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Gabriele D'Annunzio

Gabriele D’Annunzio è sicuramente il più conosciuto poeta decadente italiano; ebbe, infatti, una risonanza a livello europeo, a differenza di quanto è avvenuto con Pascoli, che sebbene fosse il vero innovatore della poesia italiana, era rimasto a livello provinciale. D’Annunzio diventa, invece, la vera espressione eclatante della letteratura italiana.
L’influenza di D’annunzio si esercitò, oltre che nell’ambito della letteratura, sul costume e su tutta la società italiana e, per parecchi decenni, almeno fino alla prima guerra mondiale, egli mantenne un vera e propria egemonia come modello di comportamento e di gusti.
La vita e l’ideologia
Per risalire all’ideologia, risulta fondamentale analizzare alcuni aspetti della vita dell’autore poiché è strettamente collegata con gli eventi storici e sociali del suo tempo.

• Nacque a Pescara nel 1863 da famiglia di media borghesia.
• Tra il 1881 e il 1891 si protrae il cosiddetto Periodo Romano, in cui vive avventure mondane e duelli, nonché scrive le novelle e Il Piacere.
In questa prima fase, D’Annunzio sembra rifarsi ai due esempi più illustri che in vario modo sintetizzavano e concludevano l’Ottocento, quali Carducci e Verga, ma questa impressione svanisce. In prosa (i racconti confluiti poi nelle Novelle della Pescara), ai temi apparentemente affini a quelli verghiani, il giovane narratore si accostava non spinto dalla pietà umana, ma proteso alla ricerca della sensazione acre e violenta, affascinato dal barbarico, dal primitivo, dalla violenza e dal sangue. In tal senso, il piacere si basa anche sulla sensazione acre e violenta. Anche in quel modo egli prova piacere.
In poesia, all’interno di forme metriche barbare, fermentava una disposizione di acceso sensualismo, cioè di piacere provato con i sensi, una bramosa celebrazione del godimento (l’immensa gioia di vivere, di esser forte, di esser giovane, di mordere i frutti terrestri con saldi e bianchi denti voraci), una sensibilità quanto mai disponibile ad ogni sollecitazione.
Questo atteggiamento permarrà a lungo nella produzione dannunziana, ma si complica via via per le influenze culturali che il giovane autore, vorace conoscitore delle letterature europee, assorbiva.
• Nel 1891-93 scrive L’Innocente e il Poema Paradisiaco. Queste due opere segnano una nuova fase dell’arte dannunziana: è la stanchezza che segue alla realizzazione del piacere, il ripiegamento, la sazietà della carne che genera malinconici vagheggiamenti di bontà, di ritorno ad una vita pura e di innocenza.
Intorno al 1892 è da collocarsi anche un’altra sollecitazione culturale, cioè la lettura di Nietzsche, del quale coglie soprattutto le indicazioni politiche e la morale del superuomo. In tal modo si ha il passaggio dal superuomo esteta, che disprezza il suo tempo solo in termini estetici, al superuomo tribuno/esteta armato.
• Dal 1898 al 1909 si protrae il cosiddetto Periodo Fiorentino, quando conobbe Eleonora Duse e compone le Laudi.
• Dal 1910 al 1915 si protrae il cosiddetto Periodo Francese.
• Dal 1919 al 1921 occupa la città di Fiume in opposizione al governo italiano e alla decisione della Conferenza della Pace di Parigi.
• Nel 1921 compone Notturno.
• Nel 1938 muore.

Il Piacere (1889)


