Il Gender Gap Pensionistico in Italia: origine e
conseguenze sociali
Facoltà di Economia
Dipartimento di Economia e Diritto
Corso di laurea in Economia e Finanza
Marco Marian Rogozan
Matricola 2085322
Relatore
Prof. Raffaele Michele Tangorra
A.A. 2024-2025 Alla mia famiglia
INDICE
INTRODUZIONE ....................................................................................................... 3
CAPITOLO 1: IL SISTEMA PENSIONISTICO ITALIANO ..................................... 5
1.1 − Il Sistema oggi ................................................................................................ 5
1.2 − Età pensionabile e problemi di genere ............................................................ 8
CAPITOLO 2: MERCATO DEL LAVORO E DIVARIO DI GENERE .................... 11
2.1 − Tasso di occupazione e divario occupazionale di genere .............................. 11
2.2 – Gender pay gap ............................................................................................. 14
2.3 – Part-time ........................................................................................................ 16
2.4 – Congedi facoltativi e obbligatori .................................................................. 18
CAPITOLO 3: ANALISI DEL GENDER GAP PENSIONISTICO ......................... 21
3.1 – Il gender gap pensionistico: definizione e dati ............................................. 21
3.2 – Impatto economico e sociale nella terza età ................................................. 25
3.3 – Possibili soluzioni e modelli esteri ............................................................... 28
CONCLUSIONE ....................................................................................................... 31
BIBLIOGRAFIA ....................................................................................................... 33
INTRODUZIONE
La presente tesi analizza le cause, l’entità e le conseguenze del divario pensionistico
di genere in Italia, mettendo a confronto i risultati nazionali con quelli internazionali
per offrire un quadro più completo. Questo tema è molto rilevante e di grande
attualità per diverse ragioni. In primo luogo, il meccanismo contributivo tende ad
amplificare gli effetti delle carriere frammentate e delle discontinuità lavorative,
determinando pensioni medie più basse per le donne rispetto agli uomini. In secondo
luogo, il gender pension gap non è semplicemente un problema di equità retributiva,
ma comporta anche un rischio maggiore di povertà e isolamento sociale per le donne
in età avanzata, con ripercussioni di natura economica, psicologica e sociale. Infine,
l’esistenza di divari significativi, anche dopo alcuni miglioramenti dal punto di vista
occupazionale, rende necessaria l’individuazione di interventi mirati sia per il
mercato del lavoro che per le regole previdenziali. Dal punto di vista metodologico,
lo studio adotta un approccio descrittivo e comparativo per l’analisi dei dati.
Vengono utilizzate statistiche ufficiali e report nazionali e internazionali (INPS,
ISTAT, Eurostat, OCSE) per valutare e confrontare il gap pensionistico tra i vari
paesi. L’analisi è quindi supportata da un confronto internazionale con l’obiettivo di
evidenziare buone pratiche e soluzioni applicabili al contesto italiano.
La tesi è divisa in tre capitoli. Nel primo capitolo si descrive l’attuale sistema
pensionistico italiano, con particolare attenzione sulle modalità di calcolo e su come
siano cambiati nel tempo i requisiti per accedere alla pensione. Viene inoltre
evidenziato come avere un sistema che tratta uomini e donne allo stesso modo (in
relazione all’età di uscita dal mercato del lavoro) non significhi automaticamente
garantire una maggiore equità di genere. Il secondo capitolo approfondisce il tema
centrale dell’elaborato. Qui l’analisi si concentra sia sul il mercato del lavoro che
sulle principali determinanti del gender pension gap (il tasso di occupazione, il
divario retributivo di genere, la diffusione del part-time e l’utilizzo dei congedi)
mettendo in luce come questi aspetti si traducano in pensioni differenziate tra uomini
3
e donne. Infine, nel terzo capitolo viene analizzato il divario pensionistico di genere
sotto vari aspetti, partendo dal suo significato fino ad arrivare ad un confronto fra la
situazione italiana e quella di altri paesi europei (OCSE). Successivamente vengono
valutate le possibili ricadute economiche, psicologiche e sociali delle donne nella
terza età. Infine, si discute di alcune ipotetiche soluzioni politiche e modelli
provenienti da paesi esteri che l’Italia potrebbe prendere da esempio per cercare di
ridurre del divario. 4
Capitolo 1
IL SISTEMA PENSIONISTICO ITALIANO
1.1 − Il Sistema oggi
Con il termine sistema pensionistico per la tutela della vecchiaia, si intende
generalmente «[l’]insieme di regole e istituzioni preposte – a fronte del versamento
di parte del reddito percepito dai lavoratori e/o dai cittadini – a erogare prestazioni
vitalizie in denaro a coloro che hanno terminato la carriera lavorativa, […] 1
garantendo agli stessi la sicurezza economica anche nel periodo di quiescenza» . In
Italia oggi, il sistema pensionistico (gestito interamente dall’INPS) è essenzialmente
pubblico, obbligatorio e funziona con il metodo della ripartizione. Il modello è
finanziato dai contributi dei lavoratori attivi ed è utilizzato per pagare le pensioni
delle persone che hanno cessato l’attività lavorativa.
