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Gabriele D'Annunzio


Gabriele d’Annunzio nacque nel 1863 a Pescara in una famiglia borghese. A diciotto anni si trasferì a Roma per frequentare l’università ma abbandonò gli studi, preferendo prendere parte ai salotti intellettuali mondani. Fu giornalista sia a Roma che a Napoli, dove si rifugiò per sfuggire ai creditori ed è riconosciuto come un grande scrittore e un artista volubile e poliedrico.
La sua produzione prevedeva sia versi che opere narrative, che generavano scandalo per i loro contenuti erotici.
A creare scandalo era la stessa vita del poeta, fatta di avventure, lusso e duelli. L’obiettivo di d’Annunzio era di creare l’immagine di una vita eccezionale (“il vivere inimitabile”), che non rispettava le norme del vivere comune.
D’Annunzio visse sempre in ville di lusso, fatta eccezione del periodo in cui fu costretto a scappare dall’Italia per sfuggire ai suoi debitori, rifugiandosi in Bretagna.
Ispirato dai sogni di azioni eroiche e vitalistiche, il poeta prese parte attivamente alla vita politica italiana. Divenne deputato di estrema destra, disprezzando i principi democratici ed egualitari, ma successivamente passò allo schieramento di sinistra, in maniera del tutto paradossale. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, fu un fervente interventista e fautore di imprese clamorose. Tra queste ricordiamo il volo su Vienna, nonostante il divieto agli aerei italiani di volare nei cieli austriaci, e la cosiddetta “beffa di Buccari”, incursione verso le coste della Iugoslavia su cui inviò dei messaggi che rivendicavano il territorio della “vittoria mutilata”, neologismo dannunziano che indicava i territori che sarebbero dovuti divenire possedimenti italiani secondo il patto di Londra del 1915. Lo stesso d’Annunzio occupò con un gruppo di militari uno di questi territori, la città libera di Fiume, richiedendone l’annessione all’Italia.
Una volta affermato il fascismo, ci fu una collaborazione tra il duce Benito Mussolini e d’Annunzio, nonostante non ci fosse profonda stima tra i due. Mussolini utilizzava d’Annunzio, affermato personaggio pubblico, come cassa di risonanza dei suoi ideali politici, considerandolo al pari di una prostituta, che bisognava elogiare e arricchire con doni. Il politico investì persino il poeta di un titolo nobiliare, nominandolo principe di Monte Nevoso, oggetto di vanto d’Annunzio presso i centri altolocati che frequentava.
Una volta divenuto scomodo alla politica fascista, d’Annunzio fu invitato a ritirarsi nella villa di Gardone, presso il lago di Garda, rinominata dal poeta “Vittoriale degli italiani”, dove dimorò fino alla sua morte nel 1938.
D’Annunzio trasformò la villa in un vero e proprio mausoleo dedicato a se stesso, in cui ripose cimeli di guerra e oggetti sontuosi, come l’autoscafo utilizzato per la “beffa di Buccari”, su cui è riportato l’acronimo MAS, che sta significando “Memento Audere Sempre”, e tutti i suoi beni più preziosi e raffinati. Nella villa è presente anche l’aereo (che il poeta denominò con il neologismo “velivolo”) con il quale sorvolò Vienna e un’automobile, oggetto di culto per d’Annunzio che rivela il suo interesse per la velocità e lo slancio del progresso. D’Annunzio considerava l’auto come attraente al pari di una donna.
Il poeta intraprese innumerevoli rapporti con svariate donne del mondo intellettuale e aristocratico ma in alcune occasioni ebbe legami anche con donne di estrazione sociale inferiore, per provare esperienze mai compiute prima.
D’Annunzio fu un personaggio estroso e conosciuto al grande pubblico italiano che furono fondamentali per il suo successo, nonostante il suo disprezzo per le masse. Egli fu un vero e proprio divo, in quanto visse nel periodo di primo sviluppo di divismo e dei mezzi di informazione. Il suo modo di vivere attraeva le masse a tal punto che nacque un vero e proprio fenomeno legato al nome di d’Annunzio, il dannunzianesimo, cioè la visione di una vita “inimitabile” proposta dallo scrittore fatta di lussi raffinati, sensazioni preziose, avventure erotiche e imprese guerresche, che offrivano un’evasione fantastica alle frustrazione degli individui comuni, schiacciati dalla nascente società di massa. D’Annunzio conosceva le regole della pubblicità e sfruttò tutti i canali di informazione dell’epoca per farsi pubblicità. Egli scrisse le didascalie del film di propaganda “Cabiria” e fu richiesto dal regista per la sua popolarità. Scelse nome alla catena Rinascente e usò il suo nome per la produzione di oggetti prodotti in larga scala, come i profumi. Prese parte sia al mondo cinematografico che radiofonico e intraprese dei rapporti prettamente utilitari con l’esponente politico Mussolini. Anche in ambito letterario, d’Annunzio fu sempre attento a osservare e assecondare il gusto del pubblico, scrivendo opere di generi diversi.
Gabriele d’Annunzio fu un esteta, cultore dell’arte e del buongusto, sprezzante nei confronti della mediocrità delle masse. La fase estetizzante giunge alla sua crisi e culmina nel mito del superuomo, concetto estrapolato, seppur con fraintendimenti, dalla filosofia di Nietzsche. Il superuomo rappresenta non soltanto amore per la bellezza ma anche energia eroica e attivistica. D’Annunzio, che veste i panni del superuomo, si abbatte durante il suo momento “notturno”, causato dalla perdita di un occhio.

