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Nacque il 29 giugno 1798 a Recanati (appartenente allo Stato pontificio) da una famiglia cospicua della nobiltà terriera ma in cattive condizioni patrimoniali. Il padre era un uomo colto che aveva formato nella sua casa una biblioteca, era reazionario (vs idee della Rivoluzione francese e delle campagne napoleoniche). La madre era poco affettuosa.
Inizialmente fu istruito da precettori ecclesiastici ma a 10 anni continuò i suoi studi da solo (non aveva più nulla da imparare da loro) chiudendosi 7 anni nella biblioteca. Aveva un’intelligenza precoce e imparò il latino, il greco e l’ebraico e fece lavori filologici e traduzioni. Sul piano politico segue gli orientamenti reazionari del padre. Nel 1815 – 1816 si compie la conversione dall’erudizione al bello dove si entusiasma per i grandi poeti antichi e moderni. Fondamentale per la sua formazione intellettuale è l’amicizia con Piero Giordani (orientamento classicistico, idee democratiche e laiche) in cui trovò l’affetto e una guida intellettuale. Questa apertura all’esterno lo rende insofferente nella chiusa Recanati da cui tenterà invanamente di fuggire nel 1819 e una conseguente malattia agli occhi gli fanno capire la nullità di tutte le cose. Con ciò Leopardi passa dalla poesia d’immaginazione (bello) alla filosofia e ad una poesia nutrita di pensiero (vero). Nel 1819 prova vari filoni e con l’Infinito inizia la stagione più originale della sua poesia. Nel 1822 va a Roma dove trova ambienti vuoti e meschini e comincia un periodo di aridità interiore che non gli permette di scrivere versi e si dedica alla prosa. Nel 1825 l’editore Stella gli offre un assegno fisso per varie collaborazioni e Leopardi soggiorna a Milano, Bologna, Pisa e Firenze. Torna a Recanati per problemi di salute dove vive nella malinconia. Si allontana per sempre da Recanati e intraprende rapporti sociali venendo in contatto con il dibattito culturale e politico. Vive a Napoli con Antonio Ranieri e muore nel 1837.

2. Il pensiero.
Al centro della sua meditazione si pone l’infelicità dell’uomo. Per Leopardi la felicità è il piacere (pensiero ‘700 e sensista), ma l’uomo desidera un piacere infinito per estensione e durata, e poiché questo piacere non è raggiungibile l’uomo è insoddisfatto. L’infelicità dell’uomo nasce dalla tensione inappagata verso un piacere infinito inteso in senso puramente materiale.
 L’uomo è necessariamente infelice per sua natura. Ma la natura benigna e attenta al bene delle sue creature ha donato all’uomo l’immaginazione e le illusioni (nasconde le misere condizioni dell’uomo).

