UNIVERSITÀ DEGLI STUDI GUGLIELMO MARCONI
FACOLTA’ DI LETTERE
CORSO DI LAUREA IN FILOLOGIA E LETTERATURE MODERNE
«EVOLUZIONE DEL SESSISMO LINGUISTICO IN ITALIA:
OSSERVAZIONE DEL FENOMENO DAL PERIODO FASCISTA AI
GIORNI NOSTRI»
: :
Relatore Candidato
Chiar.ma Pros.ssa Matr. N°
ANNO ACCADEMICO
/
Indice
Introduzione 1
Capitolo 1: La politica linguistica del Fascismo
5
1.1 La lingua italiana nella società patriarcale del tempo
5
1.2 Il patriarcato fascista, l’ideologia fascista della donna
18
Capitolo 2: La lingua italiana nella società di massa
2.1 L’italiano nella società di massa 32
2.2 La lingua e l’identità di genere. Alma Sabatini e le
raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana
45
Capitolo 3: La discriminazione di genere nell’italiano
contemporaneo
3.1 Caratteristiche dell’italiano neo-standard 60
3.2 La proposta di un cambiamento essenziale delle
consuetudini linguistiche
70
Conclusioni 96
Bibliografia 99
Introduzione
Per giungere alla parità di fatto, ossia all’uguaglianza di possibili
occasioni per ciascun individuo di entrambi i sessi di realizzarsi
in toto in qualsiasi campo, la società deve necessariamente
liberarsi dei pregiudizi negativi rivolti alle donne.
La nostra cultura, infatti, risulta profondamente compromessa
da molti di quest’ultimi, parte integrante di una tradizione
secolare.
Spesso, non è semplice riconoscerli poiché si presentano in
forma nascosta o camuffata in versione di apparente valore
oggettivo e vengono tramandati, perpetuati e avvalorati per
mezzo della lingua ripetitivamente e in modo subdolo .
1
Tali dichiarazioni di Alma Sabatini (2004), prima studiosa italiana
ad occuparsi di sessismo linguistico più di trent’anni fa, risultano
ancora molto attuali, prova dell’inefficienza delle proposte
attuate finora in seguito ai continui dibattiti affrontati sulla
discriminazione linguistica.
Perciò la società ha il dovere di prendere consapevolezza del
ruolo fondamentale delle donne e necessariamente deve
tutelare la loro posizione e i loro diritti, fino alla metà del secolo
scorso calpestati e oltraggiati.
Esperti di ogni genere condividono in generale l’ipotesi riguardo
alla capacità della lingua di manifestare e soprattutto
condizionare il modo di pensare di ogni individuo.
Di conseguenza, le categorie fondamentali che permettono la
formazione di una lingua sono profondamente condizionate
ideologicamente.
Come afferma Giulio Lepschy:
Il sessismo nella lingua italiana,
1 SABATINI A. (2004), Commissione per la
realizzazione della parità tra uomo e donna, 2005/II, Presidenza del Consiglio dei
Ministri, Roma. 1
«[...] il condizionamento di “genere” si intreccia con quello di classe
ma di fatto è più profondo di quello di qualsiasi altra categoria sociale.
La discriminazione sessista e gli stereotipi di “genere” pervadono la
lingua nella sua interezza e sono rafforzati da essa» .
2
La lingua, infatti, contiene in sé elementi dell’inconscio
collettivo, frutto di una sedimentazione linguistica avvenuta nel
corso del tempo.
Essa proietta l’ordine simbolico in cui si svolge la vita quotidiana
e lo trasmette oltre la coscienza dei singoli parlanti che di essa
fanno uso.
Il modo in cui rappresentiamo i due generi della lingua è di fatto
una rappresentazione culturale, connessa alla realtà sociale dei
valori e delle tradizioni in cui la lingua viene usata per
comunicare.
Tali rappresentazioni persistono a causa anche
dell’inconsapevolezza e della mancanza di riflessioni sul potere
delle parole.
Difatti, conoscere in modo adeguato il significato celato di ogni
parola consente di modificare letteralmente i rapporti di potere.
