Università degli Studi di Trieste
DIPARTIMENTO DI SCIENZE GIURIDICHE, DEL LINGUAGGIO,
DELL’INTERPRETAZIONE E DELLA TRADUZIONE
Corso di laurea magistrale in Giurisprudenza
Tesi di laurea in Storia del Diritto Medievale e Moderno
LA LOTTA DELLO STATO ALLA CRIMINALITÀ
ORGANIZZATA: DAL BRIGANTAGGIO ALLA MAFIA, TRA
UNITÀ D'ITALIA E IL PERIODO DELLA COSTITUENTE
Laureando: Relatore Chiar.mo Prof.
Anna Vaccario Davide Rossi
A
NNO ACCADEMICO 2019-2020
1 INDICE
Introduzione .............................................................................................. 3
CAPITOLO 1 La Sicilia dai Borboni all’Unificazione ............................ 7
1.1 Il periodo borbonico tra la fine del feudalesimo e la guardiania........................ 7
1.2 Le insurrezioni antiborboniche e l’eredità della rivoluzione ........................... 14
1.3 Le Inchieste e la legge Pica ............................................................................. 21
CAPITOLO 2 L’opposizione mafiosa .................................................... 31
2.1 La mafia come strumento della politica ........................................................... 31
2.2 La mafia come faccia della politica ................................................................. 39
2.3 Una repressione illusoria e un’occasione sprecata ........................................... 48
CAPITOLO 3 Vecchia e nuova mafia .................................................... 57
3.1 Tra Sicilia e Ameria: due storie in parallelo .................................................... 57
3.2 Il primo dopoguerra: la mafia come ordinamento giuridico ............................ 69
3.3 La campagna fascista e i maxiprocessi degli anni ‘20 ..................................... 74
3.4 Il secondo dopoguerra: la rinascita della mafia................................................ 83
Conclusione ............................................................................................. 89
Bibliografia ............................................................................................. 93
Ringraziamenti ...................................................................................... 101
2 Introduzione
Quando si parla di mafia, subito si pensa a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e alle
numerose storie contemporanee che hanno portato nella vita di tutti noi la consapevolezza
dell’esistenza di questo fenomeno criminale. È importante anche volgere uno sguardo al
passato, e scorrere l’indice della storia molto prima della strage di Capaci, e languire in
quegli anni di transizione tra l’Ottocento e il Novecento in cui la “mafia” prese il suo nome.
L’origine e l’evoluzione della mafia è, infatti, uno degli argomenti più interessanti non
solo per quanto riguarda la più recente legislazione, ma anche sul piano storico giuridico, e
non per nulla è l’argomento chiave quando si prova ad analizzare cause ed effetti degli eventi
accaduti in Sicilia, in particolare nella seconda metà dell’Ottocento, periodo ormai accertato
1
dai più autorevoli storici come momento saliente della genesi mafiosa. Resta importante,
tuttavia, avere una panoramica sul periodo preunitario, in particolare dal momento in cui i
Borboni, per togliere potere e privilegi agli aristocratici, decisero di abrogare nel 1812, in
Sicilia, l’antico istituto giuridico feudale, anche se, come vedremo, ciò avrà effetti tutt’altro
che vantaggiosi per l’Isola. È in quegli anni dell’Ottocento, infatti, a ridosso dei moti
palermitani del 1860, che si innesteranno tutte quelle complesse situazioni sociali, giuridiche
2
ed economiche che faranno da ingredienti principali al «brodo di coltura della mafia» e che
avranno come protagonisti tanto lo Stato quanto ladri e banditi assoldati dai gabellotti perché
3
vigilassero ai terreni lasciati in affitto dagli aristocratici, dietro grossi compensi .
Dopo aver, quindi, trattato l’eredità borbonica, passando attraverso le gesta
rivoluzionarie, non sempre compiute unicamente sotto una spinta genuinamente
“patriottica”, e proprio per questo fondamentali poiché la mafia e l’Unità d’Italia sono due
d’obbligo trattare,
eventi fortemente legati e co-dipendenti, sarà servendosi delle più
1 J. Dickie, Cosa Nostra, Bari 2007, così come N. Colajanni, Nel regno della mafia: la Sicilia dai Borboni ai
Sabaudi, Palermo 1900 e S. Lupo, Storia della mafia, Roma 1993 scrivono degli anni dal 1860 al 1890 in
maniera inequivocabile quando cercano di risalire al momento decisivo per una definitiva presa di coscienza
di questa misteriosa e leggendaria mafia.