Il sistema è altamente legato al fenomeno dell’invecchiamento demografico e al calo
della natalità, di cui l’Italia ne è ancora oggi colpita («La fecondità, nel 2024, è
stimata in 1,18 figli per donna, […] e inferiore al precedente minimo storico di 1,19
2
figli per donna registrato nel 1995» ). Tali fenomeni portano ad una situazione in cui
il numero dei lavoratori attivi si riduce, intanto che quello dei pensionati aumenta,
3
portando ad un aumento della pressione finanziaria sul sistema . Alla luce di questi
aspetti, analizzando il tasso di dipendenza (rapporto tra i soggetti con più di 64 anni e
quelli con un’età compresa tra i 20 e 64 anni) in Italia ed in alcuni paesi UE nel 2022
(Grafico 1.1), possiamo notare come i valori più elevati si sono registrati proprio in
Italia (41,0%) ed in Portogallo (41,2%). Le proiezioni future su alcuni fattori quali la
fecondità o la speranza di vita, indicano un possibile incremento del già citato
1 Matteo J , La politica pensionistica, Il Mulino, Bologna 2009.
ESSOULA
2 ISTAT, “Indicatori demografici - Anno 2024”, https://www.istat.it/comunicato-stampa/indicatori-
demografici-anno-2024/ (consultato il 01 luglio 2025).
3
Eurofer, “RIPARTIZIONE VS CAPITALIZZAZIONE INDIVIDUALE”, 5 Giugno 2023,
https://fondoeurofer.it/ripartizione-vs-capitalizzazione-individuale/ (consultato il 01 luglio 2025).
5
rapporto tra pensionati e lavoratori attivi, che potrebbe andare a compromettere
4
l’equilibrio di un sistema previdenziale già gravato da un’elevata spesa .
Grafico 1.1 – Il tasso di dipendenza in alcuni paesi UE (%) (2022)
Fonte: Eurostat
Si differenzia dal sistema a ripartizione, quello a capitalizzazione, dove ciascun
contributo va in un conto individuale o collettivo. Questi contributi vengono poi
investiti − in un secondo momento − nei mercati finanziari, per accumulare una
somma di denaro sufficiente a poter erogare i benefici pensionistici alla stessa
generazione, ormai andata in pensione. Ciò che influenzerà l’ammontare finale della
pensione, sarà principalmente la volatilità dei mercati e il rendimento
5
dell’investimento . Occorre inoltre considerare la somma versata fino al
pensionamento, così come i vari costi di gestione dei fondi pensione, che incidono
sulla somma finale.
Tra i vari sistemi di calcolo delle pensioni, quello misto è il metodo utilizzato per chi
va in pensione in questi anni. Questa struttura mista è dovuta dalla riforma introdotta
6
con la l. n. 335/95 , conosciuta come “riforma Dini”, con la quale si è passati dal
modello retributivo al contributivo. Nel sistema retributivo (o prestazione definita),
4
INPS, Rapporto Annuale Settembre 2024, https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-
annuali/xxiii-rapporto-annuale.html, p. 286.
