Nazionalismo e identità collettive
I percorsi della transizione in Romania e nella Repubblica di Moldova
Un’isola di latinità nei Balcani: la Romania.
Il nazionalismo nell’Europa Orientale
La nascita del nazionalismo si fa risalire alla metà del XVIII sec. quando si diffuse in Francia ed Inghilterra un sentimento di appartenenza ad una società insediata su un dato territorio e legata da tradizioni e istituzioni comuni. Nel pensiero politico inglese (Hobsbawm), il termine nazione era assimilato con quello di popolo o stato, ovvero un corpo di cittadini con sovranità collettiva. Mill identificava la nazione con il sentimento di nazionale. Quando i filosofi inglesi parlavano di società avevano in mente ciò che noi oggi identifichiamo con il termine di nazione.
In Inghilterra e in Francia si diffondeva il nazionalismo territoriale in cui la coscienza fa parte di un’unica grande comunità etnica e culturale, a favore di un corpo sociale coeso e organico e contro ogni forma di corporativismo, a cui si ricollegano le teorie francesi di Sieyès e Till. Anche l’autodeterminazione era concepita in termini cosmopoliti e come risposta al desiderio universale di libertà che la Francia garantiva tra i suoi confini. Con ciò si rigettò ogni teoria etno-culturale e la varietà linguistica fu denunciata solo come reazione, come strumento contro le conquiste rivoluzionarie. L’apprendimento della lingua francese veniva inteso come strumento per una corretta comunicazione tra i cittadini e lo stato, bisognava imparare il francese per poter godere dei diritti e doveri di cittadinanza.
Le leggi ricoprivano la stessa importanza della religione nell’impero romano e valevano come massime morali. Infatti, per Robespierre, la politica era la morale in azione, l’etica pubblica era un supporto alla vita collettiva e il popolo era il vero oggetto di culto. Rousseau aveva teorizzato quanto Robespierre aveva applicato in campo politico, in quanto lo stato era l’esplicazione di una volontà generale in cui la vera sacralità era quella della coscienza comune. La nazione francese era quindi un corpo sociale appartenente ad un diritto comune, garanzia di uguaglianza e libertà.
Hannah Arendt denota lo sviluppo del nazionalismo in contesti sociali dove lo sviluppo dell’idea di nazione era rimasto inarticolato sul semplice piano etnico, in cui non vi era identità tra territorio, popolazione e stato. In Oriente, le masse non avevano la più pallida idea del significato di patria né delle responsabilità da assumere per una comunità geograficamente limitata, problema questo delle fasce di popolazioni miste articolate sotto la monarchia asburgica. Al territorialismo occidentale si opponeva un nazionalismo etnico fondato su principi sciolti dallo stato-nazione e basati sulla comunanza culturale e linguistica. Era questo un nazionalismo tribale i cui aderenti ritenevano la loro patria tutti gli ambiti in cui vivevano altri membri della loro stessa tribù.
Vista la lunga serie di guerre e conquiste delle popolazioni dell’Europa orientale che avevano mescolato le popolazioni, l’assunzione di un principio di omogeneità culturale non poteva non avere effetti sconvolgenti. La nascita dei movimenti pan-nazionali era la risposta ad un sentimento di sradicamento, in cui la crisi dei principi del potere non trovava le stesse risposte occidentali e la coesione degli stati occidentali entrava in contraddizione con il multiculturalismo dei grandi imperi. I movimenti pan-nazionali attecchirono maggiormente dove maggiore era la mescolanza etnica e non aspiravano a rivendicazioni irredentistiche, ma aspiravano a dar vita ad una comunità di popolo protesa ad un unico destino e messaggio politico.
Nasce l’idea del popolo senza stato, la politica mondiale infatti non avrebbe potuto intaccare il fattore popolo, la sua cultura e il suo spirito. Il fattore permanente del divenire storico è il popolo con i suoi specifici bisogni al di là di un’identificazione territoriale. Ogni popolo ha una cultura che permette di ritrovare ovunque i propri fratelli che condividono una medesima eredità di tradizione e di sangue, per questo lo ius sanguinis diviene un elemento fondamentale per ottenere la cittadinanza molto più dello ius soli come avviene in occidente. Il nazionalismo etnico sorpassa i confini statuali e discrimina in base alla nazionalità, all’appartenenza ad una diversa tribù.
