Desyc99 di Desyc99
Ominide 63 punti
LA POETICA DI UNGARETTI

Ungaretti avverte la presenza di un mistero che pensa sia celato nell’universo e dentro di noi, ritiene che esso possa essere spiegato per mezzo della poesia, tuttavia sostiene che la sua comprensione non deve essere pretesa. La sua poetica è centrata sulla sincerità e sull’impegno morale: essa diviene espressione di vita; ogni sua lirica, infatti, ha fondamento nella sua biografia.
Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria D’Egitto. Per far fronte alle difficoltà economiche dovute alla precoce morte del padre, insieme alla madre si occupò del sostentamento familiare lavorando in un forno. Da giovane, frequentando caffè letterari e conoscendo diversi poeti e artisti, si avvicina agli ideali anarchici e socialisti. Nel 1914 Ungaretti si trasferisce a Milano; allo scoppio della guerra si arruola volontario nell’esercito. Durante le poche pause tra i combattimenti compone dei versi che verranno raccolti ne “Il Porto Sepolto”, che poi confluirà nell’Allegria. Alla fine del conflitto, Ungaretti si reca a Parigi e successivamente a Roma dove aderisce al fascismo ma rimane estraneo alla vita politica. L’autore si inserisce con facilità nel vivace ambiente culturale romano, conoscendo e incontrando di persona artisti e scrittori importanti. Nel 1942, tornato dall’America Latina dove venne a conoscenza della morte del fratello e del figlio, venne nominato Accademico d’Italia. La fama dell’autore lo portò ad ottenere molti titoli tra cui diverse lauree honoris e un premio internazionale. Il poeta morì a Milano nel 1970.

Per tutta la giovinezza l’autore guarda da lontano la letteratura italiana e legge autori contemporanei dai quali prenderà spunto per le sue prime opere.
Ungaretti si avvicina assai presto agli autori di fine Ottocento: Baudelaire, Leopardi, Mallarmé e Nietzsche. Ungaretti è anche in rapporto con molti autori del Novecento, in particolar modo scrittori ermetici, che guarda come un modello poiché si accorge di quanto potere avesse ogni singola parola. Costante della poetica ungarettiana è, infatti, il culto della parola che viene caricata di pura potenza espressiva. L’autore ha piena fiducia nella poesia come rivelazione di verità. Nella prima fase della poetica ungarettiana, inaugurata da “L’Allegria” un ordine formale è cercato in una struttura formale e in un paesaggio stilistico; si impone lo sperimentalismo e la tensione espressionista. La poesia di tale periodo è caratterizzata dalla frantumazione della metrica e della sintassi, dall’assenza della punteggiatura e dall’uso dell’analogia. Nella seconda fase, inaugurata da “Sentimento del Tempo” si impone un taglio classicistico con il recupero della metrica tradizionale, la normalizzazione della punteggiatura e dello stile e un uso dell’analogia e di un lessico raffinato. La poetica di Ungaretti affronta svariati temi; abbiamo deciso di analizzare e riflettere su quattro in particolare: la religione, la guerra, l’attaccamento alla vita e la natura.
Siamo nel pieno della Grande Guerra quando per l’ideale politico si vive e si muore, quando tutti gli uomini innamorati del socialismo vedono nella politica la nuova religione, ed entusiasti combattono per creare un nuovo mondo. Tutti ne sono pienamente convinti, lo stesso Ungaretti, che toccherà con mano il dolore, la paura, la rassegnazione e la morte vivendo nel fronte; ma combattendo riscoprirà anche la fratellanza e il sentimento religioso. Ecco l’inizio de “Pietà”, una poesia dove il poeta esprime la sua crisi spirituale:
Sono un uomo ferito.
E me ne vorrei andare
E finalmente giungere,
Pietà, dove si ascolta
L’uomo che è solo con sé.
Non ho che superbia e bontà.
E mi sento esiliato in mezzo agli uomini.
Ma per essi sto in pena.

