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Giuseppe Ungaretti

Ungaretti è sempre stato considerato, sia da chi lo apprezzava che da chi lo denigrava, il più audace evasore di vecchi schemi e fondatore di una nuova arte. Ma allo stesso tempo viene individuato invece come l'ultimo poeta tradizionale di un'idea della missione della poesia. Nasce ad Alessandria d'Egitto nel 1888 dove vive con il padre (contadino lucchese emigrato per lavorare alla costruzione del canale di Suez); lì Giuseppe si trovò isolato, quasi esiliato dalla realtà vera. Tuttavia Unga-retti non fu isolato dal punto di vista culturale, attraverso le riviste conobbe presto l'avanguardia italiana e francese e ne incontrò protagonisti dal 1912 (anno in cui lascia l'Egitto per continuare gli studi a Parigi)come Picasso, Modigliani, Guillaume Apollinare, Papini e Soffici. Nel 1914 torna in Italia, poco prima dello scoppio della Prima Guerra e appoggia la campagna dell'intervento italiano a fianco della Francia. Tra il 1915 e il 1918 Ungaretti combatté al fronte sul Carso: è lì che nasce Ungaretti poeta, nel confusionario diario di fortuna arrangiato dal soldato sulle cartoline, sulle lettere e sui vecchi giornali. Nel 1916 ne fu pubblicato un libretto che ne conteneva circa ottanta, a Udine: Il porto sepolto. Stretti rapporti con Mussolini ai tempi della campagna e dopo la Prima Huerra quando Ungaretti era corrispondente estero a Parigi per il giornale "il popolo d'Italia" di Mussolini e quando nel 1923 scrisse una prefazione della nuova edizione di "Porto Sepolto"; aderì al fascismo per fiducia in un rinnovamento spirituale del popolo italiano. Tornato in Italia da Parigi con la sua nuova moglie si stabilisce vicino Roma e lavora al Ministero degli Esteri, scriverà nel 1919 "Allegria di naufragi" (che includeva "Porto Sepolto"), nel 1933 la seconda raccolta "Senti-mento del Tempo" che poi ampliò e ripubblicò 3 anni dopo. Vaste polemiche influenzarono la sua fortuna. La sua conversione influenzò inevitabilmente la sua poesia e lo rese una delle voci più si-gnificative della cultura cattolica italiana. Nel 1936, per sei anni, si trasferì in Brasile invitato da un'università a prendere la cattedra di Lingua e letteratura italiana. In questi anni morì il figlio di nove anni.