I Greci e i Romani erano felici perché più vicini alla natura e quindi capaci di immaginare e illudersi. Il progresso ha allontanato l’uomo dalla natura e gli ha mostrato la verità rendendolo infelice.
PESSIMISMO STORICO (condizione negativa del presente è dovuta ad un processo storico): La prima fase del pensiero leopardiano è incentrata sull’antitesi tra:
Natura, antichi Ragione, moderni
 Illusi, capaci di azioni eroiche
 Più forti fisicamente e moralmente, avevano una vita più attiva e intensa
Grazie a ciò potevano dimenticare il nulla e il vuoto dell’esistenza ed erano più grandi nelle virtù e nella vita culturale.  Privi di illusione e di azioni eroiche
 Corruzione costumi, viltà e meschinità
La colpa dell’infelicità è dell’uomo stesso che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura benigna.
Leopardi vede la civiltà attuale dominata dall’inerzia e dal tedio e l’Italia miserevolmente decaduta dalla grandezza del passato, per questo intraprenderà la tematica civile e patriottica e un atteggiamento titanico: è l’unico a possedere le virtù antiche e sfida i mali che hanno condannato l’Italia.
Leopardi si rende conto, però, che la natura mira alla conservazione della specie e per questo è disposta a generare sofferenza e perciò il male non è un accidente ma rientra nel piano della natura, inoltre la natura ha illuso l’uomo di poter raggiungere la felicità infinita senza dargliene la possibilità. All’inizio attribuisce il male al fato (natura benigna VS fato maligno) ma nel Dialogo della Natura e di un Islandese Leopardi concepisce la natura come meccanismo cieco e indifferente alla sorte delle sue creature (no madre amorosa e provvidente) in cui le creature soffrono per mantenere la conservazione del mondo. È una concezione meccanicistica e materialistica (non più finalistica) e l’infelicità non è colpa dell’uomo (vittima innocente) ma della natura. Per Leopardi la natura è un meccanismo inconsapevole ma la rappresenta come una divinità malvagia che vuole far soffrire le proprie creature. Con ciò viene superato il dualismo fato-natura. L’infelicità è dovuta a mali esterni a cui non si può sfuggire (prima come assenza di piacere).
Pessimismo cosmico: tutti gli uomini sono infelici (anche gli antichi, pur essendo in grado di illudersi). L’infelicità non è legata ad una condizione storica ma ad una condizione assoluta (gli antichi erano meno infelici perché la vita attiva gli permetteva di dimenticare i mali). Con ciò abbandona la poesia civile e il titanismo: è inutile combattere, bisogna contemplare la verità. Inizia in Leopardi un atteggiamento ironico, contemplativo, distaccato e rassegnato. Il suo eroe è il saggio antico distaccato dalla vita. Ma successivamente riprenderà il suo atteggiamento di protesta.

3. La poetica del “vago e indefinito”
La teoria del piacere è fondamentale nel pensiero leopardiano: è il nucleo della sua filosofia pessimistica e il l’avvio della sua poetica. Nello Zibaldone si possono individuare le sue meditazioni. L’uomo può immaginarsi piaceri infiniti non trovandoli nella realtà per trovare un appagamento illusorio del suo bisogno di infinito. Nello Zibaldone analizza la realtà sensibile che ha la forza di illudere l’uomo delineando:
 una teoria della visione dove il luogo nascosto da un oggetto viene immaginato (come la siepe nell’Infinito)

 una teoria del suono dove elenca vari suoni che vanno via via allontanandosi.
Il bello poetico per Leopardi consiste nel vago e indefinito e consiste nella teoria della visione e del suono. Il ricordo della fanciullezza è essenziale per il sentimento poetico e perciò queste immagini rievocano sensazioni che ci hanno affascinato in gioventù.
 La poetica dell’indefinito e della rimembranza si fondono: la poesia è il recupero dell’immaginazione e della fanciullezza attraverso la memoria.
I maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi (vicini alla natura e immaginosi come i fanciulli) che ricorrevano a immagini vaghe e indefinite nelle loro poesie (come una similitudine di Omero che descrive il notturno o un episodio dell’Eneide) i moderni invece hanno perso questa capacità. Attraverso de Stael, riprende una distinzione di Schiller tra poesia d’immaginazione e poesia sentimentale: ai moderni (lontani dalla natura, disincantati e infelici) la poesia d’immaginazione è impedita, gli resta solo la poesia sentimentale che nasce dalla consapevolezza del vero e dall’infelicità. Leopardi segue la poetica del vago e indefinito, pur appartenendo all’età moderna (a cui è preclusa la poesia di immaginazione) e pur accettando il predominio di una poesia fondata sul pensiero e sulla consapevolezza dell’infelicità, Leopardi non esclude l’immaginazione dai suoi versi e non si rassegna a rinunciare alle illusioni (pur consapevole della loro vanità continuerà a inserirle nella sua poesia).