In questo contesto, gli ebrei apparivano per la loro capacità di sopravvivenza un esempio da imitare nel nazionalismo tribale, questi avevano mantenuto la loro identità attraverso i secoli, erano l’esempio per una nazione senza stato, e in tale prospettiva, i movimenti pan-nazionali affermavano come ogni germano o slavo dovesse rappresentare veramente l’anima della sua nazione. Fu nell’impero asburgico che si affermarono i movimenti pan-nazionali con la conseguenza di dar vita a movimenti che rivendicavano una patria per dar vita ad un compiuto stato-nazione: è emblematica la nascita del sionismo per dare patria agli ebrei per cui la Palestina restava un sogno lontano e irraggiungibile.
Per superare la questione del territorio, si ideò con Renner e Bauer il nazionalismo senza territorio, che rifiutando l’idea dello spirito dei popoli fece riferimento all’autonomia culturale di ogni comunità con un’eredità di facoltà indotte e trasmissione di beni culturali comuni che codificano la realtà. La nazionalità deriva da una storia comune e credenze interiorizzate, esistono comunque nazioni senza storia (cechi e sloveni) in cui questa si è come fermata. È questo un nazionalismo senza terra in cui si tratta di ridurre le nazionalità a comunità autonome soggette a istituzioni portatrici dei medesimi interessi.
Il nazionalismo senza territorio ha permesso poi di superare il conflitto tra la spinta nazionalista e l’internazionalismo socialista e anche Lenin si convinse che dalle lotte nazionaliste nelle periferie dell’impero potesse giungere la spinta necessaria alla rivoluzione proletaria. Si sviluppò il cosiddetto centralismo democratico in cui si manteneva il partito unico e si incoraggiavano le lotte nazionali decentrate. Stalin diede una sua definizione di nazionalità in cui dovevano esistere quattro caratteristiche: territorio, lingua, economia unica e sentimento di appartenenza ad una medesima comunità, definizione che restringeva di molto il numero delle nazioni presenti nell’impero. Stalin attacca le teorie per cui gli ebrei costituivano una nazione poiché non parlavano la medesima lingua e non erano mai stati legati in modo stabile alla terra ed erano sradicati e potevano solo essere assimilati in un sistema di autonomie regionali.
La paura delle minoranze di essere discriminate, per Stalin, sarà vanificata in quanto si vivrà in una democrazia che garantirà a tutti gli stessi diritti. Inoltre, l’autonomia culturale dovrà tenere conto anche del grado di evoluzione e civiltà e le piccole culture devono beneficiare dei risultati ottenuti dalle grandi per farle partecipare alla modernità (es: Tatari). Il partito comunista cercò di far convivere il nazionalismo con l’internazionalismo della lotta di classe. Dopo la presa del potere di Stalin, le nazionalità furono mantenute e registrate nei documenti come una qualsiasi altra caratteristica fisica. La convivenza di più nazioni sullo stesso territorio fu incentivata per tutta una serie di migrazioni imposte per isolare tutte quelle componenti sociali potenzialmente pericolose e si avviò un processo di russificazione con lo spostamento di migliaia di burocrati russi su tutto il territorio sovietico.
La volontà del regime sovietico di rendere ininfluente la nazionalità ha portato dopo il crollo del comunismo a una ricerca di appartenenza identitaria nazionale per sottolineare un riconoscimento di sé e del proprio valore. Il sentimento nazionale ha rappresentato l’unico elemento di continuità storica dopo il crollo del regime sovietico.