L’aumento della presenza di donne a ricoprire ruoli di potere e
prestigio, soprattutto in ambito politico e nelle professioni, rende
necessario identificarle con un sostantivo del loro genere:
ministra, primaria, avvocata. La Sabatini già affermava che:
«molti di questi cambiamenti non si possono definire 'spontanei', ma
sono chiaramente frutto di una precisa azione sociopolitica. Essi
dimostrano l'importanza che la parola/il segno ha rispetto alla realtà
sociale e il fatto che siano stati assimilati significa che il problema è
veramente diventato 'senso comune' o che, per lo meno, la gente
2 LEPSCHY G. C. VOGHERA M. (a cura di), (1989), Sulla linguistica moderna, il
Mulino, Bologna, p.62. 2
oramai si vergogna al solo pensiero di essere tacciata come 'classista'
o 'razzista» .
3
Nonostante l’importanza della questione, è abitudine generale
trattare quest’ultima come un sottotema, arginandola e
concentrandosi, invece, in problemi più gravi di questo, anche in
ambito di rispetto e diritti delle donne, come ad esempio, la
piaga del femminicidio.
Tuttavia, è impossibile negare come l’utilizzo di una lingua, non
regolarizzata in base al genere e alla posizione rappresentativa
che quest’ultimo riveste nella società, contribuisca a
sottovalutare costantemente le competenze e i ruoli proiettando
l’immagine di una donna inferiore ed incapace di ricoprire certe
mansioni rispetto all’uomo.
Diversi studiosi si sono confrontati riguardo al tema del sessismo
all’interno della lingua, appurando la necessità di ricorrere a
forme neutre per il genere affinché si possa consentire la
rappresentazione linguistica delle donne.
Nel presente lavoro si osserva, nello specifico, l’evoluzione
dell’uso del genere per la lingua italiana nella sua struttura ma
anche nella legislazione da cui viene regolato.
Inoltre, ci si sofferma sugli effetti concreti che confermano la
presenza di sessismo nell’italiano. Tutto ciò viene analizzato in
diversi contesti: a partire dal periodo fascista, passando
dall’osservazione della situazione linguistica durante la
diffusione dei mass media, per giungere al dibattito sul sessismo
linguistico, ancora vivo nel nostro Paese.
Lo scopo di questo lavoro è quello di mostrare le riflessioni
avanzate da diversi illustri studiosi su un tema relativamente
attuale, ossia il rispetto della lingua di genere.
Il sessismo nella lingua italiana,
3 SABATINI A. (2004), Commissione per la
realizzazione della parità tra uomo e donna, 2005/II, Presidenza del Consiglio dei
Ministri, Roma, p.98. 3
Si cerca, in questo elaborato, di dare una visione globale del
problema analizzando diversi fenomeni tipici sia della lingua
scritta sia del parlato. L’obiettivo di questa ricerca è di verificare
in che misura sia presente la dimensione sessista nell’italiano in
contesti formali ed informali, riportando, quindi, le molteplici
proposte risolutive avanzate da diversi esperti in riferimento alla
questione.
Il tutto, viene affrontato assumendo come riferimento principale
il magistrale lavoro di Alma Sabatini (1987), nell’intento di
individuare i fattori che contribuiscono all’attuazione di un
linguaggio meno discriminatorio.
In particolare, nel primo capitolo si passa in esame l’uso della
lingua italiana durante il periodo fascista, attenzionando la
politica linguistica imposta dal governo mussoliniano da diversi
punti di vista ed osservando l’impatto inevitabile che tali riforme
hanno avuto sull’istruzione dei giovani del tempo e sull’uso
quotidiano dell’italiano.
In più, si getta uno sguardo anche sulla considerazione della
donna nel periodo del Fascismo e sulla discriminazione
linguistica celata che quest’ultima subiva in contesti scolastici e
lavorativi.
Nel secondo capitolo, invece, si osserva come l’italiano viene
profondamente plasmato dall’avvento e dalla diffusione dei
mass media dagli anni ’50 in poi, nonché dalla globalizzazione in
generale.
Inoltre, si analizza in che modo viene affrontata la questione del
linguaggio sessista nell’indifferenza politica generale e, di
contro, si espongono le lungimiranti proposte di Alma Sabatini.
Infine, nel terzo capitolo, si esamina nei diversi aspetti l’italiano
dei giorni nostri, soffermando l’attenzione sulle riflessioni
avanzate da diversi esperti nei confronti del lavoro della
studiosa Sabatini, includendo anche il pensiero del popolo del
web. 4
Capitolo I
La politica linguistica del Fascismo
1.1 La lingua italiana nella società patriarcale del tempo
Tra il 1922 e il 1943 il regime fascista attuò una vera e propria
politica linguistica attraverso una serie di provvedimenti.
