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Giacomo Leopardi: il pensiero.

Il pensiero del Leopardi trae origine da una visione tragica della condizione umana e giunge ad una concezione meccanicistica del mondo. Per il Leopardi, il mondo è governato da leggi meccaniche, da una ‘’forza operosa’’ che trasforma continuamente la materia senza poter comprendere il fine ed il significato di questo processo. L’uomo stesso è soggetto a queste leggi di trasformazione ed è considerato come una goccia nel grembo dell’oceano, un essere insignificante nel contesto della vita universale e che si annulla completamente con la morte. Quando un uomo scompare, tutti gli altri elementi della natura resterebbero indifferenti, né si turberebbe il ritmo della vita universale. Tale concezione era motivo di orgoglio e di ottimismo per i pensatori del 1700, i quali si liberavano dalle superstizioni del passato e iniziavano a credere nella scienza, per il Leopardi è invece motivo di tristezza perché egli avverte i limiti della natura umana, in contrasto con l’innata aspirazione dell’uomo all’assoluto e all’infinito.

Si possono distinguere tre distinti fasi che hanno portato alla formazione del suo pensiero. Prima di tutto le esperienze dell'adolescenza e della prima giovinezza conducono Leopardi a pensare che la vita sia stata spietata con lui. Come ogni adolescente anche il Leopardi visse il dramma che si verifica quando si hanno i primi urti con la realtà che si rivela diversa da quella immaginata.
Mentre alcuni finiscono per accettare quella che è veramente la vita, inserendosi nella società e operando in essa, al Leopardi mancò proprio questo inserimento, sia per la rigidità del contesto aristocratico familiare sia per l’angustia del suo paese che non gli consentì rapporti umani ed esperienze concrete. Pervenne quindi alla sua prima visione pessimistica della vita, un pessimismo quindi personale e soggettivo. Egli si sente escluso dalla gioia di vivere che vede invece riflessa negli altri. Il suo sentimento di infelicità è stato determinato sia dalla carenza affettiva della proprio famiglia, in quanto la madre si dedicava esclusivamente alla difesa del patrimonio familiare, messo in pericolo dalla cattiva amministrazione del marito. Il conte Monaldo, padre di leopardi, era un convinto assertore dell’ancien regime, legato ai valori tradizionali e ostile ai nuovi principi sociali della rivoluzione francese, in contrasto con le idee democratiche del figlio. Inoltre la formazione isolata e solitaria, lo "studio matto e disperatissimo" che egli ha fatto in modo autonomo e solitario nella biblioteca del padre, contribuì all’insorgere di diverse malattie croniche e alla malformazione fisica. Leopardi a vent’anni si sente quindi già vecchio e imprigionato nella casa paterna.
In seguito Leopardi distoglie gli occhi da sé stesso e comincia a valutare quale sia il vero concetto di felicità.
Si avvicina al pensiero di Rousseau, ritenendo che gli uomini furono felici sono nell’età primitiva, quando vivevano allo stato di natura. Quando essi vollero uscire da questa ignoranza e innocenza istintiva, tramite la ragione, vennero a conoscenza del vero. Tale conoscenza portò alla scoperta del male, del dolore, dell’infelicità, dell’angoscia esistenziale. Per questo motivo Leopardi non crede nel progresso della storia, ma una decadenza da uno stato di inconscia felicità naturale a uno stato di consapevole dolore, messo in luce dalla ragione. Poiché egli considera l’infelicità umana non un dato costitutivo dell’uomo, ma un dato storico, si può quindi parlare di un secondo tipo di pessimismo, ovvero quello storico.
L’ultima fase del suo pessimismo è caratterizzata da quello cosmico, poiché investe tutte le creature. Leopardi rivaluta la ragione, in quanto non porta solo infelicità all’uomo, ma rappresenta un valore importante che gli consente di unirsi agli altri uomini con fraterna solidarietà e a combattere con loro per lenire il dolore. Effetto, però, del pessimismo cosmico è la noia, considerata il più nobile dei sentimenti umani. La noia è il più nobile dei sentimenti umani, in quanto ci mostra l’insoddisfazione dell’uomo, l'insufficienza delle cose esistenti di fronte alla grandezza del nostro desiderio. Per liberarsi dall’angoscia e dalla noia di vivere, Leopardi afferma che ogni uomo dovrebbe porsi uno scopo, anche se ha uno scarso valore, poiché valgono i messi per conseguirlo, le speranze del successo, l’impegno. Il pessimismo di Leopardi non abbatte l’animo umano, ma ci insegna ad accettare la vita e quindi a sopportare anche il dolore.

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