sacco di discussioni e rinfacci. Poi vi è un cambio di scena: mentre si sposta l’atelier, nella scena c’è una fontana dove la bambina muore annegata e il giovinetto si spara. A quel punto il capo comico manda tutti a casa, ma per errore si accende un riflettore che punta sui personaggi, che si riflettono con ombre gigantesche, ma se ne vedono solo quattro, lasciando lo spettatore in un grande dubbio, e la figliastra si dilegua in mezzo al pubblico con una risata sarcastica. Le opere pirandelliane non hanno una conclusione, perché sennò lui dovrebbe dare la sua opinione.

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