La produzione dannunziana


D’Annunzio è autore del Decadentismo. Mentre Pascoli è collocato nel ramo della produzione decadente del simbolismo, d’Annunzio appartiene a un altro ramo, detto Estetismo. La produzione dannunziana consta di una grande varietà di opere, che distinguiamo in fasi diverse.
Le opere della giovinezza

Le opere giovanili hanno come modello d’ispirazione Carducci e Verga, difatti d’Annunzio seguiva le mode. Primo vere (1879) e Canto novo (1882) sono riferiti al Carducci delle Odi Barbare. Mentre Primo vere risulta un esercizio di scrittura, Canto novo riprendere la metrica barbare e il tema della fusione tra il poeta e la natura, che anticipa il futuro manismo superomistico tra il poeta e la natura, conseguente a un vitalismo sfrenato.
Non avendo conseguito uno stile proprio, d’Annunzio è in seguito ispirato da Verga, componendo delle opere di stampo verista, “Terra Vergine” e “Novelle della Pescara”, due raccolte di novelle che riflettono le condizioni della zona rurale abruzzese, di cui sono sottolineate le abitudini scabrose e primitive.

Nonostante il tratto verista di queste due, le raccolte di d’Annunzio differiscono da quelle di Verga poiché mancano di analisi sulla lotta per la vita e descrivono un mondo idilliaco, travagliato da passioni primordiali, che si ricollega alla matrice irrazionalistica del Decadentismo. Inoltre d’Annunzio non osserva in maniera impersonale il mondo descritto, ma lo giudica dal suo punto di vista elevato. Egli si distacca dal mondo rappresentato, di cui non riesce a capire i meccanismi a causa della sua estrazione sociale.

L’Estetismo


Le opere in rime Intermezzo di rime (1883), Isaotta Gottaduro (1886), la Chimera (1890), sono frutto della fase dell’estetismo dannunziano, che si riassume nella frase “Il verso è tutto”. L’arte è il valore supremo e a essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. La letteratura diviene il culto dell’arte e della bellezza, divenendo opera d’arte. Il personaggio dell’esteta, che s’isola dalla realtà della società borghese e che d’Annunzio incarna, è una risposta ideologica ai cambiamenti nell’Italia post-unitaria, che tendeva a emarginare l’artista. Pertanto d’Annunzio vive quel personaggio nella realtà, preoccupandosi di raggiungere il successo tramite le sue opere letterarie e la fama attraverso gli scandali, per riportare l’artista alla sua condizione di privilegio originaria.