La vicenda è ambientata in una lussuosa Roma di fine secolo. Ultimo rampollo di un’antica famiglia nobile, Andrea Sperelli è un giovane che vive esclusivamente per l’amore, l’arte e la cultura. Sensibilissimo e raffinatissimo, conduce un’esistenza estetizzante.
Quando la sua amante, Elena Muti, l’abbandona senza alcun motivo, Andrea inutilmente cerca conforto in numerose avventure. In questo periodo dobbiamo dimenticarci la ricerca di D’Annunzio di valori etici e morali, bensì sarà ancora un adagiarsi che porta con sé l’impronta dell’estetismo e della ricerca del piacere.
Rimane ferito in duello e si rifugia nella villa della cugina in cui ha occasione di rigenerarsi e di ripensare alla propria vita dissoluta, ma anche di incontrare una giovane donna, Maria Ferres, di cui si innamora. Corrisposto, non riesce però a liberarsi dell’influsso delle passate esperienze con Elena, e l’amore per le due donne, di natura così diversa, finisce per confondersi e diventare un tutt’uno: Andrea non fa che rivivere con la nuova amante l’amore per la prima.
Ma l’ambiguo rapporto viene troncato quando Andrea, in un momento di trasporto, si lascia sfuggire il nome di Elena e Maria scopre il fondo equivoco di quel legame, fuggendo abbandonandolo nella disperazione dell’amore perduto.
Il genere e le tecniche narrative
Il Piacere è un romanzo a sfondo realistico, che risponde tuttavia a esigenze antirealistiche quali l’egotismo, cioè l’esaltazione narcisistica di sé, le suggestioni magiche, le allusività musicali, il godimento della parola perfetta.
Inoltre, tra D’Annunzio e Andrea Sperelli intercorre una perfetta sintonia, in quanto entrambi ambiscono a una vita inimitabile secondo gli ideali di grandiosità.
Il romanzo tende a superare la vicenda e l’intreccio tradizionale sostituendoli con il ritratto interiore di un solo personaggio. Tuttavia, D’annunzio introduce alcune variazioni sia nel tempo della storia, in quanto la storia d’amore tra Andrea ed Elena è il frutto di un flashback, sia nella scelta di raccontare la vicenda mediante un narratore in terza persona, che comunque assume il punto di vista del protagonista.
Analisi dell’opera e dei personaggi
Il piacere è un concetto chiave del pensiero dannunziano, che si basa sull’ardore sensuale e sull’artificio.
Il protagonista dell’opera è Andrea Sperelli, un raffinato che predilige gli studi insoliti e rispecchia la figura del superuomo esteta (= colui che vive, comprende e produce il bello, che è ciò che dà senso alla vita, colui che sa fare della propria vita un’opera d’arte).
Abita limitrofo a Piazza di Spagna e la prima volta che incontra la prima superdonna, Elena Muti, la vede mentre sta salendo una scalinata di un palazzo nobiliare con indosso un abito lungo con ricamato in oro sulle spalle il sole nascente. Nel modo in cui la descrive si capisce già che appartiene a un mondo diverso che solo pochi possono comprendere. Elena Muti completa il suo io prettamente esteta del vivere: si tratta di un’unione sensuale, cioè la ricerca del massimo del piacere attraverso i sensi.
Maria Ferres è la seconda superdonna, da cui è attratto poichè vuole provare il piacere legato a una ricerca spirituale: per completare il superuomo c’è bisogno di due superdonne, una sul piano della sensualità e l’altra sul piano ancora della sensualità ma di stampo pseudo spirituale.
Il ritratto di un esteta  il seguente brano traccia il ritratto morale di Andrea Sperelli: è l’ultimo discendente di un’importante famiglia e ha trascorso la giovinezza con il padre, che lo ha educato al gusto per l’arte e all’avidità del piacere.
La sua “educazione estetica” si può sintetizzare con l’espressione: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”: cioè, vivere il culto della bellezza, inseguire l’ideale di un vivere inimitabile è l’unico modo per elevarsi da una vita mediocre e sottrarsi alla volgarità dell’esistenza comune e borghese.
La sua formazione è equamente divisa tra lo studio e le esperienze della vita reale che provocano in lui un duplice effetto: da un lato accrescono la sua passione per una vita dedita all’arte, ma dall’altro distruggono la sua forza morale. Il tutto poi avviene sotto il segno della più assoluta libertà, poiché secondo il padre la regola di ogni artista e “uomo di intelletto” si può riassumere con il celebre motto: “habere, non haberi”  “possedere, ma non essere posseduti”, che è in sintesi il principio proprio del superuomo esteta.
Tuttavia, tutto ciò è vissuto dal protagonista in modo problematico e sofferto: l’equazione “costruire la vita = realizzare un’opera d’arte” sembra essere una condanna, più che una gioia. L’insegnamento del padre quindi si trasforma in una forza distruttrice che lo priva di ogni energia morale e creativa, in malattia dello spirito.
Andrea Sperelli è infatti un malato a cui manca la forza di volontà, aspetto comune a molti personaggi decadenti, così come è schiavo delle sue passioni e della sua curiosità, in quanto subordina le sue migliori facoltà al piacere sensuale e sostituisce ai criteri morali quelli estetici.
Andrea è un esteta che manifesta la sua eccezionalità isolandosi dal mondo del tempo per vivere in un suo universo di bellezza e di piacere: al presente preferisce il vagheggiamento del passato, e alla realtà preferisce il sogno e l’immaginazione.
Nella parte finale del brano mostra gli effetti che gli insegnamenti paterni hanno avuto su di lui: infatti, la facilità con cui apprende le regole di una vita da esteta lo portano a condurre un’esistenza fondata sulla menzogna, non solo verso gli altri, ma soprattutto verso se stesso finendo con il renderlo prigioniero del proprio personaggio.
In conclusione, possiamo affermare che egli appare come una sorta di “doppio” di D’Annunzio che gli conferisce molti tratti ed esperienze personali, vissute o solo desiderate.
Il verso è tutto  in questo brano Andrea Sperelli elogia la forza e la capacità del verso che “è tutto e può tutto”. Questa enunciazione è tipica della poetica del Decadentismo, di cui uno dei concetti chiave è proprio quello dell’arte come valore assoluto. Qui le concezioni poetiche del protagonista coincidono con quelle dell’autore.


