Fabrizio Del Dongo
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Indice

  1. Testo
  2. Parafrasi
  3. Interpretazione e commento

Testo

Quando Dio messer Messerin fece
ben si credette far gran maraviglia,
ch’ucello e bestia ed uom ne sodisfece,
ch’a ciascheduna natura s’apiglia:
ché nel gozzo anigrottol contrafece,
e ne le ren giraffa m’asomiglia,
ed uom sembia, secondo che si dice,
ne la piagente sua cera vermiglia.
Ancor risembra corbo nel cantare,
ed è diritta bestia nel savere,
ed uomo è sumigliato al vestimento.
Quando Dio il fece, poco avea che fare,
ma volle dimostrar lo suo potere:
sì strana cosa fare ebbe in talen
to.

Parafrasi

Quando Dio creò il signor Messerino,
pensò di fabbricare una cosa tale da destare stupore;
perché con lui, dette soddisfazione a tre nature: l’uccello, le bestie, l’uomo
in quanto partecipa alla natura di tutti e tre (Questo significa che l’uomo era un miscuglio di elementi diversi)
perché nel gozzo [Dio] imitò l’anatroccolo (Messerino aveva un gozzo degno della peggiore caricatura tale da sembrare un’imitazione esagerata di quella di un anatroccolo)
e nei fianchi assomiglia ad una giraffa (Quindi, l’uomo era esageratamente alto)
ha le sembianze di un uomo, stando a quello che si dice,
ma solo nel volto, paonazzo come quello degli ubriachi (Il verso “ne la piagente sua cera vermiglia” richiama il tono della poesia amorosa tipica della scuola siciliana ed è l’aggettivo finale “vermiglia” che trasforma la frase in una presa di giro. Nella letteratura cortese, la “piagente cera vermiglia” è un attributo della donna amata che invece, qui, con un tono a parodia è posto in relazione col colore paonazzo degli alcolizzati)
Inoltre, quando canta è simile ad un corvo (= la sua voce è sgradevole e gracchiante)
e per quanto riguarda le capacità intellettuali è, senza mezzi termini, una vera e propria bestia,
e nel modo di vestire assomiglia ad un uomo.
Quando Dio lo creò, pur non avendo nulla da fare,
volle dimostrare la sua potenza;
ebbe l’idea di voler creare una cosa così strana.

Interpretazione e commento

Pare che il sonetto si riferisca ad un certo Albizzo de’ Caponsacchi, che veniva chiamato signor Messerino.
Il sonetto si incentra tutto sull’aspetto deforme dell’uomo, capovolgendo così la tendenza della poesia dell’epoca, tesa a descrivere la bellezza e la delicatezza della donna. Tutto il sonetto costituisce un’ironia: Messerino appare una “meraviglia” (cfr.1) ma questo termine ha un duplice significato: può riferirsi a cosa estremamente bella ed armonia e che, quindi, risulta meravigliosa agli occhi di chi la osserva, ma si può rapportare anche a qualcosa di orribile e di raccapricciante e che questo, desta stupore.
Il sonetto, dal punto di vista formale, è circolare e simmetrico: si apre con la figura di Dio che sta creando Messerino e si chiude sempre con l’immagine di Dio, intento a creare Messirino con l’obiettivo di dimostrare quanto era in suo potere. La parte centrale è riservata la descrizione della figura di Messerino e delle sue deformazioni che, con le similitudini, è avvicinato agli animali (il corvo, la giraffa, l’anatroccolo), con riferimento, però all’esaltazione tipica della letteratura cortese; ed è da questo che nasce la comicità. Da notare anche come nei versi centrali, troviamo lo stesso concetto della somiglianza che si ripete più volte, ricorrendo a termini che si somigliano quali: m’assomiglia, , è somigliato, sembia, risembra, il tutto accentuato da figure retoriche come la similitudine e il chiasmo.

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