A causa della Seconda Guerra Mondiale, torna in Italia e diventa docente dell'Università di Roma.
La poetica: Il titolo "Vita d'un uomo" della raccolta completa delle sue opere è volto a sottolineare l'autenticità della poesia come esperienza umana in un tempo in cui l'estetismo dannunziano e la ricerca sperimentale di futuristi e vociani si contrappongono occupando gran parte della scena poetica italiana. L'esperienza ungarettiana non è intima né individuale ma è pura ricerca nel pro-fondo dell'anima di ciò che è universalmente umano. La sua poetica dell'antologia corrisponde a quel potere magico e rivelatore che lui individuava nella parola, parola che spesso riusciva a mettere in contatto realtà distanti e quando ci riusciva ne scaturiva poesia --> tormenti formali che lo portano a una perenne revisione dei testi e alla ricerca dell'espressione assoluta e definitiva. Durante il fascismo Ungaretti volle caricarsi di memoria storica e vi fu una riscoperta della tradizione, un bisogno di ritorno all'ordine che ne modificò la poetica.
Ungaretti riconosce il ruolo della poesia come di scoperta del mistero che è in noi, che coincide con il divino, in un'epoca di precarietà e di prevalenza della materia sullo spirito. Il suo compito era dunque quello di salvare l'anima umana e portare l'uomo alle fonti della vita morale.
L'allegria: pubblicata per la prima volta nel 1919 comprende poesie scritte tra il 1914 e il 1919. Su tutte le poesie del Porto Sepolto troviamo in calce un luogo e una data (come in un diario), accanto ai temi della vita in trincea e la morte, appaiono tempo di contemplazione della natura, ricordi della vita passata, momenti di desolazione esistenziale e elementi di una religiosità indefinita. Elementi principali sono la fratellanza che si consolida attraverso la sofferenza comune e l'attaccamento alla vita. Il titolo originale era appunto "Allegria dei naufragi". Quest'opera è composta da poesie brevi, versi liberi brevissimi con grandi spazi bianchi senza punteggiatura come frutto di una sofferta punteggiatura. Discorsi ridotti a termini esistenziali non scatenati da una trascuratezza-za formale ma da una ricercata essenzialità, idee molteplici indefinite vengono evocate con figure retoriche che destano risonanze profonde e sfumate. Venne inizialmente riconosciuta da qualcuno come una poesia moderna che finalmente non fosse solo una provocazione o un esperimento, ma con la sua interiorità, la sua essenzialità e il suo lessico usuale dimostrava di essere una nuova forma che più in la sarebbe stata molto apprezzata.
Sentimento del Tempo: seconda opera, scaturita dalla vita a Roma e da quel sentimento della tra-dizione. Di quest'opera fanno parte le poesie scritte dal 1919 al 1935, nella prima parte riconosciamo una tematica rarefatta (paesaggi, stati d'animo ed evocazioni mitologiche) descritta con un linguaggio di raffinate associazioni logiche. Riconosciamo in questa prima pare un massimo impiego nella ricerca formale su due fronti: ricerca di suggestione analogica (effetti sonori, astrazione) e sforzo di riconquistare la tradizione poetica italiana (versi regolari, punteggiatura, linguaggio prezioso e aulico). Nella seconda parte del volume, post-conversione religiosa, troviamo in primo piano la soggettività del poeta e tematiche legate alla tradizione cattolica dominate da senso del peccato. Il linguaggio tende qui a una eloquenza sacra.
Nelle raccolte di versi dopo la Seconda Guerra, Ungaretti tenta delle strutture più complesse, in-trecciando la componente personale con meditazioni su temi universalmente umani. L'ispirazione religiosa è prevalente in "Il Dolore" del '47, che è dedicato alle sventure familiari e alla tragedia della guerra. "La Terra Promessa" invece, del '50, era stato scritto come un poema drammatico che cantava l'arrivo di Enea in Italia. Abbiamo dolorose memorie personali e meditazione su temi morali in "Un grido e Paesaggi" del '52 e in "Il Taccuino del Vecchio", del 60. Gli amori del poeta ottantenne vengono descritti nel "Dialogo" (1968) e "Nuove" (1970). In queste ultime opere il recupero della tradizione prevale sulle associazioni analogiche e il tono è un'eloquenza solenne e commossa.
L'opera di Ungaretti compie un cammino solitario lontano dagli sviluppi letterari del suo tempo. Ungaretti si fa riconoscere come un poeta che "è" poeta e non "fa" il poeta, in ogni momento e atteggiamento. Il senso della sua opera è proprio il compromesso tra modernità e tradizione. Unga-retti ha enorme fede nella poesia, nello spirito,nella religione dei padri come accettazione dell'or-dine costituito; tutto ciò ci dimostra la sua visione della poesia come espressione di una sfera spirituale superiore di valori eterni e più forti della crisi dell'uomo contemporaneo.
I primi 20 anni, fino alla Seconda Guerra, Ungaretti fu fonte di grandi polemiche e veniva riconosciuto sia da chi lo sosteneva che da chi no come un poeta di nuova poesia.
Aspramente criticato da Francesco Flora e Alfredo Galletti che lo definiva negativamente oscuro. Il numero di coloro che lo veneravano crebbe allo stesso tempo, come ci ricorda Carlo Bo alla morte di Giuseppe Ungaretti.
Possiamo dire che Ungaretti abbia trovato la sua ispirazione verso la poesia sulla "parola" nella tradizione simbolista francese e che abbia dovuto avvicinarsi necessariamente poi, una volta in Ita-lia, al tono aulico e della consolazione della parola che era l'unica tradizione poetica esistente.


Il porto sepolto

Mariano il 29 giugno 1916.

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla

di inesauribile segreto.