4. Leopardi e il Romanticismo
La formazione di Leopardi era stata rigorosamente classicistica e nel dibattito classicisti-romantici si schierò per i primi facendo due scritti (mai pubblicati) Lettera ai compilatori della “Biblioteca italiana” (vs articolo della de Stael) e Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Le sue posizioni però sono molto originali:

 Romantici: vs principio di imitazione, uso meccanico della mitologia  Per lui la poesia è espressione di una spontaneità originaria, di un mondo interiore, originario e fantastico proprio dei primitivi e dei fanciulli.
X Romantici: vs ricerca dell’orrido, dello strano, del truculento, il predominio della logica sulla fantasia, aderenza al vero che spegne ogni immaginazione.
 Classici: esempio di poesia fresca, spontanea e immaginosa.
Leopardi ripropone i classici come modelli ma con spirito romantico (in senso opposto al classicismo accademico). Esalta la spontaneità, l’originalità e la non contaminazione della ragione (come i romantici). Si può parlare di classicismo romantico.
X Romantici  Romantici
Leopardi Romantici - tensione verso l’infinito
- esaltazione dell’io e della soggettività
- importanza del sentimento
- conflitto illusione-realtà
- importanza dell’immaginazione sulla realtà
- amore per il vago e indefinito
- culto della fanciullezza e del primitivo (momenti privilegiati esperienza umana)
- senso del dolore cosmico
- La poesia è vista come recupero del mondo immaginoso infantile che si fonda sul vago e indefinito e sulla rimembranza.
-Privilegia la lirica (espressione immediata dell’io e dei sentimenti)
- Illuminista, sensista e materialista - Vogliono una letteratura oggettiva e realistica con fini civili, morali e pedagogici.

- Prediligono le forme narrative e drammatiche

- Idealisti e spiritualisti.