2 S. Lupo, Storia della mafia, II. La rivelazione, 1. La protomafia, Roma 1993.
3 L. Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, Roma 2011.
3 4
significative Inchieste , i fatti storici che hanno reso significativo il passaggio tra i due secoli,
Ottocento e Novecento. È proprio in questi anni che iniziamo a leggere con sempre più
consapevolezza di mafia, e non più di “semplice” brigantaggio, che già interessava in
capillare tutta l’Italia.
maniera Non per caso, in queste Inchieste è letteralmente scritta la
parola “mafia” con il significato che anche oggi mantiene.
Fondamentale nella definizione di mafia è anche il lavoro di giudici, politici e poliziotti
d’oltreoceano. Infatti, la forte emigrazione siciliana in America, e la conseguente espansione
del sistema mafioso e la contaminazione dell’American Dream, spinsero gli uomini di legge
statunitensi a interessarsi a loro volta di questo nuovo tipo di criminalità che andava a
ricrearsi tra i vicoli e nelle case popolari delle grandi metropoli come New York e Boston.
5
Questa situazione di organized crime , che si trova a gestire il sistema giustizia statunitense,
si articola di pari passo con la crisi che ha causato in Europa la Prima guerra mondiale, il cui
dopoguerra e la disarmante inettitudine dello Stato italiano, resero la mafia e i mafiosi liberi
di spadroneggiare in Sicilia. Da non sottovalutare sarà il discorso che si aprirà con Santi
6
Romano , che accennerà alla mafia come un esempio di ordinamento giuridico,
constatazione che porterà un nuovo spunto di riflessione sulla struttura della mafia, non solo
in rapporto a sé stessa, ma anche in un confronto, inevitabile, con un altro ordinamento
giuridico, altrettanto forte: lo Stato. In particolare, quelli saranno anche gli anni del partito
di Mussolini, e sarà, quindi, fondamentale dedicarsi al controverso rapporto tra mafia e
La mafia nell’opinione pubblica e nelle inchieste dall’unità al fascismo,
4 F. Brancato, Cosenza 1986 e S.
L’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-76),
Carbone, a cura di R. Grispo, 2
voll., Bologna 1968 completano quell’analisi partita da S. Jacini, Relazione finale, Roma 1884, da I risultati
della Inchiesta agraria (1884), con introduzione di G. Nenci, Torino, 1976 e R. Bonfadini, Relazione della
Giunta per l’inchiesta agraria sulle condizioni della Sicilia, Roma 1876; in particolare, la relazione di
Bonfadini è coetanea del lavoro congiunto di L. Franchetti e S. Sonnino, Inchiesta in Sicilia, Roma 1876 e,
come i due autori scrissero nella loro prefazione, tale relazione essi poterono leggerla quando la loro indagine
era ormai conclusa e scritta.
5 A. De Clementi, La grande emigrazione: dalle origini alla chiusura degli sbocchi americani, in P.
Storia dell’emigrazione italiana, I, Partenze,
Bevilacqua, A. De Clementi, a cura di M. Franzina, Roma 2001.
L’ordinamento giuridico. Studi sul concetto, le fonti e i caratteri del diritto,
6 S. Romano, Pisa 1918.
4 7
fascismo , che sicuramente, per certi aspetti, rappresentò una vittoria contro il problema
mafioso, facendo quasi pensare che fosse quasi del tutto risolto, ma che, per altri, fu solo
l’ennesima grande occasione sprecata 8 . La repressione poliziesca non fu, ancora una volta,
accompagnata da efficaci riforme sociali, economiche e soprattutto agricole, che avrebbero
del tutto tolto il potere e l’influenza ai numerosi “uomini d’onore” che, sconfitti ma non
distrutti, avrebbero atteso l’indebolimento dello Stato a causa della Seconda Guerra
e controllo sull’Isola 9
Mondiale per assicurarsi la ripresa delle proprie posizioni di potere .
Quest’analisi storico giuridica cercherà, infine, nel momento in cui sarà necessario
riassumere quanto riportato e discusso nei Capitoli, di non limitarsi a una semplice
elencazione di fatti storici già trattati più volte da studiosi molto più autorevoli, e si
focalizzerà soprattutto sulla presa d’atto, da parte degli uomini di legge, che la parola
“brigantaggio” non bastava più a descrivere e catalogare sotto l’aspetto legislativo ciò che si
presentava davanti ai loro occhi come una vera e propria società nascosta, che usava la
violenza come principale mezzo per raggiungere i propri scopi. Sarà proprio anche questo
nuovo modo di vedere, maturato nel corso di quasi cento anni dall’Unità, a segnare il cambio
di atteggiamento dello Stato, ora Repubblica, nei confronti della mafia, attraverso
provvedimenti non più solo speciali e d’urgenza, ma anche sistematici e codificati, che
condurranno a quella legislazione definita, proprio per i suoi contenuti, “antimafia”.
mafia nell’opinione pubblica e nelle inchieste dall’unità al fascismo,
7 F. Brancato, La Cosenza 1986; V. Coco
e M. Patti, Relazioni mafiose. La mafia ai tempi del fascismo, Roma 2008; V. Coco, Polizie speciali. Dal
fascismo alla Repubblica, Roma-Bari 2017.
