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Le banche hanno un ruolo fondamentale all’interno di un sistema economico, svolgendo soprattutto attività di raccolta-impieghi; l’intero sistema è sorretto da queste particolari imprese ed è proprio per tale motivo che esiste un interesse pubblico alla salvaguardia degli assetti patrimoniali di una banca.
La crisi in una banca può portare anche allo stato... Vedi di più

Materia di Tecnica bancaria relatore Prof. S. Mazzù

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1.4.1 Gli accordi di Basilea

In ambito internazionale, nel 1974, nasce il “Comitato di Basilea” su

proposta dei governatori delle banche centrali dei paesi facenti parte del

26

G10 , con lo scopo di perseguire la stabilità monetaria e finanziaria

promuovendo la cooperazione fra le banche centrali.

Il primo contributo del comitato nel 1988, denominato “Accordi di

Basilea sul Capitale” (Basilea 1), introdusse un sistema di misurazione del

grado di patrimonializzazione delle banche basato su un coefficiente di

rischiosità. Con tale accordo le banche erano obbligate ad accantonare un

ammontare di patrimonio di vigilanza pari almeno all’8% degli impieghi,

ponderati sulla base dei rischi. L’obiettivo principale dell’accordo era quello

di scongiurare il rischio di crisi bancarie, tutelando la concorrenza

internazionale e garantendo il mantenimento della fiducia nei confronti degli

intermediari creditizi.

L’accordo mostrò l’inadeguatezza nel saper allineare i requisiti di

capitale con i rischi sopportati dalle banche, ciò ha portato a una revisione

27

della regolamentazione, con la pubblicazione nel 1997 di “Basilea 2” . La

logica di fondo dell’accordo si fonda su tre pilastri:

1. Requisiti patrimoniali minimi, fissati a presidio della stabilità di

fronte ai rischi distinti in:

a. Rischio di credito;

b. Rischio di mercato;

c. Rischio operativo;

26 Gruppo formato dai dieci paesi più industrializzati: Belgio, Canada, Francia, Germania,

Italia, Giappone, Olanda, Gran Bretagna, Stati Uniti, Svezia. Successivamente sono entrati a far parte

del comitato anche Lussemburgo, Spagna e Svizzera.

27 Basilea 2 venne affinato nel 2001 e nel 2003, l’implementazione partì nel 2007 22

Rimane invariato il coefficiente minimo dell’8% del capitale,

ma si prevede una diversa ponderazione dei rischi in relazione

alle caratteristiche del soggetto affidato (“rating”);

2. Controllo prudenziale dell’adeguatezza patrimoniale,

improntato su quattro principi, sottolineando l’importanza di

un’attività di vigilanza in grado di controllare e approfondire

l’adeguatezza delle dotazioni patrimoniali e dei processi

gestionali delle singole banche in relazione alle loro strategie:

a. Controllo dell’adeguatezza patrimoniale in rapporto al

profilo di rischio della banca;

b. Principio di vigilanza, il quale prevede attività di controllo

sul procedimento interno di determinazione

dell’adeguatezza patrimoniale e sulla capacità di

monitorare e assicurare la conformità con i requisiti

patrimoniali obbligatori;

c. Principio di prudenzialità, il quale individua l’opportunità

che l’autorità di vigilanza solleciti la banca a detenere un

patrimonio superiore ai coefficienti minimi;

d. Principio di vigilanza preventiva, il quale prevede che

l’autorità di vigilanza intervenga per evitare che il

patrimonio di una banca scenda sotto i livelli minimi.

3. Requisiti di trasparenza delle informazioni, hanno ad oggetto

obiettivi e politiche di gestione delle diverse categorie di

rischio. Le banche pubblicano informazioni che ritengono

rilevanti, ma non possono omettere quelle informazioni la cui

mancanza o errata indicazione può modificare o influenzare le

28

scelte di carattere economico . Tale pilastro, quindi, prevede

che sia il mercato a disciplinare l’operato delle banche

28 Cfr. Capire la finanza, Gli accordi di Basilea, Fondazione Culturale Responsabilità Etica

ONLUS, 2011 23

imponendo alle stesse di informare dettagliatamente il pubblico

soprattutto per quanto riguarda l’allocazione di capitale e il

29

monitoraggio dei rischi assunti .

La crisi finanziaria iniziata nel 2007, ha reso necessaria una nuova

revisione degli accordi, portando alla formulazione di “Basilea 3” che

prevede un adeguamento a nuovi standard attraverso un ampio periodo di

transizione. La piena attuazione degli accordi è prevista per il 2019.

Le nuove misure prudenziali prevedono innanzitutto l’incremento

30

graduale del patrimonio di base (Tier1) , che deve raggiungere il livello del

4,5% rispetto alle attività ponderate per il rischio. È inoltre introdotto un

“buffer” (cuscinetto) di conservazione del capitale che costituirà una riserva, a

cui le banche potranno attingere in periodi di crisi. Un’ulteriore misura è il

“leverage ratio”, volto a contenere il livello di indebitamento nelle fasi di

eccessiva crescita economica. Il quadro regolamentare, è completato da regole

quantitative volte a ridurre il rischio di liquidità, cioè il “liquidity coverage

ratio”, idoneo a far fronte alle uscite di cassa in situazioni di stress finanziario

e il “net stable funding ratio”, volto ad evitare squilibri nella composizione

delle scadenze di passività e attività.

29 Cfr. Basilea III. Il nuovo sistema di regole bancarie dopo la grande crisi, pp. 45

30 Il patrimonio di una banca può essere suddiviso in due componenti: Tier 1 che è composto

dal capitale azionario e dalle riserve provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte; Tier 2

composto da elementi aggiuntivi 24

1.4.2 Verso l’Unione Bancaria

In ambito europeo, si sta concretizzando la creazione di una “Unione

Bancaria” in modo da scongiurare ed evitare crisi bancarie, smantellando

banche in difficoltà, salvarle ed evitare il loro fallimento. La finalità principale

è quella di evitare che in futuro nessuno Stato europeo rischi un fallimento a

causa di una crisi bancaria, questo perché nel passato i Paesi sono stati

chiamati a utilizzare denaro pubblico per salvare banche in difficoltà.

L’Unione Bancaria nasce dall’accordo dei ministri delle finanze

dell’Unione Europea, l’accordo prevede la nascita di un consiglio di

risoluzione, di un fondo di risoluzione e di un paracadute finanziario da

utilizzare mentre il fondo sale a regime. In questo modo verrà creato un

sistema unico di risoluzione delle crisi bancarie, chiamato SRM (Single

Resolution Mechanism), che rafforza la solidità degli Stati e del sistema

bancario, evitando in tal modo che la crisi di importanti istituti di credito causi

seri problemi agli Stati, come è successo in Irlanda e a Cipro.

Innanzitutto, è prevista l’istituzione di un “Fondo di risoluzione” a

livello nazionale ed europeo (SRF, Single Resolution Found), costituito dai

contributi delle banche, in grado di intervenire attorno al 5% degli asset della

banca in difficoltà. Se l’SRF non dovesse essere sufficiente, è previsto un

“Paracadute finanziario” costituito con risorse pubbliche; in ogni caso il

fondo di risoluzione dovrà rimborsare i prestiti ricevuti con i contributi

31

provenienti dallo stesso sistema bancario .

31 L’ABC dell’Unione Bancaria, di Isabella Bufacchi, in www.ilsole24ore.com 25

1.5 Possibili soluzioni della crisi

Quando una banca è in difficoltà, è necessario attivare una serie di

interventi per evitare che la stessa risulti insolvente, portando alla

irreversibilità della crisi. Durante la fase precedente il manifestarsi della crisi,

bisogna attivare gli interventi soltanto quando il loro costo è inferiore rispetto

a quello che i risparmiatori dovrebbero sopportare nel caso di crisi

irreversibile. In questi casi, il principale strumento utilizzato dalle autorità è il

“Credito di ultima istanza” (CUI), cioè il rifinanziamento erogato dalla Banca

Centrale. Il CUI può essere utilizzato per finanziare esigenze di liquidità di

una banca, ma anche in casi eccezionali quando vi è il rischio che la crisi

32

bancaria degeneri allo stato d’insolvenza .