5. I Canti.
Il periodo successione alla conversione dall’erudizione al bello è ricco di esperimenti letterari (idilli pastorali, canzoni su argomenti moderni, tragedie pastorali…) molti di questi restano puri progetti altri vengono pubblicati come in due raccolte: gli Idilli e i le Canzoni.
Canzoni: composte tra il 1818 e il 1823. Sono componimenti di impianto classicistico con linguaggio aulico, sublime e pieno di tradizioni con influenze di Alfieri e Foscolo. Le prime 5 (’18-21) affrontano una tematica civile, qui Leopardi polemizza contri l’età presente corrotta e incapace di azioni eroiche conformemente al pessimismo storico ed esalta l’età antica generosa e magnanima.
- “Ad Angelo Mai” è una sintesi dei temi leopardiani del periodo dove compare anche il motivo del caro immaginar e dei leggiadri sogni dove accresce il senso del nulla e della noia.
- Nel “Bruto minore” e nell’ “Ultimo canto si Saffo” Leopardi non parla in prima persona ma delega il discorso poetico a due personaggi arcaici entrambi suicidi. Qui il pessimismo storico ha una svolta: l’umanità è infelice sia per ragioni storiche sia per una condizione assoluta, Leopardi incolpa gli dei e il fato (non ancora la natura) che perseguitano l’uomo per divertimento e a queste forze del male si contrappone l’eroe singolo che si ribella in un gesto di forza suprema, la morte (affermazione più decisa del titanismo eroico leopardiano).
- Ne “Alla Primavera” rievoca nostalgicamente le favole antiche (visione immaginosa e fanciullesca propria dell’antichità e persa dai moderni).
- L’ “Inno ai Patriarchi” (unico degli “Inni Cristiani”) sono una rievocazione dell’umanità primitiva, felice e ingenua.
- “Alla sua donna” è dedicata ad un’immagine ideale della donna, platonica, creata dalla sua mente.
Idilli: composte tra il 1819-21. Sono intime ed autobiografiche, hanno un linguaggio colloquiale e limpido. Precedentemente aveva tradotto gli idilli pastorali di Mosco (poeta greco) e aveva composto poesie pastorali, ma questi idilli non hanno nulla a che fare con la tradizione bucolica classica (campagna stilizzata e figure idealizzate). Chiusa questa fase si apre un silenzio poetico in cui lamenta la fine delle illusioni giovanili e lo sprofondare in uno stato d’animo di aridità e gelo che gli impedisce l’immaginazione e il sentimento. Perciò non scrive più poesia e investiga sull’arido vero, scrivendo in prosa. In questa fase passa al pessimismo assoluto ed assume una posizione più distaccata e ironica dalla realtà. Nel periodo felice di Pisa si conclude il periodo infelice e riacquista la capacità di sentire e immaginare che non si interrompe nemmeno con il suo ritorno a Recanati. In questa fase le poesie hanno tematiche (illusioni e speranze proprie della giovinezza) e linguaggio (limpido e musicale) degli idilli. Questi non riprendono semplicemente la poesia precedente ma nel mezzo ci sono varie esperienze giovanili (fine delle illusioni giovanili, consapevolezza del vero, pessimismo assoluto) e quindi si compongono della parte idillica e della parte del “vero” che non distrugge il paesaggio. La caratteristica di questi componimenti è proprio l’equilibrio tra spinte contrastanti ed è presente una contemplazione ferma e razionale davanti all’infelicità (vs Idilli: impeti, fremiti…), inoltre il linguaggio è misurato (vs Idilli: espressioni intense) e fa succedere a endecasillabi settenari senza schema fisso (vs Idilli: endecasillabo sciolto) che asseconda la vaghezza e l’indefinito.
Ciclo di Aspasia: Dopo il 1830 Leopardi ristabilisce un contatto con gli uomini, le idee e i problemi del suo tempo e appare più orgoglioso di se, stringe amicizia con Ranieri e vive una passione che lo deluderà portandolo alla fine dell’inganno. Da questa delusione nasce l’opera che si divide in 5 componimenti lontanissima dalla poesia idillica:
prima Dopo
Immagini vaghe e indefinite Poesia nuda, severa, fatta di puro pensiero
Linguaggio limpido e musicale Linguaggio aspro, antimusicale e sintassi spezzata
Leopardi
Ideologie ottimistiche esaltano il progresso e profetizzano un miglioramento grazie alle scienze pessimismo: esclude ogni miglioramento della vita umana e dice che l’infelicità è un dato di natura
SPIRITUALISMO RELIGIOSO cerca consolazione nell’aldilà materialismo: nega la speranza in un’altra vita
Questa polemica è condotta in varie opere:
- Palinodia: satira della società moderna
- Ad Arimane: la natura è nemica e persegue le creature
- I nuovi credenti: satira ambienti colturali napoletani cattolici
- I Paralipomeni: poemetto satirico
La ginestra: è il testamento spirituale di Leopardi che ripropone la polemica antiottimistica e antireligiosa ma non nega il progresso civile. Leopardi crede che gli uomini siano solidali dopo la diffusione del vero (utopia). Essa sul piano letterario è la massima realizzazione della nuova poetica anti idillica.
L’INFINITO: le sensazioni uditive e visive, essendo indefinite inducono l’uomo a crearsi con l’immaginazione l’infinito irraggiungibile a cui aspira. La poesia può essere divisa in 2 momenti:
1. L’avvio è dato dall’impossibilità della visione: la siepe nasconde il paesaggio e fa subentrare il fantastico e costruisce un infinito spaziale. L’io prova sgomento.
2. L’avvio è dato da una sensazione uditiva del vento tra le piante: il vento viene paragonato all’infinito silenzio dell’immaginazione e subentra l’idea di un infinito temporale. L’io annega nell’immensità fino a perdere la sua identità (sensazione dolce)
Nella poesia non si accenna a dimensioni sovrannaturali: l’infinito non ha le caratteristiche del divino ed è soggettivo, creato dall’immaginazione dell’uomo evocato da sensazioni fisiche in chiave sensistica. Ma non si può del tutto escludere una componente mistica radicata negli strati più profondi di Leopardi. La poesia è fondata su precise simmetrie: le due parti corrispondono all’infinito spaziale e temporale ed occupano 7,5 versi a testa. Il verso 8 ha una forte pausa al centro che distingue i due momenti che sono concatenati poiché derivano da un processo unico dove un’immaginazione scaturisce dall’altra.