La crisi dell’estetismo e il Piacere


Tuttavia d’Annunzio comprende l’incapacità della figura dell’esteta nell’opporsi alla borghesia, comportando la crisi dello stesso esteta e del suo culto della bellezza. Il primo romanzo scritto da d’Annunzio, Il piacere (1889, contemporaneo al “Mastro don Gesualdo” di Giovanni Verga), ne è la testimonianza. Al centro del romanzo di carattere estetizzante vi è la figura di un esteta, Andrea Sperelli, che rappresenta l’alter ego di d’Annunzio e che è presentato all’incipit dell’opera. Andrea è un giovane aristocratico, proveniente da una famiglia di artisti, a cui il padre insegna la lezione di “fare della propria vita un’opera d’arte”, principio che rappresenta una forza distruttrice per il debole Andrea e lo priva di energie. La crisi trova espressione nel rapporto con la donna. Andrea è diviso tra due immagini femminili: Elena Muti, femme fatale, che incarna l’erotismo lussurioso, e Maria Ferres, la donna pure, che rappresenta agli occhi del protagonista l’occasione di un’elevazione spirituale. Sperelli è in realtà attratto da Elena Muti, che lo rifiuta, e utilizza Maria Ferres, la donna-angelo, come un sostitutivo, poiché rappresenta l’oggetto di un gioco erotico più sottile e perverso. Andrea rivela la sua menzogna a Maria, la quale lo abbandona, lasciandolo solo con il suo vuoto e la sua sconfitta.
Il piacere segna la crisi dell’esteta, ma non il definitivo abbandono da parte di d’Annunzio. L’opera è un romanzo psicologico in cui i processi interiori dei personaggi sono più importanti degli eventi esteriori.
Ne Il piacere emerge il gusto estetizzante condiviso da d’Annunzio, il piacere non rappresenta la ricerca della felicità ma il piacere materiale della vita.
I due ideali di donna presenti nel romanzo erano figure comuni nella produzione artistica di quegli anni: si assiste alla raffigurazione della donna vampire, una donna fatale, nelle opere di artisti come Munch e Klimt e si assiste alla descrizione della donna angelicata e ideale nella produzione letteraria di Dante. La contrapposizione tra questi due tipi di donne era già stata presentata nella poesia “Digitale Purpurea” di Giovanni Pascoli, dotata di forte morbosità erotica, tipica della produzione pascoliana. Nell’opera si racconta di due ragazze, Maria e Virginia, educande in un monastero. Durante l’ora di ricreazione, le suore dicono alle ragazze di non toccare la digitale purpurea, fiore vistoso e colorato. Maria, simbolo di purezza, non trasgredisce la regola mentre Virginia tocca il fiore e dopo poco si ammala di sifilide.
Il gusto estetizzante dell’opera è anche rivelato dal principio ispiratore di d’Annunzio di vivere la propria vita come se fosse un’opera d’arte, sulla base del quale si comprende il rapporto che l’autore ha con i protagonisti dei suoi romanzi. Ne Il piacere e nel secondo romanzo di d’Annunzio, Le vergini delle rocce, d’Annunzio costruiscono dei protagonisti vicini alla sua persona, questi condividono lo stesso modo di vivere e di pensare. L’autore dopodiché imita i personaggi che crea per le sue opere, così come avevano fatto l’esteta inglese Oscar Wilde con Dorian Gray e il francese Joris-Karl Huysmans con il protagonista della sua opera intitolata À Rebours, Des Esseints.
Anche in d’Annunzio il rapporto tra arte e vita è fondamentale ma ribaltato, in quando la vita che l’autore conduce riprende quella dei personaggi delle sue opere d’arte. L’autore crea un ideale per poi imitarlo, secondo la massima “vivere una vita come un’opera d’arte”. Il rapporto tra vita e arte è riconducibile al rapporto tra poesia e vero.

