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Tesi, La figura di Pasquale Rossi ed il suo contributo alla psicologia collettiva: il problema della folla

Tesi, La figura di Pasquale Rossi ed il suo contributo alla psicologia collettiva: il problema della folla per la cattedra di Storia della scienza del professor Cimino. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il Contesto storico: Scienze sociali e società in Europa e nel Mezzogiorno italiano tra Ottocento e Novecento; il positivismo in Italia.

Materia di Storia della scienza relatore Prof. G. Cimino

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Un’altra figura importante della psicologia sociale del tempo fu Gabriel Tarde,

anch’esso sociologo francese, a cui si deve la differenziazione tra le definizioni di

“folla” e “pubblico”. Secondo Tarde, è opportuno attuare una sostanziale

distinzione tra le due, in quanto la prima ,la folla, si riferisce ad un aggregato di

tipo concreto di individui che condividono uno spazio fisico, mentre la seconda ,

11

il pubblico, è da intendersi come un tipo di folla “spiritualizzata ed elevata” o,

come venne poi definita in seguito , “opinione pubblica”. Tarde si occupò anche

di studi di criminologia, e fu proprio da quest’ultimi che derivarono le sue teorie

sulla folla. Ad ogni modo, per egli era fondamentale un’attenta analisi degli

aspetti contestuali e motivazionali che caratterizzano i singoli episodi di folla, per

questo il suo pensiero si discostava da quello di Le Bon, che considerava troppo

generalizzante riguardo a questo aspetto.

Sulla scena delle scienze sociali italiane, di grande importanza fu la figura di

Scipio Sighele, psicologo, sociologo e criminologo originario del Trentino.

Sighele, il cui pensiero fu molto influenzato dalle teorie del suo contemporaneo

criminologo Cesare Lombroso, si prepose di analizzare le dinamiche del

comportamento della folla, partendo dall’idea che le tendenze del collettivo

fossero attitudinalmente criminose. Di fatti, uno dei suoi più celebri scritti è

proprio quello di “La folla delinquente”, in quest’ultimo egli teorizzava che

l’essere umano inserito in un contesto di folla perdesse il suo controllo razionale,

dando così libero sfogo alla sua natura crudele. Per quanto riguarda l’aspetto

giuridico, egli assunse una posizione di mezzo riguardo al problema del come

giudicare gli atti criminosi compiuti all’interno dell’ambito della folla, in quanto

egli stesso riteneva che questi atti di criminosità fossero dovuti alla perdita di

razionalità che avviene all’interno di questa, e che quindi fossero accaduti in

mancanza di un effettivo libero arbitrio. Proprio per questa sua teoria, arrivò

anche a difendere in parte il periodo di terrore post Rivoluzione francese, poiché

dovuto alla follia criminale collettiva da parte di quelli che, in altre circostanze,

sarebbero stati dei normali cittadini. Sebbene egli stesso influenzò in maniera

decisiva il lavoro di Le Bon, suo contemporaneo, non ebbe purtroppo lo stesso

successo.

                                                                                                               

 G.    

11 Tarde, L'opinion et la foule, Paris 1901, p. 2.

  14  

In questo scenario nazionale, Pasquale Rossi fu un caso anomalo delle scienze

sociali del tempo: egli, piuttosto che dedicarsi agli studi sulla folla con l’intento di

gestirla, ci si dedicò con l’intento di educarla.

Di questo, e del grande contributo di Pasquale Rossi alla psicologia sociale,

tratteremo nei prossimi capitoli. 2.

La figura di Pasquale Rossi

  15  

2.1 Cenni biografici

Pasquale Rossi nacque a Cosenza nel 1867, figlio di un noto avvocato

praticante a Cosenza, e di madre appartenente alla nota ed illustre famiglia Via.

Fin dai primi anni di scuola secondaria, Rossi mostrò un grande fascino per

Giuseppe Mazzini, che per molti rappresentava l’emblema del riscatto sociale e

delle idee rivoluzionarie.

Egli si trasferì successivamente a Napoli, al tempo centro nevralgico di un ricco

ambiente socio-culturale, per intraprendere gli studi nella facoltà di Medicina e

Chirurgia. Durante il periodo di studi Rossi entra a far parte del gruppo di giovani

progressisti napoletani e, nel 1891, fu coinvolto dal governo liberale in un brutale

processo, che gli costerà in conclusione sei mesi di carcere. Laureatosi nel 1892

con il massimo dei voti, e scontata la pena in carcere, fece ritorno in Calabria

stabilendosi nel sobborgo di Tessano, esercitando la professione di medico. Con il

ritorno in Calabria, cominciarono i primi rapporti con il Partito Socialista Italiano,

da lui considerato un partito nuovo e progressista. In questo periodo strinse un

forte rapporto con Nicola Serra, acceso socialista. Egli aderì al socialismo

riformista della Cosenza del tempo, interessato ai bisogni impellenti della

popolazioni e della classi svantaggiate, ottenendo molti risultati per “l’elevazione

12

dei ceti subalterni” .

Nel frattanto conobbe e sposò Italia Parise, da cui ebbe ben quattro figli: Carmela,

Francesco, Clara e Mario. A Cosenza, insieme ad un gruppo di intellettuali

progressisti, fondò il settimanale “Il Domani”.

I primi interessi per la folla scaturirono proprio dal suo impegno politico, egli

infatti affermava:

                                                                                                               

12 T. Cornacchioli, Le Rumanze ed il folk-lore in Calabria, Cosenza, Pellegrini, 1983.

  16  

“Me insciente, io mi trovavo in un filone di pensiero nuovo: uno spostamento si era venuto

operando nel campo della mia coscienza e l’interesse pratico era passato in seconda linea e si era

13

affermato un interesse altamente scientifico.”