Ultimo Canto di Saffo: (composto a Recanati) è un monologo lirico attribuito a Saffo che secondo la leggenda si è suicidata dal promontorio di Leucade per amore di Faone. Lo spunto è tratto da Ovidio ma diventa proiezione delle idee leopardiane e il poeta dichiara di voler rappresentare l’infelicità di un animo delicato e tenero in un corpo brutto e giovane. Il tema centrale è l’infelicità come destino individuale del poeta poiché il caso, dandogli un corpo brutto, lo ha escluso dalla natura e lo ha reso infelice. Dall’io individuale si passa a quello universale poiché l’uomo è condannato a perdere la gioia giovanile e patire le malattie. L’infelicità non è solo dei moderni che non riescono più a illudersi ma di tutti in tutti i tempi perciò prende la poetessa greca (antica) come esempio. Questa concezione di un’infelicità universale nasce dalla nuova visione leopardiana della natura: da benigna a fato crudele. Si delinea un dualismo tra natura e fato (transitoria: superata). Conformemente con l’idea che anche gli antichi erano infelici, Saffo è portatrice di una coscienza moderna che ha perso le illusioni primitive e ha assunto piena consapevolezza della realtà ed è portavoce del poeta stesso.

A Silvia: è il momento più alto della poesia leopardiana. Leopardi (aristocratico) e Silvia (popolana) sono entrambi giovani. La situazione è lasciata nel vago, la donna non viene indicata concretamente (occhi sorridenti e atteggiamento pensoso)(vs tradizione petrarchesca); anche la raffigurazione del mondo esterno è vaga (pochi aggettivi sobri). Tutto ciò corrisponde alla tendenza leopardiana al vago e indefinito in cui consiste il bello e il piacevole delle cose che stimola l’immaginazione e dà l’illusione dell’infinito. La poesia prende spunto da un fatto reale della sua adolescenza, ma per privarla dall’urgenza materiale propria dell’arido vero è sottoposto a vari filtri:
- fisico: Leopardi è tenuto lontano dal mondo che vede attraverso la finestra che non è mai immerso nel mondo ma lo percepisce dalla sua stanza (finestra: confine simbolico, simile alla siepe, stimola l’immaginazione)
- dell’immaginazione: il canto delle figlie del cocchiere non viene percepito dai sensi. Leopardi ha una doppia visione col reale che danno illusione dell’infinito
- della memoria: il ricordo ha una funzione simile all’immaginazione: rende le cose indefinite e vaghe. Si ha la memoria di un’illusione.
- letterario: si riferisce a antiche immagini (il canto di Silvia rimanda a quello di Circe)
- filosofico: l’illusione è accompagnata dalla consapevolezza del “vero” e della vanità di tutto
per questo Leopardi è il poeta del nulla, del negativo e della vita. Il pessimismo leopardiano è una conseguenza delle delusioni della vita che si manifesta come una rivendicazione del diritto alla felicità (no rassegnazione). La poesia evoca immagini di vita e gioia e si conclude con l’immagine della morte come protesta alla crudeltà della natura. Dal punto di vista stilistico è costruita in modo meticoloso:
- lessico: poetica dell’indefinito, parole vaghe
- sintassi: periodi brevi con poche subordinate temporali (4-6: più mossa e più tesa)
- metrica: struttura metrica libera (endecasillabi divisi in settenari e settenari) (innovativa) è molto fluida.

