Ominide 53 punti

Teorie economiche
MERCANTILISMO
Il mercantilismo si sviluppa dal 1500 e dura fino al 1750, dopo aver raggiunto la sua massima espansione nel Seicento con Colbert.
Si crede infatti che la ricchezza degli Stati dipendeva dalla quantità di metalli preziosi che erano al suo interno.
Secondo questa teoria, lo Stato, per essere forte, deve quindi proteggere il commercio attraverso una tassazione molto contenuta e sviluppare le esportazioni, limitando le importazioni attraverso una politica protezionistica.
I mercantilisti considerano quindi l’intervento dello Stato indispensabile.

FISIOCRAZIA
La fisiocrazia si sviluppa in Francia tra il 1758 e il 1780, ispirandosi al pensiero del laissez faire: lo Stato dunque non deve intervenire all’interno dell’economia.
Secondo questa scuola, l’unica classe produttiva è quella degli agricoltori, mentre tutti gli altri lavori (artigiani, commercianti…) sono considerati classe sterile perché non produce nuova ricchezza, ma si limita a conservare nei suoi prodotti il valore dei mezzi di produzione impiegati.

I fisiocrati ritengono che la terra sia l’unica fonte di ricchezza e che i proprietari fondiari siano i legittimi detentori di tale ricchezza.
Pertanto, l’unica classe tenuta al pagamento delle imposte è quella dei proprietari terrieri.
L’intervento dello Stato non è indispensabile, in quanto l’economia è regolata da leggi superiori.

ECONOMIA CLASSICA
L’economia classica si sviluppa in un periodo storico (1776-1848) fortemente caratterizzato da fatti, invenzioni e scoperte scientifiche che contribuiscono alla trasformazione dell’economia da agricola a industriale.

Adam Smith ha una concezione liberista del mercato, come sistema economico in grado di “autoregolarsi”, una volta lasciato libero di funzionare.
Si parla a tal proposito di finanza neutrale, secondo cui lo Stato non deve turbare l’equilibrio del mercato, limitandosi ad offrire i servizi pubblici essenziali.

Smith individua quindi una serie di attività istituzionali in cui è opportuno l’intervento dello Stato: difesa, giustizia e ordine pubblico.
Il finanziamento di tali settori deve interessare tutti i cittadini mediante il pagamento di imposte, che rappresentano il corrispettivo dovuto allo Stato per ottenere i servizi pubblici essenziali.
Per Smith, lo Stato può altresì intervenire in quei servizi in cui il privato non è interessato ad investire.
Si aveva quindi idea di un bilancio statale in pareggio.

Nell’Ottocento, John Stuart Mill elabora una teoria della finanzia sociale, secondo cui lo Stato deve intervenire per proteggere le classi sociali più deboli, alleviando le differenze che il sistema liberale ha creato tra le varie classi sociali, tutelando quindi i disoccupati, i minori e gli analfabeti.

ECONOMIA MARXIANA
Nell’Ottocento, Karl Marx aderiva alla corrente di pensiero del determinismo, secondo il quale tutto era già definito (in base a quanto era accaduto in passato, si poteva anche stabilire il futuro).
Secondo Marx – come i borghesi avevano fatto la Rivoluzione francese e con la proprietà privata erano diventati la classe egemone – i proletari con l’abolizione della proprietà privata a seguito di una rivoluzione, sarebbero diventati la classe egemone.
Dunque, di conseguenza, non sarebbe più esistito lo Stato in quanto non più necessario, perché tutti gli organi statali erano ormai superflui in quanto anche i ladri non sarebbero esistiti perché non potevano rubare le cose di tutti, e perciò anche la polizia non era più necessaria.
La teoria marxista, però, era utopistica.

Dalla crisi del 1929 alla TEORIA KEYNESIANA
Con la grave crisi economica americana del 1929, emerge l’incapacità dei sistemi economici di autoregolarsi senza interventi esterni.
Prende così corpo la convinzione che lo Stato possa intervenire, ogniqualvolta si presentino degli squilibri, attraverso una politica anticiclica.
In base a questa teoria della finanza compensativa (o anticiclica), lo Stato deve intervenire correggendo eventuali squilibri momentanei dell’economia.

Nei periodi di recessione, lo Stato doveva aumentare la spesa pubblica; nei periodi di espansione, doveva ridurre la spesa pubblica.
Il bilancio dello Stato non doveva essere in pareggio, ma:
• Quando il PIL era in recessione, lo Stato doveva essere in disavanzo (spese > entrate);

• Quando il PIL era in espansione, lo Stato doveva essere in avanzo (entrate > spese).
Terminata la crisi, Keynes sosteneva una teoria della finanza funzionale, secondo cui lo Stato deve operare nel mercato in modo permanente, non solo attraverso una politica anticiclica, ma anche mediante interventi in campo sociale.

Il bilancio dello Stato, quindi, non diventa più il fine, ma il mezzo con il quale raggiungere gli obiettivi.
È quindi compito dello Stato stabilire una “base” di parità per tutti.
L’eccesso di interventi all’interno dello Stato, però, rischia di ridurre la meritocrazia.
Dunque, in funzione degli obiettivi sociali stabiliti dallo Stato, si definisce poi il bilancio dello Stato (che poi è sempre in disavanzo).
Con la finanza funzionale, si è quindi ampliato il ruolo dello Stato.

TEORIA DELLE SCELTE PUBBLICHE
La teoria delle scelte pubbliche nacque in America negli anni Settanta.
La scuola studia i comportamenti dei protagonisti delle scelte pubbliche (politici). Questi non si comportano in modo da raggiungere gli obiettivi politici e sociali che garantiscono il benessere a tutti i cittadini, ma risentono di interessi personali e di vari tipi di condizionamenti.
Tutto ciò fa presumere che vi sia un fallimento dello Stato che non può garantire l’efficace utilizzo delle risorse economiche.
Si afferma quindi la necessità di un nuovo patto sociale, che consenta un ridimensionamento dell’intervento statale attraverso vincoli rigorosi al debito pubblico e all’emissione di moneta.

Si cerca pertanto di non sprecare per ritornare ad una finanza con un bilancio in pareggio.

Registrati via email