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Scheda 1

Dipartimento di storia culture civiltà

Corso di laurea in Antropologia, religioni, civiltà orientali

Pentecostalismo in Giappone

Una ricerca tra storia e contemporaneità

Tesi di laurea in storia delle religioni

Relatore: Prof. Francesca Sbardella
Presentata da: Domiziana Fornasini
Sessione Ottobre 2025
Anno Accademico 2024/2025

Indice

  • Introduzione
  • Capitolo I: Giappone e religioni: tra passato e presente
    • Pentecostalismo e cristianesimo in Giappone: un'analisi storica
    • Come si intersecano e come differiscono tradizioni culturali giapponesi e cristiane
    • Giappone e religione
  • Capitolo II: Giapponesi cristiani e contesti culturali: situazioni di campo
    • Storie di conversione
    • Come i cristiani giapponesi affrontano problematiche attuali
    • Ostacoli e sofferenze quotidiane
  • Capitolo III: Le chiese in Giappone
    • Evoluzione della chiesa e il ruolo delle donne durante il periodo Meiji
    • La chiesa durante la persecuzione: i 26 martiri
    • Religione e lavoro: un caso studio
  • Conclusione
  • Appendice
  • Bibliografia
  • Ringraziamenti

Introduzione

L'idea di dedicare la tesi al cristianesimo in Giappone è arrivata in modo piuttosto naturale, dato non solo il mio alto interesse in entrambi, ma anche perché l'idea di lavorare a qualcosa di così poco conosciuto è stata da subito una sfida che ho accolto a braccia aperte. Con i mesi e il lavoro sul campo il tema si è andato via via trasformando, arrivando a quello che è oggi, ovvero un'analisi storica e sociale del pentecostalismo in un paese che, apparentemente, di cristiano ha pochissimo, e di pentecostale ha ancora meno.

Fin dall'inizio mi sono resa conto che studiare il cristianesimo in Giappone non significa soltanto analizzare una religione "straniera", importata dall'Occidente, ma anche comprendere come essa sia stata accolta, adattata e trasformata all'interno di un contesto culturale e spirituale radicalmente diverso. Questo ha reso la mia ricerca ancora più stimolante, perché mi ha permesso di muovermi costantemente su un doppio binario: da una parte la ricostruzione storica e filosofica, dall'altra l'osservazione diretta e personale di realtà vive e attuali.

Nel primo capitolo ho affrontato l'analisi storica e filosofica del cristianesimo in Giappone; ho ricostruito il momento del suo arrivo nel XVI secolo, il periodo delle persecuzioni e le fasi successive di riorganizzazione, mettendo in evidenza le tensioni e i punti di contatto con le tradizioni religiose autoctone. Ho cercato di mostrare come, pur essendo stato spesso percepito come un elemento estraneo, il cristianesimo abbia saputo inserirsi in alcuni aspetti della cultura giapponese, generando somiglianze inattese ma anche conflitti profondi.

Questa sezione mi ha permesso di stabilire le basi teoriche per comprendere le forme di cristianesimo presenti oggi, e di contestualizzare meglio le osservazioni raccolte durante la mia ricerca. Il secondo capitolo è dedicato alla parte empirica della mia indagine. Attraverso interviste, osservazioni e momenti di partecipazione diretta, ho cercato di analizzare la vita quotidiana dei credenti e le sfide che si trovano ad affrontare. Ho esplorato temi etici di grande rilievo, come il rapporto con la salute mentale o la posizione nei confronti della pena di morte, mettendo in luce come la fede entri in dialogo con questioni delicate e concrete della società giapponese contemporanea.

Questa parte della ricerca mi ha permesso di capire in che modo i fedeli vivano il loro credo non soltanto nello spazio liturgico, ma anche nei contesti sociali e lavorativi, mostrando le difficoltà, i pregiudizi e al tempo stesso la forza che la religione può offrire come strumento di resilienza.

Il terzo capitolo affronta invece l'evoluzione delle chiese in Giappone, soffermandosi sia sul periodo delle persecuzioni del sakoku sia sulle trasformazioni più recenti. Ho cercato di ricostruire come le comunità abbiano trovato modi creativi per sopravvivere e trasmettere la fede, fino ad arrivare a un caso studio che ho potuto osservare direttamente: quello di una chiesa che, domenica e durante la settimana, è anche un bar. In questo contesto, la dimensione religiosa si intreccia con quella lavorativa, dando vita a uno spazio ibrido in cui i confini tra spiritualità, socialità e vita quotidiana si fanno fluidi.

