Indice

  1. Ossi di seppia
  2. Titolo
  3. Temi
  4. Crisi dell’identità
  5. Condizione di disarmonia e l’infanzia
  6. Impossibilità del ricordo
  7. L’indifferenza
  8. La soluzione: il distacco stoico
  9. Il varco
  10. La poetica degli oggetti
  11. I limoni
  12. Non chiederci la parola
  13. Meriggiare pallido e assorto
  14. Spesso il male di vivere ho incontrato

Ossi di seppia

Il libro è diviso in quattro sezioni: Movimenti - Ossi di seppia - Mediterraneo - Meriggi e ombre.
Nella raccolta si possono cogliere i legami con il contesto culturale del tempo:
1) L'influenza del pessimismo di Schopenhauer, ravvisabile nell'idea che le realtà sensibili siano «parvenze» ingannevoli.
2) Stoicismo leopardiano —> distacco stoico
3) Poesia dannunziana —> Montale "attraversa" il dannunzianesimo per superarlo, infatti rifiuta l'abbandono sensuale, il vitalismo panico, l'intonazione aulica e sublime.
4) Pascoli, —> per la scelta di trattare oggetti "poveri" (poetica dell’oggetto), per alcuni procedimenti stilistici, e per la rappresentazione del paesaggio ligure arido e scarno.
5) Gozzano (crepuscolare) —> rifiuto dell'aulicità della tradizione poetica, e adozione di oggetti umili e di soluzioni antiliriche e prosastiche, pervase di ironia.

Titolo

Il titolo ha un significato simbolico: Gli “ossi di seppia” sono i resti bianchi e secchi delle seppie che il mare lascia sulla spiaggia —> Per Montale rappresentano una vita povera, svuotata, arida, senza energia. Una condizione che non può più attingere al sublime, ma deve ripiegare sulle realtà minime, marginali, sui detriti che la vita lascia dietro di sé.
Anche la poesia, secondo lui, non può più essere solenne e musicale come quella tradizionale: non parla di grandi ideali o emozioni eroiche, ma di cose semplici, scarti, oggetti marginali —> Per questo usa uno stile spoglio e secco una narrazione che sembra una descrizione del paesaggio.

Temi

Aridità (“arsura”): Il paesaggio ligure descritto da Montale non è realistico: diventa il simbolo della condizione umana —> è un ambiente secco, bruciato dal sole e dal sale del mare.
(A differenza di Gabriele D’Annunzio, per cui il sole rappresentava vitalità e pienezza, in Montale il sole è quasi crudele: consuma e svuota ogni cosa, lasciando solo resti poveri e senza vita).

Muro: Il muro rappresenta il limite dell’uomo: qualcosa che impedisce di raggiungere una verità profonda o una vita piena di significato. L’uomo vorrebbe andare oltre, ma il muro è impossibile da valicare.
Da qui nasce una visione pessimistica dell’esistenza: la vita sembra una prigione; il tempo si ripete sempre uguale; i gesti quotidiani sono monotoni —> l’uomo crede di andare avanti, ma in realtà resta fermo.
Per questo Montale parla di un “immoto andare”: sembra movimento, ma è immobilità.
È il simbolo dell’angoscia e del senso di vuoto della condizione umana, è una barriera sia fisica che psicologica.

Crisi dell’identità

L’effetto della prigionia porta a una divisione dell’anima umana —> essa non ha più una consistenza unitaria e coerente, si frantuma, e l’uomo non riesce più a sentirsi completo e coerente.
( crisi del soggetto e perdita dell’identità individuale—> Pirandello e Coscienza di Zeno).

Condizione di disarmonia e l’infanzia

Questa frantumazione, questa inconsistenza del soggetto fanno sì, che l’uomo si senta in totale «disarmonia» con il mondo esterno.
Per Montale solo durante l’infanzia era possibile sentirsi uniti alla natura e al mondo (Pascoli).
Con l’età adulta questa armonia si perde per sempre —> Rimane soltanto il ricordo nostalgico di quel periodo felice.

