Ominide 525 punti

Giovanni Pascoli

Al contrario dei suoi contemporanei, come D’Annunzio, Pascoli conduce una vita monotona, segnata da una routine lavorativa e familiare. Desideroso di quiete e pace, le identifica con la vita in campagna e con la convivenza con le sorelle. Tuttavia non c’è evento privato che non traspaia dalle sue opere letterarie.
• Nasce nel 1855 in Romagna, è il quarto di dieci figli;
• Nel 1867 il padre viene ucciso da due sicari sulla strada per casa;
• Nel 1868 muore una sorella e qualche mese dopo anche la madre;
• Tra il 1873 e il 1876 subisce altri due lutti, due fratelli e abbandona gli studi universitari in lettere;
• Nel 1879 viene arrestato per aver preso parte ad una manifestazione di stampo anarchico;
• Nel 1882 si laurea in letteratura greca e inizia la sua attività di insegnante; a Massa ricostituisce il nido familiare, facendo trasferire le due sorelle minori;

• Nel 1892 partecipa al concorso internazionale di poesia latina di Amsterdam e lo vince;
• Il 26 ottobre 1895 riceve la nomina dall’Università di Bologna come professore di grammatica greca e latina;
• Nel 1911 pronuncia “La grande proletaria si è mossa”;
• Muore il 6 aprile 1912 a Bologna;

Il Fanciullino

Un ruolo fondamentale nella poesia pascoliana è svolto dal saggio intitolato “Il fanciullino”. Pubblicato nel 1897 sulla rivista “Il Marzocco”, il saggio consta di venti capitoli in cui Pascoli enuncia la propria idea di poesia. Concorrono a delinearla anche suggestioni filosofiche (come la citazione iniziale dal Fedone platonico, in cui a Cebes viene spiegati come non far temere la morte al fanciullino che è dentro di noi) e letterarie. Pascoli afferma anche che l’infanzia è un’età intatta, innocente ed immune alla sofferenza.
Il poeta coincide con il fanciullino che è in ognuno di noi, in tutti gli uomini, che però viene soffocato quando si diventa adulti. Poeta è colui che sa ascoltare il fanciullino e che grazie a lui riesce a vedere cose di cui solitamente non si cura. È anche colui che crea analogie tra oggetti della realtà e immaginazione e comprende tutto attraverso questa facoltà. La poesia non è dunque un’operazione razionale, ma un’apertura alla realtà e alle cose, anche quelle più impoetiche. Questo ha portato sicuramente a nuovi temi e nuovi soggetti. Rifiutata è anche la retorica, per niente in accordo con l’ingenuità di un fanciullo. La poesia deve esplicarsi attraverso i sensi, deve essere intuitiva, rimandando quasi ad un impressionismo poetico. Presente è anche il simbolismo.

“E’ dentro noi un fanciullino”
L’idea cardine è che la poesia sgorga da una dimensione infantile di stupore e di spontaneità, non da una disposizione adulta alla razionalità e si esprime attraverso un linguaggio semplice che rifiuta la retorica.
Nella prima parte Pascoli afferma che il fanciullino è in ognuno di noi per poi passarne in rassegna le varie caratteristiche. Il fanciullino è quello che ha paura del buio, perchè al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle.
Oltre a spiegare la filosofia di Pascoli, l’opera presenta anche molti tratti caratteristici della sua futura poesia, come ad esempio il linguaggio.

Myricae

Il titolo latino Myricae (Tamerici) deriva da due fattori fondamentali: la conoscenza delle piante e dei fiori della campagna, in cui il poeta ha trascorso la sua infanzia, e l’approfondita formazione classica. Nel denominare la raccolta, Pascoli fa riferimento ad una frase della Quarta Bucolica di Virgilio. Proprio dal titolo si ricava l’idea di una poesia agreste, che tratta temi quotidiani, legati ai ritmi delle stagioni e dei campi. Tuttavia, questi temi sono statici, non cambiano nella raccolta ma cambia il modo in cui vengono espressi, sperimentando nuove forme. Intatto è anche il rimpianto per il nido familiare, distrutto dalla malvagità degli uomini. A ciò corrisponde anche il rifiuto della società moderna, avvertita come minacciosa ed inquietante. La natura non ha fine in sè, ma piuttosto funge da sfondo alle angosce e alle paure del poeta. Al contrario delle opere della tradizione classica ed ottocentesca, Myricae no risponde ad un ordine logico, non è più assistita da certezze razionali, non si snoda più secondo nessi causa-effetto. Notevole è ora la musicalità, il ritmo. Utilizzati da Pascoli sono anche termini tecnici, attinti dai gerghi.