L’innocente (1892)


L’Innocente un romanzo scritto in forma di confessione dell’egocentrico ed esteta protagonista Tullio Hermil, che ripercosse le vicende che lo hanno portato a compiere un orrendo delitto: l’uccisione di un innocente. Tullio tradisce ripetutamente la moglie Giuliana e riscopre l’amore coniugale solo dopo la fine della tormentata relazione con l’amante. A poco a poco, però, si insinua in lui il dubbio che la moglie abbia a sua volta una relazione extraconiugale.
Sopraffatto dalla gelosia si ritira con Giuliana nel podere di famiglia confidando in una sorta di rinascita spirituale e sentimentale. Ma quando viene a sapere che i suoi sospetti sono fondati e che Giuliana aspetta un figlio non suo, il suo tormento diviene insopportabile. Mentre cresce la sua attrazione morbosa per la moglie, il suo odio si rivolge contro il bambino che la donna porta in grembo. L’innocente nasce e viene affidato alle cure della nonna ma Tullio, non visto, lo espone al gelo invernale, la notte di Natale, causandone la morte.
Analisi del personaggio
Tullio Hermil è la seconda incarnazione, dopo Andrea Sperelli, dell’eroe decadente dannunziano egoista, vittima del proprio morboso desiderio sensuale. Egli tenta di sottrarsi a questa dipendenza, che a sua volta si intreccia con l’odio per l’innocente, attraverso la scoperta di una bontà e di una purezza che in realtà non gli appartengono.
D’Annunzio innesta nel suo personaggio l’idea della rigenerazione morale, che nasce da un autentico travaglio morale. Ma la conversione di Tullio è ben lontana dal processo di purificazione: naufraga in un infanticidio che ne suggella il fallimento.
Abbiamo già, dunque, un secondo prototipo di superuomo, che si carica di una valenza negativa e violenta: egli uccide un bambino arrogandosi il diritto di decidere della vita e della morte.
In tal senso, il romanzo L’Innocente fa da ponte nel passaggio fra superuomo esteta e superuomo tribuno, il quale è pericoloso perché non è più superuomo nel campo dell’arte o della filosofia, quindi non disprezza più il suo tempo solo per motivazioni estetiche, bensì diventa superuomo violentemente inteso, a tal punto che darà origine all’esteta armato; egli si presenta come uno di quegli esseri superiori degni di gestire il potere, degni di sottomettere i sudditi.
[La figura del superuomo tribuno sarà attribuita a Claudio Cantelmo, personaggio del romanzo LE VERGINI DELLE ROCCE, il quale di fatto esprime il potere di un gruppo oligarchico di superuomini aristocratici che hanno il diritto e il dovere di sottomettere e addirittura imprigionare quel diluvio di uomini che costituisce la grigia democrazia. In tal senso, D’Annunzio afferma: “menomale che il cemento che mette insieme la democrazia è un cemento facilmente friabile”.]
La rigenerazione spirituale  Tullio si è trasferito con Giuliana nella casa materna in campagna, dove ha trascorso i primi felici anni di matrimonio. Qui i suoi propositi di rigenerazione morale sono alimentati dalla presenza affettuosa della madre e della compagnia del fratello Federico, un uomo dai sani principi con un rapporto sereno e armonioso con la natura.