Impossibilità del ricordo

Di solito la memoria aiuta a conservare il passato, ma per Montale non funziona così, non c’è salvezza nemmeno in essa perchè secondo il poeta i ricordi si confondono, si deformano e diventano lontani e irrecuperabili.
La memoria quindi, riportando in vita il passato, dovrebbe spezzare il ritorno ciclico del tempo su se stesso in un eterno, angoscioso presente immobile.

L’indifferenza

L’aridità del paesaggio diventa anche aridità interiore: il poeta non riesce più a provare emozioni forti o gioia vera, sono indifferenza.
Tutto sembra uguale: il bene e il male, il dolce e l’amaro, la felicità e il dolore.
Per Montale, però, proprio l’indifferenza può essere una piccola forma di difesa dal “male di vivere”, cioè dalla sofferenza continua dell’esistenza, che riguarda tutto il mondo (natura, animali, cose), e che Montale rappresenta con immagini di sofferenza e rovina, come: un ruscello bloccato, una foglia secca, un cavallo caduto a terra.

La soluzione: il distacco stoico

Montale non propone una vera felicità, l’unica possibilità è affrontare la vita con lucidità e distacco, accettando con forza e consapevolezza il dolore dell’esistenza.
(In questo atteggiamento si sente l’influenza di Giacomo Leopardi, che aveva anch’egli una visione pessimistica della vita ma invitava ad affrontarla con dignità e coraggio).

Il varco

Il poeta ricerca un varco, cioè : una possibilità di salvezza, una verità nascosta, un modo per uscire dalla prigionia esistenziale e andare oltre il dolore e il vuoto dell’esistenza.
Lo descrive con immagini simboliche: un “miracolo”, una “maglia rotta nella rete”, “l’anello che non tiene”, “il filo da disbrogliare”.
Sono tutte immagini che indicano una piccola apertura nella realtà, da cui poter finalmente uscire, ma in realtà il varco non si apre.
Il poeta però non riesce a trovare questa salvezza, nell’illusione e nella speranza che qualcun altro ci riesca.
Per lui il “miracolo” non è una scoperta positiva, ma il contrario: significa capire improvvisamente che dietro le apparenze delle cose c’è il nulla, il vuoto —> realtà ingannevole.
Nonostante tutto, l’ultima poesia della raccolta, Riviere, lascia intravedere una piccola speranza: immagina che un giorno: la sua anima non sia più “divisa”, che possa ritrovare armonia con il mondo —> parla del passaggio dall’“elegia” (poesia triste e dolorosa), all’“inno” (canto pieno e vitale).
In realtà anni dopo Montale stesso dirà che questa conclusione era troppo ottimistica e prematura, infatti nelle opere successive torneranno: il pessimismo, il senso di crisi, la disintegrazione dell’uomo moderno.

La poetica degli oggetti

Ripresa dal correlativo oggettivo di Eliot.
A differenza dei simbolisti, e Ungaretti, Montale non può più avere fiducia nella parola poetica come formula magica capace di arrivare all'essenza profonda della realtà, di scoprire verità assolute, di dar voce al mistero, che sappia imporre un ordine al caos dell'anima divisa e informe.
La poesia non è nemmeno in grado di proporre messaggi positivi e certezze, può solo dire ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.
Conseguenze—> rifiuto di: linguaggio lirico, musicale e analogico (tipico dei Simbolisti).
Montale in “Ossi di Seppia” usa la poetica degli oggetti: oggetti concreti e quotidiani che diventano simboli della condizione umana (Il male di vivere), che servono per riflettere sulla vita e sul destino.
La poesia di Montale non punta sul mistero o sull’irrazionale, come il Simbolismo di Baudelaire, ma vuole creare un rapporto più lucido e razionale con la realtà —> Per questo motivo gli oggetti scelti da Montale sono sempre: umili, secchi, quotidiani, poco poetici.
Per questo la sua poesia unisce: Emozione astratta = Oggetto concreto
Esempi:
Rivolo strozzato che gorgoglia —> angoscia
L’incartocciarsi della foglia riarsa —> aridità
Cavallo stramazzato —> sfinimento

