UNIVERSITÀ DEGLI STUDI GUGLIELMO MARCONI
FACOLTA’ DI GIURISPRUDENZA
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DEI SERVIZI GIURIDICI
“IDENTITÀ L’EVOLUZIONE DEL RUOLO
E LAVORO: FEMMINILE
IN SARDEGNA”
Relatrice: Candidata:
Chiar.ma Prof.ssa Concetta Mercurio Carla Soi
Matr. n° 0037416
ANNO ACCADEMICO
2023/2024
A tutte le donne che hanno dimostrato che non esistono limiti
d’età per raggiungere i propri obiettivi di studio.
E a me stessa, con la speranza che nella ricerca di nuove
opportunità di carriera, non debba scontrarmi con i muri delle
disuguaglianze di genere.
INDICE
Introduzione…………………………………………………………………...2
L’identità del lavoro femminile: uno
Capitolo 1: sguardo al passato
1.1. Analisi del concetto di lavoro…………………………………...…5
1.2. La famiglia tradizionale………………………………………..…10
L’istruzione…………………………………………………..…...13
1.3. L’apprendimento del mestiere………………………………..…..20
1.4.
1.5. I1 Lavoro e identità femminile del passato……….………………23
1.5.1 Il lavoro domestico..………………………………………….….25
1.5.2. Il lavoro non domestico…………………..……………………..28
1.5.3. Disuguaglianze di genere nei lavori agricoli……………………31
1.6. La sfida al mondo degli uomini e il caso di Adelasia Cocco………33
Capitolo 2: La nuova identità del lavoro femminile ………..………38
2.1. Evoluzione della normativa sul lavoro femminile
2.2. Il lavoro femminile oggi in Sardegna……………………………..44
2.3. Stereotipi e disuguaglianze di genere, flessibilità, conciliazione
–
famiglia lavoro e divario salariale……………………………..55
2.4. Politiche della Regione Autonoma della Sardegna a favore
dell’occupazione femminile……………………………………...67
Conclusioni…………………………………………………………………...73
Bibliografia…………………………………………………………………...76
Sitografia……………………………………………………………………..81
1
INTRODUZIONE
Il presente elaborato ha lo scopo di affrontare il tema della donna sarda
all’interno del mondo del lavoro.
L’ispirazione per questo argomento è nata sicuramente da un interesse
personale per la cultura della Sardegna, in particolare per il ruolo delle donne
nella società sarda ed inoltre dalla curiosità di scoprire se le donne sarde, oggi
preferiscano perseguire carriere professionali e opportunità di sviluppo
personale, piuttosto che dedicarsi esclusivamente ai lavori domestici e agricoli
come facevano nel secolo scorso. l’evoluzione del concetto “lavoro”,
Nel primo capitolo, illustro
disprezzato e visto nel periodo Altomedievale, come forma di umiliazione, fino
ad essere considerato oggi necessario per migliorare la propria posizione sociale.
Tratteggio il tessuto urbano, economico e sociale nei quali vivevano le donne
sarde fra l’Ottocento e il Novecento. Povertà, scarse condizioni igieniche e
malattie, facevano da padrona in quel territorio arcaico e arretrato. Emerge una
Sardegna ignorante e analfabeta nella quale ideologie discriminatorie vedevano
l’istruzione non necessaria per le bambine. Il ruolo delle donne nella società
sarda del secolo scorso, è stato strettamente legato alle mura domestiche ed è
all’interno di quelle mura che le donne venivano riconosciute nella pienezza del
L’idea diffusa da secoli che solo
ruolo e in cui si formavano fin da bambine.