Il sabato del villaggio: forma con la “Quiete” un dittico con la stessa struttura: descrittiva (dedicata ad aspetti della vita borghigiana) e riflessiva (prende spunto dalla precedente; con la quale è complementare: nella Quiete il piacere è cessazione di dolore, qui è attesa di godimento futuro (speranza e illusione). All’inizio troviamo 2 figure femminili contrapposte:
- La donzelletta che immagina la gioia del giorno di festasimbolo: speranza giovanile
(rimanda a varie figure femminili che si ornano di fiori)
- La vecchietta che ricorda la gioia delle feste della sua giovinezzamemoria
Ci sono ampi rimandi letterari per testimoniare quella doppia visione delle cose filtrate attraverso l’immaginazione e la memoria. La vita paesana è piena di immagini vaghe e indefinite. La riflessione sentenziosa occupa pochi verso ed è pacata e sobria e la conclusione filosofica è affidata ad un colloquio con il giovane che invita a non spingere lo sguardo oltre i confini dell’illusione giovanile. I versi sono scorrevoli e musicali fino alla fine e il lessico rimanda al linguaggio dell’immaginar non del vero.

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: il poeta non parla in prima persona ma a parlare è in uomo semplice e ingenuo. Nella prima fase del pensiero Leopardi riteneva i primitivi più vicini alla natura e capaci di illudersi quindi più felici, qui il primitivo è filosofo come gli uomini civilizzati e sente l’infelicità universale (passaggio al pessimismo cosmico). Questo si distingue dagli altri idilli:
- è una poesia filosofica fondata sul vero e il linguaggio non ha riflessioni affettuose che nascono dall’impulso dell’illusione (partendo da interrogativi elementari coinvolge i grandi problemi metafisici)
- il paesaggio è astratto e metafisico (no familiare e giovanile) e permane il fascino leopardiano dello spazio sconfinato e del tempo infinito. È un infinito contemplato dalla ragione (non creato dall’immaginazione).

Alla Luna: Dopo un anno il poeta guarda di nuovo la luna, che rischiara la selva del monte Tabor o colle dell’Infinito. Come un anno prima la luna compare velata e tremula ai suoi occhi, pieni di lacrime, perché nulla è cambiato nella sua vita, che continua ad essere travagliata. In gioventù, la memoria è poca e la speranza è tanta perché le illusioni sono ancora vive e vere, quindi è piacevole il ricordo del passato, anche se esso fu triste e se il presente è doloroso. Il tema dell’idillio è la dolcezza, che si prova rievocando il passato, anche se è doloroso, perché se ne evocano tutte le illusioni. Qui troviamo realizzata la poetica della memoria, (già usata nello “Zibaldone”) e il tema del ricordo. Il presente fa ricordare il passato e tra questi non c’è frattura: è passato un anno ma non è cambiato niente, il dolore è sempre lo stesso. Il poeta affida ad una “graziosa luna” le essenze del suo animo. Leopardi si rifugia sul monte Tabor, che gli dà la percezione dell’Infinito, per lasciarsi andare al ricordo del tempo nel quale era convinto che il domani sarebbe stato migliore. Nell’immaginario del poeta, la luna è una donna graziosa che allevia il pianto umano, compare per rischiarare la selva, e per ridare agli occhi del poeta, (velati dal pianto) nuovo vigore. Nell’opera leopardiana c’è un’immagine di donna che vuole essere madre, simboleggiata dalla luna.

