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Eugenio Montale

Nacque a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia di ceto medio, ultimo di sei figli. Conseguito il diploma di ragioniere, lavorò per qualche anno come impiegato, dedicandosi frattanto alle sue due grandi passioni: la musica lirica e la poesia. Dopo aver preso parte alla Prima guerra mondiale (combatte come volontario in Trentino), collaborò ad alcune riviste letterarie e nel 1925 pubblicò a Torino, presso l’editore Gobetti, la prima raccolta di poesie, Ossi di seppia (una seconda edizione accresciuta di nuovi testi poetici uscì nel 1928). Pochi mesi dopo, in quello stesso anno, prendeva posizione contro il regime fascista, sottoscrivendo il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti promosso dal filosofo Benedetto Croce. Sempre nel 1925 conobbe Italo Svevo e contribuì con alcuni articoli a farne esplodere il caso. Trasferitosi a Firenze nel 1927, Eugenio Montale lavorò dapprima presso la casa editrice Bemporad e successivamente passò alla direzione del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux, da dove fu allontanato nel 1938 per non aver accettato di iscriversi al Partito fascista. Nell’anno successivo, il 1939, pubblicò la seconda raccolta di poesie, Le occasioni. Nel dopoguerra, trasferitosi definitivamente a Milano, fu assunto in qualità di redattore e critico letterario presso il “Corriere della Sera” e per conto del giornale compie anche numerosi viaggi. Nel 1956 pubblicò la terza raccolta, La bufera e altro, e le prose creative raccolte sotto il titolo La farfalla di Dinard. Nel 1962 Eugenio Montale sposò con rito religioso Drusilla Tanzi (chiamata da lui Mosca per la s-ua miopia), con la quale era da decenni legato e che l’anno seguente morì, lasciando un profondo vuoto nell’esistenza del poeta. Nel 1967 ricevette la laurea honoris causa a Cambridge e, in patria la nomina a senatore a vita per meriti- letterari. Nel 1971 pubblicò la raccolta Satura, cui seguirono Diario del ’71 e del ’72 (1974), Quaderno dei quattro anni (1977) e Altri versi (1980). Intanto nel 1975 aveva ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. Trascorse gli ultimi anni a Milano e, durante il periodo estivo, a Forte dei Marmi. Morì a Milano, il 12 settembre 1981.

Pensiero e poetica

La poesia di Eugenio Montale è incentrata sul tema della negatività, la poesia può solo esprimere messaggi “in negativo”. La sua unica certezza è quella di sapere «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Dietro a ogni azione umana c’è il vuoto, il nulla, la delusione, l’impossibilità di comunicare; la constatazione del fallimento di ogni tentativo di trovare certezze che diano un senso pieno alla vita.
Una delle caratteristiche del poeta Eugenio Montale è l’uso particolare che egli fa del paesaggio, soprattutto di quello ligure che gli è più familiare. E lo rappresenta nella sua concretezza fisica, riconoscibile dal lettore: mare, sole, muretti di orti, sterpi e arbusti della collina diventano mezzi per esprimere la dolorosa solitudine dell’uomo.
Nella sua poesia gli oggetti assumono centralità Quindi ogni immagine, ogni oggetto, pur conservando la sua spiccata evidenza visiva o di suono, ha anche un altro significato: esprime emozioni, sentimenti, concetti. La critica ha parlato a questo proposito di correlativo oggettivo: l’oggetto richiama un’emozione, ad esempio gli ossi di seppia abbandonati sulla spiaggia assolata evocano sensazioni di morte. Nella scelta delle parole e nel ritmo dei versi, Eugenio Montale procede per contrasti, accostando termini rari, di uso letterario, ad altri quotidiani e banali; introduce le rime laddove il lettore non se le aspetterebbe (per esempio nell’interno del verso invece che alla fine). La disarmonia, le cose sgradevoli rappresentate (sterpi, rami secchi e storti, greti sassosi, cocci di bottiglia), i suoni aspri diventano mezzi per esprimere la solitudine dolorosa degli uomini del nostro tempo. Montale rifiuta l'idea del poeta vate.
La sua poesia non è rivoluzionaria, a differenza di quanto avviene nella poesia Ungaretti: la metrica non presenta elementi propri della tradizione e concepisce la poesia come musicalità, spesso ottenuta con catene di iterazioni foniche. La forma primaria in Montale è la quartina, elemento base per tante poesie brevi, soprattutto degli Ossi di seppia. La versificazione è dominata dall'endecasillabo. Nell'opera poetica montaliana si assiste inoltre al recupero per quanto spesso giocato in modo ironico e dissimulato della rima.

