Telematica "e-Campus"
Università
Facoltà di Psicologia
Laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione
Corso di "Nighttime Fears": le paure della notte nell’infanzia e le strategie per affrontarle
Relatore: Ch.ma Prof.ssa Laura Lombardi
Tesi di Laurea di: Lisa Vidotto
Matricola Numero: 004328347
Anno Accademico: 2023/2024
Autorizzazione alla consultazione della tesi di laurea
La sottoscritta Lisa Vidotto
N° di matricola 004328347 nata a San Vito al Tagliamento il 12/12/2000
Autrice della tesi dal titolo "Nighttime Fears": le paure della notte nell’infanzia e le strategie per affrontarle.
Autorizza la consultazione della tesi stessa, fatto divieto di riprodurre, parzialmente o integralmente, il contenuto.
Dichiara inoltre di: Autorizzare per quanto necessita l’Università Telematica e-Campus, ai sensi della legge n. 196/2003, il trattamento, comunicazione, diffusione e pubblicazione in Italia e all’estero dei propri dati personali per le finalità ed entro i limiti illustrati dalla legge. 02/10/2024
Indice
- Introduzione ............................................................................................................ 4
- Capitolo 1 - Le emozioni primarie o di base .............................................................. 5
- 1.1 L’emozione della paura: tratti caratteristici ed origine ........................................... 7
- 1.1.1. Le paure specifiche o fobie ............................................................................. 8
- 1.1.2. La paura del buio o nictofobia......................................................................... 9
- 1.2. "Nighttime Fears": le paure notturne, definizione e cause .................................. 10
- 1.3. Terapie e aiuti pratici per il superamento delle paure notturne ........................... 15
- 1.3.1. Biblioterapia (o “bibliotherapy”) .................................................................. 19
- Capitolo 2 - Analisi degli articoli scientifici ............................................................ 23
- 2.1 Articolo 1 .............................................................................................................. 23
- 2.2 Articolo 2 .............................................................................................................. 28
- 2.3 Articolo 3 .............................................................................................................. 34
- 2.4 Articolo 4 .............................................................................................................. 40
- Capitolo 3 - Conclusioni ................................................................................... 44
- Bibliografia ............................................................................................................ 47
Introduzione
Questa tesi mira ad esaminare il fenomeno delle "Nighttime Fears" (chiamate anche paure notturne) nell’età prescolare e nei primi anni di scolarizzazione; include inoltre le terapie impiegate per affrontare questo fenomeno, con un focus sulla biblioterapia.
Le motivazioni che mi hanno spinta a trattare questo tema hanno natura personale, in quanto l’emozione della paura ha sempre contraddistinto la mia infanzia: nonostante l’assenza di traumi significativi, sono sempre stata una bambina paurosa, in particolare di notte, e mi sono sempre interrogata sulle cause di questa mia inclinazione.
Dopo essermi documentata sugli studi al riguardo, ho potuto dare un nome a quello che ho vissuto e ho tuttavia notato che la letteratura è piuttosto recente e molto generica. Sono pochi gli studi specifici sulle paure notturne e sulle terapie per poterle dissipare, motivo per cui, mossa prima dalla curiosità e poi dallo stupore, ho deciso di approfondire un argomento ancora così poco trattato, pur essendo un fenomeno molto diffuso nell’infanzia e che compromette la vita quotidiana di tutta la famiglia.
La tesi è articolata in tre capitoli: il primo si compone di una breve spiegazione delle emozioni primarie, concentrandosi poi sull’emozione della paura e sulle paure specifiche (o fobie), in particolare sulla nictofobia, la paura del buio; affronta poi le cause e le conseguenze delle "Nighttime Fears", esamina le terapie utilizzate per superarle e infine si sofferma in particolare sulla biblioterapia. Tutti gli argomenti trattati fanno riferimento, seppur non esclusivamente, all’infanzia.
Il secondo capitolo riporta l’analisi di quattro articoli recenti sull’argomento; essi aiutano a comprendere sia i progressi sia le lacune di questi studi sperimentali. Il terzo capitolo si compone delle conclusioni.
