UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
DIPARTIMENTO DI FILOSOFIA, SOCIOLOGIA, PEDAGOGIA E PSICOLOGIA APPLICATA
CORSO DI LAUREA IN FILOSOFIA
LA FRAGILITÀ DELL’ESISTENZA:
Il pensiero psicoanalitico esistenziale sulle
tracce di Essere e nulla di Jean-Paul Sartre
Relatore:
Ch.mo. Giacomo Gambaro Laureando:
William Simonato
Matricola n. 2033550
ANNO ACCADEMICO 2024 - 2025
INDICE
INTRODUZIONE………………………………………………………………………..5
PRIMO CAPITOLO: Fenomenologia e ontologia……………………………………….9
1.1. La fenomenologia di Sartre oltre Husserl……………………………………………………9
1.2. L’intenzionalità della coscienza……………………………………………………………10
1.3. Il cogito preriflessivo e la trascendenza dell’Ego…………………………………………..13
2.1. L’ontologia di Sartre……………………………………………………………………….17
2.2. Il per-sé: strutture immediate e circuito dell’ipseità……………………………………….18
SECONDO CAPITOLO: La critica a Freud ed alla psicologia empirica………………22
2.1. La malafede………………………………………………………………………………...22
2.2. L’inconscio…………………………………………………………………………………25
2.3. Il desiderio………………………………………………………………………………….28
TERZO CAPITOLO: La psicoanalisi esistenziale……………………………………..33
3.1. Dall’ontologia all’etica…………………………………………………………………….33
3.2. Psicoanalisi esistenziale e psicoanalisi delle cose…………………………………………38
CONCLUSIONE……………………………………………………………………….44
BIBLIOGRAFIA……………………………………………………………………….49
2 A coloro che si sono
sempre sentiti sbagliati
e ancora faticano a trovare
un loro posto nel mondo.
3 L’uomo si fa uomo per essere Dio.
Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla.
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INTRODUZIONE
Jean-Paul Sartre (1905-1980) è stato senza ombra di dubbio uno dei protagonisti del secolo
scorso. Instancabile scrittore, brillante filosofo e accanito attivista, ma, allo stesso tempo, figura
controversa - a tratti ambigua -, contraddittoria e al centro di una delle relazioni romantiche più
discusse dell’epoca, quella con Simone de Beauvoir, sua compagna dall’università fino alla
morte ed a cui, tra l’altro, è dedicato L’essere e il nulla (1943).
Nel corso della sua vita, il pensatore francese è stato testimone attivo, e spesso anche
partecipante diretto, degli eventi emblematici del ‘900: dal clima di benessere ostentato che si
respirava nella Parigi del primo decennio, ai due conflitti mondiali, fino ad arrivare alla Guerra
Fredda ed alla Primavera di Praga, di cui per altro è stato sostenitore in prima fila. Sartre ha
attraversato la sua epoca anche con il suo pensiero: icona ed immagine dell’esistenzialismo, i
suoi contributi scuotono la coscienza umana da ogni lato, restituendo, per così dire, l’uomo
all’uomo. In L’esistenzialismo è un umanismo (1945) riconosciamo infatti una specie di
manifesto filosofico, una sintesi divulgativa dell’immenso lavoro compiuto con il tomo del ‘43,
ed in cui le barbarie della seconda Guerra Mondiale e dei regimi totalitaristici europei fungono
da grido di risveglio per la coscienza assopita e degenerata dell’Occidente, dirigendosi quindi
verso la formulazione di un “esistenzialismo umanistico”, capace cioè di riportare l’essere
umano nell’effimera contingenza della sua situazione, alla consapevolezza della sua libertà e
responsabilità, che sono proprio ciò che lo rendono “umano”.
Umanismo, perché noi ricordiamo all’uomo che non c’è altro legislatore che lui e che proprio
nell’abbandono, egli deciderà di se stesso; e perché noi mostriamo che, non nel rivolgersi verso se stesso,
1
ma sempre cercando fuori di sé uno scopo [...], l’uomo si realizzerà precisamente come umano .