Un ritratto allo specchio: Un esteta di fine secolo (analisi del testo)


D’Annunzio presenta il protagonista dell’opera all’inizio del romanzo.
Andrea Sperelli è un membro dell’aristocrazia, che guarda con disprezzo la medica borghesia e crede che il suffragio universale sia stato la rovina del buon gusto, tentando di uniformare tutti gli individui nella democrazia.
Al primo rigo, “grigio diluvio democratico odierno” indica l’epoca attuale legata alla democrazia, vista come un diluvio negativo che sommerge tutto ciò che è raro per l’aristocrazia, che stava gradualmente svanendo.
A questa classe elitista, dotata di delicatezza e buon gusto, appartiene la famiglia Sperelli, di cui Andrea è l’ultimo erede. D’Annunzio racconta che Andrea è sempre stato immerso nell’arte perché fu educato dal padre senza influenze dei pedagoghi e condusse una serie di viaggi per ricercare sensazioni raffinate.
Il padre, ispirato dal romantico Lord Byron, che combatté per portare la Grecia alla libertà e che morì in battaglia, insegna ad Andrea gli ideali di azioni eroiche e di bella vita.
Di fatto il padre aveva rapito e tradito sua moglie così come durante la sua vita d’Annunzio aveva rapito e sposato la principessa Maria Hardouin, di cui era invaghito, per poi tradirla con le sue numerose amanti.
Andrea Sperelli ebbe un approccio alla cultura sia teorico che pratico e, al crescere della sua cultura, cresceva il suo desiderio e curiosità di inserirsi in qualsiasi contesto, dando espansione alla sua forza sensitiva. Tale forza, tuttavia, era causa dell’indebolimento della sua forza morale, dando largo spazio ai piacere da cui il giovane era continuamente attratto.
Il padre di Andrea gli aveva impartito tre motti/massime fondamentali da seguire:
1. “Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte” da cui emerge l’estetismo dannunziano secondo cui l’uomo è visto come fabbro, e quindi artista, della sua vita.
2. “Habere, non haberi” cioè possedere e non essere posseduto, vale a dire esercitare controllo e non essere influenzato da altri.
3. “Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato” questo è un invito a evitare il rimpianto, vivendo ogni sensazione, e il “pascolo” fa riferimento al gregge, livello inferiore rispetto all’elevata aristocrazia.
Nel romanzo il narratore differisce dai narratori di importanti romanzi italiani:
• Foscolo, autore del romanzo epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis, presenta un narratore che coincide con il protagonista.
• Manzoni, autore del romanzo storico I promessi sposi, presenta un narratore esterno e onnisciente che descrive i luoghi delle azioni e conosce i personaggi nei loro aspetti più intimi. Manzoni vuole imporre tramite la sua opera la morale che può migliorare il lettore, conducendolo a una crescita spirituale.
• Verga, autore verista di molteplici novelle e romanzi, tra cui i Malavoglia, non presenta un narratore esterno ma interno, che non coincide a un personaggio singolo e rappresenta una voce corale che comunica i modi di pensare e parlare della comunità. Nel suo tentativo di essere impersonale, Verga non esprime alcun giudizio sulle azioni dell’uomo, che analizza concependo l’essere umano come negativo e immutabile, poiché prodotto di natura (tale concezione è alla base della differenza tra il Naturalismo francese e il Verismo italiano).
Ne Il Piacere, d’Annunzio presenta un narratore diverso dagli altri che, in maniera simile al narratore onnisciente, racconta approfonditamente di Andrea Sperelli, con cui condivide il disprezzo per le masse e la convinzione di essere più sensibile perché appartenente a un élite.

Il Piacere presenta due personaggi, Andrea Sperelli e suo padre, grandi gaudenti e dotati di spirito appassionato, che vogliono vivere una vita “inimitabile”, fatta di esperienze rischiose e uniche. L’opera è estetizzante e inserisce d’Annunzio nel Decadentismo estetizzante. Lo incipit ricostruisce le maniere familiari del protagonista e del suo punto di riferimento, il padre.
I due personaggi rappresentano lo stile di vita perseguito dallo scrittore e Andrea rappresenta l’alter ego dello stesso d’Annunzio.
Nel romanzo il rapporto tra arte e vita, discusso sin dai tempi di Platone (che condannava l’arte come imitazione/mimesi della realtà, che è a sua volta imitazione dell’iperuranio) e dei romantici e veristi, in cui l’arte imita la vita in maniera del tutto fedele. In d’Annunzio il rapporto tra arte e vita è molto stretto e ribaltato, lo scrittore esteta incarna il personaggio che ha precedentemente costruito, di cui analizza la psiche complessa secondo un modo di procedere poco lineare.
D’Annunzio è quindi un dandy, un divo del suo secolo, al pari di Wilde. Il dandysmo si colloca in un’epoca storia di decadenza culturale, dove il dandy è colui che conserva il culto della bellezza e protegge l’arte in attesa di tempi migliori di ripresa culturale.
In quanto esteta, d’Annunzio concepisce l’amore come intrattenimento e fonte di piacere.