Nell’anno scolastico tra il 1930 e il 1931 fu introdotto nella
scuola come obbligo il libro in testo unico nelle prime classi delle
elementari, quindi, un libro di testo uguale per tutte le scuole,
che naturalmente riportava le idee di regime e contribuì
ovviamente alla fascistizzazione degli italiani fin dalla prima
infanzia. 5
Altro provvedimento consistette in una serie di iniziative contro
l’uso del dialetto, queste vennero attuate nella scuola. Una vera
e propria campagna anti- dialetti, visti come ostacoli alla
ideologia nazionale.
Altro intervento di politica linguistica con conseguenze ancora
più drammatiche fu la lotta contro le minoranze linguistiche, che
si manifestò con varie iniziative: l’imposizione dell’italiano in Val
d’Aosta, la politica etnica contro la minoranza linguistica di
lingua tedesca in Alto Adige e slovena nella Venezia Giulia
l’italianizzazione forzata toponomastica; ossia di tutto ciò che
riguarda i cognomi e i nomi dei luoghi.
Altro provvedimento che ebbe un successo temporaneo fu
quello dell’italianizzazione delle parole straniere, soprattutto
riferite al francese, lingua di maggior diffusione e di successo. In
qualche caso le sostituzioni proposte ebbero successo, si pensi
autista chaffeur, regista regisseur.
a: al posto di al posto di In
altri, invece, le registrazioni proposte dall’Accademia d’Italia non
ebbero successo e oggi le citiamo sorridendo, come per
arlecchino cocktail, pantosto
esempio: al posto di al posto di
toast, fin di pasto dessert.
al posto di
Ultima fra le battaglie linguistiche condotte durante il regime fu
quella del 1938 e riguardava il pronome tecnicamente detto
lei,
allocutivo, definito “di cortesia”: il col quale ci rivolgiamo a
lei
persone con cui non siamo in confidenza. Contro il fu sferrato
un vero e proprio attacco perché ritenuto un pronome straniero
nonché troppo femmineo da molti esponenti del governo
fascista. Primo fra tanti a sostenere la battaglia contro il
lei:
suddetto pronome fu Bruno Cicognani considerando il
«una paroletta turpe, infetta, esecrabile, disgustosa [..] Quel
lei
«maledetto è di derivazione spagnolesca e cortigiana[..] è una
mostruosità che si riallaccia a un inquinamento del costume, del
6
senso morale, della ragionevolezza d' un popolo. […] Lo si cancelli
subito» .
4
Il romanziere fiorentino non era certamente l’unico ad
lei.
appoggiare la campagna a favore dell’abolizione del Infatti,
in ambito letterario, molti autori erano della stessa opinione,
come: il filologo Giorgio Pasquali, la scrittrice Ada Negri, la quale,
in una lettera dichiara: «Io ho sempre, per istinto, preferito usare
voi.
il La disposizione del Governo, ora, mi ha quindi trovata
perfettamente a posto».
Dello stesso pensiero erano anche: Vasco Pratolini ed Alberto
Savinio, quest’ultimo, spintosi persino ad insultare il pronome:
lei
«Il è lo strumento linguistico di coloro che hanno qualcosa da
lei
nascondere […] il ponticello ideale dell' ipocrisia […] è colui che
.
non guarda in faccia» 5 lei
Altro sostenitore fu Renato Simoni dichiarando: breve i
«tra
voi,
superstiti, accerchiati da tanti si arrenderanno e andranno a
molto riveriti signori, padroni
tenere compagnia ai ai
colendissimi e ad altre ossequiosità pallide e impolverate del
passato» . Ed Elsa Morante afferma convinta: «Sia pace all'
6 lei»
anima del .
7 lei
Oltretutto, l’utilizzo del risultava una consuetudine antistorica
voi,
perciò urgeva la necessità di essere sostituito dal per
rivolgersi a persone con cui non si aveva grande confidenza e
tu,
dal per le persone con le quali, invece, c’era un rapporto più
4 https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/01/27/la-guerra-
dei-pronomi-nell-italia-in.html
5 Lo scrittore pubblica uno scritto sulla Antieuropa di Asvero Gravelli» nel
«Rivista Ipocrisia del Lei;
numero di novembre-dicembre del 1939 intitolandolo proprio
A. Ipocrisia del Lei
SAVINIO in “Antieuropa. Rassegna Universale Del Fascismo. Anti
Lei” (1939), N. 11 E 12, Milano stabilimento tipografico Europa, pp.42-43.