8 S. Port, Mafia e fascismo. Il prefetto Mori in Sicilia, Messina 2001.
Cesare Mori. La grande occasione perduta dell’antimafia,
9 G. Tessitore, Cosenza 1994.
5
6 CAPITOLO 1
La Sicilia dai Borboni all’Unificazione –
: 1.1 Il periodo borbonico tra la fine del feudalesimo e la guardiania. 1.2 Le insurrezioni
SOMMARIO
antiborboniche e l’eredità della rivoluzione – 1.3 Le Inchieste e la legge Pica.
1.1 Il periodo borbonico tra la fine del feudalesimo e la guardiania
La storia della Sicilia è talmente conosciuta che parlarne sembrerà quasi banale, tanto
se ne è scritto e sentito. Terra ricca, varia, in una posizione strategica nel Mediterraneo che
per secoli era stato il cuore pulsante della storia europea, è stata sempre oggetto di conquiste
da parte di tutte le civiltà e dinastie più importanti: Fenici, Greci, Cartaginesi, Romani,
Bizantini, Saraceni, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e infine, per gli anni che più ci
10
preme di analizzare, i Borboni . Attraverso i secoli, è possibile riconoscere come,
soprattutto nell’ultimo periodo storico, la violenza e la corruzione siano stati sempre i due
maggiori strumenti di governo da parte dei conquistatori, e senza nulla togliere ai loro
11
predecessori, questo «secolare malgoverno politico» è pienamente rappresentato dai
Borboni.
Come già è stato accennato nell’Introduzione, infatti, nel 1812, fu emanata la
Costituzione siciliana, adottata dal reggente Francesco di Borbone. I fatti storici che
portarono a tale evento sono da ricercarsi nel decennio precedente, in particolare alla
situazione di tensione sia a livello europeo, con Napoleone che premeva contro i regni
dell’Europa meridionale, sia a livello politico interno, con il crescere dell’esasperazione e
del malcontento sull’Isola. Ritornati in Sicilia durante la loro fuga da Napoli a seguito della
12
minaccia francese, nel 1806 , i Borboni non trovarono un popolo festante ad accoglierli,
10 N. Colajanni, Nel regno della mafia: la Sicilia dai Borboni ai Sabaudi, Palermo 1900.
cit. sceglie come introduzione al suo libro di dare un’analisi
11 Sempre N. Colajanni, Nel regno della mafia,
quasi troppo severa, ma che purtroppo si rivela essere la più lucida, di come la Sicilia si presentò all’atto di
unificazione con il resto dell’Italia.
nel 1798; in quell’anno, infatti, per sfuggire dall’invasione francese del Regno di
12 Diversamente accadde
Napoli, re Ferdinando IV (nonché III di Sicilia), lasciò Napoli alla mercé degli invasori per rifugiarsi a Palermo.
7
ma, al contrario, il popolo siciliano che aprì loro le porte di Palermo era deciso a non voler
più sottostare al loro predomino né continuare a pagare tributi al solo scopo di mantenere i
fasti della casa regnante. Davanti a questa presa di posizione, re Ferdinando non ebbe altra
scelta che convocare il Parlamento siciliano nel 1810 al fine di chiedere personalmente aiuti
13
adeguati alla difesa del regno ancora una volta sotto la minaccia dei francesi . Il risultato di
questa trattativa tra Parlamento e re non fu esattamente un accordo soddisfacente, poiché da
una parte il re ottenne appena i finanziamenti necessari a coprire il costo dei bisogni minimi,
dall’altra il permanente bisogno di soldi fece imporre una gravosa tassa sulle entrate,
portando quindi allo scoppio di una rivolta che bolliva ormai da anni tra le vie di tutta
Palermo. Nel frattempo, gli Inglesi, che proteggevano con la loro flotta i porti siciliani,
capitanati da Lord William Bentinck, si trovarono a ricoprire il ruolo di mediatori tra le due
fazioni in conflitto. Il loro intervento fu decisivo: re Ferdinando si ritirò dando pieni poteri
al figlio Francesco, al quale fu affiancato un governo interamente siciliano, e l’obbiettivo di
14
questa collaborazione fu la scrittura di una nuova costituzione .