“Lavandare” Madrigale in due terzine e una quartina. Le immagini sono semplici ma suggestive: un paesaggio agreste autunnale, una nebbia leggera e un aratro abbandonato nei campi; poi i rumori dei panni sbattuti dalle lavandaie, che cantano e diffondono nella campagna il lamento di una donna abbandonata dall’amante, espresso poi dalla figura di un aratro lasciato in un campo.
La prima strofa gioca principalmente sulle sensazioni visive, il paesaggio e i colori. Nella seconda invece prevalgono le sensazioni uditive con i vari rumori e il canto. La quartina finale, con il canto ispirato da due stornelli marchigiani, fornisce la lettura simbolica del componimento. L’aratro abbandonato che ricompare alla fine è proprio la donna lasciata dall’amante.
“Temporale”
Presenta una successione con le liriche “Il lampo” e “Il tuono”. La lirica delinea in pochi tratti il paesaggio campestre minacciato da un temporale, descritto in modo impressionistico per mezzo di una serie di notazioni acustiche e visive. La lirica termina con l’associazione di un casolare bianco e l’ala di un gabbiano in volo.
Il testo si apre con una sensazione acustica, un’onomatopea (bubbolio), che indica il suono del temporale. I sei versi successivi hanno solamente notazioni visive. In tutto il testo domina la paratassi e i diversi quadri sono giustapposti, senza nesso logico.
La minaccia e il buio del temporale sono squarciati infine dal bianco del gabbiano, un momento di serenità durante un evento traumatico.

Canti di Castelvecchio

Composti nel 1903, la raccolta è posta in continuità di Myricae. L’ambientazione principale è quella rurale e gli oggetti descritti sono principalmente quelli della vita delle campagne: alberi, fiori, animali e suono di campane, che parlano tutti dell’animo del poeta. Molto più intenso che in Myricae è il simbolismo, caratterizzato anche dal fonosimbolismo, ormai una lingua propria delle cose. Si fanno ossessivi anche i motivi della tragedia familiare e del nido.
“Nebbia”
La lirica è costituita da una lunga esortazione alla nebbia, perchè nasconda agli occhi del poeta cosa non vuole vedere e ciò che è lontano. La nebbia è ciò che impedisce di ricordare ed è invocata dal poeta. La struttura si ripete contrapponendo il vicino al lontano. Volutamente non viene specificato dal poeta ciò che la nebbia debba nascondere.
Tutti gli elementi del nido familiare sono carichi di linguaggi simbolici: la siepe isola, il muro difende. Sebbene il dolore faccia parte della vita, vi sono anche figure consolatrici come quella della campagna. Il suono delle campane a fine lirica, evocato con l’immagine del funerale, ha principalmente, a livello psicoanalitico, due scopi: o creare una situazione di fantasia e di sogno o compaiono come voci inquietanti a turbare la serenità del poeta.
“Il gelsomino notturno”
Composta per il matrimonio dell’amico Gabriele Briganti e pubblicata nel 1901 nell’opuscolo dedicato alle nozze. Il componimento è un moderno epitalamio (dedicato agli sposi), in cui Pascoli evoca la prima notte di nozze dei due sposi.
Il gelsomino notturno è un fiore che apre i suoi petali rossi al calare del sole e li richiude all’alba.

La lirica si apre con una “E” che non ha valenza di congiunzione ma pare piuttosto collegarsi a qualcosa di non detto. Al v2 è anche presente l’eco del poema dantesco.
Alle notazioni visive della prima strofa, sono accostate quelle uditive della seconda. Il silenzio della notte, poi voci che bisbigliano.
Infine nella terza strofa, con lo schiudersi del fiore, è sottolineato per analogia l’atto della fecondazione, sia vegetale che umana. Il poeta infatti è come se osservasse dall’esterno la casa dei due sposi. Le immagini erotiche sono un invito all’amore, da cui il poeta è escluso, come custode del nido.
L’ultima strofa inquadra il fiore del gelsomino notturno all’alba, in cui chiude i suoi petali. I petali sgualciti alludono alla concezione che Pascoli ha dell’amore, come violenza e contaminazione. Infine l’urna molle e segreta è chiaramente un’allusione al corpo femminile. Il verso finale allude alla nascita di una nuova vita.

Hai bisogno di aiuto in Giovanni Pascoli?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Come fare una tesina: esempio di tesina di Maturità