Questa realtà mi è sembrata particolarmente significativa perché rappresenta un esempio concreto di come il cristianesimo, e in particolare l'evangelicalismo filopentecostale, cerchi nuove forme di espressione che si adattino al contesto giapponese, rompendo le barriere culturali che spesso lo separano dalla società più ampia. In questo percorso ho cercato di mantenere uno sguardo critico ma anche empatico, consapevole che le esperienze religiose non si esauriscono nei dati o nelle statistiche, ma vivono nei racconti, nelle scelte e nelle pratiche quotidiane dei credenti. Ho imparato a cogliere la tensione tra adattamento e resistenza, tra la fedeltà a una tradizione e la necessità di innovarsi per sopravvivere in un ambiente sociale che spesso non riconosce pienamente la presenza cristiana.

Il filo conduttore della mia tesi è quindi la tensione tra adattamento e resistenza, tra continuità storica e innovazione contemporanea. L'intento che mi sono posta è quello di offrire una prospettiva che tenga insieme la profondità storica, l'analisi teorica e il contatto diretto con le comunità locali, mostrando come il cristianesimo in Giappone non sia un fenomeno marginale, ma un prisma attraverso cui osservare le trasformazioni sociali, culturali e religiose di un Paese complesso e in continuo cambiamento.

Capitolo I: Giappone e religioni: tra passato e presente

I.1 Pentecostalismo e cristianesimo in Giappone: un'analisi storica

Per affrontare lo studio del pentecostalismo in Giappone è necessario prima analizzare la storia del cristianesimo nel Sol Levante. Una storia travagliata e, rispetto all'Europa e all'Africa, molto più tarda. L'arrivo del cristianesimo in Giappone lo si deve allo sbarco dei portoghesi, in particolare del gesuita spagnolo Francis Javier che, accompagnato da Cosme de Torres e João Fernandez, giunse a Kagoshima nell'agosto del 1549. Questa missione nasceva da un contatto personale: due anni prima, Javier aveva incontrato Yajirō, un samurai convertitosi al cristianesimo in fuga dal Giappone, il quale lo aveva introdotto alla cultura nipponica e ne aveva esaltato il grado di civiltà. Pur non avendo ricevuto autorizzazione ufficiale per evangelizzare in Giappone, Javier ritenne che quella fosse la volontà di Dio e si assunse personalmente la responsabilità di dare inizio a quella che si rivelò una delle missioni più complesse e affascinanti del cristianesimo moderno.

Lo spagnolo rimase profondamente colpito dalla cultura locale, che descrisse come raffinata, razionale e incline alla disciplina morale, caratteristiche che secondo lui rendevano il Giappone terreno fertile per il cristianesimo. Durante i suoi due anni e tre mesi di attività missionaria in Giappone, Javier operò in diverse città: Kagoshima, Hirado, Yamaguchi, Kyoto e Higo, cercando di comprendere la cultura locale e di sviluppare una strategia adeguata per l'evangelizzazione. Tre furono i pilastri del suo metodo missionario. In primo luogo, la centralizzazione: Javier cercò di fare di Yamaguchi la base principale della missione, anche se in seguito fu necessario spostarla a Higo. In secondo luogo, la catechesi: riconoscendo l'alto livello intellettuale della popolazione giapponese, optò per un approccio sistematico e razionale alla dottrina cristiana. Redasse quindi un catechismo, che venne tradotto in giapponese con l'aiuto di Yajirō e Fernandez, noto oggi come il Catechismo di Kagoshima. In terzo luogo, adottò una strategia di accomodamento culturale: invece di imporre la cultura europea, incoraggiò i missionari a integrarsi nei costumi giapponesi, includendo abbigliamento, linguaggio e abitudini alimentari. Javier lasciò il Giappone nel 1551, ma continuò a considerarlo una terra con grande potenziale per il cristianesimo. In una lettera a Inigo di Loyola del gennaio 1552 scrisse che tra tutti i popoli dell'Asia, i giapponesi erano i più adatti a sostenere la fede anche in condizioni difficili.