I capi del partito riformista siciliano, i principi di Belmonte Giuseppe Ventimiglia e di
Castelnuovo Carlo Cottone, assegnarono all’abate Paolo Balsamo il compito di redigere
materialmente il testo costituzionale. Questo significa fondamentalmente che la nuova
Costituzione siciliana fu scritta dal ramo ecclesiastico del Parlamento stesso, con lo scopo
di non perdere ma anzi di eleggere a principi costituzionali «le antiche leggi ed usanze del
15
paese» orientandosi sulla falsa riga della Costituzione inglese, che ispirava meno
diffidenza rispetto a quella francese o spagnola, nate di recente e a seguito di rivoluzioni e
rivolte popolari. Il testo, di corposa dimensione, contenente più di cinquecento articoli, fu
diviso in tre parti: la prima gettava le basi dei diritti fondamentali, che si evolvevano nella
In questo frangente, il re promise ai Siciliani che avrebbe mantenuto la corte a Palermo stessa, ottenendo quindi
da parte dell’Isola ingenti donativi. Re Ferdinando, tuttavia, non mantenne la promessa e appena raggiunto un
accordo con Napoleone, vale a dire nel 1802, trasferì nuovamente la sua corte a Napoli.
Storia dell’Antico parlamento di Sicilia (1130-1849),
13 S. Di Matteo, Graficreo, pp. 94-95.
14 G. Fiume, Paradigma giudiziario e storia politica della mafia, Quaderni storici (1996), 31(93 (3)), nuova
serie, pp. 757-766.
15 E. Sciacca, La recezione del modello costituzionale inglese in Sicilia, in AA. VV., Modelli nella storia del
pensiero politico, a cura di V.I. Comparato, vol. II, Olschki, Firenze 1989, pp. 307–326.
8
seconda parte prevedendo la divisione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario, e la
16
terza, contenente numerosi decreti di argomenti più specifici. In particolare, la divisione
prevedeva l’attribuzione del potere legislativo al Parlamento che però, prima di promulgare
la legge, doveva avere l’approvazione del re attraverso la “Sanzione regia”; ancora di più, al
re, che era a capo del potere esecutivo, era stato attribuito il potere di sciogliere il Parlamento
17
a patto che lo convocasse almeno annualmente .
Ciò che però assume particolare rilievo è l’articolo 11 delle Basi della Costituzione
siciliana, che così decretava: «che non vi saranno più feudi, e tutte le terre si possederanno
però nelle rispettive famiglie l’ordine di successione,
in Sicilia come in allodii, conservando
che attualmente si gode. Cesseranno ancora le giurisdizioni baronali; e quindi i baroni
saranno esenti da tutti gli oneri, a cui finora sono stati soggetti per tali diritti feudali. Si
aboliranno le investiture, relevi, devoluzioni al fisco, ed ogni altro peso inerente ai feudi,
18
conservando però ogni famiglia i titoli e le onorificenze» . Questa presunta abolizione fu
una vera e propria truffa per la collettività siciliana: con la conversione della proprietà feudali
in allodiali, si tolsero i limiti stabiliti dagli usi civici ai quali era sottoposto il feudo, che
facevano da contrappeso allo strapotere dei baroni. Quest’ultimi, vedendosi spogliati dal
giogo del vassallaggio con il sovrano e potendo quindi disporre di tali terre come proprietà
private, non ebbero più alcun onere nei confronti dei lavoratori, mantenendo anche i privilegi
derivanti dai titoli e dalle onorificenze. La situazione negli anni successivi risultò così
indifendibile tanto che Sonnino, ex ministro di Crispi e conservatore per eccellenza, constatò
che l’abolizione legale del feudalesimo del 1812, rimase senza effetti reali, ed egli stesso
16 G. S. Pene Vidari, Storia del diritto: Età contemporanea, Giappichelli, Torino, pagina 82.
17 Senza rischiare di uscire dal seminato, è interessante riportare brevemente più nello specifico tale presunta
divisione dei poteri: il potere legislativo era dunque attribuito a due camere, una dei Comuni, eleggibile con
voto censitario e palese (quindi non segreto), e l'altra dei Pari (rispettivamente ecclesiastico, feudale e militare),
le cui cariche erano vitalizie e di nomina regia. Il Capo XIX della Costituzione così recitava: «ogni proposta
relativa a sussidi e imposizioni dovrà iniziarsi nella Camera de' Comuni. Quella de' Par
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