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Ultimo canto di Saffo


Scritto tra il 13 ed il 19 maggio del 1822, l’ Ultimo canto di Saffo è la seconda delle due canzoni filosofiche che Leopardi compone in quel periodo del suo pensiero convenzionalmente definito “pessimismo cosmico”; l’idea che esista una natura benevola, che compensi l’impossibilità di raggiungere il tanto sospirato piacere con la varietà del mondo ed il suo carattere indefinito, viene qui completamente abbandonata e sostituita da una ben più drastica tesi: l’infelicità ontologica di tutte le creature indipendentemente dal periodo storico in cui esse vivano. La natura matrigna dunque mette al mondo l’uomo con il desiderio di felicità, salvo poi lasciarlo in balia di una vita in cui questo piacere viene costantemente negato (Zibaldone 165-169). Leopardi sceglie come protagonisti di queste canzoni due personalità di spicco del mondo antico, Saffo, celebre poetessa di Lesbo, e Bruto, traditore di Cesare. Si tratta dunque di personaggi importanti, che dinnanzi ad atroci sofferenze comprendono l’ostilità della natura e l’indifferenza del tempo nel quale vivono.  In seguito a questa presa di coscienza l’unica efficace forma di protesta che rimane loro è il suicidio ( per molti aspetti simile a quello stoico), motivo per il quale questi componimenti vengono definiti anche “canzoni del suicidio”;  chiarito questo punto bisogna però spiegare per quale ragione gli venga attribuita anche la valenza filosofica. Dopo aver perso fiducia nella natura il poeta di Recanati fa qualcosa di più che accusare semplicemente quest’ultima di essere la causa di tutti i mali dell’uomo, non bisogna dimenticare infatti che la suddetta ostilità va di pari passo, e nel contempo dipende, proprio dall’indifferenza mostrata dalla natura nei confronti del suo creato “ madre di parto e di voler matrigna” (Ginestra v. 125), pertanto il Leopardi ritiene che il dolore dell’uomo dipenda da un mancato contatto tra quest’ultimo e la natura. Nel periodo in cui compone l’Ultimo canto di Saffo si trova a cavallo tra la sua nuova teoria del pessimismo visto come cosmico, e quella precedente del pessimismo storico il quale sostiene il rapporto privilegiato degli uomini con la natura grazie alla poesia di immaginazione, rapporto che sarebbe poi scomparso in epoca moderna con il prevalere del pensiero razionale, con l’affermarsi di quella scienza che tanto progredisce in ambito tecnico quanto arretra in quello sociale. La poesia dei moderni è dunque una poesia prettamente speculativa, di calcolo, filosofica; Leopardi sa di far parte di questo periodo, del “ secolo superbo e sciocco” (Ginestra v. 53); lo disprezza in quanto tale, ma non può tirarsene fuori e dunque accetta di scrivere poesia filosofica. Abbiamo detto che queste due canzoni sono tuttavia collocate in un periodo di mezzo del Leopardi, e questo perché a tratti sembrano credere alla felicità come un possesso degli antichi, ed in parte sembrano negarlo per sostenere l’ontologica e pertanto irrimediabile essenza infelice dell’uomo.
L'ultimo canto di Saffo è forse il più adatto a spiegare questa ambivalenza.