Così, nel 1909, Pasquale Rossi pubblicò il suo primo libro “L’animo della folla”,

poco dopo la prematura morte della figlia Carmela. Ne “L’animo della folla” , egli

si contrappone fortemente alle teorie del tempo che consideravano la folla come

delinquenziale ed irrazionale, concentrando il suo interesse sulla folla pensante.

Egli inoltre scrisse successivamente “Psicologia collettiva”; “Giuseppe Mazzini e

la scienza moderna”; “Psicologia morbosa”; “Sociologia e psicologia collettiva”;

“Dalla memoria dell’immaginazione sociale”; “Le Rumanze ed il folclore in

Calabria”, e diversi altri. L’interesse per le Rumanze, o fiabe, appartenenti al

folclore locale, prende origine dalla concezione che queste si prestino allo studio

della psiche collettiva, e che ne includano le leggi: le fiabe sono infatti

antichissime , ed hanno costantemente accompagnato l’uomo nel suo percorso

nella storia.

Pasquale Rossi si spense a soli trentotto anni, nel 1905, sconvolgendo tutta la

popolazione Cosentina, da cui era molto benvoluto ed ammirato. I suoi funerali

furono ricordati per anni, perché coinvolsero una folla molto commossa di suoi

concittadini. Il suo corpo riposa ad oggi nel cimitero di Cosenza.

2.2 Pasquale Rossi e il Partito Socialista Italiano

L’interesse di Pasquale Rossi per le ideologie socialiste parte, così come per

molti altri giovani della sua epoca, dall’ammirazione per le idee mazziniane.

Allo stesso modo di molti altri giovani calabresi, le prime prove da socialista

nacquero nell’ambiente universitario: sovente infatti all’epoca trasferirsi in

ambienti universitari quali quello di Napoli o di Roma, segnava, per tutti coloro

che provenivano dalle regioni meridionali, un importante tappa nella formazione

                                                                                                               

 

13 P. Rossi, L’animo della folla, Cosenza, 1898, p. XII.

 

  17  

personale, a contatto con le ferventi idee che venivano a formarsi in questi

ambienti di fermento culturale e politico.

Pasquale Rossi frequentava a Napoli la facoltà di medicina, ed è proprio in quel

periodo che cominciò ad avere diversi contatti con i gruppi socialisti della città.

Le informazioni sull’ambiente da lui frequentato al tempo ci pervengono

soprattutto grazie alle carte della polizia, che riportano svariate volte il suo

14

nome . In questo periodo egli soleva frequentare attivi militanti come Arturo

Labriola, Tommaso Schettino, Giovanni Bergamasco, Pietro Casilli, Luigi Felicò,

Gino Alfani, e i due calabresi Francesco Cacozza e Antonio Rubinacci, in seguito

15

divenuto segretario della Camera del lavoro . Tra il 1890 ed il 1891, egli si fece

promotore di diverse azioni sovversive e , nel 9 marzo del 1891, fondò assieme ad

Ettore Croce e Giuseppe Barbarossa un circolo universitario repubblicano

socialista. Successivamente, in occasione del primo maggio dello stesso anno, egli

aderì alla manifestazione operaia per la quale fece circolare diversi manifesti che

esponevano un programma rivoluzionario. A causa di ciò fu in seguito accusato di

“aver preso parte ad associazione incitante alla disobbedienza e all’odio tra le

classi sociali, e d’aver distribuito manifesti di eguale carattere” , e , dopo essere

stato arrestato alla vigilia del primo maggio, venne condannato ad una pena di sei

16

mesi di detenzione ed 200 lire di multa .

Nel frattanto la Calabria, sebbene caratterizzata da idee socialiste abbastanza

ferventi e diffuse, non era considerata molto dalla scena socialista Italiana.

Fu soltanto dopo il congresso di Genova, con l’affermarsi del socialismo italiano,

17

che cominciò ad avere influenza sulla scena nazionale anche la Calabria .

Pasquale Rossi, tornato nella sua patria d’origine nel 1892, si dedicò da subito ad

una politicizzazione e diffusione delle ideologie socialiste.

Egli fondò il “Domani”, periodico settimanale, e partecipò alla redazione della

rivista mensile “Rassegna socialista” , con i quali ottenne molti consensi da parte

dell’opinione pubblica calabrese.

                                                                                                               

14 Archivio di Stato, Napoli (A.S.Na), Carte Questura.

15 T. Cornacchioli, G. Spadafora, Pasquale Rossi e il problema della folla: socialismo,

mezzogiorno, educazione, Roma, Armando Editore, 2000.

16 G. Argano, S. Fasulo: storia vissuta del socialismo napolitano, Roma, 1991.

17 G. Masi, Socialismo e socialisti di Calabria. Salerno-Catanzaro, 1981.

  18  

Una volta che si venne costituire ufficialmente il Partito Socialista Italiano, Rossi

si adoperò a tracciare un programma per la sua città, forte della concezione che il

socialismo sarebbe stato uno strumento che avrebbe contribuito fortemente

all’evoluzione della società locale.

Nel 1902 egli si candidò alle elezioni provinciali, in concorso per il ruolo di

consigliere comunale: il suo programma era articolato in quattro punti cardine:

politica del lavoro, servizio baliatico ed ospedaliero, politica scolastica e cassa di

18

risparmio . Egli pose una particolare attenzione sulla situazione locale,

considerandola spesso emarginata dal resto del paese, e considerava la

“demopedia” lo strumento più appropriato per il miglioramento della realtà locale,

intendendo curare la formazione dei cittadini. Egli propose quindi borse di studio

per coloro i quali si erano mostrati più meritevoli e meno abbienti, ed un

19

potenziamento delle risorse del territorio correlate all’istruzione .