6. Le Operette morali e l’ “arido vero”
Sono composte di ritorno a Recanati da Roma dopo la delusione con la realtà esterna. Sono prose di argomento filosofico dove espone il suo sistema attraverso invenzioni fantastiche, miti, allegorie, paradossi. Possono essere dialoghi (con creature immaginose, personaggi mitici o fiabeschi, personificazioni e personaggi storici), narrazioni, prose liriche, raccolte di aforismi o discordi che si rifanno alla trattatistica classica. Da ciò si può notare la varietà dell’invenzione di Leopardi intorno a temi fondamentali del pessimismo (infelicità dell’uomo, impossibilità del piacere, noia, dolore…).
Dialogo della natura e dell'islandese: l’opera svolge una svolta fondamentale nel pensiero leopardiano e segna il passaggio da un pessimismo sensistico-esistenziale e una natura benefica a un pessimismo materialistico e cosmico e una natura nemica. Nelle opere precedenti l’infelicità umana era dovuta da cause psicologiche qui, invece, è dovuta a mali esterni a cui non si può sfuggire. L’Islandese è il suo portavoce che elenca le varie avversioni della natura (malattie, bestie feroci, cataclismi, tempeste…) e lo porta a vedere la natura come una nemica che perseguita le sue creature. Leopardi giunge a un materialismo assoluto e ad un pessimismo cosmico. Il mondo è un ciclo eterno di creazione e distruzione, entrambe indispensabili per la conservazione del mondo. Il dialogo con la natura si conclude con la domanda a che serve questa vita in felicissima dell’universo? Che non avrà risposta. Nell’opera troviamo 2 concezioni della natura:
- per l’islandese è un’entità malvagia che perseguita le sue creature
- per la Natura stessa fa il male senza accorgersene
qui è possibile vedere due atteggiamenti diversi dello scrittore: filosofico-scientifico (natura: meccanismo impersonale) e poetico (divinità malefica). Lo stile è incalzante e appassionato.

Cantico del gallo silvestre: è l'ultima operetta morale scritta nel 1824 da Giacomo Leopardi, e conclude la raccolta esprimendone i temi centrali:
- l'«arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale»
- il senso angoscioso della vita come privazione e come nulle
- la fatale infelicità dell'uomo
È considerata il cantico della morte: unica possibile conclusione dell'esistenza dolorosa e assurda dell'uomo e di tutte le cose. L’operetta inizia con un breve incipit dotto (per provocare straniamento e sorpresa nell’autore), in cui si spiega l’esistenza di un enorme gallo, che viveva con la zampe sulla terra e la cresta in cielo, che aveva imparato a parlare. L’autore è venuto in possesso di un cantico che il gallo era solito pronunciare, non si sa se ogni giorno o se in alcune occasioni speciali. L’autore lo traduce per intero. Il canto inizia con un’esortazione all’umanità a svegliarsi di prima mattina e ad interrompere il periodo del sonno, seppur così piacevole. Infatti se il sonno fosse eterno, l’universo sarebbe più felice, seppur inutile. Poi chiede direttamente al sole se ha mai avesse visto, durante tutto il tempo in cui è sorto e tramontato, alcun uomo essere felice; se abbia mai visto la felicità e se si, dove si nasconde; se lui stesso sia felice o meno. Esorta ancora gli uomini a svegliarli, visto che ancora non è concessa loro la morte, se non brevi intervalli simili ad essa, ovvero le notti, il sonno, che permette di rinfrancarsi e sopportare il dolore che è la vita. Allora forse il vero desiderio dell’uomo, vista l’assoluta mancanza di felicità, è la morte. Inoltre il gallo paragona la vita alla giornata, quindi la mattina alla giovinezza, che però è troppo breve, e la sera alla vecchiaia, che è il resto della vita, un appassire. È lontana dal tessuto di questa operetta ogni forma d'argomentazione filosofica, esplicitamente dichiarata dall'autore.