“Sono un uomo ferito” rivela il poeta, ferito da ciò che ha visto e che ancora non conosce ma che cerca di raggiungere con domande che restano comunque irrisolte. Un uomo ferito anche dagli uomini tra i quali è stato esiliato, quasi paragonando la sua stessa esistenza ad un castigo la cui pena consiste nel convivere con altri suoi simili, rivelando tuttavia che “per essi sto in pena”. È un discorso pieno di rabbia, dolore e delusione che sfocia in commiserazione circa l’inevitabile sorte dell’uomo. Non solo le parole profonde, ma anche gli ampi spazi vuoti che si collocano tra le strofe e che metaforicamente separano Dio dall’uomo, rendono la poesia ricca di significato. Profondo è l’abisso lasciato dalle numerose domande che restano senza risposta:

Non sarei degno di tornare in me? (…) /Per cadere in servitù di parole? (...)/Non ti conoscono più che di nome? (…) / Mi discaccerai dalla morte? (...)/Anche la fonte del rimorso è secca? (…)/ La tua legge qual è? (…)
I versi, in particolar modo gli ultimi, evidenziano la fragilità dell’uomo. Ma ancora più forte nella poesia è il tema della paura per l’abbandono, per la solitudine dell ‘uomo dovuta a un Dio che oramai “di noi neppure più ride”; il poeta cerca di urlare e far sentire la propria voce. L’uomo ha perso la speranza stessa perché forse “indegno di sperare”, troppe cose sottolineano la precarietà e la debolezza dell’uomo, c'è troppo dolore intorno perché si possa dire "Credo”.
La precarietà dell’uomo viene presentata in un’altra poesia “Dannazione”, dove l’autore sottolinea la finitezza dell’uomo ma anche la sua bramosità di raggiungere l’Assoluto e il Perfetto:

Chiuso fra cose mortali
(anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?

L’uomo è mortale, circondato da cose mortali, chiuso, quasi soffocato. Tutto è destinato a dissolversi, anche il cielo e le infinite stelle. Nei versi vengono sottolineati i limiti dell’uomo, la sua incapacità nel superarli; nonostante tanta paura e tanta desolazione, l’uomo viene comunque mosso da un desiderio di speranza e di ricerca verso l’unica cosa perfetta e immortale, che non troverà mai fine ma che resisterà sempre: Dio. Il poeta si domanda da cosa nasca ancora una speranza, non si dà una risposta ma spiega al lettore il suo stato di smarrimento di fronte alle domande a cui non trova risposta ma allo stesso tempo ricerca quella completezza interiore e quel desiderio di elevarsi oltre le cose mortali. È difficile pensare che un essere imperfetto e mortale come l’uomo abbia potuto creare l’idea di un essere perfetto e immortale come Dio senza che questi esista realmente e abiti dentro l’uomo; tuttavia sembra impossibile ricongiungersi a Lui e da qui deriva il titolo dell’opera: ”Dannazione”; è dannazione non poter conoscere il senso dell’uomo e della vita, è dannazione ricercare invano senza mai giungere ad una risposta ed è dannazione lo sperare di conoscere la perfezione di un Dio che non si manifesta più all’uomo.

In uno stato ancora confuso, Ungaretti compone “I fiumi”, trattante un nuovo aspetto del suo sentimento religioso:

Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte; (…)