La canzone si basa su un' antica tradizione prendente le mosse da Aristotele (e ripresa da Ovidio), secondo la quale Saffo si sarebbe suicidata gettandosi dalla rupe Leucade per la delusione di essere stata rifiutata, causa la sua bruttezza, dal traghettatore Faone. Il dramma di cui il poeta parla è evidente: un animo appassionato come quello della sfortunata amante, capace di un forte sentire in virtù del suo innamoramento e del suo essere poeta, è posto in un corpo brutto che in quanto tale le impedisce di raggiungere quello che per lei rappresenta sommo piacere, l'essere corrisposta nel suo amore. Il paragone tra la sorte di Saffo e quella del poeta stesso è evidente, Leopardi proietta in questa triste figura le sue emozioni e le sue sofferenze, ma questa è solo una delle molteplici chiavi di lettura di un testo che in realtà è molto più di una condanna contro l'emarginazione del brutto. Il componimento è la narrazione degli ultimi attimi di vita della poetessa, ne costituisce una sorta di testamento diretto innanzi tutto a Faone, ma anche alla comunità tutta. Le emozioni di Saffo sono perfettamente in sintonia con l'ambiente, che dunque non ha una mera funzione di cornice ma è partecipe degli eventi;
placida notte, e verecondo raggiodella cadente luna; e tu che spunti
fra la tacita selva in su la rupe (…)

Ella si rivolge alla luna che tramonta ed alla stella Luciferina che preannuncia il sorgere del sole. L'immagine iniziale è tranquilla, placida appunto, così come l'animo di Saffo; il poeta nella prima parte della canzone sembra ancora essere convinto della benevolenza in seno alla natura, esiste un momento in cui la felicità è possibile, è il momento del principio, del sorgere del sole, qui è la giovinezza di Saffo, ancora ignara del suo destino ( ignote mi fur l'erinni e il fato v. 5) ma quest' idilliaca condizione non è eterna e mano a mano che scorrono i versi lo scenario cambia, le illusioni cadono e la donna innocente dinnanzi al mondo, perché in questo risiede il fulcro centrale del suo dramma, comprende di subire una pena inflittale da forze più grandi di lei, rappresentate qui dal cielo e dalla natura che volgono in tempesta, scompaiono il raggio della luna e la stella Luciferina e sopraggiunge Noto, il vento del sud ( e quando per l'etra liquido si volve/ e per li campi trepidanti il flutto/ polveroso de' Noti v.9-11). La felicità mostra tutta la sua caducità e l'animo di Saffo non solo viene pienamente rispecchiato dal cambiamento paesaggistico, ma ne trae anche godimento: a lei giova immergersi nella tempesta (natar gioa tra' nembi v 15) perché la donna infelice sente di non appartenere ad un panorama armonioso se ne sente esclusa in quanto il suo aspetto vi stride, come spiega a partire dal verso 19 nel quale sostiene la bellezza del manto celeste e della terra e si rammarica che a lei non sia spettata bellezza alcuna, rimanendo così ospite indesiderata. Noi lettori e lei personaggio ci domandiamo quale sia la sua colpa; Il Leopardi del “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia” sosterrà che la colpa dell'uomo consiste in un certo senso nell'essere venuti al mondo; il Leopardi di 1822 non ci dà una risposta precisa, ma formula un netto rifiuto del mito neoclassico della bellezza; leggendo il canto ed entrando in sintonia con la sua infelice ed incolpevole protagonista si percepisce con forza l'ingiustizia della sua condizione, la bellezza esteriore e la virtù interiore non coincido, per i moderni il kaloi kai agathoi non ha alcun valore. Ma Saffo è figlia del suo tempo, è figlia della civiltà greca dove il bello coincideva con il gusto e dove l'arte che noi oggi definiamo sommariamente arte bella ( perché ci dà un piacere estetico) per i greci era forma e mezzo conoscitivo del reale. Così Leopardi sfata in pochi versi la sua vecchi teoria; gli antichi non erano felici, Saffo non era felice.
In che peccai bambina, allor che ignara
di misfatto è la vita onde poi scemo
di giovinezza, e dsisfiorato, al fuso
dell'indomita Parca si volvesse
il ferrigno mio stame?

In questi versi è contenuta tutta l'ambivalenza del componimento, Saffo, personaggio dell'antichità, viene descritto preda di un dolore di lunga durata, viene così affermato che l'infelicità, coincidente con il non raggiungimento del piacere, era una condizione anche degli antichi. Tuttavia è poi la stessa Saffo a svelarci che c'è stato un periodo felice della sua vita, quello dell'incoscienza, dell'infanzia anagrafica e spirituale, dunque Leopardi sembra ritornare sui suoi passi: esiste un primo periodo di felicità, un periodo antico in cui domina la fantasia, l'immaginazione ed in cui si è felici, ma questo cessa con la maturità, quando cioè l' immaginazione viene smorzata o scompare del tutto per lasciare spazio al raziocinio, utile per ottenere dei fini, ma dannoso sotto molti aspetti. E' interessante notare come a partire da questo canto vengano sviluppati a livello embrionale alcuni temi che diverranno centrali in opere successive. Tornando al canto, dove si colloca la posizione di Leopardi rispetto a questa ambivalenza di pensiero? Ciò non viene qui definito, ma egli sembrerà trovare risposta in opere successive, per esempio nel “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia” dirà che anche gli animali, che pur vivono in uno stato di incomprensione del reale, forse soffrono non meno del loro pastore che rimugina sul significato dell' esistenza; inoltre anche i bambini sono tristi e vengono consolati dai genitori, pur nella loro innocenza si rendono subito partecipi del dolore di tutte le creature nel momento stesso in cui vengono al mondo, piangendo. Per sintetizzare; nella storia di Saffo c'è una fase iniziale ( Saffo in sintonia con la natura), ed una finale ( Saffo in contrasto con la natura). La Saffo non ricambiata è emblema della poesia moderna, quella bambina rappresenta la poesia degli antichi.