Con l’esigenza primaria di ricongiungere l’uomo con il suo stesso essere nasce tra le pagine
dell’Essere e il nulla il progetto di una “psicoanalisi esistenziale”, una rivisitazione più o meno
sostanziale, di alcuni degli assunti della psicoanalisi di matrice freudiana, integrati con i principi
cardine dell’esistenzialismo. L’intento del presente lavoro è stato proprio quello di ricostruire le
fondamenta teoretiche su cui poggia l’originale proposta psicoanalitica del filosofo francese.
Attraversando infatti l’evoluzione del suo pensiero, dai suoi primi contributi fino
all’Esistenzialismo è un umanismo, il nostro obiettivo è stato quello di esaminare questo
processo speculativo, emergendoci progressivamente verso la più completa formulazione della
pratica psicoanalitica. Per questo motivo abbiamo diviso questo saggio in tre capitoli principali,
a cui seguirà una conclusione finale.
Nel primo di questi capitoli, il più corposo, il focus è stato soprattutto sull’influenza che ha
esercitato Edmund Husserl tanto nei primi lavori sartriani, dov’è più evidente, quanto nella
rivisitazione più in chiave ontologica della sua fenomenologia nel capolavoro del ‘43. Il rapporto
tra Sartre ed il filosofo tedesco non è mai stato diretto, tuttavia, sappiamo che spesso l’amico
Raymond Aron gli passasse molti suoi libri, arrivando
Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, (1945), Armando editore, Roma, 2006, cit. pp. 78-79.
1 5
addirittura a raccomandarlo per un soggiorno a Berlino, in cui si sarebbe dedicato ad un lavoro
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di ricerca a tempo pieno sui classici di Husserl . Nella prima parte di questo capitolo è posta
particolare rilevanza sui due concetti di intenzionalità e cogito, i quali gettano le fondamenta
non solo del primo pensiero sartriano ma ricevono anche una speciale inflessione all’interno di
esso. Nel concetto di intenzionalità riconosciamo il proseguimento delle orme del maestro
tedesco,
Sartre la ripresenta quale unica legge della coscienza nella famosa formula “essere coscienza di
qualcosa” ma ne ribadisce anche l’essenziale “praticità”: è infatti attorno all’intenzionalità che
ruota il legame di reciproca costituzione tra la coscienza ed il mondo, inteso come insieme dei
fenomeni, e che inquadra la coscienza non come un contenitore vuoto dotato di interno ed
esterno ma piuttosto come il termine fondamentale di una relazione che è a tutti gli effetti la
vera protagonista. In Husserl Sartre vede innanzitutto un autore di cui ammirare i risultati teorici,
malgrado infatti la tradizione filosofica cartesiana, il pensatore tedesco è riuscito nella sfida di
non inghiottire il mondo nella coscienza, preservando l’integrità e la “sensibilità” dei fenomeni.
Nonostante ciò, Sartre non condivide l’idea di un soggetto nel campo del trascendentale e
proprio con l’intento di prendere le distanze dalle modificazioni che Husserl apporta alla sua
fenomenologia nelle Ideen (1913), che il filosofo parigino pubblica il suo primo saggio: La
trascendenza dell’Ego (1936). Lo scopo di Sartre è qui argomentare a sostegno dell’idea di un
cogito irriflessivo quale unico detentore del dominio del trascendentale e mostrare di
conseguenza l’appartenenza dell’Ego all’insieme degli oggetti del mondo. Il perno del suo
discorso è dato dalla riformulazione di ciò che si intende per “riflessione”: Sartre sostiene che
si tratti di un’attività di secondo grado e non primaria come aveva descritto la tradizione
cartesiana. Il cogito è in grado di mostrarci soltanto che l’intenzionalità rappresenta il rapporto
originario tra la coscienza ed il mondo ma solo in un secondo momento questa relazione genera
l’Io quale illusione unitaria delle attività psichiche della coscienza. Riflettere è conoscere e
conoscere è porre un oggetto dinanzi al soggetto. Sartre non discute mai l’importanza
dell’esperienza conoscitiva per la coscienza ma ne mette in discussione l’essenzialità,
restituendo la preminenza dell’attività e del pathos non solo all’uomo ma anche contro quelle
“filosofie alimentari”, tanto idealistiche quanto realistiche, che ne avevano disperso e cancellato
3
le tracce .