Un ulteriore strumento è il cd. “Fondo interbancario di tutela dei

33

depositi” che garantisce una copertura massima fino a 100.000 euro per

depositante.

È prevista, inoltre, la creazione di una “bad bank”, cioè la creazione di

una società ad hoc dove vengono fatti confluire gli asset di una banca, iscritti

in bilancio, che potenzialmente possono danneggiare gli equilibri patrimoniali

dell’istituto.

L’obiettivo è di depurare le banche dalle perdite derivanti dalle attività

tossiche, cioè quei prodotti e investimenti iscritti all’attivo del bilancio con un

elevato valore nominale, ma con un valore di mercato vicino allo zero. Con la

bad bank queste attività vengono trasferite a una nuova società, in modo da

poter lasciare la banca libera di funzionare regolarmente. Nella bad bank viene

effettuata una scissione azionaria, attraverso la sottoscrizione di azioni

32 Cfr. Ruozi, Economia della banca, 2009, pp. 351 e ss.

33 Somma aggiornata dal d.l. 49/2011, in precedenza era di 103.291,38 euro 26

privilegiate da parte del governo o l’emissione di azioni ordinarie, in modo da

34

attendere migliori condizioni di mercato e liquidare i titoli .

Se vengono accertate violazioni legislative, amministrative o perdite

patrimoniali gravi, è prevista la liquidazione coatta amministrativa che avvia

una serie di procedure per accertare il passivo e rimborsare i creditori. Possono

comunque essere attivati interventi che si propongono di garantire la parità di

trattamento dei creditori, come ad esempio l’utilizzo del “Fondo di garanzia”

cui aderiscono tutte le banche, le SIM, gli agenti di cambio e le società

fiduciarie. L’utilizzo del fondo è finalizzato a rimborsare tutti i creditori, che

non abbiano contribuito allo stato d’insolvenza, fino a un massimo di 20.000

euro. 34 Bad bank, sotto la lente, articolo del 20 Marzo 2013 in www.borsaitaliana.it 27

Capitolo II

Le crisi bancarie in Italia

2.1 Il sistema creditizio italiano

Il settore bancario, in Italia, è nato nel Rinascimento quando a Firenze

comparvero i primi banchieri che svolgevano funzioni di prestatori, custodi,

cambiavalute e garanti dei pagamenti. È in questo periodo che nacquero i

primi assegni, le prime lettere di credito e i buoni del tesoro.

La prima vera banca, nata a Genova nel 1406 e chiamata “Banco di San

Giorgio”, fu la prima a occuparsi di gestione del debito pubblico e di

riscossione dei tributi. La banca disponeva di un capitale sociale, costituito da

un prestito alla Repubblica di Genova, remunerato dal gettito delle imposte,

35

inoltre, gli azionisti erano garantiti da un interesse del 7% .

Tra le principali e più antiche banche italiane si possono ricordare il

“Monte dei Paschi di Siena” fondato nel 1472, il “Monte di Pietà” fondato

nel 1483 e la “Banca del Monte di Lucca” fondata nel 1489. Fino al 1893, i

principali istituti di credito erano quelli che godevano del privilegio di

emettere moneta. Nei primi tre decenni dell’Unità d’Italia, vi erano sei banche

centrali: la Banca Romana, la Banca Nazionale di Torino, il Banco di Napoli,

il Banco di Sicilia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito.

Queste banche emettevano biglietti in Lire convertibili in oro, facendosi

concorrenza reciprocamente.

Il Decreto n. 2873 del 1° maggio 1866 riconobbe, ai soli biglietti emessi

dalla Banca Nazionale Toscana, lo status di moneta legale non convertibile in

oro, in cambio di un mutuo a favore dello Stato pari a 250 milioni di lire, al

tasso d’interesse dell’1,5% annuo.

35 Cfr. www.lacasadisangiorgio.it 28

Le banconote delle altre cinque banche di emissione furono riconosciute

come moneta legale solo nelle province di appartenenza e potevano essere

36

convertite in oro, con un cambio sconveniente a causa dell’aggio , oppure in

banconote della Banca Nazionale Toscana.

Nel 1874, fu emanata la prima legge sull’emissione di cartamoneta, in tal

modo, oltre a indicare i sei istituti autorizzati all’emissione, fu creato un

oligopolio legalizzato e regolamentato. Tale oligopolio era un vero e proprio

consorzio di sei istituti che erano autorizzati a emettere banconote, il consorzio

stampava “certificati consortili”, con le quali si dovevano cambiare le

banconote dei singoli istituti che, in questo modo, avevano corso legale in

tutto il Regno.

In quel periodo, comunque, i depositi non erano molto diffusi e quindi la

fonte principale per il credito bancario era costituita proprio dall’emissione di

37

biglietti convertibili in oro .

Il corso forzoso fu sospeso nel 1883 e ciò comportò una forte espansione

edilizia, sostenuta anche da capitali esteri e che coinvolse gli istituti di

emissione. L’espansione eccessiva portò a una bolla speculativa e in seguito a

una crisi.

Tuttavia dal periodo post-unitario, fino al 1926, manca una precisa

disciplina bancaria; di conseguenza l’attività creditizia era liberamente

esercitabile. A causa di questa libertà, nacquero numerosi istituti di credito

che, non avendo la stabilità patrimoniale necessaria ad esercitare la propria

attività creditizia, effettuavano prevalentemente attività speculative.

La situazione non mutò fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale

(1915-1918), quando le banche finanziavano le industrie belliche con prestiti a

36 Chi voleva convertire le banconote emesse da uno degli istituti diversi dalla Banca

Nazionale Toscana, doveva pagare un sopraprezzo inizialmente dell’1% che arrivò fino anche al

20,5%, con una media del 15%

37 Cfr. www.bancaditalia.it, in Storia, Le origini 29

medio – lungo termine; alcune di queste industrie fallirono, come l’ILVA e

l’Ansaldo nel 1920, coinvolgendo diversi istituti di credito.

A causa di questi dissesti, soprattutto il fallimento nel 1921 della

“Banca Italiana di Sconto”, furono emanati una serie di decreti con lo scopo

38

di garantire la solidità delle imprese bancarie . Con tali decreti fu affidata alla

39

sola Banca d’Italia la possibilità di emettere moneta , furono inoltre previsti

una serie di obblighi per gli istituti bancari, tra cui l’iscrizione a un apposito

Albo, l’accantonamento a riserva legale del 10% degli utili e la presentazione

dei bilanci alla Banca d’Italia.

Lo scoppio della “Grande Depressione” nel 1929, ebbe profonde

ripercussioni nelle imprese italiane. La crisi delle industrie coinvolse anche il

40

sistema creditizio, portando alla crisi delle banche miste che, fino ad allora,

avevano finanziato lo sviluppo dell’industria italiana a causa degli ingenti

investimenti in pacchetti azionari. Questa crisi rese necessaria l’adozione di

nuovi provvedimenti, tra cui nel 1931 la costituzione dell’Istituto Mobiliare

Italiano (IMI), che aveva lo scopo di concedere mutui e assumere

partecipazioni industriali, e la costituzione dell’Istituto per la Ricostruzione

Industriale (IRI), nel 1933, con lo scopo di evitare il fallimento delle grandi

banche italiane già provate dalla crisi del ’29.

L’IRI acquista la maggioranza dei pacchetti azionari delle industrie

italiane, salva le banche miste e finanzia molte imprese, in questo modo

l’istituto diventa la più grande holding italiana con più del 40% del capitale

41

azionario italiano .