Questa breve poesia porta il titolo della prima e omonima raccolta di Ungaretti, pubblicata a Udine nel 1916. Sono versi che ci parlano della vita dell'autore e della città in cui è nato, Alessandria d'Egitto. Il titolo del componimento è parte integrante di esso, fondamentale per la comprensione del testo: spiega infatti il luogo in cui arriva il poeta, la meta del suo viaggio introspettivo. Questo por-to, definito da Ungaretti "sepolto", è un'immagine carica di simbolismo, in cui il dato reale si fa tramite per comunicare una verità più remota ed universale. L'aggettivo "sepolto" porta infatti con sé l'idea di un mondo sottostante e precedente: è un porto antico che ci ricollega al tempo della nascita di Alessandria (e ad un porto di epoca tolemaica addirittura antecedente), e che ha in sé “un inesauribile segreto”. Qualcuno aveva narrato di questo luogo a un Ungaretti in giovane età che ne era rimasto profondamente colpito. Questo segreto, il porto, è ciò che la poesia riesce a ri-portare alla luce con i suoi versi, e poi a "disperdere", cioè, a diffondere e divulgare tra i lettori: in tal senso, la poesia e l'attività del poeta sono il compimento dell'illuminazione iniziale che ha per-messo la scoperta del mistero stesso.

La narrazione poetica e la parola rappresentano, agli occhi dell'autore e di tutta una tradizione letteraria, un mezzo di conoscenza di se stessi, qualcosa attraverso cui indagare l'ignoto che vive dentro ciascuno di noi. Ed ecco che il ripercorrere le epoche, il discendere per riscoprire il "porto sepolto", diventano simbolo di un viaggio introspettivo che Ungaretti compie grazie alla narrazione poetica. L'idea dell'indagare e della discesa ci riportano immediatamente a una tradizione antica e mitica, ricordandoci pure il tema della discesa agli Inferi, tanto presente nella letteratura classica. Dal punto di vista metrico, Il porto sepolto è emblematico della produzione poetica ungarettiana: la lirica è composta da versi liberi e molti brevi, inframmezzati da pause frequenti. La protagonista assoluta è sempre la parola singola e la punteggiatura è completamente assente.

Veglia


Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore.
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita .

Un’intera nottata
sdraiato accanto
ad un compagno
massacrato
con la sua bocca
contratta dalla morte
rivolta verso la luna piena
con il gonfiore e il rossore
delle sue mani
penetrato
nel mio intimo
ho scritto
lettere piene d’amore.
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita


La poesia "Veglia" è stata composta da Ungaretti il 23 dicembre 1915, ed era inclusa inizialmente nella raccolta "Porto Sepolto", poi confluita nel 1931 in "Allegria". Si tratta della quarta poesia del-la raccolta ed è la prima che affronta il tema della guerra, che Ungaretti visse personalmente tra il dicembre del 1915 fino alla fine dell'anno successivo. È un componimento in versi liberi. Rilevante è l'assenza della punteggiatura, caratteristica mutuata da Ungaretti dalla poesia futurista. C'è una tendenza a versi di singole parole, per dar loro rilievo, per esempio: "digrignata", "penetrata", "massacrato". Nella poesia sono presenti anche: rime e rime interne ("buttato… massacrato"; "digrignata… penetrata"), assonanze (bocca / volta; lettere / piene; tanto / attaccato), allitterazioni (come quella della dentale "inTera", "noTTaTa", "buTTaTo"), che accentuano l'andamento ritmi-co. Tema centrale della poesia è la guerra, che si manifesta nella truce immagine del compagno di trincea ucciso vicino al poeta. L'assenza di punteggiatura e l'uso di participi passati rende persi-stente l'immagine. Leggermente staccata è la frase finale, in cui il poeta mette in evidenza il suo attaccamento alla vita in una situazione disperata di morte. La violenza della guerra fa scoprire al poeta il desiderio di vivere.
Questa poesia di Giuseppe Ungaretti fa parte della sezione intitolata Il porto sepolto all'interno della raccolta L'allegria nell'edizione del 1931. La data in cui il poeta l'ha composta ci indica immediatamente che anch'essa fa parte delle “poesie di guerra” che Ungaretti scrisse mentre si trova-va soldato al fronte in occasione della prima guerra mondiale. In questi brevi versi scopriamo tutta l'intensità di quel sentimento di allegria che l'uomo prova nel momento in cui sfugge la morte e che dà il titolo all'intera opera. Sdraiato accanto a un commilitone morto il poeta avverte più forte che mai la presenza della morte nella vita umana, ma reagisce scrivendo “lettere piene d'amore” e celebrando il proprio attaccamento alla vita.
Dal punto di vista stilistico, notiamo la tipica tensione verso l'essenzialità da parte di Ungaretti e la brevità del testo, tutto incentrato sull'uso del participio passato.
Metro: versi liberi, intessuti di richiami fonici e da ricorrenti rime o assonanze non regolate. Evi-dente anche l’insistenza su alcuni suoni forti e duri, come quello della dentale - t - o della - r - (“intera nottata”, v.1; “buttato”, v. 2; “massacrato”, v. 4; “penetrata”, v. 10; “attaccato”, v. 16).
Fratelli
La poesia fa parte della raccolta L'allegria del 1943: precedentemente, ne Il porto sepolto, il titolo di questo componimento era Soldato. Fratelli fa parte delle poesie composte da Ungaretti durante la prima guerra mondiale, mentre il poeta si trovava volontario al fronte. Il tema principale è quindi quello della precarietà della vita, costantemente posta di fronte a una sensazione opprimente di morte. Anche in questi versi, come in Soldati, la fragilità umana è espressa dall'autore attraverso il confronto tra individuo e natura: i fratelli commilitoni diventano così “foglie appena nate” (v. 5). Con la definizione di “fratelli” (v. 10) i soldati riacquistano la propria umanità ed intima dignità. Attraverso l'immagine de l'“involontaria rivolta dell'uomo” (vv. 7-8), Ungaretti celebra l'istinto di quest'ultimo alla vita e il desiderio insito nell'animo di ognuno di sfuggire la morte e la guerra.