La ginestra o il fiore del deserto: è composta da 7 strofe:
I. la poesia insiste sull’opposizione deserto/ginestra e aridità/profumo. Il paesaggio è caratterizzato da 3 elementi:
- il monte: simbolo della potenza distruttiva della natura
- le contrade intorno a Roma: simbolo di abbandono e desolazione che richiamano all’azione corrosiva del tempo
- le ceneri infeconde: simbolo della morte e del destino delle creature
la ginestra ha valenza simbolica, essa abbellisce i deserti ed è gentile, e si contrappone alla violenza del vulcano. Essa simboleggia la pietà verso la sofferenza degli esseri perseguitati dalla natura. Ma la pietà si esprime solo mediante la poesia che conforta l’infelicità umana. In questo modo il poeta si identifica con la ginestra e sin dall’inizio viene proposto il motivo della solidarietà tra gli uomini. Inoltre la ginestra resiste nel deserto ed è simile all’atteggiamento di sfida del poeta. La contrapposizione tra il monte e la ginestra si vede anche sul piano stilistico, infatti il monte è raccontato in modo orrido mentre la ginestra con un tono dolce.
II. Attacca le concezioni spiritualistiche e religiose contemporanee. Ciò significa tornare indietro al Medioevo tornando alla barbarie. Leopardi mostra come, in questo periodo, si esalti il progresso ma si torni indietro, si incoraggi la libertà ma si voglia il pensiero schiavo del dogma. Il trionfo del pensiero religioso è dovuto alla vigliaccheria, l’età attuale non ha il coraggio di guardare il vero. A questo atteggiamento oppone il suo atteggiamento combattivo.
III. Definisce la vera nobiltà spirituale che non consiste nel proclamare la grandezza dell’uomo o profetizzare un destino felice ma nel guardare in faccia il destino e mostrarsi solidale con gli altri uomini. In questo modo il suo pensiero subisce una svolta: prima Leopardi negava ce il progresso potesse assicurare felicità (negata dalla natura) e giustizia, mentre qui continua ad escludere la felicità ma crede in un progresso che, secondo le ideologie ottimistiche, portasse a un’età dell’oro e di pace, fondandosi sul pessimismo, consapevole della tragica condizione umana. Se gli uomini avessero consapevolezza della loro infelicità, causata dalla natura, si coalizzerebbero contro di essa, rinsaldando i rapporti sociali e invece di sopraffarsi a vicenda unirebbero le loro forze. Ciò condurrebbe alla fraternità per salvaguardare la propria sopravvivenza e all’amore tra gli uomini. Ciò non assicurerebbe la felicità ma darebbe una società più giusta e civile in cui gli uomini non sarebbero più aggressivi. Anche se l’uomo resterà infelice, perché lo è per natura, non lo sarà anche a causa di altri uomini. L’intellettuale deve mostrare il vero nemico per indurli alla fratellanza.
IV. Riprende il paesaggio della prima strofa e la lava pietrificata evoca immagini luttuose. Dal paesaggio passa al cielo che crea l’idea di infinito e fa pensare alla nullità della terra e dell’uomo nell’universo. Ciò offre lo spunto per la polemica contro la religione. Il poeta è incerto tra il riso, per la stoltezza, e la pietà, per le sofferenze dell’umanità.
V. Riprende il motivo della prima strofa: la potenza distruttiva della natura che non s cura dell’uomo più delle altre creature. Come un pomo cadendo schiaccia le formiche, così il vulcano nel I secolo ha distrutto Pompei ed Ercolano. Conclude dicendo che la natura è madre generatrice e dal suo grembo può uscire indifferentemente morte o vita.
VI. Gioca sul motivo del tempo, sul contrasto tra:
- tempo umano: insignificante e in continua trasformazione.
- tempo della natura: eterno e immutato
sono passati 1800 anni dall’eruzione e il vulcano minaccia ancora i luoghi. La prima metà della strofa mostra un quadro idilliaco e l’immagine della natura distruttrice. La seconda parte, invece, insiste sul motivo delle rovine delle antiche città che tornano alla luce grazie agli scavi archeologici
VII. torna in primo piano la ginestra, viene richiamato il valore simbolico del fiore. Essa è un modello di comportamento per l’uomo che deve piegare il capo davanti alla potenza della natura,non per codardia, né alzarlo per sfidare il cielo.

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