In questa poesia, l’autore tenta di comprendere sé stesso, ripercorrendo quei fiumi incontrati nel suo percorso; il fiume simboleggia il viaggio della vita, ma diventa anche simbolo di dolore, “ora che notte già turbata scorre” e colpisce gli “agnelli” il cui gemito si propaga per le strade, da identificare con gli innocenti colpiti da sofferenza. Si trasmette piena angoscia, angoscia di esserci, che diventa sofferenza per l’”attesa di male imprevedibile”; e aumentano i singhiozzi che diventano ”infiniti” e agghiacciano tutte le case che ormai non sono altro che “tane incerte”. Nel ripercorrere questo fiume, solo una cosa il poeta ha imparato: ”quanto un uomo può patire”; questa conoscenza si trasforma in sofferenza e strazio, e anche in angoscia e ancora in rassegnazione che nasce dalla consapevolezza del dolore come parte inseparabile dell’uomo, e infine in ribellione : si è stanchi di trovare nel dolore altro dolore, che rende impotente e debole l’uomo e come conseguenza le “blasfeme labbra” del poeta si muovono quasi involontariamente nel pronunciare tali parole:

“Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Tuttavia il poeta è consapevole che ogni uomo che vede la sconfitta, il dolore e la morte (“so che l’inferno s’apre sulla terra”), capisce che l’amore per Dio non è un sentimento vano; e più l’uomo, da folle, si sottrae “alla purezza della tua Passione”, tanto il dolore e la morte vengono moltiplicati in Terra. Dalla sofferenza si cerca di rialzarsi per giungere così al cuore di Dio, “sede appassionata dell’amore non vano”. In questo cuore l’uomo ritrova sé stesso nel superare quei momenti che stravolgono ogni certezza. Viene posta fine alla paura “del male imprevedibile”, termina il pianto e rinasce la fiducia di un Dio che non lascia mai.
“Ora vedo chiaro” (“Mio fiume anche tu”)
Nelle sue poesie vi è una vera e propria testimonianza cristiana. La sua intera vita è scandita dalla ricerca incessante di Dio. La prima parte del percorso poetico ungarettiano si caratterizza come periodo adombrato dalla sfiducia verso Dio. Nel secondo periodo Dio è invece identificato come liberatore dell’uomo da ogni paura e dolore.


Tra i diversi argomenti trattati da Ungaretti non possiamo non parlare del tema della guerra, molto comune nelle poesie proprio perché la guerra come sopra scritto fu molto incisiva nella sua vita. Abbiamo deciso allora di considerare diverse poesie con argomento bellico.

‘Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie’


La prima che abbiamo scelto è Soldati. Il fatto che la poesia sia breve non toglie quanto essa possa essere ricca di significato. E’ stata scelta da noi proprio perché le parole usate riescono a spiegare come e quanto la guerra possa essere letale e dura e come la vita di un uomo in missione possa essere appesa ad un filo tra la vita e la morte. I soldati infatti, uomini poderosi, addestrati per combattere ed uccidere, vengono paragonati a delle foglie secche d’autunno che anche il più fievole soffio di vento può far cadere al suolo. Il vento probabilmente starà ad una bomba, ad un proiettile, anche al freddo al quale si è esposti in trincea. Questo a simboleggiare quanto la vita umana possa essere fragile in un contesto così arido ed aspro come la guerra; ma si potrebbe pure pensare che questo non sia solo un pensiero scritto per dei soldati il quale destino è stato già deciso, forse è un riferimento alla vita dell’uomo in maniera generica, dove tutto è da scoprire e l’unica certezza è la morte. Inoltre la debolezza delle foglie viene accoppiata dai brevi versi quasi a voler dare un senso di fragilità al tutto. Da notare come la poesia sia stata lasciata libera, senza alcuna congiunzione o punteggiatura, forse a sottolineare l’inesorabilità della fine.
Un’altra poesia che ha catturato la nostra attenzione è “Non gridate più”:

‘Cessate d’uccidere i morti, /non gridate più, non gridate/ se li volete ancora udire, /se sperate di non perire. /Hanno l’impercettibile sussurro/non fanno più rumore/del crescere dell’erba,/lieta dove non passa l’uomo”

