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Il teatro


Nei suoi primi testi teatrali, Pirandello, il quale si sentiva precedentemente legato alle convenzioni dell’oggettività, inserisce anche nel dramma le caratteristiche dei testi umoristici. Questo è visibile nel Liolà, ovvero la rielaborazione del quarto capitolo de Il fu Mattia Pascal. Nella fase che inizia nel 1917, l’autore intraprende un percorso che viene definito “teatro del grottesco”; esso è caratterizzato da situazioni apparentemente normali e usuali, che finiscono però a essere molto complesse. Questa fase è caratterizzata da molte riflessioni da parte dei personaggi sui fatti accaduti, e sottolinea l’impossibilità di una verità oggettiva e assoluta. Il dramma Così è (se vi pare), ne è l’opera più importante. Il titolo della raccolta dei drammi pirandelliani s’intitola Maschere nude. Questo titolo, scelto dall’autore, va a indicare lo scopo che Pirandello vuole attribuire alle sue opere; ovvero sottolinea le maschere che gli uomini indossano in base alle convenzioni e in base alle situazioni, ma nude, perché ciò che lo scrittore vuole fare è appunto smascherare questo fatto, e sottolineare la molteplice esistenze di ognuno. Nel teatro, la parola diventa allora più importante rispetto alla prosa, poiché serve a dimostrare la falsità delle convenzioni. Con Sei personaggi in cerca d’autore e con i drammi rappresentati in seguito, Pirandello sviluppa sempre più la concezione del “teatro nel teatro”, superando la divisione fra scena e platea, e sottolineando l’impossibilità del tragico nell’epoca moderna, caratterizzata da un costante sradicamento e annullamento delle certezze, lasciando spazio solo al ragionamento filosofico sulla condizione umana. In questo periodo, gli attori cercano di immedesimarsi, come nell’opera Questa sera si recita a soggetto del 1930, tentando di far coincidere arte e vita. È soprattutto con l’Enrico IV del 1922 che l’autore intravede nella pazzia l’unico modo per comprendere la vita e la propria individualità. Esso riprende con ironia i modi dei drammi storici ottocenteschi, ma pazzia e razionalità si scambiano continuamente, per individuare nell’estraniamento dalla vita per poterla comprendere. Tra il ’25 e il ’26, Pirandello introduce la così detta “maniera pirandelliana”, inserendo temi tipici in ambiti inediti. Con il dramma Come tu mi vuoi del 1930, egli riprende inoltre il concetto di civiltà alienante e natura salvifica già presente in Uno, nessuno e centomila. L’ultimo filone è quello dei miti, in cui Pirandello “traduce” vicende tipiche dell’antichità nel presente. Nel 1929 viene rappresentato Lazzaro, in cui i personaggi riescono a trovare un’enorme forza vitale capace di far risorgere lo spirito. Nell’ultimo suo dramma, I giganti della montagna, lo scrittore vuole dare un ruolo positivo all’arte, dandole il potere di contrastare i poteri (ovvero i giganti), grazie alla sua potenza creativa capace di liberare l’inconscio.
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