38 Cfr. Moschetti A. Il sistema finanziario italiano: una prospettiva di lungo periodo, 2013

39 In precedenza erano istituti di emissione anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia

40 In particolare il Banco di Roma, la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano

41 Cfr. Moschetti, 2013 30

Fu soltanto nel 1936 che si ebbe una generalizzata separazione tra banca

42

e industria, con l’emanazione del R.D.L. 12 Marzo 1936 n. 375 il quale diede

avvio allo sviluppo di un vero e proprio sistema creditizio.

La legge bancaria del ’36 poneva le sue basi su tre pilastri fondamentali:

1. Il pluralismo, nel senso che accanto agli enti con fini di lucro

(banche in forma di S.p.a.) si trovavano enti creditizi pubblici e

mutualistici;

2. La specializzazione, sia per scadenze da cui derivava la

distinzione di aziende di credito ordinario e istituti di credito

speciale, sia specializzazione territoriale e settoriale la quale

distingueva le banche nazionali, interregionali e provinciali per

destinare il credito a specifici settori economici (credito fondiario,

mobiliare, agrario ecc.);

3. La separazione tra banca e industria, realizzata attraverso una

rigida disciplina in tema di partecipazione delle banche al capitale

delle imprese.

Dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70, la politica del credito è

indirizzata allo sviluppo degli istituti di credito speciale per finanziare le

grandi imprese. Queste politiche favoriscono il processo di concentrazione del

sistema creditizio, aumentando la dimensione delle aziende di credito.

È in questi anni che si assiste all’applicazione di politiche di sviluppo

regionale (ad es. la Cassa del Mezzogiorno) volte soprattutto ad ampliare la

base produttiva.

Nella seconda metà degli anni ’70, vi è una progressiva liberalizzazione

della normativa bancaria, a causa dello sviluppo dell’economia reale che esige

mercati finanziari sempre più aperti ed efficienti. In questi anni, a causa delle

politiche sempre più assistenzialiste dei governi, si ebbe un esplosione del

42 Convertito con la legge 141/38 31

debito pubblico con conseguente aumento della pressione fiscale, portando in

questo modo l’Italia in recessione.

Negli anni ’80 cominciano a mostrarsi i limiti della legge bancaria del

’36, infatti, le banche a proprietà pubblica hanno difficoltà a crescere anche a

causa della regolamentazione che limita la concorrenza. Per questi motivi, nel

1993, viene redatto il “Testo Unico Bancario” con il d. Lgs. 385/93.

Con l’introduzione del TUB, dal 1° gennaio 1994, venne sostituita

l’intera legislazione bancaria precedente, definendo per la prima volta l’attività

bancaria. In questo periodo viene inoltre definitivamente liberalizzata la

proprietà, con l’abolizione dell’obbligo del controllo pubblico sulle banche

trasformate in S.p.a.

Con la legge 218/90, nota come “Legge Amato-Carli” e con il d.lgs.

356/90, infatti, si ebbe una profonda trasformazione del sistema bancario, da

una gestione pubblica a una privata, favorendo in questo modo le

concentrazioni bancarie.

Il processo di aggregazione e privatizzazione delle banche, portò alla

nascita di grandi gruppi “universali” nazionali e di robuste banche di medie

dimensioni (soprattutto banche popolari); tale processo fece avvicinare

all’investimento azionario i risparmiatori italiani, promuovendo lo sviluppo

43

del mercato finanziario italiano in termini di dimensione e liquidità .

La legge Amato, oltre a permettere alle banche di diventare soggetti

privati, introdusse le “Fondazioni bancarie”. Queste sono soggetti non profit

autonomi, nati prevalentemente con lo scopo di promuovere lo sviluppo

economico del territorio. Le Fondazioni bancarie dovevano controllare le

banche divenute S.p.a., collocando successivamente le azioni sul mercato.

43 Cfr. Moschetti, Il sistema finanziario italiano, 2013 32

44

È soltanto nel 1999, con la “Riforma Ciampi” , che viene definito uno

stabile assetto giuridico delle Fondazioni, disciplinandole sia sotto l’aspetto

civile che fiscale. Tale riforma, inoltre, riconosce la natura giuridica privata e

la piena autonomia gestionale e statutaria delle Fondazioni.

Un ulteriore modifica alla normativa, soprattutto fiscale, delle

Fondazioni si ebbe nel 2002, con la Legge Finanziaria nota come “Legge

45

Tremonti” , la quale sottolineava il fatto che le Fondazioni sono enti giuridici

privati con obiettivi di carattere sociale, umanitario o culturale ma che

comunque svolgono la propria attività attraverso dei capitali che generano

rendite. La legge Tremonti prevede che il 90% delle risorse economiche delle

Fondazioni deve essere destinato a iniziative di carattere locale, cioè nella

46

Regione di appartenenza .

44 Legge 461/98 e D. Lgs 153/99

45 Legge 448/2001 33

2.2 Principali crisi bancarie italiane

2.2.1 Lo scandalo della “Banca Romana” e la nascita della

“Banca d’Italia”

La “Banca Romana” fu fondata nel 1835 da finanzieri francesi, sulla

base di un privilegio concesso da Papa Gregorio XVI; nel 1850 assunse il

nome di “Banca dello Stato Pontificio” e nel 1870, dopo la breccia di Porta

Pia, l’istituto assunse nuovamente l’antica denominazione. Da allora fu una

delle sei banche d’emissione.

Nel 1888, durante il primo governo Crispi, il Ministro dell’Agricoltura,

Industria e Commercio, Luigi Miceli, dispose un’indagine su tutti gli istituti di

emissione; inizialmente questa doveva interessare soltanto il Banco di Napoli

ma, successivamente, si decise di espanderla anche agli altri cinque istituti di

emissione, tale indagine fu affidata al senatore Giuseppe Giacomo Alvisi e al

funzionario del Tesoro Gustavo Biagini.

Dall’indagine emerse la presenza, nella Banca Romana, di gravi

irregolarità, tra cui l’emissione di moneta non autorizzata e stampata in

duplice copia, per un totale di 9.050.000 lire facenti parte di un eccesso di

circolazione accertato di circa 25 milioni; questo soprattutto perché la Banca

Romana aveva concesso prestiti senza garanzie a persone insolventi e aveva

aperto numerosi conti scoperti, tra cui uno intestato allo stesso governatore.

La relazione dell’inchiesta fu presentata al Ministro che convocò

urgentemente il presidente della banca, Bernardo Tanlongo, il quale fu

costretto ad ammettere tutto. Tanlongo assicurò comunque il Ministro di

riuscire a risanare la cassa; vi riuscì grazie ad un prestito di dieci milioni, con

scadenza dopo 24 ore, da parte di una filiale di Pisa e altri 9 milioni furono

procurati successivamente tramite prestiti dalla Banca Nazionale del Regno e

34

la creazione di conti correnti fittizi. Grazie a tale espediente fu ripianato

47

momentaneamente il buco di cassa .

L’indagine speciale di Alvisi e Biagini del 1889, aveva portato alla luce

diverse irregolarità, come conti correnti allo scoperto e speculazione in borsa

con i soldi dei depositanti. Con il risanamento momentaneo della cassa, la

relazione dell’indagine non fu portata alla Camera a causa dell’opposizione di

Antonio di Rudinì, Alvisi decise quindi di consegnare il documento negli anni

successivi a Maffeo Pantaloni, allora direttore del “Giornale degli

Economisti”, con l’obbligo di non rivelarlo fino alla morte dello stesso Alvisi.

Alvisi morì il 24 novembre 1892, Pantaloni decise allora di rivelare

l’indagine al deputato Napoleone Colajanni che la denunciò alla Camera il 20

dicembre dello stesso anno. Si rese pubblico, quindi, che la Banca Romana, a

fronte di 60 milioni autorizzati, aveva emesso banconote per un ammontare di

113 milioni, tra cui 40 milioni falsi, emessi in serie doppia.