Questa poesia è stata scritta dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale dopo che il fratello ed il figlio furono uccisi. Il poeta esprime tutta la sua agonia e disperazione, celando dietro queste parole un messaggio davvero importante. La poesia ha un significato davvero profondo che forse non viene colto alla prima lettura; l’obbiettivo è chiaro, ovvero l’odio verso la guerra alla quale non viene posta una fine nemmeno quando tutti sono morti, e anche quando questo avviene i corpi dei caduti vengono trafitti da un’altra raffica di colpi. Il poeta chiede di evitare di gridare, dove il grido viene visto come elemento che prorompe il silenzio della quiete. Ma non solo, il poeta invita al silenzio, silenzio necessario per poter udire il messaggio di pace che veniva dalle lapidi dei caduti. Ed il non ascoltare la fioca voce dei morti per poter prendere insegnamento e capire quanto inutile possa essere la guerra, comporterebbe ad un inutile sacrificio di chi ha combattuto per noi.

‘Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto /neppure tanto / ma nel cuore / nessuna croce manca/ è il mio cuore / il paese più straziato.’

Questa è la lirica “San Martino del Carso” città cara al poeta che però fu bombardata e distrutta durante la guerra. Leggendo è subito evidente il senso di smarrimento e dolore che il poeta avverte per la morte di tutte queste vite, tra cui quelle dei suoi cari e dei suoi conoscenti. Nella poesia sono frequenti delle contrapposizioni, che mettono in risalto la sua condizione emotiva: di San Martino resta qualche brandello di muro ma dei suoi cari nessuna traccia, il paese è distrutto, ma il luogo più straziato è pur sempre il suo cuore. In questa lirica Ungaretti dimostra una straordinaria padronanza di aggettivi deittici descrivendo il tetro scenario che doveva rappresentare San Martino del Carso. Quella di Ungaretti è una poesia che esce dal cuore, “cuore” stesso è la parola chiave di questa poesia, in esso egli racchiude tutti i dispiaceri e tutti i momenti tragici che perturbano il mondo e poi li butta giù su un foglio di carta, per far poi in modo che colui che leggerà quelle parole potrà avvertire ciò che il poeta ha vissuto.
La prossima poesia che analizzeremo è “Fratelli”:

‘Di che reggimento siete/fratelli? //Parola tremante /nella notte // Foglia appena nata/ / Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua / fragilità. / Fratelli’

Quest’opera è stata composta da Ungaretti durante la prima guerra mondiale mentre il poeta si trovava al fronte ed il tema principale è la precarietà della vita. E la poesia deve essere letta non dimenticando lo scenario in cui è stata partorita, ovvero sul campo di battaglia stesso. Ciò che il poeta vuole far emergere da questo componimento è che l’uomo in situazioni come di sconforto e smarrimento ha bisogno di un appiglio, appiglio che può essere trovato facilmente grazie alla fratellanza. Il fatto che in guerra, in mezzo al nulla, con poche speranze di vita, una persona a te sconosciuta ti chiami “Fratello” dà molto sostegno, che è necessario alla vita. Da poeta ermetico, ha sigillato la poesia sotto la parola-chiave ‘fratelli’ che viene ripetuta ed addirittura riempie da sola un verso, andando ad aggiungere al tema della guerra anche quello della fratellanza. Viene inserito il termine ‘tremante’ (v.3) per richiamare quel senso di precarietà e di insicurezza e fragilità (v.9) tipico in una situazione come quella della guerra quasi a ripercorre i propri passi della poesia “Soldati”. Ma non è l’unica analogia con Soldati, infatti vi è un richiamo alla natura (Foglia appena nata) sempre a simboleggiare la debolezza dell’uomo che anche questa volta viene paragonato ad una foglia. Però questa foglia è verde ed è forte, forza che può essere stata data dal saluto fraterno dello sconosciuto.

‘Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore.// Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita.’