[Correlativo oggettivo: Procedimento poetico, inizialmente elaborato da Thomas Stearns Eliot e poi autonomamente ripreso e sviluppato da Eugenio Montale, per cui una determinata sensazione o emozione viene rappresentata sulla pagina attraverso alcuni oggetti concreti o una situazione particolare, che dovrebbero suscitare nel lettore ciò che prova il poeta senza necessità di mediazione o di spiegazione.]

Ossi di seppia

La prima edizione degli Ossi esce in un momento critico per l'Italia: il fascismo. Il primo libro montaliano risente certamente di questo clima storico, che trova corpo nelle immagini legate alla metafora del «male di vivere e della prigionia cui si sente costretto l'io del poeta. Montale, tuttavia, non si limita a registrare la crisi, ma sperimenta le possibilità di una via d'uscita attraverso uno stile ambiente dimesso e quotidiano come i giardini di limoni. Benché Montale insista su questa condizione di negatività, di disarmonia tra uomo e natura, sullo sfondo resta sempre l'aspirazione all'armonia alla pienezza del vivere.
La poesia degli Ossi nasce tutta nel segno del mare fermentante della Liguria, regione natia del poeta. I protagonisti sono il mare e il paesaggio scabro e petroso della Liguria.
La poesia degli Ossi è la poesia della negatività senza scampo, della necessità che stringe gli esseri umani lasciando appena qualche spiraglio al caso e forse al prodigi. In queste poesie, il "male di vivere» si manifesta con memorie leopardiane, ed è ugualmente patito dagli uomini, dagli animali e dalla natura. La condizione umana è simile a quella di un prigioniero circondato da una muraglia che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”. Nell'insieme, la prima poesia montaliana esprime un'idea della vita come prigione, raramente squarciata da sprazzi di vitalità positiva. L'individuo non riesce a cogliere il senso della vita, ma può solo vedere singoli aspetti del dolore del mondo, e catalogare la realtà nei suoi aspetti fenomenici: cose, fatti e oggetti. Nasce da qui la poesia oggettuale di Montale.
Lo stile: Montale afferma di aver cercato un verso che rendesse le caratteristiche del paesaggio ligure, un verso difficile, aspro e conciso. Di qui la musicalità secca dei versi, data dalle scelte foniche e lessicali. Allitterazioni aspre e termini dai suoni bruschi punteggiano gli Ossi di seppia (sterpi, serpi, scricchi, picchi, scaglie, crepe, cocci, lazzi).