Mariano, il 15 luglio 1916
1. Di che reggimento siete
2. fratelli?
3. Parola tremante
4. nella notte
5. Foglia appena nata
6. Nell’aria spasimante
7. involontaria rivolta
8. dell’uomo presente alla sua
9. fragilità
10. Fratelli
Fratelli è stata composta da Ungaretti il 15 luglio 1916, durante la Prima Guerra Mondiale. Lo schema metrico è quello dei versi liberi, tipici dei componimenti della fase ermetica del poeta. La poesia si apre con una domanda, e il punto interrogativo è l'unico segno ortografico presente nel componimento. In questa fase poetica Ungaretti usa raramente i segni di punteggiatura, di conseguenza risulta molto importante e mostra uno scarto stilistico rilevante. Nella prima frase è presente un iperbato: viene, infatti, invertito l'ordine sintattico (il vocativo "fratelli" è posto in fondo alla frase e in un verso isolato). Fratelli è la parola-chiave dell'intera poesia in netto contrasto con la situazione in cui è ambientato il componimento, durante la guerra. L'ambito militare è sottolineato dalla parola "reggimento" nel verso iniziale. Il vocativo "fratelli" non si rivolge semplicemente-te a una moltitudine indefinita, ma parla anche al singolo individuo. La parola viene posta al di là dello schieramento di appartenenza, quindi il poeta potrebbe rivolgersi anche al nemico. La poesia prosegue con tre analogie correlano tre immagini alla parola tematica "fratelli": "Parola tre-mante nella notte"; "Foglia appena nata"; e "Nell'aria spasimante involontaria rivolta dell'uomo presente alla sua fragilità". In queste immagini è da notare l'uso del participio presente: tremante, spasimante e presente con funzione modale. Importanti perché rendono indefinite e incerte le qualità dei sostantivi, a cui si riferiscono. Tutto il componimento sottolinea il senso di precarietà esistenziale dell'uomo e la sua fragilità, evidente nell'immagine della foglia appena nata e nel for-te enjambement creato tra "alla sua" e "fragilità". Il poeta è consapevole dell'incertezza della vita, soprattutto nella situazione in cui si trova, e lo mostra nel verso "[...] uomo presente alla sua fragilità".
San Martino del Carso