6 https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/01/27/la-guerra-
dei-pronomi-nell-italia-in.html
7https://lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2014/09/10/il-regime-delle-parole-la-
bonifica-linguistica-di-mussolini-raccontata-in-un-film-anzi-una-pellicola/
7
lei
diretto e più intimo. Il non era né femmineo né straniero; era
un pronome di tradizione già italiana, esistente fin dal
Cinquecento ed era una forma regolarmente concordata al
vostra signoria,
femminile per rivolgersi a persone importanti.
Non è certamente trascurabile un altro aspetto della lingua di
regime, ossia la lingua usata da Mussolini che molto abilmente
sfruttò il modello della lingua di D’Annunzio, il poeta più
celebrato e famoso del tempo, adattando questa lingua ad un
uditorio più popolare, caricando il linguaggio di riferimenti alla
Roma Imperiale. Tale uso è evidente nei discorsi di Mussolini al
popolo. Ad esempio, nel discorso da Palazzo Venezia il 9 marzo
1936, in occasione della proclamazione dell’impero,
spade lucenti, energie
comparivano espressioni come:
prorompenti, gagliarde generazioni, colli fatali, giuramenti sacri ,
per la vita e per la morte
fino all’espressione conclusiva che
scatenava l’entusiasmo del pubblico della piazza.
Dell’apparato della lingua del Fascismo è rimasto ben poco.
Nella lingua di ogni giorno sopravvive poco più di qualche
colli fatali colpo di
espressione: i per indicare la città di Roma, il
spugna bagnasciuga
per indicare una cancellazione o il per
indicare la zona di spiaggia dove si rompono le onde. Sono
fenomeni che bisogna ricordare per non dimenticare mai che
l’uso della lingua non si può mai imporre attraverso leggi e
decreti .
8
In un primo momento si può notare come le diverse scelte di
politica linguistica furono particolarmente condizionate dal forte
sentimento della patria, del desiderio dell’Italia unita, di Roma
capitale.
Ciò rappresentava particolarmente la base del consenso, fino
alla rottura tra regime e popolo nel 1938 .
9
8 https://www.raicultura.it/raicultura/articoli/2020/05/Da-Garrone-a-Mussolini-il-fascismo-e-la-lingua-
italiana-b0eb1422-309d-4eba-a540-e44ca394cc0b.html
9 CHABOD F. (1961), L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Einaudi.
8
Il dibattito teorico sulla questione dell’unificazione linguistica
d’Italia scaturisce proprio da tale sentimento. In particolare, si
pone come scopo principale l’unificazione e la purificazione della
lingua “nazionale” da elementi “disturbanti”. Quest’ultima,
infatti, veniva considerata l’unica varietà idonea a detenere il
diritto di costituire la norma linguistica dentro i confini politici del
paese .
10
La discussione su tali temi politico-linguistici deriva dalla
presenza di radici ideologiche tendenzialmente puristiche e
nazionalistiche, tipiche dell’Ottocento, che fondavano la loro
ragion d’essere sul livellamento tra lingua e nazione e di
conseguenza nei confronti anche del popolo.
A tale sorgente il Fascismo certamente trovò abbondanti risorse.
Fondamentalmente il dibattito si orientava secondo tre principali
spinte concettuali: prima fra tutte sicuramente spiccava
l’avversione verso i dialetti e verso ogni specie di regionalismo
nella lingua comune, atteggiamento che fu riservato anche alle
lingue delle minoranze. Terzo concetto di fondo fu certamente la
discriminazione ostentata allo scopo di cancellare qualsiasi
tentativo di contaminazione linguistica straniera. L’obiettivo
comune perciò consisteva nella difesa della lingua nazionale
nell’intento di conservare la sua integrità e purezza.
Dopo la sua unità l’Italia presentava sicuramente diverse e
uniche varietà linguistiche regionali e locali. Tuttavia, si
percepiva il bisogno comune di “unità” in tutte le sfaccettature
della sua accezione. La lingua, in questo caso, rappresentava
uno dei più efficienti tra i mezzi a disposizione. Riuscire a
direzionare la comunicazione secondo l’utilizzo di un’unica
varietà alta era fisiologico per giungere all’obiettivo di unità e, in
tal senso, si riteneva necessario partire dalla lotta
all’analfabetismo e alla dialettofonia.
10 Il rapporto tra il concetto di “lingua nazionale” e la formazione degli stati borghesi nazionali da un
lato e l’impostazione di una politica linguistica accentratrice dall’altro è presente in ROSIELLO L.
(1979), Lingua, vol.8, Torino, Einaudi. 9
La scuola, dal canto suo, contribuì al cons
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