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Tesi, Il carcere: luogo di riabilitazione o scuola di criminalità Appunti scolastici Premium

Tesi, Il carcere: luogo di riabilitazione o scuola di criminalità per la cattedra di metodi e tecniche del servizio sociale del professor Lanza. gli argomenti trattati sono: funzioni sociali della pena e la sua evoluzione storica, nascita dell'istituzione carceraria moderna.

Materia di Metodi e tecniche del servizio sociale relatore Prof. E. Lanza

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ESTRATTO DOCUMENTO

1.7 La religione e le pratiche di culto

L’articolo 26 dell’ordinamento penitenziario recita: “I detenuti e gli

internati hanno libertà di professare la propria fede religiosa, di istruirsi in

essa e di praticarne il culto.

Negli istituti è assicurata la celebrazione dei riti del culto cattolico.

A ciascun istituto è addetto almeno un cappellano.

Gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere,

su loro richiesta, l'assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i

6

riti” .

Appare poco opportuno fare derivare il fattore religione da un progetto

trattamentale pensato da altri, dunque, dall’équipe, in quanto rappresenta

un’opportunità di riflessione individuale sul senso della vita, l’inizio di una

relazione spirituale ed interiore.

1.8 La famiglia

“Particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni

7

dei detenuti e degli internati con le famiglie” ; questo è quanto enuncia

l’articolo 28 dell’ordinamento penitenziario.

La famiglia è l’elemento cardine del trattamento per il recupero e la

risocializzazione del detenuto. L’affettività familiare riesce a colmare quel

vuoto di deprivazione affettiva causato dalla detenzione; tuttavia va

analizzata l’influenza che ha fornito il nucleo circa lo sviluppo della

personalità del detenuto. La famiglia può, infatti, essere vista sia come

elemento di costruzione e sviluppo della personalità, ma anche come fattore

destrutturante e annientante.

6 Ibidem.

7 Ibidem. 24

Appare, dunque, utile afferrare i limiti interni al contesto familiare per

poter così delimitare le priorità operative, le attività, i ruoli e le modalità di

verifica.

1.9 I rapporti con la comunità esterna

La riforma dell’ordinamento penitenziario non ha trascurato l’importante

aspetto del collegamento detenuto/società, cercando di infrangere le

barriere che hanno separato la società carceraria e la società civile.

“Le mura del carcere, pertanto, nella misura in cui la comunità esterna può

entrare in Istituto per partecipare all’opera rieducativa, divengono dunque

8

permeabili così da consentire un’osmosi tra interno ed esterno” .

Occorrerebbe creare dei canali di comunicazione con l’esterno che

sviluppino dei modelli di comportamento e di vita positivi.

Gli enti locali fanno da collegamento con la comunità esterna, svolgendo

compiti istituzionali in relazione a lavoro, istruzione, formazione

professionale, ecc.

Tale rapporto, però, è stato spesso frammentato o addirittura assente, sia

per la rigidità del carcere che per la resistenza della società.

Un’altra figura che fa da tramite tra carcere e comunità esterna è il

volontario. Questi, sotto la guida del direttore e del personale addetto al

trattamento, può collaborare alle attività culturali e ricreative dell’istituto.

8 M. P. Giuffrida, I centri di servizio sociale dell’amministrazione penitenziaria,

Laurus Robuffo, Roma, 1999, p. 34. 25

I volontari raggiungono dei risultati positivi già attraverso la loro presenza,

sottraendo il detenuto alla solitudine, semplicemente parlandogli, facendolo

sentire “cercato”. 26

“Le strutture carcerarie sono caratterizzate

da una logica interna che ha loro consentito

di riproporsi pressoché immutate dall’Unità

d’Italia sino ai nostri tempi, malgrado

i trapassi istituzionali e di regime politico.”

G. Neppi Modona

Vecchio e nuovo nella riforma dell’ordinamento penitenziario

in Carcere e società

a cura di M. Cappelletto e A. Lombroso

Venezia, Marsilio Editori, 1976, p. 68

27

Capitolo secondo

Il carcere come istituzione totale

2.1 La nascita dell'istituzione carceraria moderna

Nel XVII secolo, in conseguenza del progressivo e sostanziale

cambiamento del concetto di pena, si realizzano le prime esperienze

carcerarie moderne: a Firenze all’interno dell’Ospizio del S. Filippo Neri

per giovani abbandonati viene istituita una sezione destinata a giovani di

buona famiglia con problemi di disadattamento. È il primo caso di

isolamento a scopo correzionale.

A Milano, alla fine del XVII secolo, vengono realizzati una “Casa di

Correzione” e un “Ergastolo”: nella prima vengono rinchiusi i colpevoli di

reati minori; nel secondo i condannati per gravi reati che non vivono in

isolamento e vengono utilizzati in lavori di pubblica utilità.

La detenzione, fino alla metà del XVIII secolo, non era una pena, da

intendersi nel senso attuale del termine, ma un mezzo per impedire che

l'imputato, in attesa di una condanna, si sottraesse alla stessa. Il carcere,

quindi, era un edificio, di solito adiacente al tribunale, avente lo scopo di

custodia provvisoria per imputati in attesa di giudizio o dell’esecuzione

della pena.

Solo verso la metà del XVIII secolo il carcere fu inteso come luogo di

espiazione delle pene detentive. In tale epoca, ad opera soprattutto di

Cesare Beccaria in Italia e Giovanni Howard in Inghilterra, affioravano

alcuni principi innovatori che ispireranno tutti i successivi orientamenti in

materia penitenziaria:

- il principio della umanizzazione della pena intesa come castigo inflitto nei

limiti della giustizia, in proporzione al crimine commesso e non secondo

l’arbitrio del giudice; 28

- il principio della pena come mezzo di prevenzione e sicurezza sociale e

non come pubblico spettacolo deterrente per la sua crudeltà.

Anche se oggi si cerca di rendere il carcere moderno socialmente utile non

solo per punire chi ha sbagliato, ma anche per il buon funzionamento della

società e, soprattutto, per il recupero del reo, esso si è rivelato ugualmente

un fallimento per la rieducazione del condannato che viene isolato dalla

società.

2.2 L’istituzione totalitaria

Il carcere si caratterizza per la sua organizzazione fondata su una struttura

gerarchica, con diversi gradi di potere, ruoli, mansioni, uffici che limitano

il campo di azione dell’organizzazione stessa. Pertanto, il carcere può

essere definito come un’istituzione totale.

È l’organizzazione a decidere ciò che si può e non si può fare, che fissa i

principi di condotta sulla base delle proposizioni prescrittive della norma

9

giuridica .

Erving Goffman, sociologo canadese, delinea le caratteristiche di

un’istituzione totale:

- gli aspetti della vita degli internati si svolgono sempre nello stesso luogo e

sotto la stessa, unica autorità;

- ogni attività si svolge a stretto contatto con un grande gruppo di persone;

- le diverse attività sono regolate da un ritmo prestabilito e imposto

dall’alto, definito da un sistema di regole formali e controllato da addetti

all’esecuzione;

- le attività hanno uno scopo delineato dall’istituzione.

9 C. Serra, Il posto dove parlano gli occhi, Progetto ’78. Come comunicare le

emozioni anche nel carcere, Giuffrè, Milano, 2004, pp. 49-50.

29

Egli definisce l’istituzione totale come “il luogo di residenza e di lavoro di

un gruppo di persone che, tagliate fuori dalla società per un considerevole

periodo di tempo, si trovano a dividere una situazione comune,

trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente

amministrato. La caratteristica inglobante e totale è simbolizzata

nell’adempimento allo scambio sociale o al rapporto con il mondo esterno,

spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione:

10

porte chiuse, mura alte, filo spinato, ecc.” .

‹‹L’istituzione totale, infatti, viene per definizione a costituire un

microcosmo o, se si preferisce, un “ecosistema” a consistenza

irreversibilmente isolazionista, all’interno del quale la stessa identità delle

relazioni interpersonali, assume il carattere monadico di organizzazione

11

standardizzata e “fissa” dei vari “incontri”›› .

La vita delle persone nella società civile si diversifica per i luoghi in cui si

svolgono le differenti attività e per la eterogeneità degli incontri relazionali

che l’individuo intrattiene durante la giornata; la vita dei reclusi, invece, si

contraddistingue per il controllo e un’organizzazione secondo ritmi

prestabiliti dalle norme istituzionali, e ogni libera iniziativa viene repressa.

Il carattere rigido, burocratico, gerarchico dell’organizzazione e del

personale a cui si ispira l’istituzione carceraria favorisce la distanza tra i

due mondi: il personale, con la sua articolazione interna, e gli internati. Lo

staff tende ad avere degli atteggiamenti di superiorità e pensa di avere

sempre ragione, gli internati tendono a ritenersi inferiori, deboli, degni di

biasimo e colpevoli.

La rigida barriera tra “esterno” e “interno”, il rapporto di subordinazione

dello staff, la mancanza di uno spazio personale, il pericolo per la propria

10 E. Goffman, Asylums, Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della

violenza, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, p. 56.

11 Ibidem, p. 60. 30

incolumità, provocano una riduzione del sé, una perdita dei ruoli

precedenti, una “mortificazione del sé”.

Il detenuto, quindi, si comporterà sulla base dell’etichetta che gli è stata

attribuita.

Ogni detenuto mette in atto strategie di adattamento molto complesse, che

variano da persona a persona ed anche nello stesso individuo da momenti a

momenti.

Ad esempio, il detenuto può rifiutare in toto la società civile che vive come

ostile, e unirsi a persone consimili, creando una solidarietà contro

l’istituzione. Può, oppure, restare isolato ed esprimersi attraverso la

violenza e l’aggressività sia verso gli altri e le cose, sia, molto spesso, verso

se stesso.

