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Gabriele D’Annunzio


La vita di D’Annunzio è ricca di avvenimenti storici importanti; egli ebbe una vita lunga e fu molto attivo sia politicamente sia culturalmente (scrisse poesie, racconti, romanzi, opere teatrali ecc…), infatti il Dannunzianesimo divenne quasi una moda. Egli visse come un “principe rinascimentale”, sfruttando i meccanismi del mercato borghese. Aveva una grande influenza sulle masse, tanto che Mussolini dovette allontanarlo dalla vita politica, portandolo a vivere nel Vittoriale degli Italiani. Egli però non nacque come politico: si candidò solo due volte, con l’estrema destra e poi con l’estrema sinistra).
Nacque a Pescara nel 1863 da una famiglia modesta, di personalità estroversa; la terra d’Abruzzo gli fu utile per produrre la sua prima raccolta di versi intitolata “Primo Vere”, utilizzando la trovata pubblicitaria della precedente morte dell’autore; questo fatto gli diede grande notorietà. Si recò a Roma per iscriversi in letteratura all’università, ma non riuscì a laurearsi. Scrisse articoli presso alcune testate giornalistiche, conducendo una vita all’insegna della mondanità, pubblicando tra l’altro la raccolta “Canto Novo”, per poi decidere di dedicarsi alla prosa. Sposò Maria di Galles, ricca duchessa che gli diede tre figli. Ebbe anche relazioni extraconiugali, una delle quali fu con Barbara Leoni (a cui dedicherà anche alcuni componimenti), che lo portò a lasciare la moglie. D’Annunzio fu persino condannato per adulterio. Nel 1889 pubblicò il suo primo romanzo, “Il piacere”, all’insegna del tema dell’esteta (Andrea Sperelli è un vero e proprio esteta). Mentre è a Roma si indebita ed è costretto a fuggire a Napoli (i suoi romanzi venivano acquistati dai borghesi, che lui criticava, ma che gli permettevano di sopravvivere), dove lavorò come giornalista per Il Mattino, fondato in quegli anni da Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio. Nel frattempo conobbe Maria Gravina (che provocò un grande scandalo) e lesse Nietsche e il Naturalismo.
Le figure dannunziane principali sono l’esteta e il superuomo, ma nessuno di questi personaggi riuscirà a realizzarsi (sono destinati a fallire) e l’antagonista per eccellenza è la figura femminile. D’Annunzio si era reso conto che nella società borghese le dinamiche erano talmente radicate che non sarebbe bastato un superuomo per ribaltarle (l’affermazione del superuomo è impossibile). Contemporaneamente a D’Annunzio scrisse Pascoli, con il fanciullino, che è l’opposto. La descrizione del superuomo deriva dalla lettura di Nietsche, e questo personaggio ha la capacità di riportare lo spirito dionisiaco. Il fanciullino invece vive lontano dalla società borghese. Entrambe queste figure non sono realizzabili. Il superuomo di D’Annunzio è una figura concreta, caratterizzata da volontà di potenza, capace di ergersi sopra la massa, di cui non ha nessuna considerazione positiva (il Fascismo ne prende gli ideali).
Nel suo romanzo “Vergini delle rocce” D’Annunzio parla di un uomo (Cantelmo) che va alla ricerca di una donna per generare un uomo che ricominciasse la stirpe latina (del superuomo), ma non ne trova una adatta; questo è un visibile esempio di razzismo, infatti mentre in Germania si stava affermando la razza ariana, in Italia vi era quella latina.