Rossi riuscì a diventare consigliere comunale, ed ottenne un ruolo amministrativo

all’interno del partito. A distanza di un anno egli decise però di abbandonare

l’incarico amministrativo, nonostante avesse svolto il suo ruolo in maniera più che

lodevole dando ascolto ai problemi concreti dei ceti popolari.

Nel frattanto, egli continuò con la sua carica di consigliere comunale, infittendo

sempre di più la sua attività giornalistica con il Domani.

Nel giro di un paio di anni però egli decise di abbandonare anche il ruolo di

consigliere comunale, decisione sulla quale incise soprattutto il fatto che il suo era

ormai un socialismo che, trovando le sue radici nella pedagogia sociale, si

scontrava con i tempi nuovi: egli lasciò quindi il posto alle nuove generazioni,

promotrici di un socialismo del tutto nuovo alla base del quale si affermavano i

primi modelli associativi e di lotta.

2.3 Pasquale Rossi giornalista

                                                                                                               

18 T. Cornacchioli, G. Spadafora, Pasquale Rossi e il problema della folla: socialismo ,

mezzogiorno, educazione, Roma, Armando Editore, 2000, P. 442.

19 P. Rossi, Il mio programma, in Il Domani, n. 24, Cosenza, Luglio 1902, p. 1.

  19  

Un particolare occhio di riguardo va posto anche alla trattazione della carriera

giornalistica di Pasquale Rossi, che lo accompagnò per l’intero corso della sua

breve vita, ed ebbe un ruolo di strumento indispensabile sia per la divulgazione

politica che in funzione del suo progetto di demopedia.

Pasquale Rossi ebbe un ruolo centrale nell’ambito socio-politico e culturale della

Calabria del tempo che, sebbene lontana ed emarginata dai centri nevralgici di

elaborazione culturale e politica del paese, non mancò di una grande produzione

intellettuale, che non ebbe niente da invidiare alla cultura nazionale ed

internazionale del tempo.

La sua attività giornalistica trova il suo punto d’inizio nel 1890, e si conclude nel

1905 con la sua morte, ed include almeno quindici periodici stampati a Cosenza, e

20

diverse riviste scientifiche con le quali collaborò con molti saggi e articoli .

Egli ebbe tra l’altro la direzione di ben quattro periodici: la prima edizione

risalente al 1893 di Il Domani, la Rassegna Socialista del 1893, l’ Archivio di

Psicologia Collettiva e Scienze Affini del 1900, ed infine Il Domani dal 1901 al

1903.

Nel 1890 ha inizio la sua carriera giornalistica, quando Rossi, ancora studente

universitario, collaborò al settimanale napoletano radicale La Luce, diretto da

Francesco Principe e Luigi Caputo, che chiuse però dopo soli dieci mesi di vita, il

15 giugno 1891. Successivamente, nel 1891, Rossi collaborò al settimanale

Corriere Bruzio, diretto da Gennaro Moccia, dove scrisse il primo articolo in cui

parlò apertamente del socialismo. Nel febbraio 1893, diretto da Rossi, uscì il

settimanale Il Domani, che si concluse dopo quattordici numeri. Vi fu anche una

minore collaborazione, caratterizzata da qualche piccolo intervento, sul periodico

radical-massonico Il momento. Dal luglio 1893 egli diresse, e scrisse per gran

parte, il periodico Rassegna Socialista, dalle vaste trattazioni di temi come

l’emigrazione, gli scandali bancari del tempo, il divorzio, la vita nazionale del

Partito Socialista ecc. Più volte i numeri della Rassegna Socialista vennero

sequestrati per le repressioni di Crispi.

                                                                                                               

 

20 T. Cornacchioli, G. Spadafora, Pasquale Rossi e il problema della folla: socialismo ,

mezzogiorno, educazione, Roma, Armando Editore, 2000.

  20  

Senza dubbio, il giornale locale più celebre e con maggior eco nel confronto

culturale nazionale ed europeo del tempo, fu La Lotta, di cui Rossi diresse la

rubrica “Note di Sociologia”, quest’ultima si incentrava su un dibattito in merito a

grandi temi psico-sociali , non annessi nello specifico alla realtà regionale.

Nell’aprile 1893, assieme all’avv. Nicola Serra, il giornalista Luigi Caputo e

Roberto Mirabelli, fondò un settimanale di propaganda a distribuzione gratuita,

21

Humanitas, con contributi volontari di diversi socialisti calabresi . Anche questo

settimanale ebbe però vita breve, e si concluse nel maggio 1893 dopo soli 5

numeri.

Nel periodo che va dal 1895 al 1899, egli collaborò con il giornale Cronaca di

Calabria, fondato dal socialista Luigi Caputo, che si rivelerà poi essere uno dei

fogli locali più duraturi, con Cronaca di Calabria e con Cosenza Laica.

Con l’affermarsi della sua attività politica di partito, nel 1896, Rossi pubblicò

diversi articoli su La Lotta relativi alla “questione sociale”, ed in occasione del

primo maggio e di un tragico episodio che coinvolse il suicidio di una ragazza

22

cosentina, egli pubblicò uno studio sul suicidio e l’animo popolare .

Nel 1900 Pasquale Rossi fondò e diresse a Cosenza l’Archivio di psicologia

collettiva e scienze affini, che vantò prestigiosi collaboratori come Scipio Sighele,

Nicola Serra, Enrico Ferri e Bernardino Alimena. Le trattazioni giornalistiche di

Rossi si andavano via via concentrando sempre più sulla questione meridionale, e

si andava consolidando in lui l’idea che la cultura fosse lo strumento più adatto

per lo sviluppo ed il miglioramento delle condizioni popolari.