L’atteggiamento passivo è il più comune, e si manifesta con acritico

adeguamento alle regole, acquiescenza e rassegnazione; l’uniformità e il

conformismo sono premiati dall’istituzione carceraria, contrapponendosi

così ad un processo di ristrutturazione della persona, e deresponsabilizzano

il detenuto. L’impegno degli operatori del trattamento, nei confronti della

forza spersonalizzante dell’istituzione totale, è proprio quello di ridefinire il

detenuto come persona, in modo che possa fare una rivisitazione critica del

suo passato e scelte consapevoli per il futuro.

Gli operatori possono facilitare il passaggio da una situazione di “angoscia

depressiva” ad un percorso che consenta il nascere delle capacità di

preoccuparsi di sé e degli altri e conduca al senso di responsabilità.

31

2.3 Lo stigma

I greci, molto attenti nell’uso dei mezzi di comunicazione, diedero vita alla

parola stigma per indicare quei segni fisici che caratterizzano i soggetti che

hanno qualcosa di insolito. Tali segni fisici venivano incisi con il coltello o

impressi a fuoco nel corpo e rendevano chiaro a tutti che chi li portava era

uno schiavo, un criminale, un traditore, una persona che doveva essere

evitata.

Quando ci troviamo davanti a una persona, è probabile che il suo aspetto

immediato ci consenta di stabilire in anticipo a quale categoria appartiene,

quali siano i suoi attributi, e quale sia in altri termini la sua “identità

sociale”.

Nella nostra mente egli viene così declassato da persona completa a

persona screditata, segnata.

Tale attributo è uno stigma ed ha la caratteristica di creare un profondo

effetto di discredito.

Lo stigma è, dunque, una caratteristiche che “bolla” l’individuo come

inadeguato e indesiderabile.

I comportamenti che adotteranno le persone stigmatizzate sono diversi, dal

cercare di cambiare il proprio status di "diverso" fino ad assumere

comportamenti devianti.

Erving Goffman (1922 – 1982) sostiene che sono proprio le agenzie di

controllo create dalla società a generare il processo di devianza, poiché

deformano la personalità del soggetto internato. Quest’ultimo da “soggetto”

diventa “oggetto” da plasmare, portandolo necessariamente a riconoscere e

confermare la propria identità deviante.

32

Secondo una definizione statistica è deviante colui che si distacca dalla

norma; anticamente, invece, deviante era colui che si discostava dai precetti

religiosi.

Un'altra definizione di deviante fa riferimento al concetto di malattia,

poiché quando l'organismo funziona efficientemente è considerato sano,

quando invece è malato è considerato inefficiente.

Tra la fine degli anni '50 e '60, negli Stati Uniti, all'interno di una società

segnata da conflitti e rivendicazioni circa i diritti civili, nasce la teoria

dell'etichettamento. Questa teoria vede tra i suoi maggiori esponenti Lemert

e Becker.

La devianza, secondo la teoria dell’etichettamento, è il prodotto di una

relazione di potere, che vede un individuo in una condizione di debolezza

rispetto ad un altro individuo, che ha il potere di etichettare come deviante

il primo. Questa teoria si basa sul presupposto che la definizione di

comportamento deviante è relativa, in quanto dipende dalla definizione

normativa, che in quella data società e in quel dato tempo viene attribuita a

quel determinato comportamento. L'attenzione, dunque, viene spostata dal

criminale alle reazioni che la società mette in atto, ai processi e ai

meccanismi selettivi di criminalizzazione e agli effetti di stigmatizzazione.

La stigmatizzazione fa dunque in modo che il soggetto, che si è comportato

in un certo modo, finisca per riconoscere se stesso nell’etichetta che gli è

stata attribuita.

La devianza, dunque, deriva dalla società che etichetta come deviante chi

compie determinate azioni da essa vietate.

Spesso i soggetti reagiscono all’etichettamento accentuando tali condotte e

a tal proposito si parla di consolidamento della devianza.

33

2.4 La comunicazione all’interno del carcere

Chi vive in carcere è impossibilitato a stabilire e mantenere relazioni con il

mondo esterno, per cui la sua socializzazione è fortemente compromessa e

l’espressione esplicita di bisogni, emozioni ed atteggiamenti risulta essere

12

ostacolata e inefficace .

Il carcere controlla e regola la vita dei detenuti, non dà spazio alla libera

iniziativa o all’espressione di ogni singola individualità, dunque,

comunicare verbalmente diventa molto complesso.

Parlare è spesso pericoloso e poco conveniente per i detenuti, poiché si

possono creare fraintendimenti con lo staff istituzionale, tenuto conto che

l’appartenenza al gruppo (istituzionale o della subcultura deviante) e il

ruolo da espletare all’interno della struttura penale possono far sì che le

13

interazioni verbali risultino fallimentari e disfunzionali .

La comunicazione all’interno dell’istituzione carceraria viene condizionata

dalle regole che strutturano l’organizzazione e dalle finalità che la stessa

persegue.

Santoloni (1981) ci ricorda che esistono due tipi di comunicazione in

14

carcere: orizzontale e verticale . La prima è quel tipo di comunicazione

che avviene fra i detenuti, la seconda si riferisce ai messaggi scambiati tra i

soggetti reclusi e lo staff istituzionale: agenti di polizia penitenziaria,

educatore, direttore, educatore, psicologo, assistente sociale, ecc.

Caratteristica particolare del sistema comunicativo all’interno del carcere è

la seguente: i detenuti, nel momento in cui entrano in carcere, tendono a

instaurare i primi contatti con gli altri detenuti che hanno commesso lo

stesso tipo di reato, ed avviano un tipo di comunicazione che ha lo scopo di

12 C. Serra, Il posto dove parlano gli occhi, Progetto ’78. Come comunicare le

emozioni anche nel carcere, Giuffrè, Milano, 2004, pp. 52-53.

13 Ibidem, p. 53.

14 Ibidem, p. 54. 34

farsi accettare e integrare nel gruppo, attraverso la costituzione di

un’immagine personale.

L’uso della paralinguistica, il tipo di contatto interpersonale, i gesti dal

contenuto simbolico, l’utilizzazione di accessori come collane, bracciali,

anelli, cappelli e altri capi di abbigliamento, la cura dell’aspetto esteriore,

gli interessi coltivati, sono veicolo di informazioni riguardo l’appartenenza

ad una certa subcultura, e consentono di far emergere la propria

individualità, di definire un’identità, di distinguersi rispetto agli altri,

15

sottraendosi al processo di omologazione che il carcere impone .

Nel deserto delle parole, la pelle del detenuto è il luogo che raccoglie le

tracce della propria storia: cicatrici, tagli, disegni tatuati narrano, come su

un tabellone, il malessere e la sofferenza di un uomo, e, talvolta, è la pelle

16

degli altri ad essere utilizzata come supporto di scrittura .

15 Ibidem, p. 59.

16 Ibidem, p. 60. 35

“Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato

cittadino, deve essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la

minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti,

dettata dalle leggi. Ma il più sicuro dei mezzi, anche se il più difficile è

quello di perfezionare l’educazione”. Cesare Beccarla

“Dei delitti e delle pene”

a cura di Franco Venturi

Einaudi, 2007

36

Capitolo Terzo

La giustizia riparativa

3.1 La pena “utile”

Attribuendo alla pena esclusivamente una funzione punitiva, le si

attribuisce una funzione di vendetta e, di conseguenza, la sofferenza

causata dalla pena all’offensore non serve in alcun modo a cancellare il

male che l’offeso ha subito.

Superato il significato di vendetta insito nel concetto di pena, “si riconosce

una corresponsabilità sociale al prodursi del reato, che non investe soltanto

le carenze di socializzazione che incidono sulle forme più scontate della

devianza penalmente significativa, ma soprattutto quelle condizioni

strutturali della vita sociale che creano spazi disponibili, stimoli,

17

opportunità per l’agire criminoso” .

La risposta istituzionale deve avere, dunque, una funzione sociale,

sostenendo l’“umanizzazione della pena”, attribuendo ad essa una funzione

di utilità rivolta sia al trasgressore che alla società.

La pena “utile” è dunque quella pena che contiene gli elementi educativi

che possono aiutare il trasgressore della norma a rivedere e rivalutare il

proprio comportamento, fornendo al soggetto degli stimoli capaci di

aiutarlo a modificare i propri valori e propositi.

L’idea di rieducazione attiene ad una modifica dell’individuo e sottintende

che anche un adulto abbia la possibilità di evolversi.

La pena, dunque, è riduttiva se non è accompagnata da un processo

educativo e di risocializzazione, in quanto annulla le differenze soggettive e

priva il detenuto della possibilità di elaborare un percorso riabilitativo.

17 M. P. Giuffrida, I centri di servizio di sociale dell’amministrazione penitenziaria,

Laurus Robuffo, Roma, 1999, p. 35. 37

La pena “utile” è quella che recupera il soggetto detenuto attraverso

l’offerta di condotte propositive: ripresa degli studi, impegno lavorativo,

riscoperta delle responsabilità familiari, ecc.

L’istituzione carceraria moderna non riesce ancora oggi a rieducare e

risocializzare il condannato. Il percorso detentivo rischia di emarginare il

soggetto e ad immetterlo nuovamente nel circuito deviante della società,

così da rientrare poi nuovamente in carcere.

Un esempio è l’istituto Ucciardone di Palermo con un sovraffollamento di

10-12 persone per stanza, carenze igienico-sanitarie, riscaldamento a

singhiozzo e poca attenzione alle attività di reinserimento sociale.