5 Giuliano A - Mauro M , Le pensioni. Il pilastro mancante, Il Mulino, Bologna 2001.
MATO ARÈ
6 Legge n. 335 dell’8 agosto 1995 pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 190 del 16 agosto 1995,
Supplemento Ordinario n. 101. 6
la pensione si calcola sulla base della retribuzione media che il lavoratore ha
percepito alla fine della carriera. Un vantaggio per coloro che ne beneficiano è che la
pensione viene calcolata tenendo conto delle ultime retribuzioni percepite, non
penalizzando le interruzioni di lavoro se queste vengono comunque compensate negli
anni totali di contribuzione. Tale criterio risulta particolarmente favorevole nei
confronti dei lavoratori con carriere dinamiche, ovvero quegli individui che hanno
percepito un reddito più alto negli ultimi anni della loro carriera lavorativa.
Nel sistema contributivo (o contribuzione definita), l’importo della pensione viene
calcolato tendendo conto del montante di contributi che sono stati versati durante la
vita lavorativa. Una volta che si è maturato il requisito anagrafico, per il calcolo della
pensione si andranno a vedere i contributi che sono stati versati, che vengono poi
«capitalizzati al tasso di crescita nominale del Pil e convertiti secondo un coefficiente
7
di trasformazione» . Quindi nel modello i versamenti contributivi sono certi e
prestabiliti, al contrario l’ammontare della prestazione futura non è determinabile a
8
priori . Lo svantaggio principale del sistema è che l’importo non è più collegato alle
ultime retribuzioni percepite, ma all’intera vita lavorativa, andando a penalizzare gli
individui con carriere più discontinue o retribuzioni basse.
Quello che bisogna comprendere è che a prescindere dal tipo di carriera lavorativa,
l’importo della pensione finale può essere nettamente diverso a seconda che ci
troviamo nel sistema retributivo o nel sistema contributivo. Ad esempio possiamo
affermare che il sistema contributivo tende a penalizzare maggiormente le carriere
frammentate rispetto a quanto lo fa il retributivo. Visto che le donne tendono più
spesso ad avere carriere lavorative discontinue rispetto agli uomini, possiamo
affermare che il regime contributivo tende ad amplificare il divario di genere nei
redditi pensionistici (anche se le regole sono uguali per tutti). La spiegazione del
perché avviene ciò è intuitiva: il contributivo è un sistema dinamico che capitalizza
ogni contributo nel tempo, dove ogni anno di mancata contribuzione costa
doppiamente. Infatti un anno mancato non solo sottrae la quota di contributi
(tipicamente il 33% della retribuzione), ma fa anche perdere tutti i guadagni di
rivalutazione che quel versamento avrebbe potuto maturare nel tempo. Invece il
7 Giuliano A - Mauro M , Le pensioni. Il pilastro mancante, Il Mulino, Bologna 2001.
MATO ARÈ
8 Paolo B , Corso di scienza delle finanze, Il Mulino, Bologna 2019.
OSI 7
sistema retributivo penalizza le interruzioni in modo lineare e solo sulla base degli
anni effettivi di contribuzione. Questo perché nel retributivo l’assegno finale si
calcola sulla base della media delle ultime retribuzioni e di un’aliquota fissa (2% per
ogni anno di contribuzione). Se ad esempio la carriera viene interrotta per 5 anni, nel
retributivo significa 10 punti percentuali in meno di aliquota (5 anni x 2% = 10),
comportando una perdita lineare e prevedibile. Nel modello contributivo invece, in
media la riduzione percentuale sul montante finale è superiore di quella retributiva,
soprattutto se la carriera è stata più lunga o se l’interruzione è avvenuta in un
momento in cui i salari − e quindi i contributi − erano più alti.
Ma quanto una carriera lavorativa frammentata può impattare sull’ammontare della
pensione finale? Secondo dati OECD (2021), per un lavoratore con salario medio, 5
anni di disoccupazione comportano una pensione pari al 94% di quella di un
9
lavoratore con una carriera completa . Invece se si sommano ulteriori 5 anni di
sospensione lavorativa a fronte di un avvio ritardato di 5 anni nell’inizio della
carriera, la percentuale scende al 78%. Mentre per i lavoratori con un reddito basso,
la pensione è rispettivamente del 96% e del 83% rispetto al caso di carriera completa
(traducendosi in un impatto minore sulla pensione). Quindi pur con similari età di
uscita dal mercato del lavoro, chi ha avuto pause più prolungate vede una pensione
inferiore rispetto a chi ha lavorato ininterrottamente.