Nel 1901 egli riprese il foglio interrotto nel 1893, Il Domani, presentandolo in una

veste meno socialista in apparenza, sebbene i suoi redattori e collaboratori furono

per lo più di matrice socialista. In questo settimanale egli si rivolge

principalmente ai suoi elettori, con uno stile tendenzialmente riformista volto

all’eguaglianza sociale. Su Il Domani Rossi si soffermò soprattutto sulla

trattazione dei problemi che , come detto in precedenza, via via pervadevano il

suo interesse, quali la questione meridionale e la drammatica situazione sociale di

                                                                                                               

21 T. Cornacchioli, Le origini del movimento socialista organizzato in Calabria, 1892-1897: le

corrispondenze dalla Calabria di Lotta di classe, organo nazionale del Partito socialista italiano,

Cosenza, Pellegrini, 1983.

22 P. Rossi, il sentimento della folla, in La Lotta, Cosenza, maggio 1897.

  21  

Cosenza, dove miseria ed ignoranza costituivano il maggiore ostacolo per lo

sviluppo.

Rossi individuava le ragioni della cronica arretratezza della Calabria nel fatto che

dopo l’unità d’Italia la classe dirigente meridionale, differentemente da quella del

nord, non si era organizzata in un partito politico e non aveva istruito le masse, e

questo stava portando a innumerevoli rivolte popolari, da lui ritenute inutili.

Secondo Rossi, era la possibilità di voto che avrebbe cambiato la situazione dei

ceti popolari. Per lui il giornale ed il partito rappresentavano lo strumento

migliore per il suo progetto educativo delle folle, e si sforzò di rendere accessibile

il giornale anche ai lettori meno istruiti, sostenendo che è soprattutto la differenza

di vocabolario a costituire il divario tra intellettuali ed ignoranti. Egli inoltre ebbe

interesse nell’indagare i motivi del successo del movimento cattolico in quegli

anni. Nel 1903 si concluse anche la pubblicazione de Il Domani, al seguito della

quale Rossi continuò a collaborare a La Lotta fino al marzo del 1905, sei mesi

prima di morire.

2.4 Pasquale Rossi e la Massoneria

Alla base della personalità politica e morale di Pasquale Rossi vi sono due

componenti: la Massoneria ed il socialismo. La massoneria non è considerabile né

come una filosofia né tantomeno una religione, in quanto i suoi adepti sono liberi

dall’obbedienza di un dato credo o dogma. Alla base della concezione massonica

vi sono la virtù e la ricerca della verità, accompagnate dalla credenza che esista

comunque qualcosa di superiore chiamato “Ente Supremo”, e che virtù e verità

facciano parte di questo.

Proprio per questa difficile distinzione di sfumature all’interno del pensiero

massonico, è spesso capitato che si presentassero personalità che inglobassero

opposte concezioni politiche e religiose, unificate però all’interno dell’individuo

23

dall’esigenza morale del bene dell’Umanità . Ad esempio, vi furono massoni tra

gli antifascisti, ma anche tra i seguaci di Mussolini. Non di rado però queste

                                                                                                               

23 E. Esposito , Pasquale Rossi e la crisi della Massoneria fra fine Ottocento e inizi del Novecento,

in T. Cornacchioli G. Spadafora, Pasquale Rossi e il problema della folla: socialismo,

mezzogiorno, educazione, Roma, Armando, 2000.

  22  

appartenenze destavano problematiche sia da parte della Massoneria, che da parte

della corrente politica di appartenenza.

Per quanto riguarda Pasquale Rossi, egli era al contempo un socialista ed un

massone, che vedeva nel socialismo lo strumento più adatto al fine di trasformare

in meglio la società nel nome dell’uguaglianza, realizzando il bene dell’Umanità.

Egli fu iniziato alla Massoneria a Napoli, nel corso dei suoi anni universitari, e nel

luglio 1888, all’età di ventuno anni, fu fatto “maestro” nella Loggia “Roma”.

Nel frattanto a Cosenza la Massoneria viveva un periodo di crisi, e la Loggia

locale “Bruzia-De Roberto”, a causa di numerosi conflitti interni, arrivò anche a

sciogliersi nel gennaio 1880, sotto ordine del Grande Oriente d’Italia, o G.O.I.,

un'obbedienza massonica istituita ritualmente il 20 giugno 1805 a Milano. La

Loggia “Bruzia-De Roberto” fu poi ricostituita un mese dopo, allontanando i

soggetti che avevano causato le relazioni conflittuose al suo interno, ossia quanti

vi erano entrati con il solo fine di facilitarsi la scalata al potere in città, e non per

ragioni propriamente esoteriche. Dopo ulteriori conflitti cittadini, causati

specialmente dalle diverse concezioni politiche dei suoi componenti , nel 1885, la

stessa “Bruzia” decretò il proprio scioglimento, e ,dopo poco, fu ricostituita , e le

sue redini furono prese da Fortunato Benvenuti. Nello stesso anno, Pasquale

Rossi, rientrato a Cosenza, si attivò per cercare di rinnovare al meglio la Loggia e

ricondurla ai giusti principi originari ,spingendola a riunificarsi pacificamente per

perseguire il bene dell’Umanità. La sua passione politica lo indusse sempre più a

caratterizzare il suo massonismo in senso socialista. Con la sua ascesa politica,

Rossi cercò sempre più di favorire le classi svantaggiate, spingendo fortemente

sul suffragio universale, che secondo lui avrebbe debellato la nuova forma di

feudalesimo che si stava andando costruendo in città per mano della borghesia

cittadina. D’altro canto da parte dei socialisti non era ben vista l’appartenenza di

Rossi alla massoneria, ritenendo l’appartenenza a quest’ultima incompatibile con

il socialismo.