L’istituto di Bollate, invece, è l’esempio di come le sbarre non siano

sinonimo di reclusione, ma rappresentino anche una strada per

ricominciare, un modo per costruirsi una nuova opportunità di vita. A

offrire una seconda “chance”, a rieducare chi ha sbagliato e sta pagando il

suo conto con la giustizia, sono i suoi spazi di aggregazione (palestra,

biblioteca, sale musicali), i suoi progetti rieducativi pilota (corsi di

istruzione, possibilità di partecipare ad attività teatrali e culturali, tornei di

calcio e tennis). Inoltre l’Istituto di Bollate è anche attivo nell’inserimento

lavorativo: nel corso della giornata, infatti, molti detenuti che godono della

semilibertà hanno la possibilità di uscire dalla struttura per lavorare in

aziende, grazie all’alleanza tra il mondo delle istituzioni e le imprese. Dalle

statistiche emerge che qui il tasso di recidiva è del 12%, contro il 70% della

media nazionale; questo significa che, una volta scontata la pena, i detenuti

non tornano a delinquere. Infine, il tasso dei suicidi è bassissimo, proprio

perché la qualità della vita dentro il carcere è elevata.

38

3.2 La giustizia riparativa

Il modello riparativo pone l’attenzione sulle conseguenze del reato, ed ha

come obiettivo primario la riparazione del danno da parte del reo attraverso

la sua responsabilizzazione. Esso ricerca la soddisfazione dei bisogni sia

della vittima sia della comunità, e si interroga su “che cosa può essere fatto

per riparare il danno”, dove per riparazione non si intende solo l’aspetto

economico del danno.

Parlare di danno alla persona, all’interno del modello riparativo, significa

riferirsi alle conseguenze connesse al reato, valutandone natura ed identità,

le quali comprendono non solo il danno patrimoniale ma anche il danno

psicologico e morale.

L’autore del reato non è più un soggetto passivo, destinatario di una

sanzione statale, ma soggetto attivo a cui è chiesto di rimediare agli errori

fatti ed ai danni procurati con la sua condotta criminosa.

Questo modello si avvale principalmente di due strumenti:

- la mediazione penale: consente la riparazione del danno attraverso il

rapporto tra le parti;

- la retribuzione: può avvenire a seguito della mediazione o esistere in

assenza della mediazione. Può essere di tre tipi:

1) monetaria alla vittima del reato;

2) servizio da svolgere per la vittima;

3) monetaria alla comunità: servizio prestato gratuitamente alla società.

Anche se la mediazione penale e la retribuzione sono entrambi strumenti

della giustizia riparativa e finalizzate alla soddisfazione della vittima, vi è

una differenza sostanziale: il confronto diretto tra vittima e autore del reato.

Nel caso della retribuzione tale confronto può essere impersonale; inoltre

essa è caratterizzata da un mero risarcimento economico o da altra attività

39

riparativa non necessariamente richiesta dalla parte lesa. La valutazione

delle esigenze della vittima costituisce un presupposto basilare dell’attività

di mediazione.

La giustizia riparativa rappresenta un percorso complesso che richiede un

forte coinvolgimento della comunità locale, sia sul piano tecnico che su

quello culturale.

La retribuzione è sempre facile, la riparazione, invece, apre contraddizioni

e comporta la messa in discussione di stereotipi, chiama tutte le persone,

non solo gli autori dei reati, a misurarsi con le difficoltà e le fatiche del

vivere insieme. Con la riparazione si tratta perciò di entrare in un quadro

operativo di nuovi significati: entrare nella complessità delle relazioni,

delle simbolizzazioni, della crescita civica; accettare di educare la comunità

locale e di educarci in continuazione; raccordare la trasgressione (intesa

come violazione di norme, come andare oltre i limiti consentiti) alla

comunità locale (che è sempre, contemporaneamente, fonte e limite della

trasgressione).

L'intervento di mediazione penale si connota di una valenza educativa e

sociale, in quanto la ricomposizione del conflitto autore-vittima volge a

beneficio dell'individuo, ma anche dell'intero sistema comunitario.

Gli interventi di aiuto devono principalmente tendere a restituire alla

vittima la sua dignità di uomo, il suo posto nel contesto sociale; tale

obiettivo può essere raggiunto innanzi tutto chiamando queste persone

vittime.

La mediazione ha il potere di aprire "spazi di comunicazione inesplorati" e

con un grande atto di civiltà restituire al reo la dignità umana.

40

Ceretti e Di Ciò riassumono i principali obiettivi della giustizia riparativa in

sei punti:

1) Il riconoscimento della vittima

In quanto “giustizia che cura” obiettivo primario è la presa in carico dei

bisogni delle vittime del reato. In tale direzione risponde all’esigenza di

rendere visibile la sofferenza insita in ogni esperienza di vittimizzazione. Si

fa garante così delle necessità della parte lesa, aiutandola a superare

gradualmente sentimenti di vendetta, rancore, ma anche di sfiducia verso

l’autorità che avrebbe dovuto tutelarla. Realizza, poi, il presupposto logico

dell’acquisizione, da parte del reo, della consapevolezza dei contenuti lesivi

della propria condotta che si fonda sul “riconoscimento della vittima” e del

suo vissuto di patimento, insicurezza e umiliazione. Senza il

riconoscimento della sofferenza della vittima e della propria responsabilità

per averla cagionata, il reo non può sentirsi partecipe e accettare alcun

percorso di riparazione. La valenza di riconciliazione sarebbe nulla.

2) La riparazione del danno nella sua dimensione globale finalizzata

al soddisfacimento degli interessi violati dalla vittima. Esso significa

anzitutto capire la sofferenza fisica e psicologica, oltre economica della

vittima, allo scopo di instaurare una strategia riparativa idonea.

3) L’autoresponsabilizzazione del reo circa le conseguenze delle sue

azioni.

4) Il coinvolgimento della comunità nel processo di riparazione

La comunità ha una duplice funzione: destinataria delle politiche di

riparazione e attore sociale nella promozione del percorso “di pace” che si

fonda sull’azione riparativa da parte del reo.

5) L’orientamento delle condotte attraverso il rafforzamento degli

standard morali e collettivi 41

La giustizia riparativa permette la stabilizzazione sociale attraverso la

gestione comunicativa e comunitaria del conflitto.

6) Il contenimento dell’allarme sociale

La commissione di un reato ha come conseguenza immediata il verificarsi

di un diffuso allarme sociale e l’aumento del senso di insicurezza dei

cittadini. Assicurare alla comunità il potere di gestire, almeno in parte, i

conflitti che si verificano al suo interno, significa restituirle la capacità di

recuperare il controllo su accadimenti che minano alla sicurezza personale.

Il processo di riparazione, passando per una fase caratterizzata dalla presa

di coscienza, da parte del reo, circa gli effetti della propria condotta, ma

anche dei motivi personali che lo hanno spinto a delinquere, punta a

lavorare sulle cause del comportamento deviante. Pertanto la giustizia

ripartiva svolge una funzione special-preventiva.

La giustizia riparativa è dunque una giustizia che cura piuttosto che punire.

3.3 Il “nuovo” ruolo della vittima del reato

Il termine “vittima” indica chi soccombe alla prepotenza o all’inganno

altrui, subendo una sopraffazione o un danno.

Il concetto di “vittima” ha iniziato ad avere rilievo con la nascita della

vittimologia: scienza che studia la sfera bio-psico-sociale della vittima, il

rapporto che questa ha avuto con il proprio aggressore, il contesto

ambientale e le conseguenze fisiche, psicologiche e sociali.

La vittimologia nasce come scienza autonoma all’interno dell’ambito della

criminologia generale: fino agli anni ’50 la criminologia aveva considerato

la vittima solo in funzione dello studio del criminale e, soltanto in seguito,

la vittimologia raggiunge una sua autonomia.

Gli scopi di questa scienza sono quelli diagnostici, preventivi rispetto al

reato e riparativi dal punto di vista della parte lesa dal reato.

42

La giustizia riparativa, orientandosi verso chi ha subito un reato, ha

permesso di dare un ruolo attivo alla vittima. La partecipazione della

vittima al conflitto offre un elemento di controllo sulla propria vita, sul

proprio senso di sicurezza e sulle proprie emozioni. Lo scopo del ruolo

attivo della vittima è quello di riconciliare le parti e rafforzare il senso di

sicurezza collettivo e prevede un consenso da entrambi i soggetti

interessati.

Con la Risoluzione n. 40/34 del 29 novembre del 1985, l’Assemblea

Generale dell’ONU ha avuto l’intenzione di orientare gli Stati membri ad

affrontare e risolvere il problema della criminalità dando centralità alla

vittima, non limitandosi quindi ad agire con l’unico obiettivo della

repressione e della sanzione, ma altresì con quello della prevenzione e del

risarcimento materiale e morale. Per raggiungere tale scopo si è reso

necessario un cambiamento di approccio di tutte le parti in gioco per il

ruolo e la rappresentazione, o definizione, della vittima. Il primo punto

della Risoluzione si preoccupa infatti di definire il concetto di “vittima di

un crimine”. Nella prima sezione della Dichiarazione si afferma che la

vittima è una persona che ha subito una sofferenza sia di tipo fisico che

mentale, richiede un trattamento onnicomprensivo basato sul rispetto della

propri dignità e sul risarcimento del danno subito in ogni sua forma

possibile. I meccanismi informali per la risoluzione delle liti, ivi compresi

la mediazione, l’arbitrato e il diritto consuetudinario o le pratiche indigene,

devono essere impiegati, ove appropriato, per facilitare la conciliazione e il

risarcimento delle vittime.