In quest'ottica tragica l'unica possibilità di riscatto per la poetessa è il suicidio; con la morte si andrà e distruggere quel corpo brutto che l'ha resa invisa al mondo perché, come dice ella stessa al verso 50.
alle amene sembianze eterno regno
die' nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virtù non luce in disadorno ammanto
Il padre Giove ha concesso perenne potere ( eterno regno) sugli uomini all'aspetto fisico (sembianze) e alle leggiadre fattezze ( amene sembianze) il valore (virtù) bellico o poetico non risplende in un corpo brutto ( disadorno ammanto).
Da notare come carattere universale del dolore che, pur con le già citate contraddizioni, inizia ad affacciarsi in questo componimento, è sottolineato dall'uso di alcuni verbi al plurale, ad esempi nei versi 14/15: Noi per le balze e le profonde valli/ natar giova trà' nembi...
o ancora al verso: 55 Morremo. Il velo indegno a terra sparto,/ rifuggirà l'ignoto animo a Dite …
Ed proprio con questi due versi che inizia la chiusa della canzone, impostata sul concetto della morte in relazione con il silenzio, qui rappresentato dall'immagine della notte e della riva silenziosa (e l'altra notte, e la silente riva v. 72); notare poi come la canzone si apra con la luce della luna che si appresta a lasciare il posto a quella del sole, e chiuda con il calare delle tenebre, in un rappresentazione del'intero ciclo vitale: la nascita, l'infanzia e le sue gioie, la maturità ed i suoi dolori, la presa di consapevolezza e la morte. Il componimento è improntato alla razionalità più pura, è dunque propriamente filosofica, grazie anche al suo andamento lineare: inizia con un'immagine per chiudersi con un' altra diametralmente opposta. L'ultimo canto di Saffo è un testamento, e potremmo definirne il lascito come un monito per gli uomini, monito contenuto all'interno della gnome ( sentenza ) del verso 65-66: ogni più lieto/ giorno di nostra età primo s'invola.
Dunque se i giorni lieti sono fugaci ciò sta a significare che Saffo non è l'unica a soffrire, lei soffre nel momento immediato in quanto sono i suoi i giorni lieti ad essere già volati via, ma la sofferenza prima o poi colpirà anche Faone e chi per lui, nonostante lei stessa prima di porre fine alla sua esistenza, e conseguentemente alle sue sofferenze, gli augura di essere felice "se felice in terra/visse nato mortale" (v 61/62)
Ultimo canto di Saffo - Leopardi - Giacomo

Pertanto il suicidio di Saffo per certi versi funge da riscatto dell stessa, per altri è un' affermazione del suo esistere concretizzatosi proprio dalla cessazione dell'esistenza (riprendendo dagli stoici), ma diviene anche ottimo rappresentate della teoria del piacere e delle sue conseguenze; Leopardi afferma che l'uomo è costantemente alla ricerca di ciò che possa procurargli piacere, ciò è praticamente impossibile per la natura dell'uomo, il desiderio di qualcosa deriva infatti dalla sua mancanza, dal non sapere quale sensazione si provi nel goderne, ma nel momento in cui esso viene raggiunto la si sperimenta, la si conosce ed in virtù della memoria la si ricorda fino all'assuefazione; per questo la ricerca del piacere è infinita e genera l'infelicità. Non riuscendo a trovare un piacere infinito ed autentico l'uomo tenta di crearne dei simulacri (immagini, proiezioni) attraverso l'elemento dell'indefinito che per i suoi contorni sfumati rappresenta quanto di più simile all'infinito. Alla luce di questo ne deriva che fino a quando l'uomo è in vita la sua ricerca e la conseguente sofferenza saranno continue; tale catena causale potrà interrompersi solo con la morte, anche se va specificato che Leopardi non guarderà al suicidio come una soluzione al problema poiché questo è capace unicamente di creare dolore a coloro che restano, ( come affermerà nel dialogo di Plotino e Porfilio). Dunque nel caso specifico dell'Ultimo canto di Saffo bisogna leggere la negazione della propria vita come l'unica possibilità per la poetessa di affermare il proprio essere su di una natura che ha tessuto il suo destino già quando era bambina.
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