Il Parlamento, decise di iniziare una nuova ispezione presso gli istituti di

emissione che confermò le gravi irregolarità, sia alla Banca Romana sia al

Banco di Napoli. Tale indagine portò all’arresto del Governatore della Banca

Romana Tanlongo e del cassiere Lazzaroni.

La seconda relazione, voluta dal senatore Gaspare Finali, rilevò nello

specifico una circolazione clandestina per 70 milioni di lire, biglietti in doppia

serie per 41 milioni e un vuoto di cassa per circa 28 milioni.

Tali irregolarità erano il frutto dei prelievi che, oltre ad accrescere il

patrimonio personale del governatore Tanlongo, erano serviti a finanziare

diverse campagne elettorali e alcuni giornali che ricambiavano pubblicando

articoli a favore di Tanlongo e della Banca Romana.

47 Stefano Poddi, La seconda Banca Romana: scandali e banconote, Cronaca Numismatica n.

214, Gennaio 2009 35

L’ormai ex governatore della banca, giustificò il vuoto di cassa

dichiarando che i soldi, essendo stati consegnati ai politici, non potevano

figurare, quindi fu costretto a creare conti e operazioni bancarie fittizie;

Tanlongo fu quindi pressato dalle continue richieste di denaro da parte dei

parlamentari e, dopo aver esaurito le possibilità attraverso la circolazione

abusiva, dovette ricorrere alla duplicazione delle banconote con l’aiuto della

società londinese “H. C. Sanders & Co.”.

Questa società era incaricata di stampare per conto della banca le

banconote ordinate, Tanlongo chiese alla società londinese di stampare

banconote per un totale di 41 milioni di lire imprimendo su di esse i numeri di

serie di presunte banconote da sostituire perché usurate. Per essere messe in

circolazione, le banconote avevano bisogno di avere stampate su di esse le

firme del governatore e del censore; le serie indicate erano del 1870 per

giustificare il lasso di tempo necessario all’usura dei biglietti, in quell’anno era

governatore della banca Paolo Della Porta, commissario pontificio ormai

deceduto.

La commissione parlamentare, presieduta da Finali, consegnò al nuovo

Presidente del Consiglio Giolitti le conclusioni dell’inchiesta. Fu stampato

inoltre un plico contenente i nomi delle persone che avevano intascato dei

soldi o che avevano cambiali in sofferenza presso la Banca Romana, fra questi

figuravano nomi illustri, tra cui quelli dello stesso Giolitti e di Crispi.

Il processo del 1894 si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati; i

giudici, nella sentenza, denunciarono la scomparsa di importanti documenti

necessari a provare la colpevolezza degli imputati; il procedimento penale

venne dunque archiviato senza emettere nessuna condanna.

Nonostante ciò, Giolitti decise di riordinare il sistema creditizio italiano

e, con la legge 449 del 10 agosto 1893, fu fondata la “Banca d’Italia”,

36

attraverso la fusione della Banca Nazionale del Regno con le due banche

toscane.

La Banca Romana fu messa in liquidazione e l’emissione di moneta

rimase privilegio di sole tre banche: la neonata Banca d’Italia, il Banco di

Napoli e il Banco di Sicilia. La Banca d’Italia poteva contare su un capitale

sociale di 300 milioni di lire e si addossò l’onere della liquidazione della

Banca Romana, rimborsando 450 lire per ogni azione, a fronte di un valore

48

nominale di 1000 lire per azione . In compenso, il governo concesse alla

banca il privilegio di emissione per vent’anni, la riduzione della tassa di

circolazione e il corso legale dei biglietti per cinque anni; le era comunque

fatto assoluto divieto di esercitare operazioni di credito incompatibili con la

funzione d’istituto di emissione, come per esempio investimenti diretti

industriali e immobiliari, oppure gli sconti e le anticipazioni bancarie a lungo

termine.

A Milano, nell’aprile 1893, si riunirono in congresso 59 Camere di

Commercio, per invitare la Camera dei deputati e il Senato del Regno ad

approvare una riforma che tutelasse le imprese e gli imprenditori da

speculazioni e crisi improvvise. Il congresso si dichiarò a favore della nuova

“Trinità bancaria”, costituita dalla neonata Banca d’Italia, dal Banco di

Napoli e dal Banco di Sicilia, chiedendo comunque una riduzione del tasso di

49

sconto che in quel periodo era di circa il 7%, contro il 2% di Londra e Parigi .

In questo modo, le Camere di commercio fissavano come obiettivo

principale della Banca d’Italia, non più il dividendo da distribuire agli azionisti

privati come successo in passato, ma il governo rigoroso della circolazione

monetaria nell’interesse generale della nazione. Il parlamento approvò il

provvedimento, autorizzando la fusione della Banca Nazionale del Regno,

48 Cfr. G. Barone (a cura di), La nascita della Banca d'Italia, in Meridiana, n. 29, 1997, p. 63

49 Cfr. Barone, 1997, pp. 66 37

della Banca Nazionale Toscana e della Banca Toscana di Credito nel nuovo

istituto di emissione.

La prima fase di applicazione della riforma voluta da Giolitti coincise

con la crisi, cui seguì la chiusura, del Credito Mobiliare e della Banca

Generale; crisi che portò al fallimento di numerose banche locali. Per questo

motivo, il nuovo governo Crispi dovette emanare provvedimenti d’urgenza, su

iniziativa del Ministro del Tesoro Sonnino. Questi consentì, di fatto,

l’allargamento della circolazione monetaria e il ripristino del corso forzoso,

obbligando gli istituti di emissione a destinare a riserva almeno un terzo della

circolazione eccessiva e di pagare una tassa allo Stato pari a due terzi del tasso

legale di sconto.

In questo modo il decreto Sonnino, costringeva le banche a perseguire

interessi esclusivamente pubblici ma, in questo periodo, si fronteggiavano due

concezioni opposte della banca: tra chi la considerava un istituto privato di

proprietà degli azionisti, e chi la considerava un vero e proprio ente d’interesse

pubblico. Il governo, negli anni ’90 del 1800, da un lato si piegò ad alcune

concessioni e, dall’altro, completò la trasformazione pubblicista dell’istituto

svalutando il capitale sociale per far fronte alla liquidazione delle attività e,

nello stesso tempo, affidò alla Banca d’Italia l’esclusiva del servizio di

tesoreria dello Stato in tutto il regno.

La Banca d’Italia assumeva, quindi, un ruolo di prestigio e di

supremazia che contribuì alla ripresa economica italiana iniziata nel 1896,

inserendo il paese “nel circolo virtuoso della modernizzazione occidentale”.

(G. Barone, 1997). 38

2.2.2 Il “Banco Ambrosiano”

Nel 1896, con l’inizio della ripresa economica italiana, nacquero diverse

banche che, nei primi anni, conobbero un discreto successo grazie al decollo

economico dell’età giolittiana.

In questi anni nascono, tra le altre, la “Banca San Paolo” e il “Banco

Ambrosiano” per volontà di Giuseppe Tovini, un avvocato convinto che le

istituzioni cattoliche, soprattutto quelle educative, dovevano puntare alla piena

autonomia finanziaria. Il Banco Ambrosiano nacque come vero e proprio

istituto di credito cattolico e, per preservarne questo carattere, ai dipendenti

all’atto dell’assunzione erano richiesti il certificato di battesimo e un attestato

di fede emesso dal parroco della propria parrocchia di appartenenza.

Nei primi sessant’anni di vita della banca, la gestione fu improntata alla

prudenza finanziaria e i depositanti erano spesso ricchi borghesi milanesi e

diocesi lombarde. Negli anni ’50 del Novecento entra, come dipendente degli

affari esteri della banca, Roberto Calvi che, emergendo per i risultati raggiunti,

nel 1975 ne divenne il presidente.

Quando Calvi era ancora amministratore delegato della banca, nel 1971,

fu aperta a Nassau, nelle Bahamas, la prima filiale estera del Banco

Ambrosiano, la Cisalpine Overseas Bank. Tra i soci di questa banca figurava

Michele Sindona, banchiere, membro della P2, il quale aveva rapporti con

“Cosa Nostra” siciliana e la famiglia Gambino negli Stati Uniti.