Il poema paradisiaco (1893)


Quest’opera descrive il ritorno del poeta ai luoghi e agli affetti dell’infanzia, con chiara allusione alla parabola evangelica del “figliol prodigo”. Il viaggio verso il passato assume la valenza di un percorso di rigenerazione, di un ideale recupero della primitiva purezza.
I temi dominanti dell’opera sono soprattutto l’amore e un vagheggiato ritorno a un’innocenza perduta.
Il trionfo della morte (1894)
In un piovoso pomeriggio di marzo, Giorgio Aurispa e la sua amante Ippolita Sanzio passeggiano per il parco del Pincio, a Roma, dove un uomo si è appena suicidato.
Giorgio sente l’attrazione della morte e riflette sull’infelicità del suo rapporto con Ippolita, per la quale prova un’intensa attrazione sessuale. Per celebrare il loro secondo anniversario, i due amanti trascorrono una breve vacanza in campagna.
Rientrati a Roma, Ippolita parte per Milano e Giorgio, roso dalla gelosia, si reca a visitare i genitori nella casa natale in Abruzzo. Qui, girovagando per i luoghi della sua infanzia, ricade in preda al solito impulso di morte, meditando sul triste caso di uno zio suicida.
Per lenire la sua disperazione si reca in un’idillica località sul mare ma, con l’arrivo di Ippolita, si scopre sempre più incapace di controllare la propria bramosia sessuale, che ogni volta lo lascia spossato e frustrato, incapace di possedere realmente l’amante, che vede sempre più come un’estranea e una nemica.
Dopo un pellegrinaggio al santuario di Casalbordino, Giorgio è immerso in una superstizione barbarica e primitiva e sogna di trasformarsi in un uomo forte, dalla volontà incandescente. Così, dopo giorni di delirio, ossessionato dall’idea del suicidio, conduce Ippolita sopra un promontorio e, avvinghiato a lei, si getta nel vuoto.
Analisi del protagonista
Giorgio Aurispa è un intellettuale raffinato, un uomo cinico ed egocentrico, sopraffatto dal desiderio sessuale, che ricorda molto da vicino Andrea Sperelli, ma la sua debolezza morale, la sua malattia psichica e le sue tendenze autodistruttive lo allontanano dalle caratteristiche di quel modello.
Combattuto fra desiderio dei sensi e impulso di morte, finisce col soccombere al secondo, nell’omicidio-suicidio finale.
Nella parte conclusiva dell’opera è introdotto il mito del superuomo: grazie ad esso il protagonista vede la possibilità di liberarsi dal fascino fatale di Ippolita e concepisce l’idea di ucciderla, di sopprimere la “nemica” che ostacola i suoi propositi di redenzione e di rinascita. Ma la sua metamorfosi in superuomo resta un’aspirazione frustrata, in quanto anche lui soccomberà al “trionfo della morte”.


Laudi (1903-1920)