Intanto nello stesso periodo, la Massoneria italiana si andava schierando sempre

di più contro Crispi, e ciò stava portando gradualmente all’affermarsi di

movimenti cattolici nella società. Tra il 1896 e il 1899 si assistette ad una

profonda divisione politica. La massoneria cittadina veniva sempre di più

  23  

influenzata politicamente da relazioni opportunistiche piuttosto che da scelte

elettorali date da convergenza di pensieri politici. Rossi, sempre più coinvolto

nelle sue battaglie di sottrazione del potere alla borghesia, si attivò in numerose

iniziative assistenziali e culturali in città. I rapporti di Rossi con la massoneria si

andavano però man mano inasprendo, poiché durante le elezioni locali del 1901 si

venne a formare un blocco massonico antisocialista in accordo con i movimenti

clericali. Questi ultimi, tentarono in tutti i modi di andare contro le proposte

filantropiche di Rossi, come la refezione scolastica ed il forno municipale.

Due anni dopo, per contrastare questo movimento Rossi, insieme ad altri

esponenti cittadini tra i quali Oreste Dito, tentò di creare un blocco anticlericale

formato da socialisti e massoni indipendenti, tentando di ripacificare infine la

24

massoneria con il socialismo .

Tutta la carriera politica di Rossi è stata influenzata dalla sua appartenenza

massonica: secondo gli storici, nel periodo in cui Rossi vive la relazione tra

iniziazione massonica ed impegno politico è da considerarsi “necessaria” al fine

di risvegliare le realtà sociali dell’Italia del tempo.

2.5 Pasquale Rossi ed il cattolicesimo

La formazione di Pasquale Rossi ha origine nella piccola città di Tessano,

frazione di Dipignano, che , pregnante della religiosità delle comunità agricole, gli

permise di acquisire un senso di grande solidarietà verso il prossimo ed una

25

sensazione di una presenza superiore in tutte le manifestazioni della vita .

Una volta trasferitosi a Napoli per i suoi studi universitari, venne a contatto con il

socialismo marxista, caratterizzato da una forte solidarietà sociale, accettando in

pieno anche la tesi marxiana del materialismo storico, secondo la quale lo

                                                                                                               

24 E. Esposito , Pasquale Rossi e la crisi della Massoneria fra fine Ottocento e inizi del Novecento,

in T. Cornacchioli G. Spadafora, Pasquale Rossi e il problema della folla: socialismo,

 

mezzogiorno, educazione, Roma, Armando Editore, 2000.

25 L. Interieri ,Pasquale Rossi e la crisi della Massoneria fra fine Ottocento e inizi del Novecento,

in T. Cornacchioli G. Spadafora, Pasquale Rossi e il problema della folla: socialismo,

mezzogiorno, educazione, Roma, Armando Editore, 2000.

  24  

sviluppo dell’umanità è determinato dai rapporti di produzione. Per Rossi, questa

26

era una tesi caratterizzata da una certezza pari a quella di una legge fisica .

Il socialismo marxista si schierava fortemente contro la religione, ritenendola il

semplice frutto di uno strumento per rafforzare il potere della classe dominante.

Tuttavia Pasquale Rossi visse questo aspetto del socialismo in modalità

particolari, conservando infatti gli aspetti essenziali della religiosità che aveva

acquisito durante l’infanzia. Egli stimava fortemente Gesù, pur rifiutando la

Chiesa come istituzione. Secondo Rossi, l’origine di Gesù non era divina, ma al

contempo egli sentiva un fascino profondo nella sua personalità. Egli infatti ne

parlava in questo modo:

“Vi sono nella storia dell’umanità delle figure luminose così da attrarre di tempo in tempo il

pensiero storico a soffermarsi su di esse, quasi fari luminosi di luce intellettuale d’energie

rinnovatesi, accompagnanti gli umani nel loro perpetuo viaggio. Gesù è fra queste luminosissime

figure ideali e ad esse ritornano dai campi più vasti e diversi del sapere e della vita quanti furono

e quanti sono –e quante forse saranno- menti vigili e preste, che gli avvenimenti ambienti

27

convertono in profonde meditazioni.”

 

Egli ad ogni modo, nel dibattito storico del suo tempo tra gli studiosi che

ritenevano che Gesù non fosse realmente esistito ed avesse semplicemente un

origine prettamente mitica, e quelli che invece sostenevano che fosse realmente

esistito, si schierò con gli studiosi della scuola storica.

Pasquale Rossi stimava notevolmente il cristianesimo, ed individuava alcuni

parallelismi tra quest’ultimo ed il socialismo, come il fatto che entrambi fossero

28

stati perseguitati , e che entrambi professavano un atteggiamento di bontà verso

il prossimo e di eguaglianza. Seppur stimante della figura di Gesù e dei valori

tramandati dal cristianesimo, Rossi assumeva una posizione fortemente critica nei

confronti della Chiesa come istituzione nei secoli, sostenendo che “la chiesa

cristiana […] nelle sue varie confessioni protestante e cattolica fu sempre con i

29

potenti contro le rivendicazioni proletarie” . Secondo egli però un solo aspetto

della Chiesa era encomiabile, ossia che alla sua opera si deve il fatto che le classi

                                                                                                               

 P.  Rossi,  Alla  ricerca  del  rimedio,  in  Lotta,  Cosenza,  1893,  n.  20.  

26

27 P. Rossi, L’animo della folla, Cosenza, 1898, p. XII.

28 P. Rossi, I perseguitati, in La Lotta, Cosenza, 1984, n. 13.

29 P. Rossi, Eco di dolori, in Il Domani, Cosenza, 1902, n. 8.

  25   30

agiate credenti “si rivolgano affettuosamente alle classi misere” secondo i valori

evangelici di fratellanza.