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato

L’immagine di un paese distrutto dalla guerra, San Martino del Carso, è per il poeta l’equivalente delle distruzioni che sono celate nel suo cuore, causate dalla dolorosa perdita di tanti amici cari. Ancora una volta il poeta trova nelle immagini esterne una corrispondenza con quanto egli prova nei confronti dell’uomo, annullato dalla guerra. La lirica, di un’estrema essenzialità è tutta costruita su un gioco di rispondenze e di contrapposizioni sentimentali, ma anche verbali: di San Martino resta qualche brandello di muro, dei morti cari allo scrittore non resta nulla; San Martino è un paese straziato, più straziato è il cuore del poeta. Così, eliminando ogni descrizione e ogni effusione sentimentale, l’Ungaretti riesce a rendere con il minimo di parole la sua pena e quella di tutto un paese, e dà vita a una lirica tutta nuova. La lirica è costituita da quattro strofe. Le prime due strofe sono legate da un’anafora ("di queste case … di tanti") e dalle iterazioni ("non è rimasto … non è rimasto; tanti … tanto"). La metafora "brandello di muro" riconduce all’immagine di corpi mutilati, straziati, ridotti a brandelli. La terza strofa si apre con un ma che ribalta l’affermazione precedente. Come le prime due, le ultime due strofe sono legate da un parallelismo ("ma nel cuore … è il mio cuore") e dall’analogia (cuore = paese). Anche se nulla è rimasto dei compagni morti, "nessuna croce manca": non è svanito il ricorso di nessuno di quei morti. Le croci suggeriscono l’immagine di un cimitero, ma richiamano, naturalmente, anche al sacrificio e alla morte del Cristo.
L’immagine finale del cuore straziato richiama quella iniziale del brandello di muro, racchiudendo il componimento in un cerchio di dolore. San Martino del carso descrive una sorte di "morte della vita": il luogo più vivo del corpo di un uomo, il cuore, sede delle emozioni, è assimilato ad un cimitero, a un regno di more. Così il poeta stabilisce un'analogia tra sè e l'aridità delle rocce carsiche, qui egli confronta il proprio cuore con un paese distrutto, anzi, per opposizione, il cuore ospita le croci che invece mancano nel paese reale, distrutto dai bombardamenti.

FIGURE RETORICHE :
-anafora ("di queste case … di tanti")
- iterazioni ("non è rimasto … non è rimasto; tanti … tanto")
-metafora "brandello di muro"
- parallelismo ("ma nel cuore … è il mio cuore")
- analogia (cuore = paese)
- Epifora: “cuore…cuore” (v. 9 e 11);

- Chiasmo: “nessuna croce manca / è il mio cuore il paese più straziato”. (vv. 10-11-12);
- Allitterazioni: della “a”: “case-rimasto-qualche-tanti-tanto-manca-straziato”; della “r”: “rimasto-brandello-muro-corrispondevano-neppure-cuore-croce-straziato”;
della “c”: “nel cuore nessuna croce manca”.


Soldati

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

Questo breve componimento di Giuseppe Ungaretti si trova nella raccolta L'Allegria, più specificatamente nella parte dell'opera intitolata Girovago. Questa poesia è formata da un'unica similitudine, soldati/foglie; dal punto di vista metrico, la lirica presenta due settenari divisi in quattro versi e un enjambement tra il primo e il secondo verso.
Leggendo il testo notiamo subito come quest'ultimo, insieme a moltissimi altri presenti nella medesima raccolta, si riferisca alla guerra, e sia attraversato da un presagio di morte.
Perché, dunque, chiamare L'Allegria una raccolta di poesie in cui prevalgono tali temi? Ungaretti spiega come il sentimento d'allegria, in questo caso, scaturisca nell'attimo in cui l'uomo realizza di essere scampato alla morte. L'esperienza diretta che il poeta fa della guerra durante il primo conflitto mondiale, la quotidiana tensione verso la vita nell'atto pratico della sopravvivenza, porta al culmine tale sentimento.
Soldati rientra esattamente in questo filone tematico: composta nel 1918, mentre Ungaretti si trovava soldato in trincea nel bosco di Courton, esprime il dramma e la precarietà del momento stori-co e della condizione umana. I soldati vengono qui paragonati a foglie autunnali che, ancora appese agli alberi, procedono inevitabilmente verso la caduta e la morte, vittime dello scorrere del tempo.
Al termine “soldati” è però facilmente sostituibile quello di uomini, e alla guerra è applicabile la più ampia nozione di vita. Così ci rendiamo conto come non siano solo i militari al fronte a vivere una condizione precaria e incerta, ma come sia la natura stessa dell'essere umano a dover fare i conti con la propria finitudine.
Il parallelismo tra uomo e foglie, immagine molto riuscita, non è una scelta letteraria innovativa operata da Ungaretti, ma possiamo ritrovarla in testi poetici anche molto antichi, ad esempio nell'Iliade.