marito dovesse avere il lavoro per poter mantenere la moglie e figli, mentre la
moglie doveva occuparsi della casa, della cura e dell’educazione dei propri figli,
era accettata dal mondo femminile, che trovava in quella ideologia la completezza
dell’essere donna. L’ozio era da esse apprezzato ed era considerato come un segno
di prestigio, mentre il lavoro fuori dalle mura domestiche era doveroso per donne
meno abbienti affinché potessero sostentare la famiglia. Le donne sarde avevano
inoltre un ruolo fondamentale nell’agricoltura, contribuendo in modo significativo
alla vita economica e sociale delle comunità rurali. Tuttavia il lavoro agricolo è
stato spesso accompagnato da disuguaglianze di genere. Esse infatti dovevano far
attenzione ai limiti della locale divisione sessuale del lavoro oltre i quali non
potevano andare, pena la perdita della loro identità femminile e l’attribuzione
maligna di una identità maschile da parte della comunità. Esporrò inoltre la
2
situazione di estrema miseria che portò centinaia di donne e di bambini, a trovare
lavoro nella industria sarda mineraria e alla nascita in quel contesto di quello che
oggi chiamiamo gender gap pay: la retribuzione femminile era mediamente della
metà di quella degli uomini. Concludo il primo capitolo menzionando donne sarde
che hanno dimostrato la loro eccellenza in vari campi e che intelligenza,
creatività, coraggio e intraprendenza le hanno fatte emergere. Come Adelasia
Cocco che sfidando la pubblica opinione, perseguiva i suoi sogni e progetti,
andando contro i retaggi di un mondo occupazionale al maschile e divenendo la
prima donna medico condotto in Sardegna ma anche in Italia e che per tutte le
giovani donne laureate diventerà una vera e propria apripista al mondo del lavoro.
Nel secondo capitolo mi soffermo sul ruolo che la donna oggi ha nella
nostra società, ripercorrendo le tappe storiche della lunga marcia nel campo dei
diritti, dell’istruzione e del mondo del lavoro. Diritti che prima non aveva e che
oggi ha parzialmente raggiunto, eppure, nonostante siano stati in parte
riconosciuti dalla legge, vengono ancora oggi calpestati e, in varie occasioni, le
donne sono ancora oggetto di discriminazioni e di pregiudizi. La nostra società
insomma è ancora lontana dall’aver raggiunto una condizione di pari opportunità
tra i due sessi. Ho quindi rimarcato l'incompiutezza di questo processo per
acquisire la consapevolezza di quanto ancora si debba fare per poter realmente
definire la nostra società come ugualitaria. Tratto della società sarda moderna,
composta da donne che oggi si inseriscono nel mercato del lavoro perché lo
considerano un’attività fondamentale, da preservare lungo l’arco della vita
importante per l’identità personale, in quanto garanzia di indipendenza e
perché
di riconoscimento sociale. Donne non più “angeli del focolare” ma che investono
nell’istruzione e prevedono una partecipazione al mercato del lavoro fino alla
pensione. Illustro il percorso arduo di donne, che ancora oggi fra stereotipi
culturali, lavori flessibili e disparità salariali di genere si trovano spesso di fronte
alla scelta del lavoro o della famiglia. Concludo la mia ricerca specificando che
affinché il cambiamento avvenga concretamente, l'uguaglianza deve essere al
centro di tutte le politiche europee, nazionali e regionali. Nel dettaglio mi
concentro sulle politiche regionali messe in atto dalla Regione Autonoma della
Sardegna, constatando che negli ultimi anni, c’è stata una crescente
3
partecipazione delle donne sarde al mercato del lavoro, grazie anche a politiche
di supporto e iniziative per promuovere l’uguaglianza di genere.
Nel concludere, auspico che la mia ricerca possa aggiungere valore alla
letteratura accademica esistente, offrendo nuove prospettive e dati aggiornati sul
tema, nella speranza che possa essere utile per altri ricercatori e per le istituzioni
che lavorano per migliorare le condizioni di lavoro delle donne.
4
CAPITOLO 1.
L’identità del lavoro femminile: uno sguardo al passato
del concetto “lavoro”
1.1 Analisi
Oggi nel linguaggio comune, il termine lavoro può assumere almeno due
significati: un significato sostanziale, che fa riferimento al contenuto delle
attività come il lavoro di cucinare, il lavoro di studiare e il lavoro di imparare ed
in questa accezione, il termine lavoro è anche assimilabile al concetto di fatica e
impegno. Altro significato è il lavoro formale che è sinonimo di occupazione,
identificato in quelle attività svolte in maniera sistematica e specializzata che ha
come soluzione un reddito e non il soddisfacimento immediato di un bisogno.
sposano quest’ultimo
Le scienze sociali concetto e si concentrano sul
lavoro astratto che nasce con la rivoluzione industriale e si contraddistingue dal
lavoro concreto, prevalente prima della rivoluzione industriale, quando
predominava l’agricoltura. Il lavoro concreto era un lavoro con un rapporto
il soddisfacimento dei bisogni umani, un lavoro da cui l’uomo si
diretto per
procura direttamente il necessario per vivere.