In merito al movimento cattolico sociale che si andò affermando a Cosenza in

quegli anni, capeggiato da Don Carlo De Cardona, Pasquale Rossi rimproverò il

fatto che quest’ultimo non perdeva occasione per attribuire titoli dispregiativi alle

personalità socialiste. Ad ogni modo, alcune critiche tra i due furono attenuate,

con un accenno di conciliazione, nel 1903, quando Pasquale Rossi si candidò alla

carica di consigliere provinciale, proponendo diverse opere come lo stabilire di un

salario minimo da pagare settimanalmente ai lavoratori, dare un contributo

economico alle madri povere, aprire nell’ospedale di Cosenza una sala di

maternità accessibile alle donne con gravidanza difficile in condizioni

economiche disagiate, ripristinare la mensa per i meno agiati ed una maggior cura

31

dell’Ospizio Vittorio Emanuele . In occasione del comizio in cui queste idee

furono presentate, Don Carlo De Cardona prese posizione in favore di Pasquale

Rossi, ritenendo il suo programma rispecchiasse a pieno i principi della moralità.

Questa sua presa di posizione, risultò però scandalosa a causa del clima

fortemente antagonista del tempo tra clero e socialisti.

La morte prematura di Rossi interruppe il rapporto con Don Carlo De Cordona,

lasciando gli studiosi con la curiosità di come avrebbe potuto evolvere il

controverso rapporto tra Pasquale Rossi, socialismo e Chiesa.

3.

Il problema della folla

                                                                                                               

30 P. Rossi, La Chiesa e la questione sociale, in La Lotta, Cosenza, 1895, n. 37.

31 P. Rossi, Il mio programma, in Il Domani, Cosenza, 1902, n. 24.

  26  

3.1 Una nuova visione della folla

La città di Cosenza a fine Ottocento mostra un duplice aspetto: se da una parte

vi era una rigogliosa attività culturale in città, dall’altra la situazione politica ed

economica era sempre più caratterizzata da degrado e frammentazione.

L’amministrazione della città arrancava nell’incertezza, a causa di continue faide

all’interno della borghesia cittadina, influenzata anche dal continuo e confuso

succedersi dei riferimenti politici a livello nazionale.

Così, la Calabria cosentina del tempo, era in balia dell’impotenza dei ceti dirigenti

locali nei confronti del continuo cambiamento sociale e culturale che investì il

mondo in quel periodo, ed era afflitta da una terribile crisi industriale, economica

ed agraria. La classe dirigente era una classe distratta, ancora legata ai rapporti di

clientela e la corruzione , e non era quindi in grado di comprendere che ci si

trovava di fronte ad una situazione storica del tutto nuova, che necessitava di un

profondo cambiamento per evolversi in una civiltà contemporanea.

In questo contesto Pasquale Rossi fu forse il solo a riconoscere l’importanza del

periodo storico in cui viveva e delle relative problematiche, affermando nel 1899

32

“E’ un mondo nuovo che sorge nella coscienza e guai a chi non lo comprende” .

La formazione di Rossi come trattato in precedenza fu fortemente influenzato

dalle idee socialiste, dalle idee massoniche, dalla formazione che ebbe a Tessano

durante l’infanzia e dalla sua esperienza amministrativa in politica: quest’insieme

di fattori lo portarono a sviluppare un animo generoso con una costante tensione

al miglioramento delle condizioni in cui vivono le classi popolari.

Egli ebbe l’intelligenza di comprendere che all’affacciarsi del nuovo secolo,

quella che sarebbe stata una forza predominante del futuro sarebbe stata proprio

                                                                                                               

32 P. Rossi, A mali vecchi, rimedi nuovi, in La Lotta, maggio 1899.

  27  

quella del proletariato , spesso inglobato nella semplice definizione di “folla” o

“massa”. Egli scrisse in merito al valore e l’importanza del proletariato, “va

crescendo come quella che fu, e diventa sempre più, la grande, anzi l’unica forza

33

operante per l’avvenire” . Egli si schierò per primo contro quella che al tempo

era un idea comune a tutti gli studiosi del tempo che vedeva la folla come

incapace di pensiero e dedita al crimine: secondo lui, questa concezione derivava

dal fatto che fosse stata formulata da scienziati ideologicamente collegati alla

classe dominante, come Sighele o Lombroso. Mosso dalla consapevolezza che la

folla o “proletariato” avrebbe avuto un ruolo centrale nei secoli avvenire, egli

condusse numerose ricerche volte ad indagare il fenomeno della folla, forte della

convinzione che la folla non fosse necessariamente da considerare come

irrazionale e criminosa, e di conseguenza con l’intento di dimostrare

oggettivamente questa sua teoria. Egli nel condurre le sue ricerche conversò a

lungo con i contadini che lavoravano nelle terre della sua famiglia, e si concentrò

sugli studi delle fiabe e dei proverbi calabresi, che secondo lui rappresentavano

pensieri e riflessioni scaturite dall’intelligenza del popolo.