Le Occasioni

La seconda raccolta di Montale, Le occasioni, viene pubblicata nel 1939 a Torino presso Einaudi, e raccoglie i testi composti nel periodo tra il 1928 e il 1939. Siamo nel pieno del regime fascista in Italia e negli anni che preparano l'Europa e il mondo al secondo conflitto mondiale. Per comprendere la genesi del progetto occorre ricordare che nel 1927 il poeta si era trasferito a Firenze dove aveva preso a frequentare intellettuali antifascisti. Montale sembra recuperare nella sua seconda raccolta, ancor più che negli Ossi, in cui permanevano ancora elementi simbolisti, la dimensione dell'allegoria dantesca, incrociandola con l'esperienza del «correlativo oggettivo» di Eliot.
Temi, significati e stile
La distanza tra la prima e la seconda raccolta è netta per temi e stile. Mentre in Ossi di seppia domina una dimensione naturale, di cui sono protagonisti mare e il paesaggio scabro e petroso della Liguria, la poesia delle Occasioni si cala internamente in un ambientazione urbana. Essa allude al passaggio dallo stato naturale alla civiltà: il superamento della dimensione marina in crisi definitiva del mito simbolista della ricercata identità dell'io nel tutto. Il soggetto montaliano, sperimentata l'impossibilità di pervenire all'assoluto tramite il contatto con la natura, vede riflessa nella dimensione urbana la sua condizione di disarmonia e di inautenticità. La città delle occasioni si rivela dunque come uno scenario infernale popolato da uomini anonimi automi privi di identità e di volto, che abitano le moderne società di massa rese ancora più angoscianti dai regimi totalitari. L'io del poeta chiama a raccolta le sue deboli forze per resistere questo processo di graduale e inarrestabile spersonalizzazione, e per tentare l'ultima estrema difesa dei valori della civiltà umanistica e della letteratura, che rischiano di essere travolti dalla moderna barbarie di quanti oppongono alla cultura la violenza e l'ignoranza. Ma la dimensione urbana nella seconda raccolta di Montale non ha solo valenze negative e inquietanti. Infatti la città umanistica (in particolare Firenze) può ancora celare, in luoghi riposti e intimi, tracce di quei miti culturali che vanno difesi e tutelati, da qui la costante dialettica di “luce-buio” e di “spazi esterni-spazi interni” su cui si strutturano molte liriche delle Occasioni. Spesso a questa dialettica si collega l'opposizione tra vita e morte: la vita o la speranza di vita è nella luce, nel calore e nel fuoco che emanano dai valori della civiltà, attaccati dai messaggeri del buio della storia e della morte.
Nella sua ardua difesa dei valori della cultura come antidoto alla nuova società massificata, l'io del poeta non è solo. Egli sa di doversi affidare a una presenza che possa sostenerlo nel suo impegno. Di qui la centralità che nelle Occasioni molto più che negli Ossi assume il rapporto con la figura femminile sullo sfondo di un inospitale scenario cittadino. La presenza femminile dominante nella raccolta è quella dell'enigmatica Clizia, cui fanno contorno altri personaggi femminili altrettanto misteriosi: Clizia fra tutte, assume un ruolo determinante: lo pseudonimo, nasconde l'identità storica della donna che è stata identificata in Irma Brandeis studiosa americana di Dante amata da Montale. La Brandeis, conosciuta dal poeta Firenze è costretta a fare ritorno negli Stati Uniti a causa delle leggi raziali. Lo pseudonimo di Clizia rinvia al mito della ninfa che, già amante di Apollo, a causa dell'abbandono da parte del dio, si trasformò in girasole, il fiore che insegue con i movimenti della sua corolla il corso del Sole (Apollo). Intorno a Clizia si definisce una complessa geografia simbolica: alla donna è legat anche l'elemento del Nord rappresentato dall'inverno e dai ghiacci. E ancora: a lei è connesso un movimento discendente dal cielo alla terra. Questi aspetti fanno di Clizia una sorta di “angelo visitante” una nuova Beatrice che si ammanta di un'aura sacra e sovrasta l'umanità comune, assurgendo a intermediaria di una religione laica che ha i suoi valori nella poesia, da un lato la sua presenza garantisce un invitando possibilità di difesa dal mondo terribile che si prepara all'esterno; dall'altro, invitando il poeta a vigilare sui valori della cultura, lo riscatta da quel senso di fallimento e impotenza che lo affligge. Ma la partenza della donna mette in discussione tutto questo e sottopone a rischio la salvezza del poeta.