Un ritratto allo specchio: Andrea Sperelli ed Elena Muti [libro III e capitolo II] (analisi del testo)


Elena Muti, donna amata dall’eroe, tronca improvvisamente la relazione e scompare. Al suo ritorno, Andrea apprende che, per evitare il disastro economico, la donna ha dovuto sposare un ricco inglese, Lord Heathfield. Andrea è disgustato nello scoprire che il loro sentimento è stato interrotto da motivi di denaro e analizza Elena creandone un ritratto crudele, da cui costruisce un’analisi di se stesso.
Nella prima parte del capitolo secondo, Andrea descrive la donna che amava come una creatura avida di piacere e dotata di grande egoismo, la quale, cosciente della sua bellezza, aveva contribuito a creare un’immagine ideale ed estetizzante di se stessa. Il protagonista rivela la capacità della donna nel dissimulare i suoi bisogni erotici in alti sentimenti, recitando in maniera disinvolta una parte drammatica. Nell’analizzare lo spirito della donna, Sperelli giunge a comprendere la sua stessa anima, in quanto i due personaggi condividono la stessa falsità e capacità di falsificare i loro bisogni fisici in valori estetici. Ciò permette ad Andrea di comprendere le motivazioni per cui Elena ha accettato di rincontrarlo dopo lungo tempo nel giorno di San Silvestro, per provare delle sensazioni nuove che la donna non provava da qualche tempo, sentire un amore platonico con la stessa persona con cui aveva fatto esperienza di un amore carnale.
Sperelli riconosce in lei il suo confondere la sua sincerità con la finzione, i suoi sentimenti con le sue intenzioni superficiali e corporee e riconosce anche in lui questi tratti, secondo la massima “habere non haberi” che incita a dominare e manipolare una persona. Tuttavia, comprendendo di essere sia ingannato che ingannatore, il protagonista conclude affermando che la finzione è un gioco che non porta ad alcun tipo di divertimento.
Nella prima parte del capitolo è utilizzato il discorso indiretto libero per esprimere l’analisi interiore dell’uomo. Successivamente vi è l’intervento del narratore che prende le distanze dal protagonista, su cui esprime giudizi critici. Anche lo stesso protagonista è critico verso se stesso e vede con lucidità il proprio animo.
Al centro dell’analisi di Andrea Sperelli (e dell’autore) è il suo estetismo, oggetto di forte critica. Mentre nei primi due libri del romanzo l’eroe sovrappone le costruzioni estetiche alla vita, paragonando elementi della vita comune a celebri opere d’arte (ad esempio la bellezza di Elena Muti è accostata a quella della Danae dipinta dal Caravaggio), Andrea scopre tali costruzioni estetiche per rivelare la natura umana e corporea su cui si fondano.
Al pari di Elena, anche per Andrea l’aspetto etereo che conferisce ai suoi sentimenti nasconde i suoi bisogni erotici, impulsi sensuali e materiali.
Alla base del romanzo vi è la consapevolezza di Sperelli e di d’Annunzio della crisi dell’estetismo, da cui l’autore vuole prendere le distanze ma da cui è ancora affascinato, così come rivela il passo “Una fantasia in bianco maggiore”.

Una fantasia ¬“in bianco maggiore” [Libro III capitolo III] (analisi del testo)