A conclusione dei suoi studi, con la stesura de “L’animo della folla” egli affermò:

“Le folle pensano. Diremo poi in che il pensiero della folla si differenzii da quello individuale; ma

egli è certo però che le folle pensano. Di folle pensanti noi abbiamo parecchi esempi: la folla che

nei mercati si agglomera dinanzi al ciarlatano pensa a quello che vede, ed è pensiero talvolta

confuso, è vero, ma sempre pensiero. Da queste folle, il cui pensiero è scarso, passiamo a quelle

che vivono nel pensiero: le folle scientifiche nei congressi, nelle accademie; o a quelle nelle quali

il pensiero e il sentimento si equilibrano, come potrebbe essere un parlamento nel momento che

discute d’una legge, mettiamo, sociale, del quale mentre l’animo si commuove per le miserie che

34

vengono divelate, la mente vaglia se e come la legge può e deve giovare”

Egli cominciò dunque a sostenere con ancora più decisione che la folla fosse

capace di pensiero e che operasse in modo normale, e soprattutto che “in essa è il

35

destino del mondo” . Con il passare del tempo Rossi , proseguendo i suoi studi

teorici, cercò sempre più di rafforzare la sua concezione secondo la quale fosse

                                                                                                               

33 P. Rossi, L’animo della folla, Cosenza, 1898.

34 P. Rossi, L’animo della folla, Cosenza, 1898, p. 28.

35 P. Rossi, L’animo della folla, Cosenza, 1898, p.129.

  28  

scorretto parlare di folla irrazionale, e cercò di spiegare a modo suo l’aspetto

patologico che può verificarsi in una situazione di “folla”. Egli in merito

introdusse un termine del tutto nuovo per descrivere l’instabilità delle posizione

collettive e l’estremizzazione data dall’influenza reciproca degli individui :

polarizzazione. Per Rossi questo termine stava ad indicare la polarizzazione dei

sentimenti, che fanno parte degli individui che compongono la folla, e possono

passare a sentimenti opposti da un momento all’altro. Egli fece inoltre una

distinzione tra due tipi di folle: una folla detta “statica” nella quale prevarrebbe

l’emotività , ed una folla “dinamica” nella quale prevarrebbe invece la creatività e

l’intelligenza. Così come altri studiosi della folla europei del suo tempo, anch’egli

presupponeva l’esistenza all’interno della folla di una figura chiamata “meneur”,

ossia una personalità leader capace di accendere ed influenzare fortemente gli

animi delle altre persone, vista nell’ottica di Rossi come un’intellettuale capace di

suggestionare ed essere suggestionato dalla folla stessa. Nel 1901, con il suo

scritto “Psicologia collettiva morbosa”, Rossi si pose l’obiettivo di analizzare in

maniera ancora più dettagliata il fenomeno psico-collettivo patologico della folla,

ed in questo delineava le tre leggi fondamentali che, secondo lui, lo definivano:

“1° O che uno stimolo anormale cada su folla anormale e dia prodotto anormale;

2° o che uno stimolo normale si abbatta su di una folla anormale e dia prodotto anormale; 36

3° o che uno stimolo anormale incida su una folla normale e dia, or sì o no, prodotto anormale”

Egli analizzando inoltre il “delitto nella folla”, sosteneva che quest’ultimo avesse

origine da personalità già criminose all’interno della folla, che avvolgono nella

loro “passione criminosa” gli squilibrati e gli altri delinquenti.

Arrivando alla conclusione che l’irrazionalità non è propria delle folle, ma

soltanto di alcune di queste. Egli sosteneva di fatti che:

“Come vi è per l’individuo un sentimento normale, che si accompagna e che muove un pensiero

normale ed un’azione, di conseguenza, normale: in una parola, come vi è una mentalità normale,

                                                                                                               

36 P. Rossi, Psicologia collettiva morbosa, Torino, Bocca, 1901.

 

  29  

per l’individuo, così vi è per la folla; e viceversa, vi è per l’individuo, come per la folla un

37

sentimento, un pensiero e un’azione criminosa”.

Con questo parallelismo tra psicologia individuale e psicologia collettiva, egli

segnò in maniera definitiva il suo distacco dalla concezione che il singolo potesse

comportarsi secondo ragione solamente se da solo e non in una situazione

collettiva.

In seguito, con la consapevolezza dell’appartenenza dell’intelletto alla folla , e del

suo ruolo predominante per il futuro, in Rossi nacque la necessità di pensare ad

una scienza volta all’educazione della folla, da lui definita “demopedia”:

quest’educazione della folla, non era però secondo lui semplicemente riducibile

ad un tipo di istruzione scolastica, ma doveva essere allargata a più ampi

orizzonti.

Per Rossi dunque la folla, al pari dell’uomo, è dotata di facoltà fisiche,

intellettuali e morali, e deve essere quindi considerata come un soggetto

migliorabile educabile, intendendo la demopedia o “follacultura” non come uno

strumento che va contro gli individui, ma come un integrazione nell’educazione

dell’individuo, che porti ad una valorizzazione di quest’ultimo nella sua

individualità all’interno della collettività di una folla. Soltanto in questo modo il

pensiero collettivo sarebbe passato da una fase indisciplinata di epidemia psichica

ad un pensiero emotivamente stabile, razionale e positivamente produttivo.