Questa poesia è stata scritta durante la Prima Guerra Mondiale, quando Ungaretti imbracciava le armi come soldato. E’ percepibile leggendo il senso di amarezza dovuto agli atroci dolori e tristezze che la guerra porta ma si avverte anche un tono di gioia, di felicità. No, non parliamo di un autore sadico che gioisce accanto al corpo di un suo commilitone morto, la gioia è dovuta alla sensazione di esser sfuggito alla morte, così tanto vicina a lui. Egli avverte la morte, la avverte come inevitabile, egli sa che la morte cammina a fianco della vita pronta ad accoglierla ma egli, consapevole, scrive poesie d’amore sentendosi vivo e celebrando la vita. La costruzione “ Buttato vicino” indica quasi un abbandono, una resa, ma il termine ‘compagno’ rassicura e rende meno pesante la visione cupa del campo di guerra, nonostante egli fosse già morto. Nella poesia possiamo notare come diverse parole occupino da sole un intero verso (massacrato v.4, digrignata v.6, penetrata v.10), queste sono chiaramente le parole-chiave che il poeta usa per descrivere lo scenario che la guerra mostra. Ed egli nel suo silenzio, fa partire una riflessione, scrive lettere, ‘lettere piene d’amore’ dice Ungaretti. Ma è solo una metafora, queste lettere sono state scritte per il mondo, per mandare un messaggio di pace ed amore che grida silenziosamente: “No alla guerra”.
Di Ungaretti è inoltre importante analizzare le poesie che parlano dell’importanza della vita, perché in queste poesie è presente l’ermetismo, movimento letterario molto popolare e amato in quest’epoca.
A differenza degli altri tre temi della poesia di Ungaretti non si ha una vera e propria raccolta di poesie riguardanti l’importanza della vita.
Per questo tema si possono trovare,anche,le seguenti poesie : Soldati, Mattina, Sei tu mio fratello,Tutto ho perduto, Veglia.
Una delle più difficili da analizzare è Mattina,sia dalla lunghezza della poesia, sia dal messaggio che, secondo noi, vuole trasmettere ai lettori.
Mattina è una delle più conosciute ed amate poesie di Ungaretti, quello che fa amare questa poesie sono le parole che, pur essendo due (M’illumino d’immenso) riescono ad avere una forza poetica non indifferente.
Mattina è stata inserita nelle poesie sull’attaccamento alla vita anche dal fatto che è stata scritta nel 1917 cioè nel pieno della prima guerra mondiale.
In questa poesia si può dedurre che Ungaretti, pur essendo spossato e stanco dai continui conflitti di quella guerra, non abbandona la voglia di vivere e di scrivere poesie.
Mattina non è l’unica poesia che bisogna ricordare, bensi una delle tante, dato che il lavoro e la bravura di Ungaretti fanno si che la maggiorparte delle sue poesie debbano essere studiate,amate e analizzate dagli amanti della poesia e non.
Ungaretti è conosciuto anche dal fatto che le sue poesie pur essendo nella maggiorparte di breve durata, sono di difficile analizzatura.
Un’ altra poesia degna di essere analizzata è Soldati che, nella sua semplicità riesce a mandare malinconia e tristezza al lettore.

Si sta come
 d'autunno
 sugli alberi
 le foglie


Soldati è una poesia che, insieme a Mattina venne scritta durante la guerra. In questa poesia si puo capire che Ungaretti comprende la bruttezza della guerra e ne esalta l’imprevedibilità.
Analizzando la poesia si comprende che la precarietà dei soldati è come la foglia di un albero in un giorno d’Autunno, ove una piccola brezza puo far cadere la foglia a terra e lasciare il ramo senza più foglie. In questo caso il ramo è la nazione del soldato e la foglia è il soldato stesso che non sa se in quel giorno di guerra perirà o dovrà rialzarsi il giorno dopo sapendo che potrà morire da un momento all’altro.
Un’altra poesia che merita di essere analizzata è Tutto ho perduto. Bisogna analizzare questa poesia non tanto dalla differenza di lunghezza rispetto a quelle citate in precedenza ma tanto dal messaggio che questa poesia , attraverso le parole utilizzate, vuole tramandare il poeta.