La parte offesa di un reato non è, dunque, il fine della giustizia riparativa,

ma il mezzo per una giustizia che dia attenzione alle relazioni nelle

comunità sociale, attraverso la ricostruzione dei rapporti fra gli individui.

43

“CARCERAZIONE”

Mobili, pensili e letti ancorati al pavimento come se temessero l’arrivo di

un uragano distruttore.

In una nicchia la televisione protetta da uno specchio di cristallo per

sottolineare la barriera esistente con il mondo reale.

Inferriate a porte e finestre per imprigionare il corpo ma che, per fortuna,

nulla possono contro l’amore che riesce comunque ad evadere e

raggiungere le persone care.

Telecamere e spioncini disseminati ovunque per farti dimenticare cosa vuol

dire intimità.

Nessun quadro alle pareti, nessun fiore sui davanzali delle finestre;

unicamente ferro e cemento, solamente rabbia e rassegnazione, unici

compagni dei tuoi pensieri, unica confidente la tua coscienza. Vorrebbero

annientare anche questi.

Ma non ci riusciranno mai! Poesia di un detenuto

da www.ristretti.it

La Fragola - Giornale on line dal carcere di Palermo

44

Capitolo Quarto

La mediazione penale

4.1 Premessa

Il conflitto implica disorientamento e inquietudine ed appartiene a ciascuno

di noi indipendentemente dalla nostra situazione sociale, economica,

culturale, di genere o di età.

Anche le situazioni e i sentimenti che ne conseguono e che siamo tenuti ad

affrontare sono simili per ognuno di noi: non c’è un riparo da tutto ciò.

Il conflitto è una condizione legata alla vita sociale ed il suo effetto è

destabilizzante, e di conseguenza negativo.

Proprio perché destabilizzante, sin da piccoli, si attribuisce sempre e

comunque un giudizio negativo.

Si cresce con l’imperativo di non litigare, di “fare la pace”, e spesso di

fronte ad un litigio che riguarda altri sorge un impulso naturale che spinge a

cercare di far cessare la lite.

Guardando attentamente alla realtà della nostra vita ci accorgiamo che

questo giudizio morale non trova conferma oggettiva nei fatti. Infatti, nel

passato di ciascun individuo è possibile trovare tracce di conflitti che hanno

aiutato a crescere, a maturare. Conflitti che hanno prodotto cambiamenti

importanti, che hanno indotto a compiere scelte fondamentali pur passando

attraverso l’esperienza del dolore.

Ma vi sono anche tracce di conflitti che non hanno prodotto nient’altro che

distruzione relazionale e che, non essendo stati superati, continuano a

provocare disturbi di comportamento nei soggetti coinvolti.

45

La gestione del conflitto consiste nell’osservazione del suo sviluppo, nella

posizione assunta dai vari attori nella sua dinamica. Tale risoluzione non è

rappresentata da un solo possibile esito: vi sono talmente tante variabili in

gioco che vi possono essere vari risultati.

Un tentativo di fornire una definizione oggettiva del conflitto è stato fatto

da Luciano Gallino nel suo Dizionario di Sociologia (1993), dove il

conflitto sociale viene definito come “[…] un tipo di interazione più o

meno cosciente tra due o più soggetti individuali o collettivi, caratterizzata

da una divergenza di scopi tale, in presenza di risorse troppo scarse perché i

soggetti possono conseguire detti scopi simultaneamente, da rendere

oggettivamente necessario, o far apparire soggettivamente indispensabile, a

ciascuna delle parti, il neutralizzare o deviare verso altri scopi o impedire

l'azione altrui, anche se ciò comporta sia infliggere consapevolmente un

danno, sia sopportare costi relativamente elevati a fronte dello scopo che si

persegue”.

Il conflitto non è solo un bene, né solo un male ed è possibile risanarlo

partendo innanzitutto da noi stessi; la violenza che deriva dal conflitto,

infatti, può essere controllata ed incanalata.

In tal senso, è importante credere alla mediazione, quale strumento di

risoluzione dei conflitti, in quanto permette una forma di ricerca interiore,

auspica lo sviluppo di una relazione empatica, permette di osservarci

nell’altro come “ad uno specchio”; non rifiuta il conflitto e nemmeno lo

evita, anzi, lo accetta come fisiologico; lavora per una trasformazione

positiva, utile. 46

4.2 Obiettivi e caratteri della mediazione penale

La cultura della mediazione in Italia si propone a partire dagli anni '80 sulla

base delle esperienze provenienti dal Nord America e dall'Inghilterra.

Il termine “mediazione” deriva dal latino “mediare”, cioè dividere, aprire

nel mezzo e indica appunto un processo mirato a far evolvere

dinamicamente una situazione problematica, a far aprire canali di

comunicazione che si erano bloccati, per trasformare i conflitti in qualcosa

18

di utile, “prendendosene cura”, senza però volerli curare .

In assenza di una definizione normativa della mediazione, le diverse

definizioni offerte dalla dottrina ruotano sostanzialmente a quella del

mediatore, figura neutrale, il cui ruolo è quello di comporre il conflitto,

originato dal reato.

La definizione più usata, e che sembra offrire una maggiore sintesi

espositiva, è di Bonafè-Schmitt, secondo il quale “La mediazione è un

processo, quasi sempre formale, attraverso il quale una terza persona

neutrale cerca, tramite l’organizzazione di scambi tra le parti, di consentire

alle stesse di confrontare i propri punti di vista e di cercare con il suo aiuto

19

una soluzione al conflitto che li oppone” .

In questa definizione sono tre gli aspetti interessanti che si ritrovano e

sono:

- la presenza di un conflitto che contrappone due o più parti;

- l’autonomia decisionale dei due contendenti;

- la neutralità e l’equidistanza dal terzo che si “limita” a condurre gli

incontri e ad esplicitare i punti ed i desideri delle parti, al fine di giungere

ad un accordo tra le stesse.

18 A. Ceretti, “Mediazione: una ricognizione filosofica”, in L. Picotti (a cura di),

La mediazione penale nel sistema penale minorile, Cedam, Padova, 1998, p. 63.

19 G. Pisapia, “La scommessa della mediazione”, in AA.VV., La sfida della

mediazione, Cedam, Padova, 1997, p. 4. 47

La mediazione è una tecnica di intervento che risponde ad un diverso

modello di pensiero rispetto al tradizionale modo di concepire le cose,

genera una risoluzione nuova e non scontata dei problemi determinando la

possibilità delle parti in gioco di muoversi verso un obiettivo comune:

creare un percorso virtuoso per uscire dalla dimensione cronica del

conflitto.

L’utilità della mediazione è data dal fatto che questa viene applicata in

conflitti esistenti tra persone che vivono accanto, che hanno la necessità di

occupare spazi comuni nei quali la cessazione dei conflitti insanabili

produce salute, mentre il mantenimento di una inconciliabilità può creare

infezione psicologica a diversi livelli.

L’obiettivo primario della mediazione penale è il superamento del conflitto

originato da un reato e la ricostruzione del legame sociale fra autore e

vittima attraverso la riattivazione della comunicazione sociale, ovvero quel

processo di conoscenza che conduce il reo alla comprensione delle ragioni,

dei sentimenti, dei bisogni di riparazione della vittima e, per converso,

porta la vittima a prendere coscienza della situazione personale, familiare e

sociale nonché dei motivi a delinquere del reo.

Quale strumento del paradigma riparativo, tale cornice assegna, tra gli altri,

il compito di:

- superare il conflitto tra il reo e la vittima ed impedire così che il conflitto

si trasformi in dissidio;

- offrire ai due contendenti la possibilità di continuare a confliggere ma con

regole e limiti;

- introdurre uno spazio, attraverso il mediatore, che permette al soggetto di

aprirsi all’altro. 48

La mediazione penale si basa sulla completa volontarietà di entrambe le

parti e, contrariamente alle procedure penali, essa tende a mettere l’accento

sulla costruzione di nuove relazioni.

L’obiettivo della mediazione è, pertanto, l’occasione per la vittima di

esprimere direttamente all’autore del reato, o ad una terza persona neutrale,

i propri sentimenti, le sofferenze provate e le proprie paure.

Secondo Hudson e Galaway gli obiettivi principali possono essere così

sintetizzati:

- “dare alla vittima la possibilità di essere parte attiva nel procedimento

penale;

- dare alla vittima la possibilità di ottenere risposte alle proprie domande e

a dubbi altrimenti irrisolti;

- riparare alla perdita morale e materiale della vittima;

- dare alle vittime la possibilità di percepire di essere trattate con giustizia e

sensibilità;

- superare l’isolamento in cui il conflitto aveva relegato la vittima e l’autore

del reato così che essi possano chiudere con l’evento passato e possano

20

perseguire indipendentemente nella propria vita” .

Con la mediazione penale si ha un’interpretazione comune del reato e viene

privilegiata la dimensione relazionale.

L’intervento mediatorio inoltre promuove, all’interno della società, valori e

modelli nuovi, volti a superare la contrapposizione ideologica e morale tra

reo e vittima, ad avvicinare la comunità al problema della gestione della

devianza.

La comunità rinuncia così alla facile tentazione di consegnare il

trasgressore alle autorità per isolarlo ma se ne fa carico. In questa direzione

20 G. Scardaccione, A. Baldry, M. Scali, “La mediazione penale”, Giuffrè, Milano,

1998, p. 49. 49

vanno valorizzate le competenze pedagogiche delle diverse rappresentanze

del territorio affinché contribuiscano a sviluppare momenti di incontro e di

21

scambio .