La poesia delle occasioni offre a Montale la possibilità di riflettere anche sulla funzione della memoria sia in chiave privata, come garante del vissuto individuale, sia in chiave pubblica, come tramite dei valori significativi che si perpetuano attraverso il tempo. Ma la memoria in Montale, come tutto il resto, non poggia su alcuna certezza ne può assicurare un legame saldo tra il presente e il passato. L'attenzione del poeta si sofferma in particolare sulle intermittenze dei ricordi e sul recupero affidato al soggetto, che sfugge tuttavia a un preciso disegno e a un controllo volontario, rivelando invece per schegge, improvvise e baluginanti, le motivazioni della realtà psichica profonda. L'occasione, cioè l'insieme irripetibile di circostanze esterne che fa scattare il ricordo, rivela la natura discontinua e selettiva della memoria. Quest'ultima si volge alla rievocazione del passato, ma può restituire solo per frammenti e immagini sfocate una vicenda privata pressoché incomunicabile. Cosi accade quando Montale rievoca alcune delle presenze femminili che gli sono state vicine e alle quali ha sempre attribuito qualche particolare virtù. La memoria appare associata ad aree tematiche esistenziali dominate dall'infelicità: la solitudine dell'individuo, la precarietà del ricordo, l'assenza di comunicazione. Eppure la memoria ha anche un risvolto positivo, in quanto è l'unico modo in cui gli uomini riescono a costruirsi e a conservare un'identità.
Lo stile: Il tentativo di difesa dei valori culturali si traduce sul piano delle scelte formali in un recupero della tradizione: il Montale delle Occasioni prende le distanze dal più marcato sperimentalismo metrico e dal plurilinguismo degli Ossi, e fa sue soluzioni ispirate al modello linguistico petrarchesco allo scopo, secondo le parole dell'autore, di dare eternità all'istante.
Significato: Le occasioni nascono come risposta a una crisi profonda di valori, una risposta che si fonda sull'assunzione di una responsabilità etica fondata inananzitutto sulla difesa della funzione intellettuale. Gli anni '30, in pieno regime fascista, non consentono una soluzione diversa da quella dell'isolamento e dell'incomunicabilità: anche Montale deve prenderne atto. Montale non rinuncia a mostrare l'aspetto tragico della condizione dell'intellettuale e del poeta difronte alla violenza dei tempi. La parola montaliana non implica una fuga dal reale o una posizione di sconfitta di fronte alle forze del male, esprime un assoluto disincanto difronte alle illusioni e un'inesausta ricerca del minimo barlume di luce che possa dare forza al vivere. Il libro dà voce al silenzioso rifiuto di tutte le false certezze di un'epoca menzognera e crudele. Si comprende quindi come Le occasioni siano il libro più radicato nel sentimento di quelle generazioni tragicamente travolte dalla bufera della storia.

La bufera e altro

Nella terza raccolta poetica di Montale, gran parte delle poesie esce in riviste. Nella redazione definitiva (Milano, Mondadori, 1957), la raccolta è composta da sette sezioni, varie per contenuto e temi. La sezione d'apertura s'intitola Finisterre, seguita da Dopo, Intermezzo, Flashes e dediche, Silvae (che contiene alcune delle liriche più importanti della raccolta, legate alla figura di Clizia), Madrigali privati incentrati su Volpe, altra figura femminile importante della Bufera e infine Conclusioni provvisorie, in cui Montale difende la sua autonomia di poeta con atteggiamento critico e uso nei confronti delle ideologie dominanti nel secondo dopoguerra.
Montale afferma che La bufera può essere considerata come un'appendice alle occasioni. Dicendo questo, il poeta intende riallacciarsi alla sua seconda raccolta non solo per sfera opaca e travagliata, che aveva preannunciato la bufera reale della guerra, ma anche per il tema della donna-angelo, che nella Bufera assume varie identità. Il male vivere» sperimentato dall'io poetico in chiave esistenziale negli Ossi diviene nella Bufera, attraverso le Occasioni, una condizione universale allegorizzata dalla guerra. A cospetto dell'apocalissi che incombe sui destini singoli e collettivi, il poeta continua a cercare uno spazio di resistenza, un argine da opporre alla devastazione che rischia di travolgere ogni residuo di umanità. In questo sforzo egli torna ad affidasi a Clizia e al suo potere salvifico, ma la natura e il compito della donna protagonista delle occasioni, subiscono una complessa rilettura. La donna-angelo della seconda raccolta, depositaria dei valori della cultura e della civiltà, si trasforma come dice Montale in una "inconsapevole Cristofora” cioè portatrice di Cristo, non più mediatrice del divino ma sua incarnazione sulla terra martoriata dal male. La vita oscura del poeta e degli uomini invischiati nell'ombra ha bisogno della luce, condizione necessaria perché si manifesti il prodigio della visitazione: dunque, la donna, colei che sola è in grado di assumere compiti di salvezza simili a quelli del Cristo, deve perdere il proprio corpo e acquistare proprietà luminose, perche solo cosi in questa specie di morte e di resurrezione, sta la speranza di una salvezza. Solo alla luce di questo alto compito si può comprendere il destino terreno di Clizia che, in quanto ebrea, diviene emblema di un'umanità perseguitata e sofferente, e il cui sacrificio ha senso solo come forma di espiazione del male umano e occasione di redenzione collettiva.
Verso la fine della raccolta comincia a venir meno la fiducia nella salvezza: forse il miracolo di Clizia non è destinato a compiersi. Dopo le distruzioni operate dalla Seconda guerra mondiale, giunge l'ora di guardare di nuovo la realtà, di sospendere il gioco dei fantasmi, per cui la poesia non ha più l'ambizione di costruire la salvezza per l'intera umanità, ma torna a una dimensione più privata. La figura di Clizia aristocraticamente impassibile e fredda, appare sempre più remota, in quanto inconciliabile con il mondo distrutto dalla guerra. Per questo il poeta si affida a un'altra figura allegorica che, pur consanguinea a Clizia, non viene dall'alto, ma abita nel fango della Terra: L?L'anguilla, protagonista di un'importante lirica della raccolta. L'anguilla è un animale ambiguo, al confine tra mondi diversi (mare e terra) e specie diverse (metà serpe e metà pesce), che simboleggia la poesia stessa alla ricerca di un significato in un mondo completamente stravolto. Grazie ad essa prende corpo la rivalutazione del mondo basso e terreno e nelle ultime poesie della raccolta compare un donna legata a un nuovo emblema animale: è la Volpe, la giovane poetessa Maria Luisa Spaziani. Anche a lei è affidato il ruolo di liberare il poeta dal male dell'angoscia del mondo, ma senza recare in se forti connotazioni religiose. La Volpe è, infatti, un'anti-Beatrice cioè una donna che non ha più un carattere angelico, bensì una vitalità sensuale, una evidente e biologica fisicità.