Il titolo del capitolo fa riferimento alla tonalità cromatica che il poeta parnassiano Théophile Gautier aveva associato alla nota musicale, secondo il processo di sinestesia, tipico della produzione letteraria decadente.
Nel capitolo si racconta dell’attesa di Andrea Sperelli nell’incontrare Elena Muti, la quale lo ha invitato ad aspettarla in carrozza tra le e undici mezzanotte dinanzi alla sua dimora, il palazzo Barberini.
Nella lunga attesa si abbandona alla fantasia di attendere l’altra donna che desidera, Maria Ferres, la donna pura e angelicata.
La fantasia è suggerita per analogia dal biancore della neve, sulla quale immagina camminare Maria Ferres in sua direzione. Sperelli si domanda se dovesse arrivare Elena Muti vestita in porpora o Maria Ferres vestita d’ermellino. Nella sua fantasia la seconda donna prende il sopravvento.
La donna è per Sperelli più candida della neve su cui avanza, presentando uno spunto tratto da immagini bibliche. Il candore di Maria è simbolico, allude alla sua purezza.
Andrea immagina che tutti gli oggetti e piante innevati salutino la donna-angelo con “Ave” e “Amen”. A Maria Ferres, più candida della luna e della neve, è attribuita la capacità di sanare ferite e far sbocciare i sogni, così come i fiori. Tali capacità sono racchiuse nelle mani della donna, che Sperelli immagina di baciare per poi baciarle le labbra. Il rintocco della mezzanotte, dato dai campanili di Roma, risveglia Sperelli dalla sua fantasia poetica, mentre è ancora in attesa di Elena Muti.
Il passo è l’esempio di ciò che egli denudava nel capitolo precedente, il processo estetizzante di creazione d’immagini poetiche che mascherano volgari desideri carnali come menzogna dell’estetismo.
La prospettiva del protagonista è alternata a quella del narratore, il quale non giudica negativamente le illusioni del personaggio, che legittima in quanto poesia, rivelando il fascino di d’Annunzio della fantasia estetizzante che coinvolge Sperelli, suo alter ego.
La sintonia tra autore e protagonista è sottolineata dall’utilizzo dello stesso linguaggio per descrivere la scena sia nelle sequenze narrative, in cui il narratore prende la parola, che in quelle riflessive, in cui è rivelata la fantasia del protagonista mediante il discorso indiretto libero.
In questo passo si effettua una trasfigurazione degli oggetti ed eventi in simboli. Ciò è evidente dal contrasto di colori, il rosso porpora, colore della passionalità carnale, e il bianco dell’ermellino, colore della purezza; dall’insistenza sul bianco, che evoca idee di purezza, i gigli, la luna, la neve. Anche i nomi delle due donne sono simbolici: Maria, il nome della donna angelicata, allude a quello della Vergine. Elena richiama Elena di Troia, la donna fatale e cause di sciagure per gli uomini che aveva fatto innamorare.
Alla fine del capitolo, i capelli scuri di Maria, in contrasto con il biancore della sua pelle rivelano il risvolto carnale che è presente nella donna angelicata, evocando l’idea del peccato in opposizione alla purezza.
Nel passo è presente anche il gusto estetizzante, quasi sacrilego e perverso, di esporre le fantasie erotiche in termini religiosi e sacrali: il cedimento di Maria ai desideri erotici dell’amante è una “immolazione”, un martirio; tutte le cose enunciano formule liturgiche, come “Ave”, “Amen” e “Così sia” e il protagonista utilizza frasi latine scritte sulla falsariga dei passi biblici.
A differenza di opere realiste e veriste, il pasto presenta: 1. Un intreccio di fatti esteriori e l’interiorità del personaggio 2. Alla trama degli oggetti esteriori e materiali si sovrappone una trama simbolica.

D’Annunzio e Nietzsche


D’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche: il rifiuto del conformismo borghese, dei principi di eguaglianza che schiacciano la personalità, l’esaltazione dello spirito dionisiaco, cioè di un vitalismo gioioso e libero della morale comune, e il mito del superuomo.
D’Annunzio riprende e forza questi principi, dando loro una sfumatura antiborghese e imperialistica, in quanto egli si scaglia contro la realtà borghese del nuovo stato unitario fondato sul trionfo dei principi democratici ed egualitari. D’Annunzio sogna l’affermazione di una nuova aristocrazia, una classe di superuomini eccezionali, che sottragga l’Italia alla mediocrità attuale.
Il nuovo personaggio di superuomo introdotto da d’Annunzio non nega però il precedente personaggio dell’esteta, ma lo racchiude in sé.
Il culto della bellezza è fondamentale per la formazione di questa nuova aristocrazia, che deve compiere una missione politica tendente all’imperialismo e al colonialismo. D’Annunzio non accetta il declassamento dell’intellettuale e attribuisce a tale figura il ruolo di aprire la strada al dominio della nuova aristocrazia.