Gli studi sul soggetto e la coscienza incontreranno la loro più esaustiva sistematizzazione
nell’ontologia fenomenologica proposta nell’Essere e il nulla. Di questo testo nello specifico ci
siamo soprattutto occupati e, con la seconda parte del primo capitolo, ci siamo preoccupati di
introdurre e condensare l’impresa titanica intentata da Sartre con il suo capolavoro,
concentrandoci in particolar modo sull’essere-per-sé, proprio della coscienza, e della sua
relazione con l’essere-in-sé, quello dei fenomeni. Se l’essere-in-sé è, nel senso di essere identico
a se stesso, l’essere-per-sé esiste, è contraddizione d’essere, non ha dunque un’essenza
prestabilita ma a posteriori, un libro senza la trama che si scopre solo vivendolo. L’Essere e il
nulla ci appare così come un lungo viaggio attraverso gli svariati modi con cui la coscienza
umana cerca darsi un’identità stabile, malgrado questo traguardo gli sia fin dal principio
« »
2 Cfr. J. M. Edie, The Question of the Transcendental Ego: Sartre’s Critique of Husserl , in “Journal of the
British Society for Phenomenology”, 1993, 24:2, pp. 105-106.
Cfr. J.-P. Sartre, Un'idea fondamentale della fenomenologia di Husserl: l'intenzionalità, in “Materialismo
3
e Rivoluzione” a cura di Franco Fergnani e Pier Aldo Rovatti, il Saggiatore, Milano, 1977, p. 13.
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precluso, in virtù della sua ontologica libertà. Il per-sé è l’essere privo di fondamento,
per questo motivo, è sempre alla ricerca costante di una pienezza d’essere che costituirebbe
l’ideale unità tra essere-per-sé ed essere-in-sé, cioè l’in-sé-per-sé o Dio. Avendo sempre ben
presente questo suo fine, abbiamo poi spiegato quali sono le strutture immediate che formano
parte dell’ontologia del per-sé: presenza a sé, fatticità, mancanza, possibile; e che ruolo
assumono all’interno del circuito dell’ipseità, di quel rapporto concreto che intrattiene la
coscienza con gli oggetti del mondo nel tentativo di ricercare il proprio sé, la propria identità.
Il secondo capitolo vede Sartre rivaleggiare con diversi concetti fondamentali della psicoanalisi
di Freud, quale, soprattutto, quello di inconscio. Sartre non può ammettere infatti la possibilità
di una zona incosciente nel per-sé: è la sua stessa intenzionalità che ci impone l’immagine di
una coscienza come di un grattacielo di cristallo, completamente trasparente e visibile, di
conseguenza, il filosofo francese escogita un’alternativa brillante all’interpretazione incosciente
dei fenomeni psichici del per-sé: la malafede.