Sul piano pedagogico, la riparazione penale è uno strumento educativo di

riabilitazione, finalizzato a ridurre la conflittualità sia verso se stessi che

verso gli altri, ristabilendo il legame sociale.

La rieducazione mira alla rimozione delle motivazioni che hanno generato

il comportamento irregolare e l’esecuzione della sanzione si traduce in

un’occasione per valorizzare l’attività intenzionale affinché la persona sia

padrona del suo agire e consapevole delle conseguenze della sua condotta.

“Non si tratta di educare all’obbedienza di codici e norme, che non sono

interiorizzate, così come non si può pensare di controllare in eterno il

comportamento di chi ha già commesso un reato. Si tratta, piuttosto, di

superare convinzioni spesso radicate (passate anche attraverso codici della

comunicazione familiare), al fine di modificare il comportamento e

renderlo più consono ai vincoli ed alle norme della convivenza civile e

22

democratica” .

La mediazione, quindi, non è la risposta esclusiva alla risoluzione dei

conflitti, ma un modo di regolare le controversie dando vita ad un accordo

spontaneo e informale tra le parti che realizzano un nuovo ordine sociale.

21 V. Patanè, “Ambiti di attuazione della giustizia conciliativa alternativa a quella

penale”, in A. Mestitz (a cura di), “Mediazione penale, chi, dove, come, e quando”,

Carrocci, Roma, 2004, p. 13.

22 G. Manca, “Pedagogia della riparazione penale”, Franco Angeli, Milano, 1998,

p. 74. 50

4.3 Il programma di mediazione penale: le fasi

Diversi sono i modelli proposti circa le fasi del programma di mediazione

penale. Durante un percorso formativo organizzato a Torino nel 1996, dalla

riflessione su tale argomento sono state individuate sette fasi: lavoro

preliminare, studio di fattibilità, incontro individuale delle parti,

mediazione diretta, mediazione indiretta, accordo di mediazione,

conclusioni. La quarta e quinta fase sono l’una in alternativa all’altra.

23

Nel modello di Zher questo processo è riassunto in quattro fasi: presa in

carico, incontri preliminari individuali tra il mediatore e le parti, incontro

congiunto tra mediatore, vittima e autore di reato e valutazione finale.

In questo mio lavoro preferisco utilizzare il modello proposto da Ceretti

che trovo più schematico e lineare. Esso prevede le seguenti fasi:

1) invio: si concretizza nella proposta della mediazione da parte

dell’autorità giudiziaria che invia all’Ufficio per la mediazione penale un

fascicolo contenente l’indicazione dei capi di imputazione, la copia della

notizia di reato o copia del verbale dell’udienza in rinvio;

2) primo contatto: in tale fase un mediatore dell’équipe provvede alla

spedizione delle lettere rivolte all’autore del reato, ai familiari, agli

avvocati e alla persona offesa, contenenti l’invito al colloquio preliminare e

un invito illustrativo dell’attività proposta. Successivamente il mediatore

responsabile del caso contatta le parti invitandole ai colloqui preliminari;

3) i colloqui preliminari: ai colloqui preliminari vengono invitati

separatamente la parte lesa e il reo, accompagnati spesso dai familiari e,

qualora lo ritengano opportuno, dai loro difensori. Dopo avere ampiamente

spiegato il significato e le finalità della mediazione penale, si procede ai

23 G. Scardaccione, A. Baldry , M. Scali, “La mediazione penale”, Giuffrè,

Milano,1998, p. 56. 51

colloqui. Gli obiettivi di tali colloqui sono la raccolta di informazioni utili,

la ricezione delle impressioni e dei vissuti e l’acquisizione del consenso

delle parti;

4) l’incontro faccia a faccia: può portare alla reale trasformazione del

conflitto attraverso tre momenti: la narrazione, la crisi, la

trasformazione/riparazione.

5) la conclusione: è la fase nella quale viene inviato all’autorità

giudiziaria l’esito della mediazione.

Secondo Ceretti vi sono dei criteri che possono sostenere la valutazione

positiva di una mediazione e sono:

- la chiara percezione da parte dei mediatori che le parti hanno avuto la

possibilità di esprimere i loro sentimenti;

- la chiara percezione da parte dei mediatori che le parti sono giunte ad una

diversa visione l’una dell’altra, ad un riconoscimento reciproco e ad un

rispetto della dignità dell’altro;

- vi è la chiara percezione di un cambiamento fra le parti rispetto alle

modalità di comunicazione e il raggiungimento di una riparazione

simbolica e/o materiale. 52

4.4 L’autoresponsabilizzazione del reo

La giustizia riparativa si basa su una nuova visione che non si circoscrive

più solamente all’autore del reato, ma anche al reo.

Ogni tentativo di avviare una mediazione o di promuovere concrete attività

riparative si fonda, in primo luogo, sul consenso dell’autore di reato e si

snoda lungo un percorso che dovrebbe condurre il reo ad elaborare il

conflitto e le cause che lo hanno originato, a riconoscere la propria

responsabilità e ad avvertire la necessità di lenire l’altrui sofferenza.

L’intervento riparativo è, dunque, orientato vuoi al soddisfacimento dei

bisogni ed alla promozione del senso di sicurezza delle vittime, vuoi

all’autoresponsabilizzazione ed alla presa in carico delle conseguenze

globali del reato da parte del reo.

L’intervento di mediazione penale ha una valenza educativa e sociale in

quanto la ricomposizione del conflitto autore – vittima volge non solo a

beneficio dell’individuo ma anche all’intero sistema comunitario.

La peculiarità dell’intervento di mediazione penale consiste, da un alto, nel

concetto di partecipazione attiva del reo al processo di cambiamento

attraverso una rielaborazione del proprio comportamento deviante,

dall’altro supera la rigida separazione tra autore del reato e vittima,

ridefinendo il conflitto tra le parti in termini di riorganizzazione

relazionale, in un quadro di opzioni che vanno a soddisfare le attese del

sistema sociale, attraverso programmi di riparazione e riconciliazione con

la parte lesa.

L’autore del reato trova nella mediazione uno spazio di espressione

individuale per essere ascoltato e raccontare se stesso e le motivazioni che

lo hanno portato a delinquere. 53

Attraverso l’incontro con la vittima egli può proporre di riparare il danno,

rendendosi concretamente disponibile a compiere un gesto che possa

significare tale volontà e tale responsabilità.

La responsabilità che si costruisce in mediazione è una responsabilità verso

l’altro.

La valenza terapeutica della mediazione penale è bidirezionale:

- orientata al soddisfacimento dei bisogni e alla promozione del senso

di sicurezza della vittima;

- finalizzata all’autoresponsabilizzazione e alla presa in carico delle

conseguenze globali da parte del reo.

4.5 La figura del mediatore

Il compito principale del mediatore è “aiutare a trasformare la relazione fra

antagonisti, facendola migrare da uno stato di tensione binaria – ove

regnano l’esclusione, la violenza e la competizione – verso un processo a

tre poli – ove il dubbio, l’interrogativo e le differenze possono esistere e la

24

responsabilità viene condivisa” .

La caratteristica principale del mediatore è la sua collocazione in una

posizione equidistante rispetto alle parti in causa (terzietà); egli deve

incontrare i mediati da una posizione neutrale, senza giudicare, ponendosi

come facilitatore di uno spazio, che saranno le parti stesse a trovare,

stabilendo un dialogo.

Altra caratteristica del mediatore è l’empatia, cioè la capacità di sapersi

mettere emotivamente nei panni dell’altro senza farsi coinvolgere. I

sentimenti provati dal mediatore vanno riutilizzati in termini professionali

per capire l’altro e progettare l’intervento.

24 L. Picotti, “La mediazione nel sistema penale minorile”, Cedam, Padova, 1998,

p. 38. 54

Egli deve avere delle capacità comunicative ben definite, quali l’ascolto

attivo, la capacità di negoziazione e il saper porre correttamente le

domande privilegiando quelle aperte che consentono, a chi risponde, di

esporre una ricca articolazione di contenuti.

Il mediatore si pone, dunque, come catalizzatore del conflitto per restituire

il dialogo alle parti, lasciando spazio alla spontaneità della persona. Pur

cercando di soffermarsi il meno possibile sulla concretezza del problema e

sulla ricerca di una soluzione specifica, il mediatore deve avere la capacità

di raccogliere le informazioni.

Un’altra capacità che deve avere il mediatore è la flessibilità, ossia la

capacità di adattamento alle variazioni impreviste da un punto di vista

contestuale, organizzativo, ecc. o alle incoerenze degli interlocutori, senza

perdere di vista gli obiettivi dell’intervento.

Il mediatore deve saper cogliere i momenti di contatto fra le due parti, per

lavorare su quelli; deve saper passare da un livello di coscienza individuale

ad uno comune, quindi da una prospettiva di lavoro individuale ad una

prospettiva comune.

Deve avere la consapevolezza che le parti, durante il conflitto, possono

collocarsi a diversi livello nel tempo: uno proiettato verso il futuro, l’altro

verso il passato. Deve, dunque, saper lavorare in modo diverso sui due

soggetti collegandoli entrambi al tempo presente, sul “qui ed ora” per

considerare gli individui per quello che realmente sono, e provano, oggi.

Il mediatore lavorerà sul processo, non sul risultato, poiché il suo

intervento non rientra in una logica efficientista e la relazione che si

instaura tra le parti è più importante. La mediazione non si conclude

necessariamente con una riconciliazione, ma l’importante è che le parti

abbiano raggiunto una diversa percezione dell’altro, scoperto un nuovo

linguaggio e nuove modalità di relazionarsi.

55

Ad un certo punto del dialogo, il mediatore dovrebbe avere la capacità di

allontanarsi dalle parti, poiché al termine deve rimanere solo il rapporto

orizzontale fra i due protagonisti del conflitto.