I fiumi

I fiumi è una della poesie più celebri della raccolta L'allegria di Ungaretti. In questo componimento il poeta sembra riassumere i temi della raccolta: la fusione con il paesaggio, il senso della memo-ria, del ripercorrere la memoria filogenetica, ricapitolando la propria esistenza e origi-ne. Attraverso le immagini di quattro diversi fiumi Ungaretti ripercorre la sua storia personale e famigliare: il Serchio, il Nilo, la Senna e infine l'Isonzo, dove la fanteria italiana venne lanciata all'assalto per dodici volte dal generale Cadorna. La tragedia della Prima Guerra Mondiale, tema centrale del Porto sepolto e de L'allegria, sembra essere lo scenario teatrale della vicenda esistenziale del poeta. Ungaretti resiste come un "albero mutilato", unico sopravvissuto di un paesaggio desolato e distrutto. In questa poesia non vengono celebrati i sommersi, ma il poeta celebra se stesso, raccontando la sua biografia. I fiumi quindi si presenta come un'autobiografia scandita dalle immagini dei quattro fiumi, che sono un'immagine di continuità, e preannunciano la ricostruzione nella continuità della natura e della storia.
Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Compara-te. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.


Cotici il 16 agosto 1916
Mi tengo a quest’albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna
Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato
L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso
Ho tirato su
le mie quattr’ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua
Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole
Questo è l’Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia
Ma quelle occulte
mani
che m’intridono
mi regalano
la rara
felicità
Ho ripassato
le epoche
della mia vita
Questi sono
i miei fiumi
Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre
Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d’inconsapevolezza
nelle estese pianure
Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto
Questi sono i miei fiumi
contati nell’Isonzo
Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch’è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre

La madre


E il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Questa poesia appartiene alla seconda fase compositiva del poeta, durante la quale vengono re-cuperate varie caratteristiche della poesia classica, poichè, a differenza della prima fase, ricompare la punteggiatura, mentre i versi diventano più lunghi e la parola non è più valorizzata come in pre-cedenza.Il soggetto di questa poesia è il ricordo, tipico tema di Ungaretti, della madre ormai de-funta. Dal ricordo della madre, però, il poeta trae subito spunto per trattare il tema religioso, che domina completamente tutto il testo. La poesia si apre con due figure retoriche, una dell'ordine, il chiasmo, e una del significato, l'analogia. Le parole dei primi due versi : "E il cuore quando d'un ul-timo battito \ avrà fatto cadere il muro d'ombra", possono essere infatti suddivise in due gruppi logici. Il primo gruppo è costituito dai complementi legati al sostantivo cuore: "il cuore", "d'un ul-timo battito", " il muro d'ombra". Il secondo gruppo è invece costituito dal verbo "avrà fatto cade-re" e dalla congiunzione "quando" legata ad esso. Gli elementi che compongono questi due gruppi logici sono incrociati in alternanza tra di loro, creando così la tipica figura del chiasmo.
"L'ultimo battito del cuore" rappresenta inoltre una perifrasi che sostituisce il sostantivo morte e che crea con "il muro d'ombra" una analogia. Il poeta infatti presenta "l'ultimo battito del cuore", cioè la morte, come un "muro d'ombra", cioè come una barriera oscura. Per il poeta, cioè, la morte rappresenta la barriera, il punto di passaggio oscuro e misterioso tra la vita terrena e quella ultraterrena a fianco del Signore. Nel IV verso, "come una volta mi darai la mano", il poeta parla per la prima volta della madre, dicendo che essa gli darà come una volta la mano, cioè esprime grande fiducia in lei, che come una volta gli era guida nella vita terrena, ora ancora una volta gli sarà guida, nella vita ultraterrena. Nella strofa successiva il poeta descrive la grande religiosità della madre, paragonandola, nella figura retorica della metafora, ad una statua, cioè ad una credente fervida e decisa : "sarai una statua davanti all'Eterno" (v 6). Viene poi espressa la sua fiducia in Dio, poiché ella alzerà verso di lui le sue braccia, così come fece in punto di morte, affidandosi a lui : "Alzerai tremante le vecchie braccia, \ come quando spirasti dicendo :" Mio Dio eccomi" (vv 9/11). Nei versi che seguono, il poeta esprime ancora una volta il fervore religioso della madre, tale per cui solo dopo che lui avrà ricevuto il perdono di Dio, la donna vorrà guardarlo: "E solo quando m'a-avrà perdonato/ ti verrà desiderio di guardarmi" (vv12/13). Questa caratteristica della madre risalta ancora di più grazie all' affermazione del verso seguente, nella quale è detto che la madre lo aveva atteso tanto. La poesia si conclude infine con una sinestesia: "e avrà negli occhi un rapido sospiro" (v 15), poichè alla vista, gli occhi, viene associato il respiro, "un rapido sospiro". In questa poesia Ungaretti tratta non solo, come detto in precedenza, il tema religioso, ma in particolare la sua an-sia e la sua ricerca del divino. Esprime infatti le caratteristiche religiose della madre, cioè la forte religiosità e la fiducia in Dio e, come già detto, anche la sua fiducia in lei, ponendola come propria guida. Così facendo, si prefigge di diventare come lei, e aspira quindi alla sua grande fede in Dio e a Dio stesso.
Mattina
M'illumino
d'immenso