Satura

La prima edizione di Satura è del 1971 e contiene poesie scritte tra il 1961 e il 1970. Il titolo della raccolta è sinonimo di saturazione, ma allude anche alla Satura lanx dei latini ("piatto misto, farcito" o "miscuglio eterogeneo di cose”) al quale si ricollega anche il genere della satira latina. In un'intervista rilasciata a Maria Corti nel 1971 Montale, con ironia, sottolineava quest'aspetto:
“per il titolo io ho giocato un po' sull'equivoco, ma non escluderei significasse anche satira Invece come presentazione di poesie di tipo diverso, di argomento di verso, allora come miscellanea, la parola poteva andare”
L'opera SI compone di diversi livelli stilistici e di differenti toni, che rispecchiano la molteplicità e la complessità del mondo contemporaneo, della società consumistica, dell'informazione giornalistica: un mondo che, per Montale appartiene al generico e al falso formazione.
La poetica di Satura appare impostata in senso eminentemente comico, nell'accezione dantesca del termine con riferimento ai canti infernali delle Malebolge: vi prevalgono cioè stile e argomenti bassi, legati al quotidiano i toni sono spesso quelli dell'ironia e del sarcasmo, vi si incontrano la satira politica, la parodia dei testi e perfino l'autocitazione. La presenza di materiali linguistici di diversa provenienza e il discorso poetico volutamente banale e prosastico concorrono a creare un tono di sazietà, di sovrabbondanza, quasi a rappresentare la saturazione del mondo assediato dalle cose e dalle informazioni dei mass media. Nella raccolta compaiono interni domestici, oggetti umili e presenze del mondo quotidiano. L'abbassamento evidente anche sul piano formale: numerosi sono gli inserti prosastici e il verso assume la cadenza del parlato.
Anche Satura è divisa in varie parti, ma l'organizzazione del libro non è più narrativa come nella Bufera, perché il tempo lineare è messo in discussione e la storia diventa una sequenza di fatti. L'unica sezione coerente è quella degli Xenia, scritti tra il 1964 e il 1967 e dedicati alla moglie morta. Il titolo è di origine classica, gli Xenia montaliani vanno intesi nel senso di "doni all'ospite" o “doni votivi" e costituiscono un colloquio essenziale ed enigmatico con la moglie defunta. L'affettuoso soprannome di lei, Mosca, diviene il pretesto per un discorso che ricostruisce i filo e il senso di un rapporto amoroso decisivo quanto imprevedibile. Si tratta di componimenti brevi, ordinati secondo un disegno apparentemente casuale di diario, frammenti di un discorso, o secche battute di dialogo, che si ricollegano al non-detto di una lunga esistenza in comune.
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