La formazione degli stati nazionali nell’Europa orientale
L’Europa medievale era stata un universo culturale omogeneo, il cristianesimo forniva le stesse norme morali che dovevano essere trasformate in legge dai re e dall’imperatore. La lingua latina permetteva una facile comunicazione e la rottura religiosa del XVI sec. portò alla differenziazione delle varie lingue e il processo di secolarizzazione portò alla nascita di entità statali autonome dalla religione. Rokkan afferma che la formazione degli stati nazionali risente ancora della struttura ereditata dall’Impero Romano. Lungo le direttrici di comunicazione impostate dai romani si svilupparono le città-stato da Firenze a Vienna con un sistema di potere autonomo e fiorenti scambi commerciali, impedendo la costituzione di grandi stati centralizzati come avvenne invece in Francia e Inghilterra, che erano fuori dalle direttrici commerciali e più arretrate, organizzate in feudi che non potevano competere con un potere centralizzato, situazione che si verificò anche nell’Europa Orientale dove vi era una debole rete urbana.
La formazione degli stati nazionali è stata favorita dalla riforma protestante che ha portato le gerarchie religiose sotto il controllo dello stato, mentre negli stati dove si è affermata la Controriforma si è creata una doppia sudditanza sul modello agostiniano, portando negli stati nazionali a conflitti con i cattolici. Il cattolicesimo è stato invece un elemento unificatore nei paesi dell’est, specie in Polonia ed Ungheria, distinguendosi dagli altri popoli di religione ortodossa e nella multietnicità la religione fu un elemento di distinzione.
Il rapporto tra le classi nell’Europa orientale
Nei primi secoli del primo millennio in tutta Europa domina una classe nobiliare di tipo guerriero e nell’Europa orientale questa rimane una casta compatta che controlla l’operato regio senza entrare in conflitto con i signori feudali come era avvenuto in occidente. In Polonia si poteva parlare di una nazione nobiliare in quanto la nobiltà era separata dagli altri ordini sociali per i loro privilegi economici e politici. In Ungheria, la nobiltà cavalleresca riusciva ad imporre il suo punto di vista nella dieta a limitare il re e la grande nobiltà. I grandi signori condizionavano il loro aiuto ai finanziamenti di guerra alla concessione di tutele per i propri territori, favorendo gli interessi territoriali.
Lo sviluppo del sistema feudale non spinse la nobiltà a farsi imprenditrice, ma venditrice di cereali, portando ad un rafforzamento dei privilegi feudali e della servitù della gleba. La borghesia fu percepita come estranea e non ottenne mai una partecipazione politica. Il mantenimento dei privilegi fu per i nobili garanzia di autonomia. L’influenza dei nobili si ripercuoteva anche nella gestione dello stato e per farvi parte era necessario continuamente documentare il proprio stato di nobiltà, ad esempio nei confronti dei boiardi, che non potevano rendere ereditario il titolo nobiliare eventualmente ottenuto. Mentre in Romania vi erano criteri di nobiltà più elastici.
Tra oriente e occidente: il ruolo della religione e della cultura
In Moldavia e Valacchia si costituirono due principati indipendenti nel XIV sec, rispettivamente ad opera di Bogdan e Besarab. Un sintomo di indipendenza fu anche l’obbedienza religiosa e la religione ortodossa fu usata contro quella cattolica per marcare la propria differenza. Besarab e Stefan cel Mare diedero vita ad una politica di prestigio, ma nonostante i tentativi di imporsi come dinastie, i due principi erano costretti a difficili alleanze per la loro posizione geopolitica, dovendo resistere e negoziare con le potenze vicine.
La vittoria di Stefan cel Mare contro i turchi fu un momento chiave per il legame con il suo popolo e il matrimonio con la figlia del principe di Valacchia fece approdare alla sua corte numerosi intellettuali di cultura bizantina di cui risente anche l’iconografia dello stesso Stefan, paragonato a Costantino, che ritroviamo nei numerosi monasteri della regione come quello di San Nicola di Radauti. Lo stesso legame religioso si verificò in Valacchia con la vittoria contro i turchi di Vlad Tepes, conosciuto come Dracula, per la sua volontà di instaurare un regime autocratico impalando i suoi oppositori.
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