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Lampo

Un paesaggio improvvisamente illuminato dalla luce livida di un lampo ci offre una visione stravolta della natura, simbolo del caos del mondo che sfugge a ogni intervento ordinatore, poiché il mondo non appare più compatto, armonioso e ordinato, bensì tragicamente lacerato e deforme.
La terra è descritta con espressioni che fanno pensare all’agonia di un essere vivente “ansante, livido, in sussulto”, il cielo è ridotto a puro caos. I tre aggettivi “ingombro, tragico e disfatto” ci fanno pensare a una catastrofe che ha fatto ripiombare il mondo nel caos.
Il verso iniziale, isolato per mezzo dello spazio bianco dal resto della lirica e introdotto dalla congiunzione “e” che, viceversa, sembra legarlo a qualcosa di non detto, a una precedente meditazione del poeta che enuncia una tragica verità. La luce improvvisa per un istante mette a nudo e rivela la vera essenza dell’universo.

Lo spazio bianco diventa fondamentale e i due punti sono una sospensione tragica.
Allo sconvolgimento degli elementi naturali si contrappone la casa che, tuttavia, non è un rifugio sicuro e protettivo, bensì appare fragile e precario nel silenzio allucinante (il silenzio del lampo non ancora seguito dal tuono). Il bianco della casa che appare e sparisce è contrapposto al nero funebre della notte, è segno di morte e allude alla fragilità umana.
"Apparì, sparì" è un’immagine immediata e simultanea. Sono verbi che si succedono senza essere legati da una congiunzione. Sul piano letterale si riferiscono al lampo ma simbolicamente alludono alla precarietà dell’uomo la cui permanenza sulla terra è brevissima e può essere troncata in un attimo.
"Occhio largo, esterrefatto" è paragonato alla velocità con cui la casa appare e sparisce ed è metafora della morte.
Il poeta stacca dal loro contesto elementi umani e naturali (la casa e l’occhio), ne stravolge le dimensioni (l’occhio acquista le stesse dimensioni della casa e del paesaggio), e li pone sullo stesso piano, eliminando ogni distinzione. In tal modo, il poeta proietta nel mondo esterno la sua visione disperata e lo rappresenta in modo espressionistico, cioè non come esso è, ma come egli lo vede.
A livello sintattico: ricchezza di aggettivazione, climax, ripetizione di “branco”, ossimoro “tacito tumulto”, “nera” chiude la lirica con un’immagine metafora della morte, susseguirsi di immagini visive.
Tuono

Questa lirica presenta alcuni elementi in comune alla poesia “Lampo”: è successiva. La catastrofe è già avvenuta, tutte le cose sono immerse nell’oscurità e nella notte nera come il nulla. Il rumore del tuono è l’ultimo atto di un apocalisse ormai compiuta. Al simbolo del “franare” dell’universo si contrappongono la figura della “madre” e della “culla”, due elementi che simboleggiano la vita che ritorna.
Il componimento si apre con immagini di oscurità e segnali di morte e si conclude con l’annuncio del rifiorire della vita, poiché il nido è sfuggito alla catastrofe.
Il poeta si oppone a tutta la letteratura precedente: usa i nomi specifici quasi scientifici, arriva addirittura a criticare Leopardi (mazzolin di rose e viole). La natura è il nido consolatorio del poeta.
Temporale

È una ballata che rimanda alla tragedia dell’uccisione del padre.
La scena di un temporale estivo, resa con brevi tratti, si apre con una sensazione uditiva: il bubbolio del tuono in lontananza. Il poeta usa un’onomatopea per suggerire il rumore del tuono, lo evoca senza nominarlo; esso rimane indefinito e inquietante, nella sua lontananza, e lo spazio bianco che lo isola all’inizio del componimento lo rende ancor più suggestivo. I versi che seguono contengono elementi contrastanti di colore: il rosso dell’orizzonte infuocato del tramonto verso il mare; il nero del cielo coperto da nubi minacciosi verso i monti; il colore più chiaro di nubi sfilacciate come stracci, e infine il bianco di un casolare che si staglia sullo sfondo nero del paesaggio.
Il poeta associa il casolare all’immagine dell’ala di un gabbiano, usando un procedimento analogico, con l’effetto di trasferire il colore bianco dell’ala del gabbiano, allusione alla libertà, al casolare che richiama l’idea del “nido” salvifico.
"Nero di pece" è un’eclittica perché risalta il nero con l’espressione “di pece”, per indicare il nero assoluto.
L’unico verbo è “rosseggia”. Il casolare richiama il bianco dell’ala del gabbiano, che rappresenta una luce di speranza.
Lo spazio bianco tra il 1 e il 2 verso richiama il tempo che intercorre tra il tuono e il temporale. Ma in senso connotativo è il ricordo della tragedia del padre che lui rivive.
Nel verso nominale la descrizione è uditiva, in seguito è tutta visiva, espressa con l’accostamento di colori.
C’è una regressione all’infanzia che rimanda al dolore del nido disfatto, non riesce a vivere una vita autonoma. In Pascoli il tema è sempre lo stesso, perché è emotivamente bloccato.
È una sintassi nominale basata su una successione di sostantivi e aggettivi semplicemente accostati.

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