La P2 fu una loggia massonica, fondata nel 1877 con il nome di

“Propaganda massonica” che, sin dalla fondazione, aveva come scopo

principale quello di garantire protezione e segretezza agli iniziati di maggiore

importanza.

La loggia fu sciolta dal regime fascista e, nel dopoguerra, si ricostituì con

il nome di “Propaganda due”; nel 1975 fu eletto Maestro Venerabile

39

l’imprenditore Licio Gelli che, in questo periodo, riuscì a riunire in segreto

migliaia di persone, tra cui esponenti di spicco della politica, ai fini di

sovvertire l’assetto sociale, politico e istituzionale della Repubblica Italiana.

50

Nel 1975, Calvi si affiliò alla P2 e fondò diverse società off-shore con

51

lo scopo di aiutare Cosa Nostra a riciclare il denaro sporco . Ma, oltre che con

la P2 e Cosa Nostra, Calvi era in rapporti anche con lo IOR (Istituto per le

Opere Religiose) il cui presidente era il vescovo Paul Marcinkus.

Calvi prestava soldi allo IOR che, a sua volta, con questi capitali

acquistava le azioni del Banco Ambrosiano o li investiva nelle holding

finanziarie con sede a Panama; in fine lo stesso Banco Ambrosiano procurava

i mezzi finanziari allo IOR per restituire i capitali. In questo modo si venne a

creare una fitta rete di società costituite in paradisi fiscali, controllate dal

Banco Ambrosiano, e lo IOR che riuscì ad acquistare la “Banca del Gottardo”

in Svizzera; vennero inoltre fondate la Banco Ambrosiano Holding in

52

Lussemburgo e la Cisalpine Overseas a Panama .

All’alba del 13 maggio 1977, a Milano comparvero centinaia di

cartelloni in cui si denunciavano irregolarità al Banco Ambrosiano, artefice

del gesto fu Michele Sindona per vendicarsi di Calvi cui aveva chiesto, senza

successo, dei soldi per coprire i buchi delle sue banche. Questo fatto portò la

Banca d’Italia a eseguire delle ispezioni presso il Banco Ambrosiano, le quali

confermarono le numerose irregolarità.

La banca dovette affrontare anche una prima crisi di liquidità nel 1978,

crisi che venne risolta attraverso dei finanziamenti, da parte di BNL ed ENI,

per un ammontare di circa 150 milioni di dollari. Ma, due anni dopo, la banca

50 Le società offshore sono società costituite in stati esteri, a condizioni fiscali favorevoli (cd.

Paradisi fiscali)

51 Cfr. G. Ambrosoli (a cura di), Banco Ambrosiano, Storia dell’istituto di credito in odore di

mafia, Fondazione Culturale San Fedele

52 Cfr. M. Pisani (a cura di), Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano. Da un’arringa di parte

civile, Wolters Kluwer Italia, 2010 40

si trovò nuovamente a dover affrontare una seconda crisi di liquidità, risolta

grazie a un nuovo finanziamento da parte dell’ENI di circa 50 milioni di

dollari.

Da un’inchiesta giudiziaria emerse che Roberto Calvi, per ottenere i

finanziamenti da parte dell’ENI, pagò delle tangenti a Claudio Martelli e

Bettino Craxi, allora esponenti del Partito Socialista Italiano, attraverso un

53

conto chiamato “Protezione” in cui Calvi versò circa 8 milioni di dollari .

Il 17 marzo 1981, la Guardia di Finanza scoprì una lista di circa mille

nomi iscritti alla P2; tale lista comprendeva i nomi di due ministri allora in

carica (Manca e Foschi), cinque sottosegretari, 44 parlamentari, diversi

generali dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, dell’Esercito e della

Marina, oltre ai nomi di Calvi, Sindona e Licio Gelli.

Il Parlamento approvò una legge, la n. 17 del 25 gennaio 1982, che

sciolse definitivamente la loggia, rendendo di fatto illegale qualsiasi

associazione segreta con le medesime finalità, in attuazione all’art. 18 c.2 della

Costituzione, secondo il quale: “Sono proibite le associazioni segrete e quelle

che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni

di carattere militare”.

Con la scoperta e il successivo scioglimento della loggia P2, Calvi

rimase senza protezione e chiese l’intervento del Vaticano e dello IOR per

sopperire alla crisi di liquidità del Banco Ambrosiano.

Lo IOR, che era il maggior azionista della banca, presentò a Calvi delle

54

lettere di patronage relative a società off-shore costituite in paradisi fiscali,

53 Da un articolo dell’11 febbraio 1993 pubblicato sul Corriere della sera

54 Le lettere di patronage sono delle dichiarazioni che un soggetto (di solito una società

capogruppo) presenta a una banca in sostituzione di una fideiussione, allo scopo di ottenere,

mantenere o rinnovare un finanziamento ad una sua partecipata o controllata; in sostanza si configura

come una vera e propria garanzia di copertura di un debito 41

come Panama, Lussemburgo e Liechtenstein, controllate dallo IOR e

55

fortemente indebitate con il Banco Ambrosiano .

Il 21 maggio 1981, Roberto Calvi venne arrestato per reati valutari,

processato e condannato. In attesa del processo d’appello, fu messo in libertà

provvisoria e tornò alla presidenza del Banco Ambrosiano. Il 18 giugno 1982,

Calvi venne trovato impiccato sotto un ponte a Londra in circostanze sospette,

con dei mattoni e 15.000 dollari nelle tasche.

Il 23 giugno 1982, l’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, su

proposta del Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, dispose

lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco Ambrosiano, a causa di

un buco finanziario di 1.200 miliardi di lire, per lo più rappresentato da debiti

contratti dalle società off-shore controllate dallo IOR.

La Banca d’Italia chiese a Marcinkus di saldare il debito, ma la Banca

Vaticana pagò solamente 250 milioni di dollari come contributo volontario.

Per quanto riguarda le vicende giudiziarie, furono incriminati per

bancarotta fraudolenta, alcuni ecclesiastici tra cui lo stesso Marcinkus, ma la

Corte di Cassazione stabilì che, secondo i “Patti Lateranensi”, “gli enti

centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello

56

Stato Italiano” (Art. 11, Patti Lateranensi) .

Nell’Agosto dell’82, il Banco Ambrosiano viene messo in liquidazione e

per cercare di salvarlo, alcune banche pubbliche e private, apportano capitale

per circa 600 miliardi di lire. Le banche che parteciparono al salvataggio

furono: BNL, IMI, Istituto San Paolo di Torino, Banca Popolare di Milano,

Banca San Paolo di Brescia, Credito Emiliano e Credito Romagnolo. Dal

55 Da un articolo di Orazio Riccardo del 20 luglio 1998 pubblicato sul Corriere della sera

56 Raffaella Notariale, Sabrina Minardi, Segreto criminale, Editore Newton Compton, 2010.

42

salvataggio nacque un nuovo istituto, denominato “Nuovo Banco

Ambrosiano” che si accollò debiti, cespiti e perdite del vecchio istituto.

L’intero risanamento terminò il 31 dicembre 1989, con la fusione tra il

Nuovo Banco Ambrosiano e la Banca Cattolica del Veneto; nacque in questo

modo il “Banco Ambrosiano Veneto”. Questo, fin dai primi anni di vita,

conobbe una forte espansione, anche grazie alla perfetta integrazione delle due

banche fuse che operavano nel Triveneto, in Lombardia, in Piemonte e in

Liguria.

