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Giovanni Boccaccio, da le “Rime”: Zeffiro ingannatore


Commento


Boccaccio non è solo l’autore del Decamerone, ma è anche l’autore di numerose liriche, raccolte con il nome di “Rime”. Esse sono state composte lungo tutta la vita per cui sono frutto di stati d’animo e di emozioni diverse. Molti temi preannunciano il Rinascimento, soprattutto quelli in cui egli esprime la malinconia per la fugacità della giovinezza, come scriverà più tardi Lorenzo il Magnifico.
Anche l’influenza di Petrarca e di Dante è molto spesso evidente in quanto faceva parte della tradizione letteraria fiorentina e del gusto del tempo.
In questo sonetto, lo scrittore parte, accennando ad un episodio presente nell’Odissea dove si narra che Eolo, il dio dei venti, aveva donato ad Ulisse un otre in cui erano racchiusi tutti i venti.
Mentre di solito zefiro soffia in modo impetuoso, qualche volta esso sfiora leggermente il viso del poeta, come se Ulisse avesse scoperchiato l’otre che gli era stato donato da Eolo. Il vento sembra rivolgersi a lui per dirgli di alzare lo sguardo e di guardare la gioia che spirando da Baia egli gli sta portando. Il dono misterioso del vento è chiuso in una nuvola. Da essa, Boccaccio vede uscire l’immagine di Fiammetta, la donna amata, ed egli quasi si sviene nel trovarsi di fronte a tanta meraviglia e bellezza. Allora, quando l’immagine è più vicina, egli tende le braccia per accoglierla e trattenerla con sé. Ma il vento, veloce ed ingannatore, trascina via la nube ed insieme l’immagine della donna amata.
I versi delle due quartine e della prima terzina ci danno un’impressione di lentezza e di freddezza, mentre gli ultimi due versi dell’ultima terzina:
”lievomi per pigliarla e per tenella:
e ‘l vento fugge, ed essa spare in quella.”
rendono in modo molto efficace il senso della fugacità di un sogno molto romantico.
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