Grazie a questo lavoro di ricerca ho constatato quanto multiforme e complessa sia la paura e quanto sia necessaria l’implementazione dei risultati incompleti che troviamo esposti dettagliatamente nelle conclusioni, le quali evidenziano l’urgenza di ulteriori studi che approfondiscano le paure notturne e di ricerche sperimentali che forniscano delle terapie valide ed efficaci.
Capitolo 1 - Le emozioni primarie o di base
Le emozioni sono reazioni mentali coscienti soggettivamente vissute come sentimenti intensi, solitamente attivati da uno stimolo interno e diretti verso un oggetto specifico esterno. Le emozioni primarie, dette anche emozioni di base, sono universali, ovvero riscontrabili in qualsiasi popolazione. Sono adattive, innate e vengono chiamate in questo modo perché sono strettamente associate alla sopravvivenza dell’individuo.
Nel libro "Discovering Psychology" (Hockenbury, 2011), gli autori suggeriscono che le emozioni sono stati psicologici complessi che coinvolgono tre componenti distinte: un'esperienza soggettiva, una risposta fisiologica e una risposta comportamentale o espressiva. Infatti, le emozioni primarie sono facilmente riconoscibili grazie ad espressioni facciali involontarie, cambiamenti fisiologici (come la frequenza cardiaca) e display sociali del corpo (Ekman, 1992).
Sono cinque: disgusto, rabbia, gioia, paura e tristezza. Alcuni esperti considerano anche l’emozione della sorpresa tra quelle di base, ma la maggior parte degli esperti non concorda, inserendola invece tra le emozioni secondarie, dette anche complesse, le quali, a differenza delle primarie, sono influenzate dalla cultura e dall’esperienza personale (Wiegman, 2021); tra queste troviamo per esempio la vergogna, l’invidia e l’interesse.
Mentre della paura parleremo in dettaglio successivamente, possiamo descrivere brevemente le altre emozioni, partendo dalla più importante per i nostri antenati, ovvero il disgusto, una risposta repulsiva che è in particolar modo collegata alla sopravvivenza, in quanto collegato alla nutrizione: la natura ha creato un sistema per modulare la nostra voglia di ingurgitare qualsiasi cosa, il disgusto provoca repulsione verso lo stimolo, ci permette di dire di no e ci protegge da eventuali sostanze tossiche che metterebbero a rischio la nostra vita (Ekman, 1992); viene anche detta “l’emozione dei confini”.
Importante è la distinzione del disgusto con il disprezzo, il quale comunica invece qualcosa che noi non apprezziamo, nonostante possa essere nutriente per il nostro organismo.
La rabbia si attiva quando la persona sente un bisogno (stimolo interno) e individua nell’ambiente una risorsa che potrebbe soddisfarlo (stimolo esterno), ma nel farlo incappa in un ostacolo che impedisce il raggiungimento dell’obiettivo, così si genera frustrazione. Viene definita anche l’emozione del problem solving, della determinazione, garantisce una riserva energetica per tenere la tensione verso la risorsa anelata (Ekman, 1992). Anche la rabbia, come il disgusto, appartiene quindi alla categoria di emozioni primarie che iper-attivano il sistema, cioè forniscono energia all’organismo, così da poter reagire, attuare un comportamento con il fine di raggiungere la risorsa (obiettivo) a cui aspiriamo; la rabbia porta frustrazione ed è caratterizzata proprio dall’ostilità.
Un'altra emozione primaria che attiva il nostro sistema è la gioia, che possiamo identificare anche con la felicità, il piacere e il divertimento (Ekman, 1992). Anche se apparentemente potrebbe non sembrare, la gioia svolge un ruolo cruciale per la sopravvivenza perché ci informa che i comportamenti che abbiamo messo in atto per raggiungere l’obiettivo sono stati di successo, vantaggiosi ed utili, insomma, la gioia indica la strada per sperimentare altra gioia ed incoraggia a ripetere quei comportamenti.
La gioia e la rabbia presentano delle somiglianze, infatti entrambe le emozioni attivano il sistema quando c’è un bisogno, inoltre lo stimolo interno ed esterno della gioia e della rabbia sono simili. La differenza tra le due risiede nel raggiungimento della risorsa: se l’ostacolo viene rimosso con successo si sperimenta gioia, altrimenti rabbia.