Una coscienza che cade nella malafede è una coscienza che, preriflessivamente, mente a se
stessa, che si vuole nascondere dal suo stesso modo d’essere per perdersi tra le cose, illudendosi
di potersi ritenere al pari di un qualsiasi essere in-sé. Nel presente lavoro, questo concetto è stato
affrontato con tutta la radicalità della sua portata, infatti la malafede non rappresenta solo la
prima reazione inconsapevole che attua il per-sé in risposta all’angoscia che avverte per la
propria condizione esistenziale, ma anche la vera sfida teoretica dell’Essere e il nulla e della
psicoanalisi esistenziale. Infatti, solo trovando un senso ed una soluzione alla malafede, le
riflessioni sartriane guadagnano di credibilità. Il fenomeno della malafede è stato per Sartre il
vero “cerbero bifronte” del suo primo pensiero: grazie ad esso è riuscito a scardinare molti
interrogativi freudiani che avrebbero potuto essergli stati posti sul cogito preriflessivo, ma,
contemporaneamente, ha creato anche l’ostacolo più grande per la sua impresa. Vedremo infatti
come, nel corso d’ora in poi delle nostre pagine, il tema ritornerà a più riprese e solamente nella
conclusione capiremo se sia stato risolto oppure no. Cominciamo comunque già ad intuire il
compito principale che dovrà assumere la pratica esistenziale, dal momento che, essendo la
malafede un fenomeno preriflessivo, il terapeuta cercherà di convertire la coscienza del paziente
da non-posizionale verso di essa a posizionale, cioè dalla forma di intenzionalità “extra-
conoscitiva” a quella conoscitiva del fenomeno. Il capitolo, infine, si chiude esaminando la
natura del desiderio umano, tanto sessuale quanto generale, difatti, Sartre rifiuta ogni
sottomissione deterministica delle inclinazioni alla libido, sostenendone invece la loro più
completa libertà ed autonomia e promuovendo una visione della sessualità - quale condizione
ontologica del per-sé - molto originale ed avanguardista. I desideri concreti trovano senso
nell’altrettanto ontologico desiderio di essere, che costituisce il significato profondo dei
comportamenti umani in cui si declina il progetto fondamentale.
Il progetto fondamentale costituisce uno dei concetti principali dell’ultimo capitolo: tale infatti
racchiude il senso del modo concreto con cui, ogni giorno, esistiamo, ci facciamo essere, con lo
scopo ultimo di essere Dio, la nostra propria causa. Arrivati a questo punto del discorso, ci
addentriamo nel lato più squisitamente morale del saggio, infatti, è Sartre stesso ad introdurci
alla terapia esistenziale come al naturale proseguimento delle sue investigazioni ontologiche.
Sono dunque evidenziati i tratti fondamentali che costituiscono la psicoanalisi esistenziale così
com’è esposta dall’autore parigino: scopo, principio, modus operandi, in confronto parallelo
con la terapia freudiana. Il capitolo si chiude infine spiegando per quale
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motivo il pensatore francese pensi un’integrazione necessaria della psicoanalisi delle cose alla
psicoanalisi esistenziale e chiedendoci se, una volta per tutte, esista una cura per una coscienza
in malafede.
I nostri studi ci hanno spinto a diffidare da qualsiasi interpretazione sostanzialistica o patologica
della malafede. Non si tratta di una malattia da curare, di un virus da debellare: la malafede non
può essere considerata al pari di un errore di calcolo commesso durante i passaggi di risoluzione
di un’equazione, per cui basta verificarne retroattivamente i passaggi per scoprirne l’equivoco.
La malafede è una condizione esistenziale propria del per-sé e ciò non significa che prima o poi
scompare definitivamente ma che si può ripresentare più volte e nelle più disparate occasioni e,
per giunta, nel corso della stessa vita. L’unico antidoto che il per-sé ha per evitarne la ricaduta
è quello di trasformarla in responsabilità, in libertà attiva e consapevole di sé. Concluderemo
così che la psicoanalisi esistenziale, lungi dall’essere stata proposta da Sartre stesso come un
insieme di istruzioni pronte ad essere esercitate sul campo, ci sembra piuttosto un grande
monito a non lasciarci accomodare da spiegazioni e de-responsabilizzanti ma, soprattutto, a
convertire il nostro comune desiderio di essere qualcosa che non potremmo mai essere
nell’accettazione di quello che siamo, della fragilità delle nostre scelte e del modo in cui si
riflettono sulla nostra esistenza.
Rincorrere la coscienza del per-sé nei suoi fallimenti esistenziali può sembrare un lavoro inutile;
in fondo, già sapevamo tutti che il per-sé è solo una cronologia di sconfitte. Tuttavia, in realtà, è
proprio leggendo tali fallimenti
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