All'epoca dell'arrivo del cristianesimo, il Giappone era attraversato dalla guerra civile del periodo Sengoku. Il declino delle scuole buddhiste, incapaci di offrire stabilità in un periodo di grande caos, lasciò uno spazio vuoto che il cristianesimo poté inizialmente occupare. Il signore della guerra Oda Nobunaga, per esempio, mostrò un atteggiamento favorevole verso i missionari, vedendo nel cristianesimo un utile strumento per contrastare il potere dei monaci buddhisti, che rappresentavano un ostacolo alla sua ambizione di unificare il paese. Nobunaga apprezzava inoltre la tecnologia e il commercio portati dagli europei, che vedeva come un'opportunità politica ed economica. La sua morte improvvisa nel 1582, però, segnò la fine di questa prima stagione relativamente favorevole. Il suo successore, Toyotomi Hideyoshi, inizialmente tollerante, cambiò radicalmente politica nel 1587 con l'editto "Bateren Tsuiho Rei", che ordinava l'espulsione dei missionari cristiani. Le cause di questa svolta furono complesse e convergenti.

In primo luogo, Hideyoshi aveva da poco unificato il Kyushu sotto il suo controllo e voleva affermare la propria autorità su tutti i daimyo locali. In secondo luogo, cercava di rafforzare la legittimità del suo potere facendo leva sulla religione, e la sua auto-divinizzazione era incompatibile con il monoteismo cristiano. In terzo luogo, temeva le potenziali minacce religiose: la rivolta buddhista degli Ikko lo aveva già costretto a una dura repressione, e temeva che il cristianesimo, capace di attrarre sia popolani sia aristocratici, potesse generare un'insurrezione ancora più pericolosa. Inoltre, Hideyoshi voleva unificare l'opinione pubblica identificando un nemico comune: i portoghesi e i gesuiti, che dipinse come minaccia straniera. Infine, si presentò come difensore delle religioni tradizionali giapponesi, avviando la dottrina del "Sankyo Icchi Ron" (l'unità delle tre religioni: buddhismo, shintoismo e confucianesimo), fondamento dell'ideologia religiosa nazionale.

Alla morte di Hideyoshi nel 1598, Ieyasu Tokugawa prese il potere e fondò lo shogunato Tokugawa, che avrebbe dominato il Giappone fino al 1868. La sua politica nei confronti del cristianesimo fu ancora più repressiva: nel 1612, Ieyasu vietò il cristianesimo nelle terre controllate direttamente dal bakufu, portando centinaia di martiri, tra cui diversi bambini, bruciati vivi insieme alle madri. Diventa interessante notare il rapporto dei primi Kirishitan con il simbolismo cristiano, vissuto principalmente come fonte di protezione e guarigione. Oggetti come croci, reliquie, rosari e acqua benedetta non erano solo strumenti di devozione, ma venivano considerati dotati di poteri concreti, capaci di difendere dal male, alleviare sofferenze e garantire prosperità. Le difficoltà linguistiche, le conversioni di massa e la scarsità di missionari impedirono una trasmissione completa della dottrina, favorendo una religiosità popolare che integrava simboli cristiani nel sistema simbolico già esistente. Così, i nuovi segni si affiancavano o sostituivano amuleti, riti sciamanici e preghiere buddhiste, creando una sorta di "assicurazione spirituale" basata sulla coesistenza di tradizioni diverse. Questo sincretismo, pur trovando analogie nel cattolicesimo popolare europeo e nella Cina missionaria, in Giappone si caratterizzò per una peculiare capacità di incorporare elementi eterogenei in un'unica struttura funzionale al benessere quotidiano e alla salvezza ultraterrena.

L'adozione selettiva dei simboli rispondeva ai bisogni concreti dei fedeli, che seppero adattare il cristianesimo alle logiche della religiosità locale, senza preoccuparsi della purezza dottrinale. Dall'altra parte, Suzuki Shosan, monaco buddhista e maestro zen, condanna con veemenza le dottrine cristiane portate dai missionari, giudicandole non solo false ma profondamente illogiche e offensive per la cultura del suo paese. La sua confutazione si scaglia innanzitutto contro il concetto di Dio creatore: se questo "Deus" è veramente il signore onnipotente di tutto il creato, perché ha abbandonato per millenni paesi come il Giappone, lasciando ad altri Buddha il compito di salvare le creature? Una tale negligenza, secondo lui, confuterebbe la sua presunta onnipotenza. Trova inoltre ridicola l'idea che il "Signore del Cielo e della Terra" sia stato catturato e crocifisso da semplici uomini. Contro questa visione, oppone la profondità del Buddhismo, specialmente Zen, che indica una via diretta all'illuminazione attraverso la trasmissione da mente a mente, al di là delle scritture.