1.2 − Età pensionabile e problemi di genere
Nel corso degli anni, l’età pensionabile è aumentata e si è anche progressivamente
uniformata tra uomini e donne. Analizzando brevemente la storia dell’età
pensionabile in Italia, dobbiamo dire che nel 1939 venne ridotta l’età di vecchiaia a
60 anni per gli uomini e 55 per le donne (fu il primo caso di differenziazione di
accesso alla pensione in base al genere). Nel 1992, con la riforma “Amato” (d.lgs.
10
503/1992 ) l’età di vecchiaia venne gradualmente innalzata di 5 anni (65 per gli
9 OECD, Pensions at a Glance 2021, https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2
021/12/pensions-at-a-glance-2021_e56e5553/ca401ebd-en.pdf#:~:text=%E2%80%A2%20Average%
E2%80%91wage%20workers%20who%20experience,the%20Slovak%20Republic%20and%20Turke
y, p. 158.
10 Decreto Legislativo n. 503 del 30 dicembre 1992 pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 305 del 30
dicembre 1992, Supplemento Ordinario n. 137. 8
uomini e 60 per le donne). Nel 1995, dopo l’introduzione del sistema di calcolo
contributivo con la “riforma Dini”, ci fu un ulteriore novità: l’età di pensionamento
11
flessibile tra un minimo di 57 ed un massimo di 65 anni per entrambi i sessi . Per la
prima volta fu eliminato il divario tra generi nell’età minima di vecchiaia (anche se
era necessaria un’anzianità minima obbligatoria). Un altro cambiamento decisivo in
termini di parità e di età pensionabile si ebbe con la “riforma Fornero”. Con questa
riforma si innalzarono drasticamente i requisiti anagrafici per il pensionamento di
12
vecchiaia, che arrivarono a 66 anni e 7 mesi dal 2018 (per entrambi i sessi). Grazie
ad una serie di interventi (ad esempio il fatto che dal 2009 le età sono incrementate
con la speranza di vita, sulla base dei dati ricavati dall’ISTAT), nel 2024, il requisito
minimo per la pensione di vecchiaia (Tabella 1.1) è di 67 anni sia per gli uomini che
per le donne (anche se l’età effettiva di pensionamento è minore di qualche anno a
causa delle molte possibilità di uscita anticipata dal mercato del lavoro).
Tabella 1.1 – Pensione di vecchiaia e anticipata* (L. n. 214 del 2011)
Fonte: INPS, Rapporto Annuale Settembre 2024
Alla luce di questi fattori possiamo affermare che il sistema pensionistico italiano
tratti “uguale” maschi e femmine, in particolare in relazione all’età di uscita dal
mercato del lavoro. Questo trattamento paritario però, non è stato accompagnato da
nessun intervento serio volto a rimuovere gli svantaggi che le donne subiscono nel
11 INPS, “La storia dell’INPS”, https://www.inps.it/content/dam/inps-site/pdf/istituto/1400KEY-
la_storia_inps_2021.pdf, p. 2-3.
12 Camera dei Deputati, “Riforma previdenziale ed età pensionabile”, https://temi.camera.it/leg17/temi
/riforma_previdenziale_eta_pensionabile#:~:text=ridefiniti%20i%20requisiti%20anagrafici%20per,pe
nsionamento%20a%20partire%20dall%27anno%202021 (consultato il 03 luglio 2025).
9
mercato del lavoro, visto che – come vedremo più nel dettaglio nel capitolo
successivo – le donne sono più spesso soggette ad interruzioni di carriera, lavoro
13
part-time e salari più bassi . Quindi uniformare i requisiti anagrafici, senza tener
conto di questi e di altri fattori (come ad esempio il fatto che: «Le donne, vivendo più
a lung
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