Attraverso l’ascolto, il mediatore rinvia ciò che ha sentito a livello emotivo,

consentendo alla persona di andare oltre, fino all’origine della sofferenza.

Generalmente utilizza poche parole, “io sento”, a cui fa seguito un

aggettivo che permette al mediatore di esprimere le proprie sensazioni

senza manifestare giudizi, commentare o interpretare i fatti.

Egli non deve coinvolgersi troppo e/o identificarsi con una delle parti,

perché, così facendo, perderebbe la neutralità.

Le responsabilità del mediatore possono essere considerate sotto un duplice

aspetto: il primo legato alla specificità delle modalità di funzionamento del

processo, il secondo alla forma del coinvolgimento delle parti.

Il percorso inizia con l’ascolto di se stessi e dell’altro, un ascolto che crea e

produce una coscienza del proprio interlocutore.

4.6 La mediazione in ambito sovranazionale

Dall’analisi dei documenti emessi dagli organismi internazionali, emerge

una duplice esigenza: da un lato dare voce alle vittime, dall’altro

implementare una prevenzione del crimine non repressiva.

Tra gli atti internazionali che costituiscono fonti di indirizzo primario si

ricorda la “Dichiarazione dei Principi basilari della giustizia per le vittime

di reato e di abuso di potere” adottata dall’Assemblea generale delle

Nazioni Unite nel 1985. Nella prima sezione è previsto che i sistemi

normativi devono dare alle vittime la possibilità di esprimere e comunicare

l’impatto che il reato ha avuto su di loro. Ogni sistema giuridico, inoltre,

deve promuovere meccanismi formali e informali per la risoluzione delle

dispute, come ad esempio la mediazione. Le Raccomandazioni delle

56

Nazioni Unite inoltre affermano che, nei casi in cui l’autore del reato non

possa risarcire direttamente la vittima, allora sarà lo Stato ad indennizzarla.

La Risoluzione 1999/26 del 28/7/1999 del Consiglio economico e sociale

dell’ONU dispone l’attuazione e lo sviluppo delle misure di mediazione e

di giustizia riparatoria.

La Dichiarazione di Vienna del 2000 incoraggia espressamente lo sviluppo

di politiche di giustizia riparativa, quali procedure e programmi rispettosi

dei diritti, dei bisogni e degli interessi delle vittime, dei delinquenti, della

comunità nell’ottica di una risoluzione del conflitto tra vittima, reo e

comunità.

“Da queste Raccomandazioni emerge non solo un radicale mutamento nel

posto assegnato alla vittima ma, soprattutto, la nuova dignità della funzione

riparatrice dell’offesa, non più relegata a mero elemento attenuante ma

elevata a chiave di volta dell’intervento concretamente compensatorio della

giustizia penale. Un nuovo modo, dunque, di affrontare il problema della

pena di insinua nella coscienza sociale poggiando sull’idea di una

maturazione di nuovi principi nell’ambito di tutta la società. La stessa

possibilità di concludere il processo con la sola riparazione del danno

causato dalla vittima, inverte i termini attuali della risposta penale: laddove

interviene la reintegrazione del pregiudizio, la giustizia penale non ha

ragione di proseguire il suo corso, costituendo adeguata garanzia,

25

l’eventuale decisione di riparare il danno in forma coatta” .

25 Ibidem, p. 43. 57

4.7 La mediazione nel sistema penale italiano

Il nostro Paese vanta oltre al primato storico in tema di legislazione sulla

riparazione con il codice Leopoldino del 1786 e del Regno delle Due

Sicilie del 1819, anche il primato scientifico nell’approfondimento, ad

opera della Scuola Positiva, della dimensione pubblicistica del danno

derivante dal reato.

La dottrina positivista ha il merito di aver compreso la ricchezza dei

significati della riparazione.

Tale teoria si riflette sul codice di procedura penale del 1913 che prevede

l’obbligo del giudice di emettere condanna al risarcimento; la situazione

però si attenua nei codici del 1930 seguita da un lungo periodo di silenzio.

Il codice penale Rocco prevede numerose fattispecie di riparazioni con

riferimento a norme premiali, tendenti alla promozione di condotte di

reintegrazione dell’interesse leso senza minimamente porre l’attenzione

sulla persona che ha subito il danno.

La mediazione si ritrova, così, solo nel codice civile, laddove si individua

nell’articolo 1754 un istituto che prevede l’esplicazione di attività di natura

patrimoniale, ossia l’intermediazione di un soggetto per favorire la

conclusione di un affare.

L’attenzione per la riparazione alle vittime di reati si riaccende a partire

dagli anni ’80.

La sua applicazione in seno al sistema giudiziario italiano, quale modalità

di risoluzione dei conflitti extragiudiziali, incontra però delle resistenze di

carattere culturale caratterizzate da una scarsa fiducia nelle pratiche

alternative alla detenzione poiché sovvertono il modello dominante di

giustizia. 58

L’ordinamento giuridico italiano non sembra, dunque, fornire spazi

applicativi agli interventi di mediazione penale, disattendendo, di fatto, le

linee guida degli organi internazionali.

La chiave di svolta per una cambiamento nel sistema penale italiano è

rintracciabile nel decreto legislativo 28 agosto 2000 n. 274, laddove, nella

parte relativa alle competenze penali del giudice di pace, prevede strumenti

di riparazione e mediazione nei casi di reati perseguibili a querela.

La mediazione penale trova per la prima volta nel d.lgs. 274/00 un

riconoscimento formale e una precisa collocazione; l’articolo 29, difatti,

prevede che il giudice di pace possa fare ricorso agli uffici per la

mediazione penale, al fine di una composizione degli interessi in conflitto

in una fase pre-processuale.

4.8 La mediazione penale nella giustizia penale minorile

La normativa sul processo penale a carico di imputati minorenni è regolata

dal D.P.R. 22/9/1988 n. 448 (Disposizioni sul processo penale a carico di

imputati minorenni) e dal decreto legislativo 28/7/1989 n. 272 (Norme di

attuazione, di coordinamento e transitorie del D.P.R. 448/88).

Entrambi i testi legislativi, ispirandosi al principio della “minima offesa del

processo”, hanno ulteriormente accentuato gli interventi sociali e civili ed il

ruolo educativo del procedimento rispetto alle valenze repressive,

introducendo istituti miranti a favorire la rapida uscita del minore dal

“circuito penale”, limitando così al minimo il ricorso a misure coercitive e

restrittive.

Nel settore minorile la giustizia riparativa prevede diversi programmi che

hanno una diversa gradualità, in base al livello di coinvolgimento della

vittima: scuse formali, attività gratuite in favore della comunità,

conciliazione e mediazione fra autore e vittima del reato.

59

Il ricorso alla mediazione risulta estremamente significativo nell’ambito

minorile per la sua valenza pedagogica in quanto l’impegno di rimediare ai

danni arrecati dalla commissione del reato fa prendere coscienza al minore

dell’esistenza di una reale vittima che ha subito o sta subendo ancora delle

conseguenze della sua attività, favorendo il passaggio dall’essere

responsabile di un fatto illecito all’essere responsabile verso l’altro.

Tutto ciò è estremamente importante per lo sviluppo della personalità del

minore.

Affinché il giudice pronunci sentenza di non luogo a procedere per

irrilevanza del fatto devono ricorre tre condizioni: la tenuità del fatto,

l’occasionalità del comportamento e l’eventuale pregiudizio che la

prosecuzione del processo potrebbe arrecare alle esigenze educative del

minore.

Nella fase processuale, invece, la mediazione penale si inserisce tra le

prescrizioni che corredano la messa alla prova, istituto a cui il giudice

ricorre, previa sospensione del processo, quando ritiene di dover procedere

ad una più approfondita valutazione della personalità del minorenne.

La mediazione nel sistema penale minorile può svolgere poi un ruolo

importante anche rispetto alla concessione del perdono giudiziale (art. 169

c.p.), istituto applicabile quando il reato per cui si procede sia punibile con

una pena non superiore a due anni e concedibile a condizione che si possa

formulare un giudizio prognostico positivo circa la non recidiva del minore.

Anche in tale contesto la mediazione fornirebbe un supporto conoscitivo

prezioso per la formulazione del giudizio prognostico sul minorenne.

Attualmente, la mediazione penale è oggetto di sperimentazione, a vari

livelli, in molti tribunali per i minorenni. Tra i primi ad avviare progetti di

mediazione sono stati i tribunali di Torino, Milano e Bari. A Torino come a

Bari si è cercato di estendere questa sperimentazione anche alla giustizia

60

penale degli adulti. Alcuni progetti hanno poi ricevuto una “veste”

giuridica attraverso la redazione di “protocolli d’intesa” stipulati tra enti

locali, tribunale per i minorenni e procura della Repubblica. Tali protocolli,

al fine di consentire l’attuazione del progetto attraverso la definizione di

impegni in termini di risorse economiche e di personale, cercano di

approntare in linea generale una regolamentazione della mediazione penale,

attraverso:

 la costituzione di un Ufficio per la Mediazione Penale;

 l’individuazione dei suoi compiti, composizione, requisiti

professionali del personale;

 l’indicazione delle istituzioni coinvolte nel progetto;

 l’individuazione dei rapporti tra gli organismi partecipanti e

l’autorità giudiziaria.

Le esperienze di mediazione penale hanno confermato che la giustizia

riparativa può riempire di significato responsabilizzante le misure

educative e offrire uno spazio di attenzione alla vittima.