I dogmi cristiani gli appaiono così rozzi da essere paragonati alle speculazioni di filosofi indiani superati dal Buddha secoli prima. Difende con fervore le tradizioni giapponesi condannate dai missionari: il culto degli dei e del sole e della luna non sono idolatria, ma il riconoscimento rispettoso delle manifestazioni del Buddha e delle forze cosmiche (Yin e Yang) che fondano la vita stessa. Conclude inoltre con un'accusa feroce ai missionari, che secondo lui non sono altro agenti di una potenza straniera che cerca di conquistare il Giappone distruggendone l'identità spirituale. Le persecuzioni subite, quindi, non sarebbero una tragedia, ma il giusto castigo del Cielo per la loro arroganza e blasfemia, prova evidente della falsità della loro dottrina.

Nel 1614, sotto il suo successore Hidetada, fu promulgato lo "Hai Kirishitan Bun", un editto che dichiarava ufficialmente che il cristianesimo era contrario alle tradizioni giapponesi e pericoloso per la stabilità del paese. Il discorso del "culto degli antenati" divenne centrale nella costruzione dell'identità giapponese, e la figura dell'imperatore (Tenno) fu consacrata come polo sacro dell'unità nazionale, in contrapposizione alla figura di Cristo. A partire dal 1633, il bakufu Tokugawa promulgò una serie di editti noti come Sakoku Rei, che sancivano la chiusura ufficiale del Giappone al mondo esterno. Tuttavia, come ha osservato lo storico Ebisawa, più che una chiusura totale, il sakoku rappresentava un sistema di controllo centralizzato del commercio estero. Questo sistema permetteva allo shogunato di gestire sia le minacce politiche sia quelle religiose. Il pretesto di una possibile invasione portoghese o spagnola serviva a giustificare una repressione capillare dei cristiani, che vennero, come già accennato, perseguitati, torturati e costretti a rinnegare pubblicamente la propria fede.

A partire dalla metà del XIX secolo, con la fine del sakoku e l'apertura forzata del Giappone all'Occidente, il cristianesimo poté rientrare nel paese dopo oltre due secoli di clandestinità. Il ritorno dei missionari cattolici segnò un momento di speranza per le comunità che avevano mantenuto la fede in segreto. Tuttavia, il riconoscimento ufficiale fu estremamente lento e problematico. Il sollevamento del bando contro il cristianesimo nel 1873 fu ottenuto solo grazie alle forti pressioni delle potenze occidentali, in particolare nel contesto delle negoziazioni per la revisione dei trattati ineguali. Più che un riconoscimento della libertà religiosa, si trattò di una manovra diplomatica volta a migliorare l'immagine del Giappone sulla scena internazionale. Internamente, le autorità non avevano realmente mutato atteggiamento: il cristianesimo continuava a essere percepito come un elemento estraneo e potenzialmente destabilizzante per l'ordine sociale e politico fondato sull'autorità imperiale.

Contemporaneamente, il periodo Meiji vide l'emergere di una forte volontà di modernizzazione, che si accompagnava però a un tentativo sistematico di riaffermare e rifondare l'identità nazionale giapponese. In questo contesto si inserisce l'istituzionalizzazione dello Shinto come religione di Stato. Il processo fu graduale ma costante: nel 1868 fu decretata la separazione tra Shintoismo e Buddhismo, e negli anni successivi si sviluppò il concetto di Shintoismo di Stato, una forma di culto imperiale che approfondiremo più avanti. Questo venne legittimato come fondamento dell'identità nazionale e morale dei cittadini. In questo sistema, la tolleranza religiosa era subordinata alla piena fedeltà al sovrano e all'ordine istituzionale. La religione cristiana, con il suo monoteismo esclusivista e il suo riferimento a un'autorità spirituale trascendente, rappresentava una sfida implicita a questo equilibrio, e fu quindi sottoposta a continue limitazioni. Sebbene la fede cristiana si fosse nel frattempo radicata in alcune fasce della popolazione, soprattutto tra gli ex samurai, gli intellettuali e i giovani studenti, il suo sviluppo non fu esente da difficoltà. A partire dagli anni '80 dell'Ottocento, infatti, il cristianesimo giapponese cominciò a confrontarsi con l'arrivo delle teologie liberali europee e americane, le quali, pur offrendo strumenti critici utili, produssero anche profonde divisioni all'interno delle chiese protestanti. Divenne evidente la frattura tra un cristianesimo più incline al compromesso culturale e uno invece ancorato alla tradizione evangelica.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/07 Storia del cristianesimo e delle chiese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher domiforna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione allo studio delle religioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Sbardella Francesca.
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