Soluzioni stilistiche —> Come conseguenza della sua poetica…
Ricerca di suoni aspri, di ritmi rotti e antimusicali, di un andamento a volte prosastico.
Lessico —> termini comuni, "impoetici", a volte persino dialettali, ma ci possono essere anche termini rari, letterari e aulici, in funzione ironica e straniante.
Metrica (molto diversa da L'allegria di Ungaretti) —> verso libero, spesso usa la tradizione dell'endecasillabo, (se sono più lunghi sono la somma di due versi brevi), raggruppamento in strofe e quartine.

Montale apparentemente sembra in linea con la tradizione, in realtà, come ha messo in luce Giorgio Barberi Squarotti, (critico) quella tradizione è ripresa in modo straniato, corrosa e come svuotata dall'interno mediante l'uso di vari procedimenti: assonanze e consonanze al posto delle rime, uso di ritmi accentuativi abnormi e inusuali e il continuo spezzare della regolarità.

I limoni

Montale apre la poesia rivolgendosi al letto con “Ascoltami”, riferendogli una dichiarazione poetica; il suo rifiuto della poesia aulica dei poeti laureati, a favore della poetica degli oggetti comuni, quotidiani, incentrati sul paesaggio ligure. (come Pascoli).
-Il poeta sente il profumo dei limoni e ciò gli appare come un epifania, un varco, una sospensione dal “male di vivere” che gli permette di intravedere una realtà nascosta —> limone come simbolo di speranza e rinascita.
Questo momento è solo un illusione, la rivelazione attesa non si compie, si spegne la speranza, il paesaggio muta, torna il grigiore del cielo.
Nonostante il finale, la speranza rimane.

Non chiederci la parola

Il poeta parla di sé in prima persona plurale, rivolgendosi al lettore e affermando “Non chiederci la parola”, perché secondo Montale, la poesia è ridotta a qualche sillaba scabra e antilirica, e non è in grado di definire la realtà dell’uomo / la forma della sua anima, che appare “animo informe”. (Differenza con Ungaretti).
Di fronte a ciò l’uomo è estraniato nella sua sicurezza e appagamento, è radicato nelle sue ideee, come la società.
Negli ultimi 2 versi Montale esprime la condizione di un essenza priva di certezze e valori alternativi, la poesia non può proporre messaggi positivi, solo negativi “Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (differenza con D’Annunzio “ il verso è tutto”, e Pascoli).
Probabilmente questa affermazione è legata al periodo storico, infatti Montale firma il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce.

Meriggiare pallido e assorto

La poesia descrive il Meriggio, il momento dopo pranzo, un momento di sospensione quasi assoluta, in cui emerge l’aridità del paesaggio ligure, simbolo dell’esistenza umana desolata.
(Non è il panismo di d’Annunzio).
L’uomo prova a ricercare la verità, ma negli ultimi 2 versi il poeta esprime proprio l’impossibilità di tale ricerca della verità, che si colloca oltre l’ostacolo (muro) che è insuperabile.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Il poeta esprime il male di viveri che caratterizza l’umanità e la natura
Massima espressione del correlativo oggettivo; Montale affida ad oggetti l’espressione di uno stato d’animo (il male di vivere è rappresentato attraverso: “rivo strozzato”, “foglia riarsa”, “cavallo stramazzato”).
Al male della 1 strofa, viene contrapposto il “bene” della 2 strofa: esso si esprime in un atteggiamento di distacco e indifferenza, come quello assunto dalla divinità di fronte alla miseria del mondo, e si identifica in: statua (indifferente), falco e nuvola (alti nel cielo, non come il cavallo).

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