Il nuovo istituto si espanse negli anni ’90 anche nell’Italia meridionale,

grazie all’acquisizione della “Banca del Vallone” di Galatina (LE) e di

“Citibank Italia” di Napoli. A nord, invece, il Banco Ambrosiano Veneto

assunse il controllo della “Banca di Trento e Bolzano” fino ad arrivare alla

fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, ad assumere il controllo anche della

“Cassa di risparmio delle Provincie Lombarde” e la “Banca Commerciale

Italiana”, facendo nascere in questo modo il “Gruppo Intesa” dal quale

nascerà, nel 2007, “Intesa San Paolo”, una delle più grandi realtà creditizie

italiane. 43

2.2.3. “Banca Marche”

Banca Marche nasce nel 1994, dalla fusione tra la Banca Carima S.p.a.

di Macerata e la Cassa di Risparmio di Pesaro S.p.a. alle quali si aggiunge,

nel 1995, la Cassa di Risparmio di Jesi S.p.a. È una banca che sin dagli inizi

sviluppa la propria attività prevalentemente nelle Marche, Abruzzo, Molise,

57

Emilia Romagna, Umbria e Lazio .

Fino al 2010, l’istituto ha conseguito ottimi risultati, infatti, nonostante la

58

crisi economica cominciata nel 2008, la banca ha conseguito un ROE pari

all’8%, rispetto al 2,1% del settore creditizio italiano, e un utile netto pari a

59

circa 93 milioni di euro .

Banca Marche, come le principali banche italiane, non subisce

immediatamente le conseguenze negative della crisi del 2008; i primi segnali

si hanno con l’approvazione del bilancio 2011, il quale presenta un aumento

del 28,9% di attività deteriorate, a fronte comunque di una crescita sia

dell’utile netto (135,1 milioni di euro) sia del ROE (11,5% al 31 dicembre

2011).

Nonostante i risultati positivi, a metà 2012 la Banca d’Italia invita

l’istituto a cambiare i propri vertici e, in un primo consiglio di

amministrazione, Massimo Bianconi lascia l’incarico di Direttore Generale,

seguito, qualche mese dopo, da Federico Tardioli, eletto vicepresidente a

maggio dello stesso anno.

Alla fine del 2012, la banca viene messa sotto osservazione da parte

dell’agenzia di rating “Moody’s” che, a gennaio, declassa l’istituto da BA1 a

57 Cfr. www.bancamarche.it

58 Il ROE, Return On common Equity, è uno dei principali indici reddituali di un azienda.

Esprime in massima sintesi i risultati economici, rapportando il reddito netto al capitale proprio

59 Dalla “lettera agli azionisti” dell’11 marzo 2011 da parte del presidente di Banca Marche,

Michele G. Ambrosini 44

B3. Secondo l’agenzia, la qualità degli asset della banca e la capacità di

generazione interna del capitale sono deboli e quindi l’istituto di credito

avrebbe avuto bisogno di un aiuto esterno a causa della propria bassa

capitalizzazione. Nel comunicato ufficiale di Moody’s si legge che: “la

copertura delle sofferenze era al 28% nel giugno 2012, minore rispetto al

39% del 2007, e la banca detiene un alta concentrazione di crediti ed

esposizione sul settore immobiliare”.

Il 14 marzo 2013, dopo due rinvii, Banca Marche approva il primo

bilancio in rosso della sua storia, con una perdita di 518 milioni di euro. Dal

bilancio, relativo all’esercizio 2012, emerge che la raccolta complessiva ha

subito una flessione del 6,9%, nonostante la crescita del 32% della raccolta

tramite il canale on-line. Inoltre, la banca nel 2012, ha erogato nuovi

finanziamenti alle famiglie e alle imprese ma, con il protrarsi della

congiuntura economica negativa, soprattutto nel settore edilizio, si rese

necessaria una revisione del portafoglio creditizio, ciò comportò un rilevante

60

passaggio dei crediti in bonis a crediti deteriorati.

Dopo l’approvazione del bilancio 2012 e in seguito all’azione di

responsabilità (poi bocciata dall’assemblea) chiesta dagli azionisti ad

amministratori e sindaci dell’istituto, si dimettono il presidente Lauro Costa e

il vicepresidente Michele Ambrosini. A giugno, il nuovo Cda delibera un

aumento di capitale pari a 300 milioni di euro, mediante emissioni di azioni

ordinarie da offrire in opzione agli azionisti. Nel frattempo, la Banca d’Italia

compie diverse ispezioni nei confronti dell’istituto; il risultato di tali ispezioni

fu l’accertamento che Banca Marche negli anni precedenti aveva assunto

rischi elevati, senza nessuna giustificazione date le dimensioni dell’istituto di

credito e lontani dai criteri di sana e prudente gestione che dovrebbero

contraddistinguere l’amministrazione di ogni banca.

60 I crediti in bonis sono crediti considerati a bassa probabilità d’insolvenza. Dal convegno

promosso dall’ODCEC di Aosta, Camera Valdostana e ABI. Qualità del credito e crediti deteriorati:

il nuovo regime di segnalazione delle partite scadute (past due) 45

A settembre, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentita la Banca

d’Italia, dispose lo scioglimento provvisorio degli organi amministrativi dando

via alla cd. “Gestione Provvisoria” per due mesi, ai sensi dell’art. 76 del TUB.

Tale provvedimento fu assunto alla luce dei risultati del primo semestre

2013, chiuso con una perdita di 232 milioni di euro, a fronte di 451 milioni di

rettifiche su crediti. Passati i due mesi previsti dal Testo Unico, a novembre, il

Ministero decretò lo scioglimento definitivo degli organi amministrativi,

disponendo l’amministrazione straordinaria dell’istituto, ai sensi dell’art. 70

c.1 del Testo Unico Bancario, secondo il quale il Ministero dell’Economia e

delle Finanze, sentita la Banca d’Italia, “può disporre con decreto lo

scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e di controllo delle

banche quando:

a) Risultino gravi irregolarità nell'amministrazione, ovvero gravi

violazioni delle disposizioni legislative, amministrative o statutarie

che regolano l'attività della banca;

b) Siano previste gravi perdite del patrimonio;

c) Lo scioglimento sia richiesto con istanza motivata dagli organi

amministrativi ovvero dall'assemblea straordinaria”.

Dopo il commissariamento della banca, iniziarono anche le indagini della

magistratura che iscrisse nel registro degli indagati quindici persone, facenti

parte del passato dell’istituto di credito, per plurimi reati societari e

patrimoniali. La stessa Banca d’Italia, inoltre, avviò una serie di procedure

sanzionatorie nei confronti di ex amministratori ed ex sindaci della banca.

Chiuso l’esercizio 2013, a gennaio, il Parlamento converte in legge un

61

decreto, chiamato “Imu-Bankitalia” , il quale prevede, oltre all’aumento delle

aliquote IMU per banche e assicurazioni, nuove norme sulle quote degli istituti

di credito nel capitale della Banca d’Italia la quale “valuterà la professionalità

61 Decreto-legge n. 133 del 30 novembre 2013, convertito in legge n. 5 del 29 gennaio 2014

46

e l’onorabilità dei soggetti entranti e delle relativi compagini, con un diritto di

62

veto” .

L’approvazione del decreto IMU-Bankitalia ha portato a Banca Marche

una rivalutazione delle quote, cioè 61 milioni di capitale in più. Tale decreto,

infatti, ha rivalutato il capitale della Banca d’Italia a 7,5 miliardi di euro;

Banche Marche possiede circa lo 0,80% di tale capitale, equivalente per

l’appunto a circa 61 milioni di euro. A inizio 2014, oltre la Banca d’Italia e la

Magistratura, anche la CONSOB apre un’inchiesta sull’aumento di capitale di

Banca Marche del 2012. All’attenzione della Commissione Nazionale per le

Società e la Borsa c’è, infatti, la correttezza del prospetto informativo relativo

all’aumento di capitale che segnala delle differenze tra le informazioni fornite

al mercato e la reale situazione della banca. 63

Con la chiusura dell’esercizio 2013, la Fondazione Carima ha svalutato

il proprio portafoglio azioni di Banca Marche, per un valore di circa 70 milioni

di euro in due anni. Si prevede, inoltre, che la banca anche per il 2014 non

distribuirà dividendi e, per almeno un biennio, l’istituto taglierà circa l’80%

dei finanziamenti alle imprese e alle famiglie. Si prevede, inoltre, un ulteriore

aumento di capitale per circa 500 milioni di euro per salvaguardare il

patrimonio dell’istituto di credito, che comunque non vedrà partecipare le tre

fondazioni, a causa delle indicazioni del Ministero dell’Economia e delle

Finanze, per le loro oggettive difficoltà patrimoniali. Ciò significa che le

fondazioni si vedranno diluire le proprie partecipazioni in Banca Marche.

