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Giovanni Verga


Verga è un autore siciliano (si capisce dalle ambientazioni), nacque a Catania nel 1840 da una famiglia borghese di agiati proprietari terrieri. Trascorse la sua giovinezza in Sicilia, dove studiò e dove iniziò la sua attività di scrittore. Assistette all’unità d’Italia; egli stesso si era arruolato per la Spedizione dei Mille. Verga aveva ideali di tipo liberale. Dopo il 1861 lasciò la Sicilia per andare a Firenze, dove rimase per alcuni mesi. Firenze era una città molto attiva culturalmente, uno dei centri culturali più importanti era lo storico Caffè Michelangelo, dove lui andava abitualmente ad incontrare gli intellettuali, tra cui i pittori macchiaioli (che utilizzavano la tecnica della macchia di colore). Tra le amicizie importanti di Verga va ricordato Luigi Capuana, scrittore e critico letterario, che gli fece conoscere anche Emile Zola. Dopo Firenze Verga si trasferì a Milano, dove starà per i prossimi 20 anni e dove scriverà tutte le sue più importanti produzioni letterarie. Filippo Tommaso Marinetti fu il fondatore a Milano di un altro movimento conosciuto con il nome di Futurismo. A Milano Verga conobbe anche l’editore di quella che sarà la sua casa editrice, ossia la Treves. La prima parte della scrittura è di tipo amoroso e di ambientazione borghese (i protagonisti sono donne innamorate), di stampo romantico e realista con “Eva”, “La tigre reale”, “Eros” ecc., che ebbero un notevole successo. Nel 1874 Verga scrisse una novella diversa dalle altre, intitolata “Nedda” (=raccoglitrice di olive), dove l’ambientazione è la campagna siciliana; alcuni critici vedono in questa novella l’approdo dell’autore al Verismo. In questa novella, però, non sono ancora state applicate le tecniche veriste. La vera novella che segnò il passaggio al Verismo è “Rosso Malpelo” (1878), ambientata nelle miniere siciliane, che presenta tutte le tecniche del Verismo (oggettività e impersonalità dell’autore). Egli comunque continuò a scrivere anche romanzi borghesi. Mentre Verga è a Milano iniziò a scrivere un ciclo di romanzi, chiamato “I vinti”, dove voleva descrivere con le regole veriste tutte le classi sociali. È composto da 5 libri, di cui ne scrisse solo due (“I Malavoglia”, “Mastro-don Gesualdo” e iniziò anche “La duchessa di Delia”, che doveva essere la continuazione del secondo libro).
Nel 1883, dopo 21 anni a Milano, Verga tornò a Catania, dove si dedicò ala fotografia (nella sua ricerca infinita del vero). Il suo carattere oscuro non gli consentiva di vivere bene a Milano; ormai era sempre più isolato. Nel 1920 vennero festeggiati solennemente i suoi 80 anni da Benedetto Croce (anche lo stesso Pirandello curò un discorso ufficiale in suo onore) e poco dopo morì.
Le motivazioni che lo portarono al Verismo sono: la sua sicilianità, l’incontro con Capuana e Zola, che gli fecero apprezzare le tecniche del Positivismo (oggettività, impersonalità ecc.). Nella seconda metà dell’Ottocento i problemi irrisolti dell’Italia pre-unitaria rimasero intatti nel Meridione, anche dopo l’unità: l’Italia aveva i cosiddetti particolarismi regionali. In quegli anni il Meridione non trovò vantaggi dall’unificazione, in quanto fu resa obbligatoria la leva (di due anni), togliendo braccia all’agricoltura e quindi facendo perdere sostentamento economico alle famiglie, e coloro che non volevano arruolarsi si davano al brigantaggio; inoltre le imposte piegarono l’economia siciliana. Fiorirono poi tutta una serie di inchieste, tra cui quella di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, che documentarono la reale situazione in Sicilia; furono scritte anche le “lettere meridionali” di Pasquale Villari, sulla falsa riga delle inchieste. Verga sentiva molto questi problemi. Tutti questi fattori fecero maturare in Verga l’approdo al Verismo, il quale ha delle affinità e delle differenze con il Naturalismo (il criterio dell’oggettività e dell’impersonalità). Verga voleva descrivere la realtà siciliana del suo tempo, ritraendola come se stesse facendo uno scatto fotografico. Le descrizioni dei suoi romanzi erano crude, perché questi dovevano avere una funzione documentativa. Per Zola descrivere la realtà era denunciare i mali, in una visione di progresso (come uno scienziato), per migliorare la vita. Verga prese le distanze da questo perché egli non credeva nel progresso (visione negativa della realtà); egli è un conservatore (da questo deriva la sua idea che chi nasce povero morirà povero, e se riesce ad arricchirsi, fallirà negli affetti). L’ideale dell’ostrica (spiegato nella novella “Fantasticherie”, il preludio dei Malavoglia e ambientata ad Aci Trezza) consiste nel pensare che la vita dell’uomo è come quella di un’ostrica: finché vive attaccata nello scoglio sopravvive, quando si stacca muore; il reale per Verga è caratterizzato dall’immobilismo sociale: quando un uomo cerca di migliorare le sue condizioni di vita, ossia di uscire dall’ostrica, è costretto a fallire (non a caso il ciclo dei suoi romanzi si chiama “I vinti”).
I Malavoglia sono una famiglia di pescatori che vivono una vita confortevole : possiedono una casa, una barca ecc.. Un giorno decidono di rischiare in un’attività commerciale, comprando a credito da un usuraio (lo zio Crocifisso) un carico di lupini (semi commestibili), si mettono mare e una tempesta fa naufragare la Provvidenza, facendo morire il figlio maggiore. La famiglia dovette ipotecare (e vendere) la loro casa (nel mentre muoiono anche altri personaggi, facendo capire bene l’ideale dell’ostrica).
Le descrizioni di Verga sono documenti importanti per descrivere la situazione dell’epoca.
Nelle opere di Verga è ben visibile l’opposizione al Romanticismo, soprattutto nella descrizione delle persone povere, caratterizzate dal cinismo. Infatti nei Malavoglia la famiglia porta dei valori morali positivi e questa loro onestà morale non viene capita (bensì fraintesa) dal resto del paese (che agisce secondo la logica della roba) che quando va a visitare Padron ‘Ntoni si preoccupa della perdita del carico e non delle morti. La posizione del Verismo è anti-idilliaca (opposta al Romanticismo). Mentre Zola andava di persona nei sobborghi parigini (e aveva il pregiudizio che i problemi sociali derivassero dalle classi basse) per vedere le dinamiche sociali, invece Verga guarda il tutto da lontano (atteggiamento distaccato), anche perché conosceva bene la situazione siciliana, e il suo fine era documentarista. Questo spiega la assoluta oggettività (il narratore non ha diritto di giudicare). La tecnica dell’impersonalità ne è la conseguenza (il lettore deve vedere le cose come dagli occhi dei personaggi, un esempio è la descrizione dei piedi di Padron ‘Ntoni)
Per Verga rimaneva il problema della lingua da utilizzare durante la scrittura: le sue opere non sono state scritte in dialetto, ma egli riuscì comunque a trasportare in italiano le metafore e gli esempi del dialetto. Altre caratteristiche sono il discorso indiretto libero e lo straniamento: il primo consiste nella prevalenza del discorso indiretto (Verga lasciava fluire le parole dei personaggi senza pausa di riflessione, non comuni nel popolo), la seconda consiste nel presentare immagini assurde come se fossero normali.
Verga interruppe la stesura del Ciclo dei Vinti (influenzato dal determinismo e da Darwin) perché indagare sugli strati sociali più alti era difficile (e poteva compromettere l’oggettività) rispetto a quelli più bassi. Nella mentalità siciliana le proprietà venivano chiamate “roba”; la vera ricchezza consiste nel possedere terre.