4.9 La mediazione nella giustizia penale adulti

Il decreto legislativo n. 274 del 2000 offre, per la prima volta

nell’ordinamento giuridico italiano, un riconoscimento formale alla

mediazione e alla giustizia riparativa, prevedendo la possibilità di ricorrere

a “centri e strutture pubbliche e private” di mediazione per gli illeciti

procedibili a querela di parte (articolo 29 comma 4), nonché una nuova

ipotesi di definizione anticipata del procedimento penale e di causa

estintiva del reato in seguito a “condotte riparatorie” (articolo 35).

La peculiarità di tale normativa è quella difatti di consentire una reale

flessibilità delle risposte alla criminalità di modesta gravità, permettendo ai

61

giudici di pace di promuovere in via privilegiata la composizione del

conflitto.

Il giudice di pace può scegliere tra le seguenti tipologie di misure:

 di tipo conciliativo/mediatorio;

 di tipo meramente riparativo;

 di tipo strettamente sanzionatorio.

Procedendo ad una breve analisi del suddetto decreto legislativo, si rileva

che oltre all’articolo 29, il quale prevede che il giudice di pace possa fare

ricorso a uffici per la mediazione per tutti i casi di reati perseguibili a

querela, anche gli articoli 34, 35 e 54 prevedono degli spazi applicativi per

la mediazione.

All’articolo 34 si prevede “l’esclusione delle procedibilità nei casi di

particolare tenuità del fatto” e all’articolo 35 si prevede “l’estinzione del

reato in seguito all’adoperarsi del reo in un programma di riparazione

prima dell’udienza di comparizione”.

L’iter mediativo permetterebbe, così, di raggiungere il massimo livello di

soddisfazione reciproca delle parti.

L’articolo 54 prevede la sanzione del lavoro di pubblica utilità; si tratta di

un’attività alla quale il soggetto aderisca volontariamente dopo un percorso

di maturazione, assumendo così una dimensione riparativa.

La normativa configura, dunque, una fase pre-conciliativa al di fuori del

processo, demandata a soggetti terzi competenti.

Il giudice di pace ha, quindi, un ruolo di impulso alla mediazione.

All’interno dell’ordinamento giuridico italiano, nell’ambito dell’esecuzione

penale degli adulti, ritroviamo altre disposizioni che fanno riferimento alla

prospettiva riparatoria; esse sono:

l’articolo 47, comma 7, della legge 354/75;

l’articolo 27, comma 1, del D.P.R. n. 230/2000.

62

L’articolo 47, comma 7, dell’ordinamento penitenziario sancisce che il

giudice, nel concedere l’affidamento in prova al servizio sociale, debba

prevedere che “l’affidato si adoperi in favore della vittima di reato”. Il

legislatore ha così connesso esigenze strettamente risocializzative ed

esigenze riparative, producendo una convergenza di obiettivi.

L’articolo 27 del “Regolamento recante norme sull’Ordinamento

Penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà”, laddove

regola l’osservazione della personalità del detenuto, pone le basi per

decidere dell’idoneità del soggetto alla fruizione della misura alternativa e

al comma 1 prevede che lo stesso “presti la sua opera a titolo risarcitorio

del danno”.

4.10 Alcune riflessioni sulla mediazione penale

In Italia la giustizia riparativa e la mediazione penale sono due istituti

ancora agli albori. Nel territorio nazionale assumono un ruolo marginale;

tuttavia sembrano esistere i presupposti per lo sviluppo di questa via.

La documentazione letteraria si avvale ormai di notevoli contributi che

consentono di auspicare che tali istituti possano rappresentare nel futuro un

sistema adeguato nella gestione equa della pena.

Ipotizzare l’attivazione dell’attività di mediazione permette di offrire uno

strumento in più al trattamento del reo, al fine di portare il condannato

verso una consapevolezza ed un responsabilizzazione più reale e concreta.

Significa dare alla vittima un rilievo ed un riconoscimento come persona,

aiutarla a rielaborare i sentimenti di disagio, di rabbia, di impotenza, di

abbandono suscitati dal reato e farla partecipe di un’eventuale azione di

riparazione a suo favore. 63

È un tentativo, questo, che può concretizzarsi solamente se, accanto

all’impegno dell’autore e alla disponibilità della vittima del reato, si mette

in gioco l’intera società, ponendosi come catalizzatore di un percorso di

rappacificazione, quando l’entità del reato lo consente, ed accordando a chi

ha sbagliato una speranza.

Soltanto un alto senso di moralità collettiva può far superare i sentimenti di

vendetta e di paura.

La società stessa, dunque, ha il compito di riconoscere che dietro le sbarre

ci sono delle persone e deve, su questa convinzione, impegnarsi per

rimuovere le cause della devianza, aprendosi verso il carcere, cercando di

non emarginare chi torna libero, ma di offrirgli il giusto sostegno perché

non ricada nell’errore, affinché il carcere non venga considerato solo il

contenitore dell’esecuzione penale.

È questa la sfida: inaugurare un rapporto nuovo tra due persone adulte,

perché l’uno non sia soltanto e per sempre colpevole e l’altro soltanto e per

sempre vittima, senza possibilità di riscatto.

64

“Il carcere è produttore di violenza, depersonalizzazione, infantilizzazione

e subcultura, e concepire la risocializzazione mediante la pena detentiva è

una contraddizione che può essere attenuata solo con l’apertura del

carcere alla comunità esterna, non solo per consentire quel processo di

osmosi indispensabile per garantire la possibilità stessa di una

risocializzazione del detenuto, ma anche, e soprattutto, per far sì che il

carcere divenga parte integrante della società per battere la logica della

separatezza e della rimozione.

Se la pena deve tendere alla risocializzazione del detenuto e se il carcere è

separazione, non solo materiale, ma anche culturale, come pensate che

noi, una volta fuori, potremo sentirci nella società” M. Gozzini

Carcere perché, carcere come

Firenze, Edizioni Cultura della Pace, 1988

65

Capitolo Quinto

Il servizio sociale: congiunzione tra il carcere e la comunità esterna

5.1 Premessa

Il servizio sociale può essere definito come meta-istituzione del sistema

organizzato delle risorse sociali e come una disciplina di sintesi che,

attraverso il lavoro professionale dell’assistente sociale, concorre alla

rimozione delle cause del bisogno, ne ricerca la soluzione tramite un

rapporto relazionale e l’uso di risorse personali e sociali. Esso si pone i

seguenti obiettivi:

creare attraverso il processo d’aiuto i raccordi necessari tra bisogni e

risorse;

aiutare le persone a sviluppare le capacità di affrontare e risolvere i

propri problemi esistenziali;

aiutare la collettività a individuare i propri bisogni;

attivare le reti di solidarietà naturali;

progettare, gestire, nell’ambito del sistema dei servizi, risorse

rispondenti ai bisogni individuali e collettivi;

studiare i problemi collettivi per contribuire alla progettazione e

realizzazione dei servizi sociali, nell’ambito della politica sociale e di

quella locale.

Il servizio sociale è, dunque, una professione complessa, multifunzionale,

globale e comunitaria, avente come obiettivo quello di aiutare l’utenza per

un corretto rapporto bisogni – servizi – risorse.

66

La presenza dell’assistente sociale permette di analizzare il contesto, di

conoscere i bisogni e le risorse del territorio, di svolgere una migliore

azione di mediazione istituzionale tra sistema sociale e sistema penale, di

stabilire in modo dinamico collaborazioni sul territorio sia con le agenzie di

aiuto alla persona, che con le agenzie preposte al controllo.

5.2 Carcere e territorio

Oggi il carcere non è più un organismo chiuso, ma piuttosto una realtà in

un contesto territoriale che si apre alla società esterna per meglio adempiere

al proprio fine istituzionale, teso al reinserimento del condannato.

Infatti, è stata superata quella concezione, ben radicata sino al secolo

scorso, che intendeva il carcere come “istituzione separata, lontana ed

estranea alla società civile, solo oggetto di vergogna e di morbosa

curiosità”.

Dalla ratio della legge di riforma del 1975 emerge chiaramente che i vari

problemi del trattamento carcerario, come pure quelli connessi al

reinserimento sociale dell’ex detenuto, non possono gravare sulle sole

risorse dell’organizzazione penitenziaria, ma vadano affrontate in un’ottica

di vasta partecipazione sociale, che impegni tutti gli enti in cui si articoli

l’ordinamento statale. Da ciò deriva l’esigenza di una cultura della pena

che la legge Gozzini, n. 663/86 riafferma anche in ordine ai rapporti tra

carcere e società.

“In questa prospettiva il mezzo più idoneo per assicurare adeguati servizi

nei penitenziari e attenuare le cause che tendono all’emarginazione del

detenuto, anche dopo le sue dimissioni dal carcere, è apparso quello del

collegamento con la Regione e gli enti locali, sollecitando in tal modo, al di

là del perseguimento degli obiettivi pratici, il fine della

67

corresponsabilizzazione dell’apparato statale nei confronti dei problemi

26

posti dalla devianza” .

Con tale impegno, che gli deriva dalla Costituzione stessa, l’ente locale non

viene a realizzare funzioni meramente assistenziali, o a porsi come

correttivo limitato e temporaneo delle maggiori carenze del sistema

penitenziario. Deve al contrario attuare un intervento organico e

programmato nel tempo, attraverso una serie di iniziative nei vari settori di

competenze.

Il venir meno dell’autarchia dei tradizionali sistemi penitenziari apre

all’ente locale nuovi spazi di intervento e un modo di gestire gli stessi

profondamente diverso rispetto al passato; la Regione, infatti, direttamente

o tramite l’associazione dei Comuni, o i vari organi del decentramento, è

chiamata a far fronte alle nuove competenze, integrando tra loro, e

finalizzandole allo scopo specifico, le prestazioni connesse a una nuova

politica dei servizi sociali, ispirata ai seguenti principi:

- territorialità come ambito indispensabile all’integrazione dei servizi;

- universalità delle prestazioni senza incorrere più alla discrezionalità

dell’amministrazione.