62 Cfr. Dl IMU-Bankitalia, ecco cosa prevede, su www.lastampa.it, 29 gennaio 2014

63 Banca Marche ha tre fondazioni come maggiori azionisti, Fondazione Carima e

Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro che detengono entrambe il 22,51% delle azioni e

Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi che detiene il 10,78% delle azioni, per un ammontare

complessivo del 55,80% del capitale 47

Capitolo III

Il caso “Monte dei Paschi di Siena”

3.1 La banca Monte dei Paschi di Siena

3.1.1 Cenni storici

Siena è la più piccola città della Toscana con circa cinquantacinque mila

abitanti, questi hanno un forte attaccamento alle proprie istituzioni pubbliche

fin dal periodo repubblicano medievale e, proprio grazie a tale peculiarità, la

città vanta ancora oggi un settore pubblico qualitativamente superiore al

privato dal quale trae la maggior parte delle proprie risorse economiche,

culturali e sociali.

Tale forte presenza delle istituzioni pubbliche a Siena è rappresentata

soprattutto:

1. Dalle Contrade, sorte nel XV secolo;

2. Dall’Università, fondata nel XII secolo e, quindi, tra le più antiche

università al mondo;

3. Dallo Spedale, risalente all’anno 1000;

4. Dalla banca Monte dei Paschi, fondata nel 1472.

Proprio la banca “Monte dei Paschi di Siena” è una della più antiche e

importanti banche italiane, un istituto di credito particolarmente legato al

territorio, tanto da essere “un’emanazione tipica ed esclusiva della civiltà

senese, come lo sono le Contrade e il loro Palio, ed è unica nel panorama

1

bancario dell’Occidente” (cit. Mauro Aurigi) .

1 Cfr. M. Aurigi, Monte dei Paschi di Siena – Un amore lungo mezzo millennio e finito in

tragedia, Adagio e-book, 2014 48

Prima della fondazione della banca, i banchieri senesi erano i più

importanti d’Europa, grazie alla delega per la raccolta delle decime per conto

del Papa; tra le famiglie di banchieri più importanti della città vi era quella dei

Salimbeni.

Questa famiglia possedeva una banca che, nel 1419, fallì e il Comune di

Siena, dopo aver pagato i debiti della banca, bandì definitivamente la famiglia

Salimbeni dalla città confiscandone tutte le proprietà, tra cui la “Rocca

Salimbeni” che diventerà la sede, tutt’oggi utilizzata, del Monte dei Paschi.

Nel 1472 fu fondato il “Monte di Pietà” per volere delle Magistrature

della Repubblica di Siena. I Monti di Pietà erano istituzioni finanziarie

francescane senza scopo di lucro, nate nel XV secolo, le quali erogavano

piccoli prestiti a condizioni più favorevoli rispetto a quelle di mercato.

Il Monte di Pietà senese nacque il 27 febbraio 1472 allo scopo di

concedere credito, al tasso d’interesse del 7,50%, alle persone più bisognose

vittime degli usurai.

In pratica il Comune di Siena fece ciò che, mezzo millennio dopo,

Amartya Sen e Muhammad Yunus (Nobel per l’economia il primo e per la

pace il secondo) crearono alla fine del XIX secolo, cioè il micro-credito

concesso ad artigiani e agricoltori indiani per sottrarli all’usura mafiosa che li

2

costringe a vivere nella miseria .

I senesi vollero il loro Monte, a differenza di quelli sorti in quegli anni

in tutta Italia, di proprietà pubblica, giacché non si limitava a contrastare gli

usurai con operazioni di pegno, ma anche raccogliendo capitali

differenziandosi in questo modo dalle varie imprese d’assistenza religiose che

operavano in varie città dell’epoca.

2 Cfr. M. Aurigi, 2014 49

Con l’aiuto del Comune e dei cittadini, il Monte crebbe fino alla prima

metà del Cinquecento, quando Siena si trovò a combattere una guerra contro

Carlo V e Cosimo de’ Medici.

La guerra portò il ristagno dell’economia, al punto che i cittadini senesi

chiesero l’istituzione di un nuovo istituto bancario che potesse sostenere la

città in difficoltà, in particolare agevolando soprattutto allevatori e agricoltori

attraverso depositi di capitali privati; la stessa Repubblica di Siena obbligò le

altre istituzioni cittadine, come l’Università e lo Spedale, a effettuare depositi

forzosi, remunerati al 5%, presso il Monte di Pietà.

Così, nel 1624, quando Siena fu inglobata nel Granducato di Toscana, il

Granduca Ferdinando II concesse ai depositanti del Monte, le rendite dei

pascoli della Maremma come garanzia. Tali rendite, dette “Dogana dei

Paschi”, erano collocate presso i risparmiatori garantendo una rendita del 5%

3

annuo .

In questo modo nacque un nuovo istituto, il Monte dei Paschi, che

affiancò il Monte di Pietà e il Granduca Ferdinando II dispose, per legge, che

tutti i cittadini senesi, poveri e ricchi (eccezion fatta per il clero), sarebbero

stati responsabili delle sorti della nuova banca.

Nel 1737, con la morte di Gian Gastone de’ Medici, la Toscana passò

alla dinastia dei Lorena che incrementarono le potenzialità della banca

assoggettando la sua amministrazione al controllo governativo.

In questi anni il Monte aveva difficoltà a rispondere alla domanda,

sempre crescente di prestiti, poiché la banca non poteva emettere obbligazioni

per un ammontare superiore al Fondo di garanzia che più di una volta fu

ampliato dal governo.

3 Dal sito ufficiale della Banca Monte dei Paschi di Siena - www.mps.it in Storia – La

nascita del Monte 50

Con il regno di Pietro Leopoldo, nella seconda metà del ‘700, il controllo

governativo sulla banca si accrebbe e, nel 1784, fu unita al Monte di Pietà

4

sotto il nome di Monti Riuniti .

Alla fine del XIX secolo, fu approvato un nuovo statuto il quale dispose

che la banca era un’istituzione della città di Siena, dando al Comune “la

sovrintendenza, la direzione e la tutela”, fu quindi deciso che almeno la metà

degli utili sarebbe stata destinata ad aumentare il patrimonio dell’istituto e il

resto “erogato in opere di beneficenza e di pubblica utilità per la città di

5

Siena”.

Fino al 1939 il Monte, senza mai ricorrere a fondi pubblici, crebbe

espandendo la propria attività, prima in tutti i comuni dello Stato senese, poi

estendendosi su tutto il territorio italiano. La banca, per tutta la sua storia, pur

susseguendosi cinque regimi (la Repubblica di Siena, il Granducato dei

Medici, il Granducato dei Lorena, il Regno dei Savoia e il regime fascista),

rimase sempre ancorato al Comune di Siena, considerato come un ufficio di

quest’ultimo. Dall’anno della fondazione, nel 1472, e fino all’avvento del

fascismo nel 1939, quindi, il Comune di Siena ha avuto il controllo totale della

banca, redigendo gli statuti, nominando la deputazione amministratrice,

6

approvando i bilanci e incassando gli eventuali risultati positivi .

La legge bancaria del ’36 prevedeva, per il Monte dei Paschi in

particolare, la trasformazione da banca comunale a istituto di credito di diritto

pubblico, tagliando giuridicamente il suo collegamento con la città di Siena.