La raccolta delle Laudi comprende le opere poetiche della maturità: secondo il processo iniziale doveva articolarsi in sette libri, tanti quante le stelle della costellazione delle Pleiadi, dalle quali prendono il nome, ma il progetto non fu mai completato e D’Annunzio incluse nell’edizione definitiva solo i primi quattro libri.
1. Maia  incentrato sul culto degli eroi antichi, celebra il mondo mitico dell’Ellade e quello del superuomo, incarnato da Ulisse e dal poeta stesso.
2. Elettra  celebra gli eroi della storia e della cultura, da Dante a Garibaldi, da Verdi a Vittorio Emanuele III, così come contiene anche le liriche delle città del silenzio (Ferrara, Pisa, Ravenna), che il poeta paragona ad antiche regine decadute delle quali rievoca i felici trascorsi.
3. Alcyone  è il più famoso e meglio riuscito. La raccolta nasce dall’esperienza di una vacanza del poeta con la compagna Eleonora Duse in Versilia. L’estate viene vissuta come un’entità divina e il contatto con la natura diventa un modo per scandagliare l’animo umano, come chiarisce il poeta in un’intervista: “Le cose non sono se non simboli dei nostri sentimenti, e ci aiutano a scoprire il mistero che ciascuno di noi in sé chiude”.
Nelle parole di D’Annunzio è esplicita la lezione del Simbolismo francese, che si esprime nel nuovo rapporto con la natura, attraverso la cui contemplazione il poeta trae l’ispirazione e l’energia per rinnovarsi e fondersi con essa. Il tema della fusione dell’uomo con la natura, nella quale l’uomo acquista caratteristiche vegetali o animali e gli elementi della natura appaiono in forma e vesti umane, viene indicato con il termine “panismo”. Si tratta di un dissolversi dell’Io nella natura, di un’esperienza che presume l’eccezionalità del superuomo, a cui è concesso il privilegio di superare la sua condizione umana, in un’armonia che coinvolge tutti i sensi e che si traduce in un perfetto equilibrio tra musicalità e silenzio.
4. Merope  ispirato alla guerra di Libia.
La varietà tematica trova il suo motivo unificatore nella musicalità della parola poetica, attraverso la quale si esprime il motivo della gioia corporea nella fusione con la natura.
Dal punto di vista stilistico predomina una suprema raffinatezza formale. Si ha una cura estrema del linguaggio, che tocca il suo vertice il Alcyone, le cui liriche sono improntate alla ricerca della musicalità: è potenziato il valore fonico della parola, che tende a dissolversi in pura sostanza melodica. La poesia, grazie all’uso di sinestesie, metafore, allitterazioni, anafore, riproduce il linguaggio segreto della natura e ne coglie l’essenza, in una prodigiosa rivelazione riservata solamente al poeta-superuomo.
La pioggia nel pineto  è una delle liriche più note ed emblematiche del panismo dannunziano. Qui la poesia diventa musica: non contano tanto i significati delle parole, quanto la novità delle immagini e, soprattutto, le variazioni di note timbriche e melodiche. È dedicata all’estate e alla celebrazione della natura come fonte di ispirazione e di esperienza panica.
D’Annunzio è con questa donna, che chiama Hermione. Sono sulla soglia di un bosco nella Versilia in estate e finalmente inizia a piovere. Si sentono profumi particolari, ma soprattutto vi è il linguaggio segreto della natura, in cui la pioggia diventa un’orchestra, perché le innumerevoli gocce che scendono producono un suono grave, così come anche il suono prodotto dalle cicale e dalle rane. La natura assume quindi sembianze umane.
D’altra parte, i due subiscono una progressiva metamorfosi, cioè si trasformano in esseri arborei; in questo caso, si passa invece dall’umano alla natura.
Esteticamente è una composizione perfetta da un punto di vista musicale. È una poesia intesa essenzialmente come musica: abbiamo anafore, assonanze, ecc.
I Pastori  è un’altra lirica del panismo dannunziano. È settembre e l’arrivo dell’autunno riporta alla memoria del poeta le immagini della sua terra d’Abruzzo; è dove ha vissuto l’infanzia e proprio in quella stagione ha assistito tante volte alla transumanza, cioè alla migrazione stagionale dei pastori che conducono le greggi dai pascoli montani verso la pianura.
Il ricordo dei pastori riempie di nostalgia l’animo del poeta: li rivede mentre lasciano gli alpeggi e si incamminano lenti lungo i sentieri erbosi che portano fino al mare, gli stessi sentieri che per secoli hanno percorso anche i loro antenati. Infatti, la sinestesia “bevuto profondamente” rimanda a un rito purificatorio dell’acqua, cioè l’acqua proveniente dal luogo natale dà una sensazione di protezione e consolazione per gli esuli. (immagine tramandata da millenni di generazione in generazione).
L’accento alla fine si sposta dai pastori e ricade sul poeta, il quale sente con dolore di non appartenere più a quel mondo delle origini, in cui il tempo sembra essersi fermato; si sente un esiliato, per sempre escluso da quella vita di pace, legata alla terra e alle stagioni.
La sabbia del tempo  Mentre sulla spiaggia il poeta fa oziosamente scorrere dal palmo della mano la sabbia calda e leggera, improvvisamente è preso dalla percezione che i giorni si sono abbreviati e che la stagione declina. La realtà si tramuta in simbolo: lo scorrere della sabbia dal cavo della mano diventa simbolo del tempo che passa inesorabile.
Notturno (1916)
D’Annunzio, reso cieco all’occhio destro nel gennaio del 1916 in seguito a un incidente di volo, fu costretto a rimanere a letto bendato per settimane, onde evitare la cecità completa. In questo periodo di convalescenza scrisse quest’opera in circa diecimila striscioline di carta, che la figlia Renata decifrò e trascrisse. Lo stesso poeta descrisse così la sua particolare “tecnica” di scrittura: “Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati sugli orli della lista, lo fanno scorrere via via che la parola è scritta”.
Il materiale fu poi pubblicato nel 1921 con il titolo Notturno, una sorta di diario che comprende meditazioni e ricordi affiorati alla mente del poeta convalescente. Il titolo dell’opera vuole essere un richiamo alla situazione di cecità, di buio.
I tipici temi dannunziani assumono un atteggiamento quasi mistico che privilegia i temi della memoria, dei ricordi, della madre morta e dei compagni caduti in guerra, dello scavo introspettivo e dell’autoanalisi.
Lo stile dell’opera riflette l’idea di una realtà conoscibile per via simbolica sotto forma di trasfigurazione della vita inconscia; per questo alla descrizione sono preferiti suggestione e richiamo allusivo, e all’artificiosità estetizzante l’ispirazione mistica.

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