La Roba e Mazzarò

La novella esemplificativa della teoria della roba è quella di Mazzarò, preludio del Mastro-don Gesualdo, che fa parte delle “Novelle Rusticane”. Egli, protagonista, è un povero contadino che lavorava alle dipendenze dei baroni, il quale investì i suoi guadagni in terre, arrivando a possedere un’immensità di terre, che gli fruttavano tanti soldi, che lui disprezzava (perché rappresentavano le tasse da pagare, ossia la sua unica spesa). I possessori di terre sono ossessionati dalla roba e non sanno godersi i guadagni. Lo stesso Mazzarò era un avaro, e nella novella si lamenterà del costo del funerale della madre; l’unico sfizio che si tolse fu il suo berrettino in seta (che subito sostituì con uno in velluto, meno costoso). Mazzarò considera dei minchioni i baroni, perché non hanno saputo tenersi le terre, non controllando i dipendenti che non lavoravano in loro assenza. L’unica differenza per Mazzarò rispetto alla sua povertà è che non prende più calci nel sedere, ma veniva sempre considerato un povero arricchito. Il raggiungimento della ricchezza ha tolto umanità a Mazzarò.
Nel testo è presente un’antitesi tra l’immensità delle sue proprietà terriere e la piccolezza fisica di Mazzarò. I dipendenti per Mazzarò non sono una risorsa, bensì una spesa.
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