Il D.P.R. n. 616 del 1977 segna non solo il passaggio da un sistema

frammentario caratterizzato da una miriade di enti nazionali e locali ad un

sistema organico, ma anche il consolidamento carcere – territorio come

previsto in più parti dalla legge di riforma.

In tale nuovo assetto competono alle Regioni funzioni di programmazione,

organizzazione, controllo e di coordinamento degli enti locali.

26 Quaderni dell’ufficio, Studi, ricerche , documentazione della Direzione generale

degli istituti di prevenzione e pena, La funzione degli enti locali nell’opera di

reinserimento sociale, in Reinserimento sociale dei dimessi dagli istituti di pena,

Roma, 1988, p. 67. 68

Agli enti locali spettano, invece, la gestione diretta delle attività di

prevenzione e assistenza; mentre al Ministero della Giustizia competono gli

interventi a carattere penale.

I fattori di intervento dell’ente locale sono:

- funzione generale di prevenzione e rimozione delle cause sociali e

individuali della criminalità;

- interventi all’interno del carcere, per favorire il reinserimento sociale

dei detenuti;

- assistenza post-carceraria.

La prima funzione riguarda, per esempio, la creazione di strutture per il

tempo libero, comunità alloggio, cantieri – scuola, ecc.

Nel settore del reinserimento sociale del detenuto, iniziative di

fondamentale importanza possono essere assunte dall’ente locale, sia

all’interno che all’esterno dell’istituzione penitenziaria. Tali iniziative

possono esplicarsi classificando anzitutto nel detenuto prossimo alle

dimissioni i bisogni fondamentali riguardanti la sua vita di relazione,

predisponendone il reinserimento sociale attraverso la creazione di misure

idonee nel suo ambiente di vita.

È importante, quindi, che l’ente locale programmi servizi e interventi

cogliendo le situazioni sintomatiche al loro insorgere, attraverso

l’organizzazione delle risorse presenti nel tessuto sociale.

Pur nel rispetto delle reciproche competenze, gli ambiti in cui enti locali e

Ministero della Giustizia sono chiamati ad operare non possono, per la loro

stretta interrelazione, essere oggetto di interventi separati. Occorre che

l’ente locale e l’amministrazione penitenziaria attuino una stabile ed

organica collaborazione tra le funzioni operative, integrandosi

funzionalmente a vicenda. 69

Il fine della riforma è, dunque, una adeguata risocializzazione del detenuto

che coinvolga non solo l’amministrazione carceraria, ma anche la struttura

sociale nel suo insieme.

Il carcere è, dunque, parte integrante della società e deve, di fatto, avere

come referente il territorio.

Con il D.P.R. n. 616 del 1977 si dà avvio ad una nuova e moderna

concezione di politica sociale ispirata a principi inalienabili, quali: diritto

alla partecipazione di tutti i cittadini, territorialità come ambito

indispensabile all’integrazione dei servizi, universalità delle prestazioni

senza più ricorrere alla discrezionalità dell’amministrazione.

Analizzando la legge di riforma penitenziaria è possibile rilevare che, per

ciò che attiene alla collaborazione con gli enti locali, essa appare lacunosa e

vaga.

Da una parte, i servizi organizzati dall’ente locale appaiono insufficienti a

rispondere ai problemi del carcere e, dall’altra, si assiste ad elargizioni di

sussidi economici e contributi poco significati, una “tantum”, che appaiono

più tesi ad una frettolosa risposta alle emergenze che orientati a realizzare

un serio tentativo di incidere sule situazioni di disagio sociale.

Da qui la necessità di creare un preciso ambito di collegamento e

coordinamento tra carcere ed ente locale, per una comune lettura della

realtà, come base per una programmazione più puntuale.

Si rendono perciò indispensabili leggi quadro che garantiscano il

coordinamento e la comune finalizzazione delle strategie, per fornire al

territorio punti di riferimento concreti ed interventi operativi qualificati.

Gli enti locali potrebbero predisporre dei programmi in materia di lavoro a

favore dei detenuti, che prevedano:

- istituzioni di corsi di formazione professionale: compete agli enti

locali l’onere di organizzare tali attività formative anche negli istituti

70

penitenziari. È necessario tuttavia, purché non si risolvano in iniziative

formali, che detti corsi siano finalizzati ad elevare la qualificazione

individuale ed a sviluppare specifiche attitudini professionali. È, inoltre,

indispensabile che i corsi vengano programmati verificando il mercato del

lavoro e la domanda dell’utente e che vengano realizzati in stretto rapporto

ai progetti di lavoro finalizzati alla stipulazione di contratti di tipo

formazione – lavoro. Occorre, infine, assicurare che i detenuti, al momento

della dimissione dal carcere, possano non interrompere la continuità del

corso di formazione;

- lavoro all’esterno: gli enti locali potrebbero direttamente, mediante

programmi di interventi mirati, offrire ai detenuti l’opportunità di ottenere

benefici del lavoro all’esterno (lavori di pulizia di strade, manutenzione del

verde, ecc.);

- cooperative sociali: sarebbe opportuno che parte delle risorse

destinate a finanziare cooperative di lavoratori, per attività di opere

pubbliche, fossero per legge destinati a cooperative di detenuti.

Queste sono solamente delle indicazioni di possibili strumenti rieducativi

che ritengo possano essere utili per la risocializzazione del reo.

5.3 Le competenze operative dell’assistente sociale nell’ambito della

giustizia penale

Il servizio sociale opera all’interno dell’istituto penitenziario in una

prospettiva non carceraria: rappresenta le istanze e le esigenze del mondo

che sta fuori e al quale il detenuto ancora appartiene. Il ruolo del servizio

sociale è quello di mantenere vivi gli interessi e le motivazioni del

soggetto.

Per definire le competenze dell’assistente sociale nel settore penitenziario

occorre confrontare tra loro i vari riferimenti sparsi nel testo della legge di

71

riforma del 1975. La formulazione dell’articolo 81 dell’ordinamento

penitenziario sulle “Attribuzioni degli assistenti sociali” appare troppo

generica; è solo integrando il quadro normativo con le previsioni contenute

negli articoli 47, 52, 72 dell’ordinamento penitenziario e nel regolamento

di esecuzione, che le competenze specifiche del servizio sociale ed i

collegamenti operativi con altri organi e servizi, interni al carcere,

assumono contorni più chiari.

I settori in cui interviene il servizio sociale sono essenzialmente due:

1) esecuzione penale intramuraria, a favore dei soggetti ristretti negli

istituti penitenziari;

2) esecuzione penale in libertà.

È importante, altresì, ricordare che tutte le attività professionali del servizio

sociale del Ministero della Giustizia, che sono svolte in rapporto con i

soggetti, comportano sempre interventi di filtro, segnalazione e

collegamento con altri servizi e strutture del Comune e dell’Azienda

Sanitaria Ospedaliera.

All’interno degli istituti penitenziari di competenza, l’assistente sociale

svolge:

- compiti di consulenza: svolge le inchieste sociali al fine di favorire il

buon esito del trattamento;

- effettua colloqui con i condannati e/o internati in osservazione e

trattamento, colloqui con i detenuti e/o internati su richiesta degli stessi in

ordine a problematiche di competenza del servizio sociale;

- partecipa alle attività di osservazione scientifica della personalità

(articolo 13 ordinamento penitenziario), svolta dall’équipe

interdisciplinare, per l’individuazione del trattamento dei condannati e

degli internati. Ciò permette di rilevare i problemi di funzionalità sociale

del soggetto e a valutare le condizioni che possono influenzare

72

positivamente il recupero. Il fine ultimo è, in accordo con il detenuto, la

formulazione di un programma personalizzato da porre alla base del

trattamento. Durante l’iter il programma potrà essere modificato dalla

stessa équipe;

- cura le relazioni familiari;

- controlla il lavoro svolto dagli ammessi al lavoro esterno presso

imprese private;

- vigila e assiste gli ammessi al regime di semilibertà: il servizio

sociale svolge opera di vigilanza e sicurezza, seguendo il soggetto

nell’ambiente libero, assicurandosi del rispetto delle prescrizioni e

fornendo l’aiuto necessario per facilitare l’integrazione del soggetto con la

realtà esterna;

- si occupa del trattamento del dimettendo e dell’assistenza post-

penitenziaria: data la delicatezza del momento, per quanto riguarda gli

aspetti economici e lavorativi, il servizio sociale penitenziario si occupa del

collegamento con i servizi assistenziali del territorio. Il continuum di tale

intervento è costituito dall’assistenza post penitenziaria, ovvero dal

sostegno che può essere rivolto ai soggetti dimessi che tornano a far parte

della comunità. Il problema più ricorrente in relazione al reinserimento

sociale è legato alla difficoltà di accettazione da parte della società dell’ex

detenuto;

- partecipa a commissioni all’interno dell’istituto: si tratta di due

commissioni previste dall’ordinamento penitenziario, una per la

formulazione e le eventuali modifiche del regolamento interno dell’istituto,

l’altra per la selezione dei libri e dei periodici per la biblioteca per

l’organizzazione delle attività culturali, ricreative e sportive.

Per quanto riguarda l’area penale esterna, l’assistente sociale effettua

indagini socio-ambientali (articolo 72 ordinamento penitenziario), in

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze storiche e politiche
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Camelovera di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi e tecniche del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Lanza Enrico.

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