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L’estetismo
D'Annunzio rifiuta la degradazione sociale dell'artista nella moderna società borghese e ripropone un'idea della poesia come pienezza e come esperienza superiore e privilegiata. Egli si apre all'estetismo, che si esprime nella celebre formula "il verso è tutto" (Il Piacere). L'arte è il valore supremo, a cui si devono subordinare tutti gli altri: la vita si sottrae alle leggi morali, seguendo solo la legge del bello. Il personaggio dell'esteta si isola dalla meschinità della società borghese per vivere in un mondo di pura arte e bellezza, che ha bisogno del superfluo più che del necessario, che disprezza la massa e vive esperienze raffinate, come risposta alle trasformazioni economiche e sociali. La sua poetica, durante la fase dell'estetismo, è caratterizzata dal valore e dal potere della parola ("il verso è tutto").
Tuttavia, in questo atteggiamento vi è una contraddizione. D'Annunzio da un lato dichiara di voler vivere in un mondo di pura bellezza, isolato dalla mediocre borghesia, opponendosi alla declassazione del ruolo dell'artista e alla mercificazione delle opere d'arte. Però, dall'altro lato vuole il successo e la fama e sa che per ottenerli deve rivolgersi proprio a quella borghesia tanto disprezzata, sottoponendosi alle leggi di mercato.
Perciò, egli risolve tale contraddizioni facendo coincidere il privato e il pubblico, facendo delle sua vita privata un'opera d'arte che possa essere venduta attraverso le sue opere. La società di massa diventa così il suo mercato più importante. Tuttavia, l'isolamento sdegnoso dell'esteta si configura in impotenza e incapacità. In questo modo, l’estetismo entra in crisi.
Il superuomo
D'Annunzio trova uno sbocco alla crisi dell’estetismo grazie alla letteratura del filosofo Nietzsche. Egli si ispira per il suo superuomo all'Übermensch di Nietzsche. Da questa figura, prende: rifiuto del conformismo borghese, esaltazione dello spirito “dionisiaco” e della potenza, rifiuto della pietà e dell’altruismo, esaltazione della “volontà di potenza” e dell’affermazione di sé. Egli, però, la conduce in direzione antiborghese e antidemocratica. Il superuomo dannunziano si identifica con il motivo del diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare se stessi al di sopra della massa. Nietzsche non pensava a un individuo, bensì a un modello di umanità del tutto nuova rispetto al presente.
Forza e bellezza convivono in lui: il superuomo dannunziano guarda ancora alla bellezza come ideale assoluto, ma sceglie di immergersi nella realtà, trasformandola con le proprie azioni audaci, dominandola secondo la propria volontà. Concepisce la letteratura come l'unione tra l'azione pratica e quella eroica.
Egli ha anche un importante compito politico: proporsi come guida della società, conducendo l'Italia fuori dalla sua mediocrità e avviandola verso un destino di dominio sul mondo, in nome della bellezza di è espressione. Questa visione superomistica troverà la sua completa traduzione esistenziale nella adesione di D'Annunzio alla prima guerra mondiale e nelle imprese come la "beffa di Buccari", il volo su Vienna (1918) e la spedizione di Fiume (1919).
Ma il superuomo è molto di più di un personaggio letterario: come ha osservato Il critico Carlo Salinari, è un'idea che trova le sue radici negli atteggiamenti di alcuni gruppi della classe dirigente politica e degli intellettuali dell'Italia post-unitaria. D'Annunzio vi aderisce, esaltando: potenza, guerra, gloria, disprezzo per le plebi, concezione aristocratica del mondo.
Una delle caratteristiche principali del superuomo dannunziano è il velleitarismo, cioè una sproporzione molto forte tra gli obiettivi che si propone e le sue reali forze per raggiungerli, fra i suoi desideri e la realtà. Tale velleitarismo è rintracciabile spesso anche nello stile stesso del poeta, in quelle sue immagini ricche di musicalità e di sovrabbondanza di parole, ma prive di pathos morale. Il superuomo dannunziano trova nella donna una nemica, un ostacolo insuperabile, in quanto la donna appare superiore sia in termini di forza che di volontà.