Dopo diverse proteste da parte di esponenti politici senesi, il regime fascista

decise di lasciare la banca a Siena, pur trasformandolo in istituto di credito di

diritto pubblico, prevedendo che gli otto membri della Deputazione, fino ad

4 Cfr. www.mps.it in Storia – La riforma dei Lorena

5 Cfr. www.mps.it in Storia – La banca dal XIX° al XX° secolo

6 M. Aurigi, Siena e il Monte: un amore lungo mezzo millennio 51

allora di esclusiva competenza del Comune, dovevano essere eletti dal

Governo, dalla Provincia e dal Comune di Siena.

Negli anni ’90 del secolo scorso, i governi decisero per la privatizzazione

delle banche e, nel 1995, anche il Monte dei Paschi fu trasformato in S.p.a.,

facendo detenere la totalità delle azioni alla Fondazione Monte dei Paschi di

Siena che, come l’antica banca, è gestita da otto Deputati nominati dal

Comune di Siena, dalla Provincia di Siena e dalla Regione Toscana. 52

3.1.2 La fondazione “Monte dei Paschi di Siena”

7

Con la legge-delega “Amato-Carli” del 1990, venne avviato un

processo di riforma del settore creditizio italiano. Fino alla fine degli anni ’80,

infatti, il sistema bancario era per lo più un settore pubblico con la presenza di

istituti di credito di diritto pubblico e Banche d’Intesa Nazionale che facevano

capo all’IRI, di proprietà dello Stato italiano.

Nel 1990, con l’introduzione di “Basilea I”, in Italia i governi si posero

l’obiettivo di dare maggiore competitività alle banche anche in campo

internazionale. La legge 218/1990, quindi, permise la privatizzazione delle

banche, trasformando quest’ultime in istituti di credito di diritto privato. Fu

permesso allora, alle banche pubbliche, da un lato di trasformarsi in società

per azioni e, dall’altro lato, di generare fondazioni bancarie cui sono trasferite

tutte le attività non tipiche dell’impresa.

Lo scopo principale delle fondazioni bancarie, nell’ottica del legislatore

era, quindi, quello di perseguire valori collettivi e finalità di utilità generale.

Questi obiettivi, insieme a quelli di liberalizzazione e privatizzazione del

settore bancario, hanno determinato un corpus normativo formato

principalmente da:

1. Legge-delega “Amato-Carli” del 1990;

2. D.lgs 356/1990;

3. Legge-delega “Ciampi”, n. 461 del 1998;

4. D.lgs 153/1999;

5. “Legge Tremonti” n. 448 del 2001;

6. Legge 112/2002.

7 Legge 30 luglio 1990, n. 218 “Disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione

patrimoniale degli istituti di credito di diritto pubblico” 53

Contrariamente alle iniziali previsioni legislative, le fondazioni, negli

anni, hanno assunto un’importanza sempre crescente diventando, di fatto, i

maggiori azionisti di molte banche italiane.

Con decreto del Ministero del Tesoro n. 721.602 dell’8 agosto 1995,

nasce la Fondazione Monte dei Paschi di Siena come persona giuridica privata

senza fini di lucro.

Il 12 giugno 2013 viene approvato il nuovo statuto, il quale, all’art. 3,

sottolinea che la Fondazione ha piena capacità di diritto privato e “persegue

fini di utilità sociale nei settori della ricerca scientifica, dell’istruzione,

dell’arte, della sanità, dell’assistenza alle categorie sociali deboli, della

valorizzazione dei beni e delle attività culturali nonché dei beni ambientali

mantenendo e rafforzando i particolari legami con Siena, […] anche nella

continuazione della originaria finalità di beneficenza”.

La Fondazione, inoltre, si prefigge il compito di favorire e incoraggiare

lo sviluppo economico attraverso la realizzazione e la gestione di infrastrutture

che migliorino la qualità della vita dei senesi, migliorando anche l’assetto

territoriale di Siena. Per raggiungere tali obiettivi di utilità sociale e di

sviluppo economico, la Fondazione si è impegnata, da una parte a mantenere

la propria sede e la propria Direzione Generale nella città di Siena e, dall’altra,

di scegliere la maggioranza dei membri e il Presidente del Consiglio di

Amministrazione della “Banca Monte dei Paschi” tra persone domiciliate nel

8

Comune o nella Provincia di Siena .

Per il raggiungimento dei propri scopi, la Fondazione ha adottato, dal 14

dicembre 2006, un Codice Etico destinato soprattutto ai membri della

8 Art. 3 c.1 dello Statuto della Fondazione, approvato nel 2013 54

Deputazione Generale e Amministratrice, al Collegio Sindacale e a tutti i

9

propri dipendenti e collaboratori .

I principi e i valori sui quali il Codice Etico s’ispira, sono:

Legalità, in quanto è previsto che, nello svolgimento delle proprie

attività, i destinatari del Codice sono tenuti a rispettare le norme

dell’ordinamento giuridico vigente, oltre ai principi di diligenza e

fedeltà di cui agli art. 2104 e 2105 del codice civile;

Professionalità e Qualità, giacché ogni dipendente o collaboratore

della Fondazione deve svolgere la propria attività e le proprie

funzioni con la professionalità richiesta dalla natura dell’incarico,

inoltre, è tenuto a rispettare le procedure previste dai protocolli in

cui si regolamentano tutte le attività della Fondazione;

Integrità e Imparzialità, infatti, tutti i destinatari del Codice

devono tenere una condotta ispirata a principi di integrità morale,

onestà, correttezza e buona fede. La Fondazione, inoltre, si

impegna a evitare qualsiasi forma di discriminazione

sull’orientamento sessuale, politico e religioso;

Dignità e Uguaglianza;

Solidarietà;

Tracciabilità, in quanto ogni dipendente e collaboratore della

Fondazione deve conservare adeguata documentazione di ogni

operazione effettuata;

Conflitto d’interessi, infatti, ogni situazione idonea a generare un

conflitto d’interessi deve essere immediatamente comunicata

all’Organismo di Vigilanza, il quale obbliga di astenersi a

compiere atti relativi a tale situazione;

Sussidiarietà, nel senso che i destinatari del Codice devono

affiancare la Fondazione e non sostituirsi ad essa;

9 Codice Etico della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, approvato dalla Deputazione

Generale il 14 dicembre 2006, in conformità alle indicazioni del D.lgs 231/01 55


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DESCRIZIONE TESI

Le banche hanno un ruolo fondamentale all’interno di un sistema economico, svolgendo soprattutto attività di raccolta-impieghi; l’intero sistema è sorretto da queste particolari imprese ed è proprio per tale motivo che esiste un interesse pubblico alla salvaguardia degli assetti patrimoniali di una banca.
La crisi in una banca può portare anche allo stato di insolvenza della stessa, con le relative conseguenze negative che ciò comporta. Gli intermediari finanziari, infatti, svolgono principalmente attività che riguardano la raccolta di fondi da soggetti in surplus finanziario, impiegando tali risorse nel trasferimento di capitali tra chi invece è in deficit finanziario.
È evidente come la banca deve gestire una serie di flussi finanziari in entrata e in uscita, tenendo presente i vari orizzonti temporali che solitamente non coincidono tra loro. In un sistema economico moderno, comunque, le banche non operano da sole, ma sono strettamente collegate tra loro; risulta quindi di interesse generale che tutte le banche siano in grado di rispettare i propri impegni, in modo tale da scongiurare possibili crisi di liquidità che con molta probabilità si ripercuoteranno all’intero sistema economico.
Per tale motivo, analizzando le principali ricerche scientifiche riguardanti gli effetti delle crisi bancarie sull’economia reale, si evince come il sistema bancario sia un importante canale nella diffusione degli shock all’intera economia, avendo un effetto negativo sul PIL.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dario.sequenzia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecnica bancaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Mazzù Sebastiano.

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