Secondo il sociologo Karl Marx, il lavoro astratto invece, ha perso il
rapporto tra mezzi e fini: le attività svolte (i mezzi) non hanno un rapporto diretto
con il soddisfacimento dei bisogni (fini). Il lavoro è reso astratto
dall’intermediazione del salario che spezza il legame di senso diretto tra le
attività e i bisogni da soddisfare.
L'etimologia della parola lavoro è da ricondursi al latino labor ovvero
fatica e a sua volta, dal verbo latino labi, che significa scivolare, cadere. Questo
verbo era spesso utilizzato per descrivere il movimento di una persona che
cadeva a terra o si muoveva con fatica, nello sforzo di compiere un'attività fisica.
Si può pertanto affermare che sin dall'antichità, il lavoro fu inteso come
un'attività faticosa volta ad ottenere i risultati che il lavoratore si prefiggeva di
raggiungere. Infatti, nell'antica Roma, il termine labor si riferiva principalmente
al lavoro manuale, di cui nutrivano un radicato spregio, ed era visto come una
1
forma di punizione o di umiliazione .
1 V.DANIELE, Il lavoro, in «Etimoitaliano» (2014), www.etimoitaliano.it/2014/03/lavoro.html,
5
In Francia, nel XII secolo, insieme a labeur era apparso ouvrier, dal latino
“uomo di pena” che “operaio”. Anche
operarius ovvero noi oggi chiamiamo
nelle lingue anglosassoni e slave, parole che significano lavoro, derivano da
radici che suggeriscono fatica e sofferenza: è il caso di arbeit in tedesco che
deriva dal protogermanico arbaidiz, ovvero servitù; work in inglese che deriva
dalla radice indoeuropea werg, worg, ovvero fatica e di rabota nelle lingue slave
da cui nasce la parola robot ovvero gli automi che lavorano al posto degli operai.
È molto interessante anche la storia del termine francese travail, usato
“lavoro”
per a partire dalla fine del XV secolo per designare uno strumento di
“composto di tre pali”.
tortura, il tripalium Travailler significava quindi torturare
2
un ribelle per mezzo del tripalium e il travailleur non era la vittima, ma il boia .
fu “importato” nell’Italia medievale per diventare la parola “travaglio”,
Travail
termine oggi usato quasi esclusivamente col significato di pena, sofferenza,
afflizione, guarda caso anche riferito ai dolori della partoriente. In varie lingue o
dialetti neolatini ha mantenuto il significato “lavorativo”: dallo spagnolo trabajo
al portoghese trabalho, dal sardo traballu al genovese travaggiu, dal travagghiu
in Sicilia al travai in Piemonte e al travagghiare in Salento.
come un’occupazione
Nel periodo Altomedievale, il lavoro era concepito
alle esigenze più basse dell’uomo e distoglieva dall’ozio,
funzionale a rispondere
condizione necessaria per svolgere al meglio le attività intellettuali e perseguire
l’impegno politico; per questo il lavoro manuale era prerogativa esclusiva di
nell’Antica Grecia prevaleva il disprezzo per il lavoro
3
servi e schiavi. Anche
dipendente e per qualsiasi attività che comportasse fatica fisica. Qualsiasi attività
produttiva di oggetti materiali, fossero anche opere d’arte, rappresentava per essi
un’attività di second’ordine. 4
[ultimo accesso 01.06.2024].
2 E. RUTIGLIANO, Lavoro: appunti per la metamorfosi di un concetto, in «Quaderni di
Sociologia» (2011), http://journals.openedition.org/qds/615, [ultimo accesso 01.06.2024].