1.Tutto ho perduto dell'infanzia 
E non potrò mai più
Smemorarmi in un grido […]
3. Di me rammento che esultavo amandoti,
Ed eccomi perduto
In infinito delle notti.
4. Disperazione che incessante aumenta
La vita non mi è più,
Arrestata in fondo alla gola,
Che una roccia di gridi.

Tutto ho perduto è stata scritta durante la Seconda guerra mondiale. Nella 1° strofa si puo capire che Ungaretti non ha vissuto una vita molto leggera data la morte del padre e lo scoppio delle guerre.
Nella 3° e nella 4° strofa si può notare che Ungaretti sa benissimo che non potrà più avere quegli anni persi in giovane età e sa bene che la sua vita non sarà più la stessa dopo la guerra.
Sappiamo per certo che Ungaretti non era figlio unico, bensì aveva un fratello a cui dedicò la poesia Sei tu mio fratello.
In questa poesia si può facilmente reperire la tristezza di Ungaretti alla scomparso del fratello e altresì, si può capire il dolore e l’attaccamento di Ungaretti verso il fratello scomparso.

1.Se tu mi rivenissi incontro vivo,
con la mano tesa,
ancora potrei,
di nuovo in uno slancio d'oblio, stringere,
fratello, una mano..
[…]
3.La memoria non svolge che le immagini
e a me stesso, io stesso
non sono già più
che l'annientante nulla del pensiero.

Nell’ultima quartina si capisce che Ungaretti sa benissimo che non potrà più riavere il fratello indietro ma sa anche che tramite le immagini dei ricordi puo farlo rivivere dentro di se. Inoltre si capisce che, dalle parole che ha usato nella poesia, amava molto il fratello e la sua scomparsa lo ha colpito al cuore.
Fa parte delle poesie ruguardanti l’attaccamento alla vita anche Veglia, scritta durante la Prima guerra mondiale.

Un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato  […] Non sono mai stato tanto attaccato alla vita

Veglia è stata scritta nel 1917 e fa parte della raccolta delle poesie intitolata L’Allegria. In questa poesia Ungaretti mette in risalto la condizione dei soldati durante la guerra. Inoltre si può facilmente dedurre che Ungaretti mette in risalto la crudeltà e la precarietà delle persone durante una qualsiasi guerra. La bellezza della poesia è data maggiormente dagli ultimi tre versi in cui si intuisce che nonostante la guerra,nonostante la morte che gira intorno a lui in quei momenti ami di più la vita.


