Ominide 128 punti

La mia sera - Giovanni Pascoli


Parafrasi

Il giorno è stato pieno di lampi, ma ora compariranno le stelle, le silenziose stelle. Nei campi si sente il verso breve intermittente delle rane. Il tremolio delle foglie dei pioppi fa percepire una sensazione di gioia leggera. Durante il giorno, che lampi e che tuoni che ci sono stati! Che pace invece che c’è una volta arrivata la sera.

Devono comparire le stelle nel cielo così tenero e vivo. In quel luogo, dove si trovano le rane allegre, si può udire il rumore di un ruscello che sembra un singhiozzo monotono. Di tutto quel tenebroso temporale, di tutta quella terribile bufera, non resta che un dolce singhiozzo nella sera umida.

Quella tempesta che sembrava interminabile sì è risolta con il rumore di un ruscello. Dei fulmini che si disegnano improvvisi nel cielo restano nubi dal color rosso porpora e dorate.
O mio dolore ormai stanco, addormentati! La nuvola che durante il giorno era stata più nera è quella che mi appare più rosa di tutte nell’ultima sera.

Che svolazzare di rondini intorno! Che versi nell’aria tranquilla! La fame patita durante la misera giornata prolunga la festosa cena. Gli uccellini durante il giorno non hanno avuto la loro piccola razione di cibo per intero. E nemmeno io… che voli, che versi, mia luminosa sera!

Rintoccano le campane e mi dicono di dormire, mi cantano di dormire, mi sussurrano di dormire, mi bisbigliano di dormire. Là, lontano, sento il rintocco delle campane che annunciano la notte (voci di tenebra azzurra) mi sembrano canti della mamma al neonato, che mi fanno tornare com’ero da bambino… Sentivo la voce di mia madre… e poi più nulla…al calare della sera.

Riassunto

Dopo una giornata tormentata da una violenta tempesta, piena di lampi e tuoni, è finalmente arrivata la sera e tutto si è calmato. Nel cielo si vedono le stelle silenziose, si ode il gracidio delle rane e lo scrosciare monotono di un ruscello, che sembra quasi un singhiozzo. La natura riprende vita: i rondinini, come il poeta, ricevono il cibo che è mancato loro durante il giorno e la fame provata durante l’angoscioso giorno rende ancora più piacevole quella cena. I rintocchi delle campane ricordano al poeta i canti della madre quando era ancora un neonato nella culla. Infine il nulla, sul far della sera.

Analisi

Livello metrico. La lirica è composta da cinque strofe, ciascuna composta da sette novenari e un senario finale. La rima alternata (lo schema della prima strofa è ABABCDCD); (tutti i versi sono piani ad eccezione del 19 e del 34 che invece sono sdruccioli.

Livello retorico. Il testo è ricco di figure retoriche, sia di ordine, sia di suono, sia di significato. Dal punto di vista dell’ordine troviamo alcuni enjambement; quelli che saltano maggiormente all’occhio sono quelli tra i versi 3 e 4, 19 e 20, 27-28, 29-30, nei quali il poeta vuole soffermare l’attenzione dei lettori sulle parole che rimandano alla contrapposizione tra la violenza della tempesta e la tranquillità della sera (“nei campi / c’è un breve tre tre di ranelle”, “dei fulmini fragili restano / cirri di porpora e d’oro”, “la fame del povero giorno / prolunga la garrula cena”). È presente anche una cesura al verso 3, perché viene messo un segno di punteggiatura forte che vuole accentuare il silenzio delle stelle. Infine troviamo un anticlimax nell’ultima strofa: “dicono, cantano, sussurrano, bisbigliano”.
Per quanto riguarda le figure di significato troviamo diverse personificazioni (“tacite stelle”, “singhiozza monotono un rivo”, “rivo canoro), sinestesie (“gioia leggera”, “cupo tumulto”, “voci di tenebra azzurra”) e una metonimia (i nidi al posto degli uccellini).

Livello fonico. La musicalità della lirica nasce da una fitta trama di assonanze, consonanze, allitterazioni e altre figure foniche. Nella prima strofa, per esempio, predominano le vocali di timbro chiaro (a, e); sono numerose le ripetizioni delle consonanti p, t, l, r, come nelle parole “pieno”; “lampi”, “campi”, “pioppi”, “scoppi”; “tacite”, “stelle”, “tremule”, “trascorre”, “ranelle”, leggera”, “sera”). Consonanti di timbro scuro prevalgono in espressioni riferite alla tempesta o del dolore: “cupo tumulto”, “singhiozza un monotono rivo”, “povero giorno”. Anche le onomatopee (gre tre, Don… don…) sono usate come elementi suggestivi.
Il ritmo è solitamente scandito e omogeneo, ma viene ora accelerato da alcune parole sdrucciole, ora rallentato da alcuni accorgimenti come la cesura al verso 3 e gli enjambement.

Livello sintattico. Nel testo troviamo soprattutto delle proposizioni principali e coordinati, quindi ci troviamo di fronte ad una sintassi paratattica.

Livello lessicale. L’autore utilizza generalmente un lessico semplice ed un registro linguistico non troppo ricercato, fatta eccezione per alcuni termini più ricercati, come “tacite”, “tremule”, “rivo”, “canoro”, “cirri” e “garrula.

Interpretazione complessiva e commento


Nella prima parte della lirica il poeta vuole rappresentare la natura rasserenata, mentre la seconda è incentrata sulla simmetrica corrispondenza tra la vicenda del giorno, che si è quietamente concluso dopo la tempesta, e la vicenda biografica, con un’analisi sul significato dell’esistenza del poeta, il quale, giunto alla fase conclusiva della vita, prova un senso di pace e serenità («O stanco dolore, riposa!» si legge infatti nel v. 21). Tutta la natura appare profondamente umanizzata ed è considerata come un organismo vivo e capace di provare emozioni. Essa compare con i suoi suoni e rumori i quali, determinano una poesia particolarmente musicale grazie a una fitta trama fonica di assonanze, onomatopee, consonanze e allitterazioni.
Nelle prime due strofe assistiamo all’estatica comunione del poeta con la natura, poi il riferimento alle vicende personali diventa via via più esplicito man mano che si prosegue nella lettura. In questo momento della “sera”, finiti gli affanni e le tragedie della vita, anche il peggior dolore si stempera nei dolci ricordi dei canti uditi da bambino. Poi giungerà il sonno, e con il sonno il “nulla”, la morte. Questa pace finalmente ritrovata dopo tanto patire, attraverso l’immagine del “nido”, rimanda alla sicurezza data dall’unità familiare e si configura come un ritorno all’infanzia e alle sue immagini rassicuranti, a cui nell’ultima strofa Pascoli si abbandona malinconicamente.
Hai bisogno di aiuto in Giovanni Pascoli?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
×
Registrati via email