3.2 Le Rumanze: il ruolo del folk-lore popolare nella

comprensione della folla

Un ruolo cruciale per Pasquale Rossi, nel suo tentativo di studiare

l’intelligenza popolare e di conseguenza la folla, lo ebbero le fiabe appartenenti al

folk-lore del Mezzogiorno, meglio chiamate rumanze. Secondo Rossi,

quest’ultime analizzate nel giusto modo avrebbero fornito elementi preziosi per

interpretare la cultura, la società e l’animo della folla, poiché esse accompagnano

l’uomo nel suo percorso fin dall’alba dei tempi. Rossi fece una disamina delle

                                                                                                               

37 P. Rossi, L’animo della folla, Cosenza, 1898, p. 20.

  30  

varie fiabe, delle loro componenti e del loro significato in molti dei suoi scritti,

ma trattò l’argomento soprattutto ne L’animo della folla (1898) e ne Le Rumanze

ed il folk-lore in Calabria (1903). Per recuperare la maggior parte delle Rumanze

locali, egli attinse principalmente alla tradizione orale, e le ascoltò quindi

direttamente, chiedendo a varie persone del popolo di raccontarle. Rossi

considerava le favole come “produzioni anonime” della folla, ossia creazioni

artistiche appartenenti alla psiche collettiva. Secondo lui, le fiabe hanno origine

sia dalla preistoria e si sono rinnovate nel tempo, passando attraverso periodi

fecondi per la cultura popolare che egli individuava proprio nei periodi più cupi

per il popolo nei quali, non distratto dal cambiamento, l’immaginario collettivo

era in grado di fervere liberamente e gli stati d’animo, le passioni e le concezioni

dell’animo collettivo erano in grado di riflettersi nelle fiabe che venivano create,

adattate, tramandate e sosteneva inoltre che “la fiaba vive di vita propria, affidata

38

alla memoria della folla, che la tramanda e la ripete” . Per Rossi, la fiaba

costituiva non solo uno strumento di studio per la psicologia sociale e collettiva,

ma anche di psicologia generale e sociologia poichè in essa si fondono desideri,

passioni, aspirazioni, ricordi antichi di avvenimenti storici del passato e vicende

realmente vissute dalla folla o dai singoli. Le Rumanze, tramandate in lingua

romanza che ha il suo fondamento nel latino antico, riflettono le vicende etniche e

storiche delle popolazioni del mezzogiorno d’Italia, e forniscono quindi un

riflesso della psiche di quel popolo. Alla base delle vicende etniche e storiche del

Mezzogiorno che si riversano nella fiaba, restano ancora riminescenze dell’

39

“antica voce di genti scomparse” , ossia influenze di antiche culture arcaiche.

Secondo Rossi, il sostrato di queste culture arcaiche era riscontrabile in alcuni

concetti che si ritrovano in molte di queste fiabe, come il totemismo,

caratterizzato dalla presenza di un animale unito per riti sacri ad un altro umano,

che sta a simboleggiare un insieme di valori morali e sociali. Congiunta alla figura

del totem, egli ritrovava anche una visione sociomorfa appartenente all’antichità,

secondo la quale , così come gli antichi dei, gli animali vivono una vita sociale

simile a quella umana. Un ulteriore riflesso delle antiche concezioni era anche

                                                                                                               

38 P. Rossi, Le Rumanze ed il folk-lore in Calabria, Cosenza, Pellegrini 1903.

 

39 P. Rossi, Le Rumanze ed il folk-lore in Calabria, Cosenza, Pellegrini 1903, p. 19.

 

  31  

quello del feticismo, che vede la presenza di un’anima sopita in tutte le cose della

natura, e fu individuato da Rossi in esempi come una sedia che invita a sedere,

una scala che invita a salire ecc., anche la presenza stessa di personaggi a sfondo

magico come le fate simboleggiava pienamente l’influenza delle culture del

passato. Egli evidenziò poi nelle rumanze la presenza di diversi “tipi psicologici”

o “caratteri” , che trovavano le loro radici anche dall’antica letteratura greca,

proprio come quelli che nel IV secolo a.c. delineò Teofrasto nel suo scritto “I

Caratteri” : lo spilorcio , l’adulatore, lo sfacciato, la ragazza civettuola, la madre,

la povera fanciulla; ed ancora re, eroi, donne innamorate, per proseguire nel

tempo con figure come quelle dei santi, dei cavalieri. Egli non mancò poi di

individuare elementi caratterizzanti della “continua mistione di popoli” che passò

durante la storia nell’area del Mediterraneo che apparteneva al Mezzogiorno, che

non mancarono di lasciare il loro segno nella cultura popolare, contribuendo a

costituirne il carattere: dopo il periodo arcaico ed il periodo greco, si trovano di

fatti riflesse nella fiaba dei cicli a contenuto religioso cristiano come vicende della

vita di Gesù e dei santi, vicende appartenenti al così detto “ ciclo degli eroi” molto

simili a quelle di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, ed ancora

influenze del “ciclo arabo” e delle “mille e una notte” con il loro fasto, splendore

e luccichio tipicamente orientale. Ciò che Rossi notò e sottolineò era che gli

elementi costitutivi delle romanze risultavano stabili nel tempo: stessi tipi

psicologici, stesse figure, stessi tipi di avvenimenti e situazioni, stessi tipi di

sentimenti. Secondo Rossi nella rumanza “c’è qualcosa di verde, che non muore

mai, in quanto raffigura moti e speranze ed impulsi dell’animo umano, che la

40

ricongiungono alla grande arte” : egli identificava infatti nelle rumanze i sogni ed

i desideri dei ceti popolari che vivevano nell’ignoranza e nella povertà , che si

41

riflettevano nella fiaba con sogni di ori, di gemme di bellezza . In conclusione il

folk-lore, secondo Rossi, si configurava come un’inestimabile testimonianza sia

storica che sociale delle popolazioni, con le loro paure, le loro speranze, e le loro

condizioni di vita.

                                                                                                               

 

40 P. Rossi, Le Rumanze ed il folk-lore in Calabria, Cosenza, Pellegrini 1903, p. 50-51.

   

41 P. Rossi, Le Rumanze ed il folk-lore in Calabria, Cosenza, Pellegrini 1903, p. 64.

 

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kishalee

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche per l'analisi e la valutazione clinica dei processi cognitivi
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher kishalee di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della scienza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cimino Guido.

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