Come possiamo notare da molti testi, la natura, nelle sue distinte sfumature, rivestì un ruolo fondamentale nella poetica di Ungaretti. Nei primi componimenti, in cui lo sfondo fu spesse volte quello del conflitto, il poeta descrisse con estrema accuratezza gli scenari naturali in cui avvenivano le sofferte vicende della trincea. L’atteggiamento che lo scrittore assunse, tuttavia non risultò quasi mai neutro, a più riprese fu palese l’aspirazione ad entrare “in armonia” con il creato. Uno dei testi che mette decisamente in mostra il suo legame con la natura è la poesia “I Fiumi” tratto da uno dei suoi libri “L’allegria”. Da qui il poeta si immerge nell'Isonzo, nei cui pressi si sono combattute tante battaglie della prima guerra mondiale. Egli ritorna indietro nel tempo, guardando le sue acque e ricordando altri fiumi che hanno caratterizzato la sua vita ovvero: Il Serchio, che, ha visto nascere i suoi genitori; il Nilo, che gli ha dato i Natali; la Senna, il fiume di Parigi, ha assistito alla sua maturazione psico-culturale.. Quindi il poeta rivisita la sua vita passo per passo. Questo percorso è favorito dal rapporto armonico con la natura in cui egli si sente immerso: lasciandosi cullare dalle onde dell’Isonzo e facendo riaffiorare i ricordi del proprio passato nei confronti del quale prova grande nostalgia, considerato il dramma della guerra che caratterizza il presente. La poesia rappresenta quindi la presa di coscienza, da parte del poeta, di come la guerra turbi l`armonia della natura e renda tutto incerto e precario. La lirica ha quindi un valore autobiografico
Il poeta definisce questa lirica come propria "carta d'identità", contenente i suoi "segni", quelli che gli permettono di riconoscersi ( i "segni" sono i fiumi lungo i quali è vissuto) . Lui in guerra , in un momento di pausa, prende coscienza che "i segni" che serviranno a riconoscerlo saranno i fiumi. Grazie ai fiumi sa in modo preciso di essere un uomo sorto sui limiti del deserto lungo il Nilo , che se non ci fosse stata Parigi non avrebbe avuto l'effettiva maturazione umana e culturale. L'acqua per Ungaretti è purificatrice , è un elemento rasserenante , di unione con la natura , simbolo dello scorrere del tempo.
Bagnarsi nell'Isonzo, lungo il fronte equivale per il poeta ritrovare in quelle onde la memoria di tutti gli altri fiumi che ha visto scorrere e che hanno scandito le varie fasi della sua vita. I fiumi ricostruiscono la sua fibra e lo aiutano ad entrare in armonia con il creato e con se stesso, sebbene permanga un forte senso di nostalgia. Una poesia molto lunga, facilmente divisibile in più parti: una prima parte riflessiva e poi un elenco dei fiumi cari a Ungaretti. Il fiume diventa una sineddoche: sceglie il fiume per indicare la Regione. Tutti questi fiumi confluiscono simbolicamente nel fiume in cui sta vivendo le sue ore più difficili, ovvero l’Isonzo.


“L'Isonzo scorrendo/ mi levigava/come un suo sasso”

L’autore si sente come un elemento della natura levigato dall’acqua del fiume,attraverso una metafora ma anche una similitudine l’acqua assume una funzione rigeneratrice e purificatrice, che richiama l’acqua del fonte battesimale.

“Questo è l'Isonzo/e qui meglio/mi sono riconosciuto/una docile fibra dell'universo”

Adesso compare l’Isonzo, egli qui si è riconosciuto come docile (che si stende al sole, che si fa lisciare) fibra dell’universo, Qui lo spettacolo è la guerra che in questo momento è sospesa. Da questo verso possiamo dedurre che l’Isonzo rappresenta il ricordo sacro all’interno del quale si conserva il valore della vita. Attraverso una metafora è possibile capire che secondo egli l’uomo è una componente dell’universo debole e parte integrante dello stesso.

“Questo è il Serchio/al quale hanno attinto/duemil'anni forse/di gente mia campagnola/e mio padre e mia madre”

In questo momento Ungaretti medita e rivive i suoi anni passati, li scandisce elencando i fiumi che hanno inciso le date della sua vita. Inizia con il Serchio, dal quale per 2000 anni circa,i suoi predecessori hanno preso l’acqua, anche suo padre e sua madre.

“Questo è il Nilo/che mi ha visto/nascere e crescere/e ardere dell'inconsapevolezza
nelle estese pianure”

è il fiume dell’Egitto, dove Ungaretti è nato ed ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza.
Ardere d’inconsapevolezza: il piccolo Giuseppe si sentiva bruciare dal desiderio di fare
esperienze, sentiva, dentro di lui, una vita assolutamente spontanea e naturale, cioè le sue
passioni non erano ancora frenate da una matura autocoscienza


“Questa è la Senna/e in quel suo torbido/mi sono rimescolato/e mi sono conosciuto”
Poi la Senna, il fiume di Parigi nelle cui acque torbide (perché non è proprio limpido, ma torbido dalla vita parigina) il poeta si è rimescolato e si è conosciuto perché è lì che ha studiato e ha capito quale fosse la sua strada. Questi sono i suoi fiumi che poi confluiscono nell’Isonzo.

