Giovanni Boccaccio

Una specie di leggenda attribuiva allo scrittore una nascita affascinante, addirittura a Parigi, frutto naturale di un legame tra il padre e una nobildonna, se non una principessa di sangue regale, ma si pensa che il desiderio del Boccaccio di nobilitare le proprie origini borghesi per inserirsi agevolmente nell'ambiente aristocratico di Napoli, lo abbiamo disposto a tali invenzioni fantastiche. In realtà figlio di un mercante di Certaldo, una cittadina vicino Firenze (Boccaccino da Chellino) andò giovanissimo a Napoli per avviarsi all'attività commerciale e bancaria di quella città. Ivi frequentò la vita mondana di corte ed ebbe modo di avviare rapporti con la borghesia mercantile, che conveniva nel capitale del reame da ogni parte d'Italia e con i bassifondi della plebe. I due ambienti contrastanti gli fornirono una varietà di esperienze riguardo ai costumi e alle attività di ogni ceto sociale. Tralasciò ben presto la vocazione di mercante preferendo la poesia e la erudizione convincendo il padre a distoglierlo dallo studio di diritto canonico cui lo aveva in un secondo tempo indirizzato.

A questo periodo risale il suo amore per una certa Fiammetta, donna di cui nulla sappiamo nei particolari, ma che dalle parole del Boccaccio sembra sia stata una certa Maria D'Aquini figlia naturale di re Roberto D'Angiò e che corrisponde al poeta, abbandonandolo poi per altri amori.
Quando la banca in cui lavorava il padre fallì, le mutate condizioni economiche non permisero più al Boccaccio di soggiornare a Napoli, per cui venne richiamato dal padre a Firenze intorno al 1340 – 41. Ebbe dal comune molti incarichi di fiducia a missioni politiche presso vari principi, ma si dedicò con fervore all'attività letterarie e agli studi eruditi, in fondo il Petrarca che aveva conosciuto personalmente a Firenze.
Nel 1362 venne richiamato da un monaco al pensiero della morte, subendo una profonda crisi religiosa a tal punto che voleva bruciare le sue opere. Il Petrarca lo risollevò da quella crisi consigliandolo di proseguire negli studi, e invitandolo, date le sue precarie condizioni economiche, a vivere con lui in comune. Attratto in un primo tempo da un invito di Niccolò Acciaoiuoli, potente fiorentino della corte della regina Giovanna D'Angiò, a Napoli, dove lo richiamavano i ricordi della giovinezza, decise per le fredde accoglienze ricevute, di recarsi col Petrarca a Venezia dove rimase 3 mesi. Ritornato in Toscana ebbe dal comune di Firenze l'onore di commentare pubblicamente il poema dantesco nella chiesa di S. Stefano: tuttavia le precarie condizioni di salute lo distolsero dal continuare il tormento che si fermò al XVII canto (la discesa di Dante e Virgilio in groppa a Gerione nell'VIII cerchio dei fraudolenti).
Dopo la morte di Petrarca che gli lasciò per testamento una piccola somma, deluso e ammalato, ma riconciliatosi con la fede divina, Boccaccio finiva i suoi giorni nel dicembre del 1375.

L'attività poetica

Se si eccettua il Bucolicum Carmen e alcune epistole metriche di scarso valore, la sua produzione poetica deve ritenersi in volgare.
Sull'esempio di Dante convinto della possibilità di elevare la lingua materna alle vette più alte dell'arte in ogni genere letterario, egli si cementò nella lirica, nel poemetto idillico e mitologico, nel poema epico e in quello allegorico morale ma soprattutto nella novella in prosa. Al periodo Napoletano risale l'opera più notevole, cioè il Filocolo o fatica di amore.
In essa si narra la storia dell'amore di 2 giovani, Florio e Biancofiore che dopo tante traversie coronano il loro sogno sposandosi. La favola è raccontata in uno stile ricercato e solenne ed esiste in lui il tentativo di trattare artisticamente una materia di stampo popolare, riuscendo felicemente nella trattazione della psicologia amorosa.
Altra opera importante di questo periodo è il Filostrato o “vinto d'amore” è una storia di un innamorato ardente ma timido, nei confronti di una donna scaltra e facile a consolarsi con altri amori.

Il Decamerone

Durante la peste del 1348 Boccaccio immagina che sette ragazze e tre ragazzi si ritrovino nella chiesa di S. Maria Novella a Firenze, e decidano di consolarsi della tristezza e fuggire il morbo, ritirandosi nella collina di Fiesole dove trascorrono due settimane intrattenendosi, salvo per un formale ossequio alla religione il venerdì e il sabato, raccontandosi, nelle ore più calde, novelle all'ombra degli alberi.

In ognuno dei 10 giorni ( da cui il titolo dell'opera che in greco vuol dire “10 giornate”) eleggono a turno un re o una regina che dirige le varie occupazioni.
Notevole è all'inizio la descrizione della peste dominata da una cupa desolazione, non confortata da una visione religiosa del dolore né da alcuna luce di bontà umana, che anzi nella sventura egli vede trionfare con violenza gli istinti più bassi dell'egoismo e del piacere.
I suoi novellieri ricercano una pausa di oblio dalla città appestata in un ambiente naturale e piacevole. Inizia la prima giornata con la rappresentazione dei vizi dei grandi, per continuare con una illustrazione delle grandi potenze mondane che reggono la vita in un salda concezione medievale, cioè la fortuna (II e III giorno) l'amore (IV e V) ingegno (VI – VII – VIII), potenze che riappaiono seriamente intrecciate nelle vicende della nona giornata, finché nella X si spiega il trionfo della virtù.
Il Decamerone si può ritenere una commedia che esordisce con l'amaro prologo della peste e col vizio trionfante sotto la maschera di santità di alcuni personaggi per finire con l'esaltazione della virtù degli umili.
Tale virtù viene esercitata sempre per motivi umani e il suo trionfo finale è terreno. Sui vizi come sulle virtù lo sguardo del poeta si posa distaccato, consapevole dei limiti di ogni valore umano, cosicché il suo racconto non raggiunge mai né le punte dello sdegno né dell'assoluta esaltazione e sembra seguire divertito le varie vicende che si susseguono.
Questo vastissimo repertorio è stato elaborato congenialità dal Boccaccio, che ha introdotto in una variopinta galleria di casi e di personaggi una concezione del mondo orientata verso un fine di felicità e di perfezione, puramente terrestri nella indifferenza di valori trascendenti.

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