La tristezza invece è un’emozione che ipoattiva il nostro sistema, ma non significa che non svolga un ruolo fondamentale nell’adattamento e nella sopravvivenza: spesso il dolore e la malinconia vengono repressi, come delle zavorre di cui bisogna sbarazzarsi, invece l’utilità della tristezza sta proprio nella predisposizione a non compiere alcun’azione, infatti questa emozione opera una riduzione dei livelli di serotonina, al cui il corpo risponde con un appesantimento dei muscoli, la percezione della fatica, della voglia di dormire e di ritirarsi, ciò è necessario per la sopravvivenza in quanto riduce l’esposizione ai pericoli e permette di risparmiare energie di fronte ad una situazione difficile, solitamente legata ad una perdita o ad uno scopo non raggiunto.
Nell’homo sapiens ha poi acquisito valenza sociale, infatti di fronte a questa emozione gli altri vengono spesso chiamati ad un mandato protettivo (caring), il quale avviene anche verso noi stessi se accogliamo la tristezza, ci spinge ad avere più cura, ad auto-lenire il nostro dolore, a provare l’autocompassione, indispensabile per poter affrontare il problema.
1.1. L’emozione della paura: tratti caratteristici ed origine
"La paura è una risposta rapida del nostro organismo che ci permette di reagire ad un pericolo imminente" (Coelho & Purkis, 2009, p. 1). La paura è una delle emozioni primarie, il cui fine è, come per tutte le emozioni, garantire la sopravvivenza in caso di un pericolo o di una minaccia: la paura opera un meccanismo di difesa dai pericoli che deve avvenire in modo molto rapido, ecco perché non opera con meccanismi emotivi, ma con difese che contengono poco pensiero, che sono poco valutative e molto impulsive, istintive, esse sono le risposte comportamentali della fuga oppure dell’attacco (fight-or-flight response); questo vale soprattutto per gli animali, mentre per l’uomo, quale essere sociale, vale il "cry for help" (cioè chiedere aiuto), in particolare per la componente sociale più vulnerabile, ovvero i bambini.
La paura è un’emozione multiforme, complessa, in quanto da un lato è regolata dalla presenza o dall’assenza di pericoli ambientali effettivi, dall’altro lato dipende anche da quanto noi ci sentiamo più o meno in pericolo, è in qualche modo soggettiva ed è difficile generalizzarla.
È altrettanto ostico delineare ciò che sta all’origine del sentimento della paura. La paura ha delle origini molto arcaiche, soprattutto a livello animale per la difesa del territorio, ma poi con l’evoluzione dell’homo sapiens in un essere sociale la percezione dei pericoli è cambiata e con essa anche le motivazioni che spingono l’uomo, o i bambini, a provare paura.
Con l’obiettivo di trovare una spiegazione riguardo allo sviluppo della paura, Adler e Cook-Nobles (2011) affermano che la memoria non è necessaria allo sviluppo di una fobia, in altre parole non tutti coloro che sperimentano un ricordo traumatico finiscono per a scatenare una fobia: il condizionamento, quindi, non può ritenersi una spiegazione appropriata alla nascita di una fobia.
Collegandosi a questa teoria, alcuni esperti ritengono che il processo di condizionamento possa avvenire in un’altra forma: la percezione di pericolo dei figli riguardo ad un oggetto o situazione può essere influenzata da quanto spaventoso lo stesso stimolo viene percepito dai genitori.
Nel momento in cui l’esigenza continua di sopravvivenza e quindi di attenzione ai pericoli è venuta meno grazie all’evoluzione dell’uomo, quest’ultimo ha avuto più tempo a disposizione per pensare, compiendo così delle associazioni di idee operanti all’interno di una situazione; per alcuni esperti proprio questa è la causa della nascita delle paure specifiche, anche chiamate fobie.
1.1.1. Le paure specifiche o fobie
"Una fobia specifica è una paura estrema ed irrazionale di un particolare stimolo che provoca sintomi di ansia, disagio ed evitamento volontario." (Flatt & King, 2010, p. 132), è un senso di pericolo esagerato ed irrealistico.