“Questi sono i miei fiumi/contati nell’Isonzo”

Questi momenti della sua vita ha rievocato nell’Isonzo,durante il bagno del mattino. L’Isonzo diventa come il simbolo della sua ultima definitiva esperienza che accoglie in sé tutte le altre precedenti.


“Questa è la mia nostalgia/che in ognuno/mi traspare/ora ch'è notte/che la mia vita mi pare/una corolla/di tenebre”
Questo è l’ultimo verso, di questa splendida poesia, che ci lascia con bellissima immagine finale poiché, richiama l’idea di un fiore, cioè la corolla fatta però di tenebre perché è notte. Qui l’autore viene preso dalla nostalgia, mentre si sente esattamente un fiore debole avvolto nel buio. Inoltre viene ripresa l’immagine dell’uomo che si sente un filo dell’universo. Questo ossimoro (una corolla di tenebre) dà l’idea della vita come di un qualcosa di misterioso e di labile,difficilmente conoscibile all’uomo. Inoltre è possibile confermare attraverso questi versi come la sua vita appaia fragile proprio come un fiore,fatto di precarietà,di presagi di morte e di dolore.
Arrivati a conclusione di questo lavoro possiamo ben affermare di aver conosciuto meglio ed apprezzato l’operato di un poeta che nelle sue opere sigilla la verità che cerca di comunicare al mondo.
Verità che può essere solo spiegata tramite il culto della parola, elemento fondamentale dell’intera poetica poiché mezzo di comunicazione tra ciò che il poeta avverte ed il pubblico. Poeta che ha vissuto una vita piena di pericoli e che ha rischiato diverse volte la morte, trovatosi in situazioni difficili e travagliate come le due guerre mondiali dalle quali trae inspirazione per scrivere le sue diverse raccolte nelle quali nasconde esplicitamente un messaggio fraterno e di pace.
Il poeta visse in un periodo complesso, segnato da avversità ma che letterariamente parlando era stato già composto da autori precedenti perciò si può pensare che egli avesse strada spianata e rifacendosi agli illustri scrittori potesse creare capolavori. Ma egli più volte ammise che: <<Non cercavo il verso di Dante o di Jacopone o ancora di Leopardi, cercavo il loro canto. Non era l’endecasillabo o il settenario, era il canto italiano, era il canto della repubblica italiana, un urlo composto da mille migliaia di voci e ciascuna esprimeva i propri sentimenti ed emozioni: era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito di tutti quelli di una terra disperatamente amata..>>.
Nei suoi gridi e nei suoi silenzi pensiamo di aver colto ogni più intimo messaggio che l’autore si proponeva di trasmettere: la sua è poesia viva, diretta, profonda, sempre volta a indirizzare a qualche altro senso recondito e che ricorda la vita che scorre, le esperienze degli uomini e i sentimenti che caratterizzano la sua esistenza: il dolore ma anche la fratellanza e l’amore; e inoltre, è una poesia piena di angoscia, felicità, ricerca continua e appagamento.
Tutto ciò che l’autore sente e percepisce viene inserito nelle sue poesie che in primis colgono il suo senso di partecipazione alla vita, il suo entusiasmo, il suo coraggio, la sua consapevolezza dell’essere uomo: “Non so che poeta io sia stato in tutti questi anni. Ma so di essere stato un uomo: perché ho molto amato, ho molto sofferto, ho anche errato cercando di riparare al mio errore, come potevo, e non ho odiato mai. Proprio quello che un uomo deve fare: amare molto, anche errare, molto soffrire, e non odiare mai.” La parola di quest’ “uomo”, a parer nostro, rimane nella mente e nella fantasia che si accende e si stupisce ma, a volte, si zittisce di fronte al capolavoro delle sue poesie.

Hai bisogno di aiuto in Giuseppe Ungaretti?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Calendario Scolastico 2017/2018: date, esami, vacanze