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Giovanni Della Casa e il Galateo


Giovanni Della Casa (1503-56) svolge la sua attività principalmente a Roma, dove nel 1537 intraprende la carriera ecclesiastica. Una prima fase della sua scrittura letteraria ha carattere essenzialmente giocoso, seguita da una produzione trattatistico-morale in latino e dalla composizione delle opere maggiori, le Rime in volgare e il Galateo, entrambe pubblicate postume nell’edizione di Prose et rime del 1558. Tale è la fortuna del Galateo che nel corso del tempo il titolo dell’opera venne a significare genericamente il codice di buon comportamento mondano. In effetti, Della Casa costruisce il trattato intorno all’insegnamento che un anziano illetterato trasmette a un giovane allievo riguardo i modi da seguire o da evitare nella conversatione (da intendersi come “frequentazione”), e più generalmente riguardo i costumi (cioè le “usanze” e i “comportamenti”) da seguire in società. Rispetto al Cortegiano di Castiglione, il Galateo segue un’impostazione minuziosamente precettistica, che fissa in precise regole di comportamento la vita cortigiana. Significativa, in quest’ottica, è la rinuncia alla struttura dialogica e “polifonica” del Cortegiano a favore di un’impostazione monologica, dove l’unica voce di un vecchio maestro è orientata a fornire dettagliate norme comportamentali, anziché a delineare un’immagine “a tutto tondo” dell’individuo al centro di relazioni sociali e intellettuali. Questa diversa impostazione è il riflesso di un mondo mutato, di una visione del potere più gerarchizzata, in cui l’aspetto esteriore del conformarsi alle “buone maniere” ha ormai soppiantato gli aspetti etici della figura del perfetto uomo di corte, incarnazione e proiezione di un ideale di virtù.
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