Le vergini delle rocce (1895)


Il titolo del secondo romanzo di d’Annunzio ricorda il quadro del pittore rinascimentale Leonardo da Vinci intitolata La vergine delle rocce.
Il protagonista dell’opera è Claudio Cantelmo, che rappresenta l’evoluzione dell’esteta in superuomo tribuno, colui che intende realizzare il disegno elitista e antiborghese nella politica, riaffermando la rovina a cui aveva condotto la democrazia. L’eroe s’illude che il suo rapporto con una delle tre figlie di una famiglia della nobiltà borbonica in decadenza possa generare il futuro re di Roma, anche lui superuomo, che porti la rinascita dell’Italia dopo il periodo di decadenza morale e politica del suffragio universale (già contestato da Andrea Sperelli ne Il piacere). L’obiettivo dell’aristocrazia è aspettare che il tempo della democrazia decada e allo stesso momento gli artisti devono farsi custodi della bellezza e attendere che il periodo della volgarità della democrazia, che consente a tutti la partecipazione politica, termini. Claudio Cantelmo, così come lo stesso d’Annunzio, si oppone alla mentalità borghese e all’uniformità e omologazione comportata dalla democrazia.
Al termine del romanzo, Cantelmo non sceglie tra le tre principesse ma sceglie la principessa Anatolia, dotata di forza interiore e vitalità, la quale tuttavia è vincolata alla cura della sua famiglia e non può seguire l’eroe.
Claudio Cantelmo cede quindi alla bellezza di Violante, sorella di Anatolia, che s’induce lentamente alla morte con i profumi e che incarna la femme fatale.
Cantelmo, così come tutti gli eroi dannunziani, resta sconfitto e debole, incapace di tradurre in azione le sue aspirazioni.

Il programma politico del superuomo (Libro I capitolo I)


Nelle Vergini delle rocce il narratore è Claudio Cantelmo, che fa utilizzo di un linguaggio aulico, prezioso, ricco di metafore, di figure del sarcasmo ed esclamazioni. L’orazione del protagonista propone un programma politico siccome Cantelmo è sia esteta che uomo d’azione. L’artista per d’Annunzio non deve più isolarsi dal culto dell’arte ma deve modellare la realtà secondo il suo ideale di bellezza e di forza, perché individuo superiore.
Il capitolo si apre con una polemica di Cantelmo alla realtà borghese contemporanea, alla quale si oppone e che osserva dalla città di Roma.
Cantelmo denuncia di tale realtà l’ossessione del denaro e la speculazione edilizia che ha contaminato la bellezza di Roma, distruggendo le ville patrizie. L’eroe decanta una società gerarchica e autoritaria, che stronzi con violenza la “arroganza dei plebei”, e respinge i principi egualitari, i quali appiattiscono l’umanità in uniformità. Pertanto l’eroe rivendica il privilegio degli eletti appartenenti all’aristocrazia, che deve riconquistare il predominio sull’intera società. L’élite privilegiata deve avviare una politica aggressiva verso l’esterno per ridare una potenza imperiale a Roma, che la porti a dominare di nuovo il mondo. In tale contesto, gli intellettuali devono contribuire a questo nuovo quadro politico. I poeti non devono più rimpiangere il passato come il regno di bellezza terminata (punto di polemica dannunziana contro il Decadentismo) ma distruggere la società borghese attraverso la parola poetica e creare così un mondo in cui la bellezza possa di nuovo rivivere.
Nell’attesa che tale riscatto si avveri, Cantelmo si propone un triplice compito: 1. Perfezionare nella sua persona i caratteri della stirpe latina 2. Incarnare la sua visione del mondo in un’opera d’arte 3. Trasmettere gli ideali della stirpe in un figlio.
Questi sarà il superuomo, in cui la stirpe latina toccherà il culmine della sua elevazione e al tempo stesso il nuovo “Re di Roma”, colui che dovrà guidare Roma ai suoi futuri destini imperiali.
L’opera si colloca all’epoca in cui maturava l’idea di un colpo di stato e imporre un governo autoritario. L’aggressività verbale utilizzata nel linguaggio del capitolo si ritrovò in seguito negli sprezzanti e offensivi discorsi fascisti.