3 R.ROVEDA, Il lavoro in età medievale, «PDF File» (2016), https://it.pearson.com/content
/dam/region-core/italy/pearson-italy/pdf/storia/ITALY%20-%20DOCENTI%20%20-%20STO
RIALIVE%20-%202016%20-%20Cultura%20storica%20-%20PDF%20-%20Il%20lavoro%20
nell'et%C3%A0%20medievale.pdf, [ultimo accesso 01.06.2024];
4 D.DE MASI, Il futuro del lavoro. Fatica e ozio nella società postindustriale, Milano, Ed. RCS
Libri S.p.A., 2003. 6
Più radicale era la visione del lavoro presso le società barbariche,
all’interno delle quali, così come descrive Tacito nel “De 5
Germania” , le uniche
occupazioni considerate degne di un uomo erano la guerra e la conquista di un
bottino, mentre il lavoro manuale, ossia il coltivare la terra, era visto come
un’attività esclusiva dei servi, uomini vigliacchi e inetti che «ottengono con il
6
sudore ciò che possono avere con il sangue». Il lavoro era quindi considerato
come un’attività forzata che l’uomo.
sviliva
Durante il Medioevo il lavoro manuale coincide essenzialmente con
l’attività rurale. I contadini rappresentavano la stragrande maggioranza della
popolazione e altresì l’ampia base di una piramide sociale ai cui vertici non vi
erano i ricchi ma i potenti: il potere era dato dalla vastità di terre controllate e
7
dal numero di persone poste al proprio servizio .
Con l'avvento del cristianesimo, il concetto di lavoro subì un’evoluzione;
San Paolo, nel Nuovo Testamento scrive: «chi non lavora non mangi». Questo
principio sottolineò l'importanza del lavoro come mezzo per guadagnarsi il pane
quotidiano e per contribuire alla comunità. Si può pertanto affermare che l’ozio
cominciava il declino e che il vizio capitale della pigrizia cominciava ad essere
condannata.
Per comprende al meglio l’evoluzione ma soprattutto il peso che l’uomo
cominciava a dare al valore lavoro, anche a quello manuale, ho trovato
8
interessante una parabola di Bruno Ferrero dove si narra che nel Medioevo un
s’imbatté in tre tagliapietre intenti nello
uomo, durante un pellegrinaggio,
squadrare grossi frammenti di roccia per la costruzione di una cattedrale.
Il pellegrino vedendo il primo uomo di malumore chiese:
“De
5 origine et situ Germanorum”, comunemente conosciuta come Germania, è un'opera
etnografica scritta da Publio Cornelio Tacito attorno al 98 d.C. sulle tribù germaniche che
vivevano al di fuori dei confini romani.
6 R.ROVEDA, Il lavoro in età medievale, «PDF File» (2016), https://it.pearson.com/content
/dam/region-core/italy/pearson-italy/pdf/storia/ITALY%20-%20DOCENTI%20%20-%20STO
RIALIVE%20-%202016%20-%20Cultura%20storica%20-%20PDF%20-%20Il%20lavoro%20
nell'et%C3%A0%20medievale.pdf, [ultimo accesso 01.06.2024].
7 Ibidem.
8 Bruno Ferrero è un presbitero e scrittore italiano, appartenente ai salesiani. Esperto di
catechetica con una licenza in teologia, è stato direttore editoriale della casa editrice salesiana
Elledici fino al 2009. 7
«Che fai?»
«Non lo vedi? Mi sto ammazzando di fatica». Rispose sgarbato.
Il pellegrino proseguì e vedendo il secondo uomo affaticato, chiese:
«Che fai?»
«Non lo vedi? Lavoro da mattino a sera per mantenere mia moglie
e i miei bambini».
Il pellegrino proseguì e vedendo il terzo tagliapietre, sì stanco, ma
con una certa serenità chiese:
«Che fai?» 9
«Non lo vedi? Sto costruendo una cattedrale». Rispose con fierezza.
Di fronte allo stesso identico lavoro, cambia profondamente solo il valore
che l’operaio dà al lavoro. I primi vivevano il loro mestiere unicamente come
appunto una fatica, mentre il terzo compiva la propria opera come un privilegio,
sentendosi partecipe nella realizzazione di un progetto grandioso.
Per migliaia di anni, fino all’avvento dell’industria, la parte alta della
–
piramide sociale gli aristocratici, i proprietari terrieri, gli intellettuali, non
lavoravano affatto: non dal lavoro ma dal casato, dal mecenatismo e dalle rendite
10
ricavavano ricchezza e prestigio.
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