I romanzi che seguirono al soggiorno napoletano furono all’insegna del superuomismo. Il tema del panismo (dal greco pan=tutto, che corrisponde all’aggettivo latino omnis, omnes) è la chiave di lettura del reale per il superuomo. Il panismo è l’identificazione dell’io con il mondo che ci circonda, soprattutto la natura; il superuomo è colui in grado di fare un’immersione panica nella natura ed è l’unico a poterlo fare. La poesia “La pioggia nel pineto” è esemplificativa del panismo, dove D’Annunzio e una donna fanno una passeggiata nel litorale toscano quando la pioggia inizia a scendere e questa opera una metamorfosi nel corpo dei due: i loro volti diventano volti silvani, come se i due si stessero trasformando in piante, entrando in completo contatto con la natura (posizione riservata, dedicata solo ai superuomini). Dopo “Il piacere” venne pubblicato “Il trionfo della morte” (sempre a Napoli).
Da Napoli D’Annunzio si recò in Grecia, poi a Venezia, dove conobbe Eleonora Duse, che diventerà la sua musa ispiratrice (si crea un vero e proprio sodalizio) per 8 anni. Per lei scrisse anche opere teatrali, e con lei si trasferì in Toscana nella tenuta della Caponcina, dove scrisse opere in versi. Egli aveva progettato di scrivere un ciclo di poesie, diviso in libri (Elettra, Maya e Alcione sono gli unici che scrisse). Il capolavoro di D’Annunzio è proprio l’Alcione, da cui è tratta “La pioggia nel pineto”.
Successivamente D’Annunzio scappò in Francia per motivi economici, dove continuò a scrivere.
Nel 1914 scrisse le didascalie per il film “Cabiria”; nello stesso anno soffiavano venti di guerra e D’Annunzio fu un interventista e partecipò alla guerra, all’età di quasi 50 anni; la sua partecipazione fu un’esperienza straordinaria, al contrario di quella di Ungaretti, mandato sul Carso. D’Annunzio guidava un aeroplano (atterrò anche a Villacidro e dedicò una poesia alle sue cascate). Combattendo in aeroplano , D’Annunzio rimase ferito ad un occhio, conoscendo un periodo di cecità. Accudito dalla figlia Renata (nata da Maria Gravina), scrisse poesie su strisce di carta. Tornato in guerra, divenne famoso perché, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918 si recò con due motoscafi a largo della Croazia e silurò delle navi austriache a Buccari (la “beffa di Buccari”). Pochi mesi dopo sorvolò Vienna lanciando dall’aeroplano dei manifesti tricolori. L’impresa che lo rese davvero famoso fu quella di Fiume (dopo la “Vittoria Mutilata”, dove l’Italia non ricevette nessuno dei territori promessi, i cosiddetti irredentisti si batterono per avere quelle terre), dove D’Annunzio, con degli alleati, fece la cosiddetta “Marcia su Fiume”, conquistandola con la forza. Questo causò un grosso incidente diplomatico, e a seguito D’Annunzio fu costretto ad andarsene. L’impresa fiumana fallì e D’Annunzio si ritirò sul lago di Garda (1920), nel Vittoriale degli Italiani (ex Gardone), continuando a scrivere fino al 1° marzo 1838 quando morì, indebolito nel fisico (faceva spesso uso di droghe). Il Vittoriale è enorme, ci sono persino una nave e un aeroplano.
D’Annunzio non poteva essere che antiparlamentare e antidemocratico; la sua ideologia era molto seguita dagli italiani. Le sue idee si sposavano bene con il fenomeno del nazionalismo, nato dopo l’Ottocento. Come per la sua vita, anche la sua politica doveva essere spettacolare: prima si candidò alla Camera con l’estrema destra e poi con l’estrema sinistra. D’Annunzio non aderì al Fascismo, ma fu questo ad essere dannunziano. Egli fu creatore di alcuni moti che poi prese il Fascismo; egli offrì anche un modello di ribellione (la “Marcia su Fiume”) imitata dalla la “Marcia su Roma”. I rapporti con Mussolini non furono semplici, perché D’Annunzio lo criticava molto: aveva criticato particolarmente l’assassinio Matteotti e l’alleanza con Hitler, anche se il Duce spesso visitava il Vittoriale, anche per fargli un tributo, monumentalizzandolo e rendendolo inoffensivo.
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