Alcyone


D’Annunzio progetta una raccolta di poesie in sette libri intitolata “Laudi” a cui affidò il ruolo di esporre le sue teorie letterarie. Ogni libro della raccolta sarebbe stato intitolato secondo il nome delle stelle delle Pleiadi. L’opera, rimasta incompiuta, vide la stesura di tre libri, tra cui il più apprezzato dalla critica, l’Alcyone.
Il terzo libro appare distante dai primi due e affronta il tema della fusione panica con la natura, introducendo la fase del superomismo panico. Il libro è concepito sotto forma di diario ideale di una vacanza estiva trascorsa dai colli fiesolani alle coste tirreniche tra la Marina di Pisa e Versilia. Le poesie seguono uno schema preciso, riflettono un arco stagionale che va dalla fine della primavera alla fine della stagione estiva. Quest’ultima è vista come la più favorevole al godimento sensuale e induce l’io poetico a fondersi con le presenze naturali e vegetali, arrivando a una condizione divina. Dal punto di cista formale vi sono una ricerca di musicalità e l’uso di un linguaggio analogico, fatto di immagini che si richiamano l’un l’altra. Alcyone è la raccolta poetica di d’Annunzio più celebrata dalla critica, che ha visto in essa una raccolta di poesia “pura”, libera dalle ideologie superomistiche e più vicina alla vera ispirazione del poeta.
In realtà l’esperienza panica cantata dal poeta è una manifestazione del superomismo: solo al superuomo, poiché essere eccezionale, è concetto fondersi con la natura per arrivare ad una forma di vita superiore ad ogni limite umano. Solo il poeta può cogliere ed esprimere l’armonia della natura e rivelare l’essenza misteriosa delle cose grazie alla sua sensibilità privilegiata.

La pioggia del pineto (analisi del testo)


Questa poesia fu composta nell’estate del 1902 o quella del 1903, è ambientata a Marina di Pisa ed è indirizzata a Eleonora Duse, attrice, collaboratrice e amante di d’Annunzio. La lirica descrive la situazione dei due amanti i quali, durante una passeggiata nelle Pinete della Versilia, sono sorpresi dalla pioggia.
La scena è statica, priva di svolgimento e incentrata sull’espressione degli effetti sensoriali dei due amanti, che hanno l’impressione di essere un tutt’uno con la natura. L’esperienza panica vissuta dai protagonisti permette loro di assumere le caratteristiche della natura, vegetalizzandosi, e allo stesso tempo permette alla natura di umanizzarsi.
La poesia presenta una struttura musicale: le quattro strofe presentano versi liberi. Nel sottofondo della pioggia, il poeta distingue il suono di varie voci, il rumore delle gocce a seconda delle foglie più o meno fitte, il canto delle cicale e delle rane, che si alternano come strumenti. D’Annunzio trasforma la parola in musica, utilizzando un linguaggio fonosimbolico che prevede l’uso di rime irregolari a fine verso e interne, l’uso di assonanze, consonanze e allitterazioni.
Un esempio di onomatopea è lo scroscío, suono che è normato in scrosciare, mentre un esempio di allitterazione sono “pini scagliosi” che indica la caduta delle gocce. La simmetrica della poesia è libera e la frammentazione dei versi riproduce la pluralità delle voci che affollano la pineta sotto le fitte gocce di pioggia. Al centro dell’opera si pone il tema panico dell’identificazione del soggetto umano con la natura, il poeta e la donna sono viventi “d’arborea vita”, il volto della donna è “molle di pioggia/come una foglia”. Ermione, nome utilizzato per parlare di Duse, è una creatura “terrestre”, legata alla terra e alla vegetazione. L’identificazione culmina nell’ultima strofa: il cuore delle due creature, il poeta e la donna, è “come pesca/intatta”, gli occhi sono “come polle (sorgenti) tra le erbe”, i denti “come mandorle acerbe.
La sfera sensoriale è legata anche all’amore, definito da Ermione e dall’Io poetico come una “favola bella” priva di sentimento ma garante di un’esperienza sensibile.
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