Fa parte dell'ermetismo e con questa poesia Ungaretti ha voluto esprimere tutto l'entusiasmo del nuovo giorno, la sua gioia nel vedere il mondo al mattino. Ciò che produce la sensazione di magia non può essere spiegato, altrimenti perderebbe il suo fascino e secondo molti esperti in letteratura questa poesia è più vera e piena di significati che alcuni romanzi. Bisogna tenere conto che a quanto pare l'ispirazione per questa poesia Ungaretti l'ebbe durante il servizio militare, quando un mattino scorse dalla sua postazione nei pressi di Trieste in montagna il sole riflesso nel mare adriatico che diventa così un annuncio di speranza, e volge il pensiero dalle brutture della guerra alle bellezze del creato.

Il poeta in parole semplici vuol trasmettere la sensazione psicologica e interiore che gli ispira il sorgere del sole, come una luce divina!

Il poeta dichiara la sua improvvisa illuminazione, il momento di intuizione che lo mette in contatto con l’assoluto, eliminando ogni riferimento storico e autobiografico e limitandosi a capire il significato dell’avvenimento.
La presenza del poeta viene colpita da una specie di luce molto forte, che si diffonde e si rispecchia in tutto lo spazio infinito. Così partecipa e vive la sua vita in maniera completa e totale, con sensazioni di benessere e felicità, quasi paradisiache.
Il titolo Mattina indica il momento in cui c’è questa improvvisa illuminazione, come se fosse una comunicazione tra lui e l’infinito.
“M’illumino d’immenso”, solo due parole per esprimere un concetto di una bellezza abbagliante.
L’immensità è in un tramonto di fuoco, in una notte stellata, in un cielo terso illuminato dal sole, in uno stormo di uccelli, in una radura boschiva dai riflessi verdognoli - perlacei, in una cascata d’acque prorompenti, in un fiume placido, nel mare azzurro le cui scogliere piatte o a rilievi frastagliano la costa, nella distesa rurale colorata da fiorellini di campo, nell'orizzonte che si congiunge con il cielo, nel profumo della vita.
L’immensità è tutto ciò e altro ancora: l’immensità è lo spazio che si perde a vista d’occhio, ma anche la grandezza dell’esistenza nella quale noi creature ci perdiamo e ci illuminiamo quando la folgore giunge al cuore sensibile. Ciò che, per Ungaretti, illuminava maggiormente d’immenso, era lo splendore del sole che accendeva il cielo di primo mattino. La sensazione di luminosità era tale da provocare nell'animo del poeta il sentimento della vastità. Egli ha voluto così esprimere con due parole la gioia di immergersi nella bellezza del creato dopo il frangente doloroso della guerra, quando tornò dal fronte con i suoi amici martoriati.

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