Le fobie specifiche rappresentano un terzo dei disturbi mentali più diffusi, infatti è stimato che tra il 10% e il 12% delle persone sperimentano almeno una fobia nel corso della loro vita. Tra le fobie più comuni troviamo alcune che coinvolgono la sfera sociale, come la paura di parlare in pubblico e di conoscere nuove persone, la paura dell’altezza (o vertigini), di specifici animali, degli spazi ridotti (claustrofobia), delle iniezioni, degli aghi e/o del sangue (Meltzer et al., 2008; Seim & Spates, 2010).
Solitamente nel periodo dell’infanzia le paure più comuni includono la paura dei tuoni e dei fulmini, quella del buio, degli esseri sovrannaturali (Berk, 2011); mentre durante il resto della vita troviamo la paura della morte (Florian & Mikulincer, 1997; Wink & Scott, 2005); ciò non significa necessariamente che negli stadi di sviluppo seguenti all’infanzia le paure specifiche non siano più comuni, infatti nello studio sopracitato di Seim e Spates (2010) sono stati interrogati degli studenti universitari riguardo alle loro paure ed è emerso che alcuni di loro presentavano sintomi fobici verso i ragni (38%), i discorsi in pubblico (31%), i serpenti (22%), l’altezza (18%) e le iniezioni (16%).
Gli studi sulla paura hanno anche evidenziato delle differenze riguardo al sesso dei soggetti affetti, in particolare Coss (2021) afferma che le bambine in età prescolare si sono mostrate più loquaci rispetto ai maschi, infatti il 63% delle bambine (rispetto al 45% dei bambini maschi) ha nominato determinati triggers, come per esempio i dinosauri o i dragoni, i fantasmi o demoni, gli insetti, i serpenti, i ragni, i mostri e le streghe (o altre creature immaginarie spaventose tipiche di Halloween o delle favole). La paura dei mostri ha invece messo d’accordo entrambi i sessi classificandosi come paura dominante, con fantasmi e streghe a seguire in classifica. Tra le femmine che hanno nominato gli animali, la maggioranza temeva le tigri, ma una buona percentuale era spaventata anche dai gatti (Coss, 2021).
1.1.2. La paura del buio o nictofobia
La paura del buio (detta anche nictofobia o nyctophobia) è molto comune tra i bambini ed è considerata una risposta normale durante lo sviluppo (King et al., 2005; Meltzer et al., 2008), infatti le ricerche di Grillon e colleghi (1997) evidenziano che la mancanza di stimoli visivi in assenza di luce sia la causa dell’aumento dell’ansia, dell’incertezza e della tensione, tutto ciò può avere come conseguenza lo sviluppo di questa paura specifica, che può essere considerata come la principale manifestazione delle "Nighttime Fears" (NFs, le “paure notturne”), che verranno trattate nel prossimo paragrafo.
La nictofobia è diffusa a tutte le età, anche se spesso viene sottovalutata, in quanto i bambini stentano a comunicare i propri timori ai genitori e questi sono ignari delle inquietudini dei figli, i quali potrebbero perciò sperimentare il protrarsi della paura del buio anche in adolescenza, causando disagi nella sfera sociale e comportamentale.
Nello studio di Levos & Lowery Zacchilli (2015) su 122 partecipanti solamente 10 persone hanno classificato la paura del buio come la loro paura primaria, anche se più del 50% dei partecipanti allo studio l’ha posizionata tra le prime cinque. Ancora, fino al 15% dei rinvii medici per il trattamento delle fobie infantili è collegato alla paura del buio o a quella di rimanere da soli (Graziano et al., 1979; Ollendick & Muris, 2015). Ciò è indicativo di quanto esteso sia il campione di persone che sono soggette alla nictofobia.
La causa della paura del buio, come già accennato, risale alla nostra reazione di fronte all’assenza di stimoli visivi, ma non è l’unica spiegazione al fenomeno; diversi fattori influenzano l’idea collettiva che le persone si fanno riguardo al buio e alla conseguente paura di esso, tra cui gioca un ruolo importante la cultura e l’ambiente che ci circonda: basti pensare alla lettura delle storie e delle favole quando si è bambini, questa rappresenta un tassello importante dello sviluppo della persona e l’esposizione a racconti con personaggi spaventosi o situazioni ansiose potrebbe agevolare la formazione di pensieri inquietanti o fobie, lo “storytelling” in generale porta alla formazione di una cosiddetta “incoscienza collettiva” che spiega come siano viste le paure in tutto il mondo (Bhugra, 2006).
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