IL COLONIALISMO MENTALE OGGI
LA LETTERATURA POSTCOLONIALE ITALIANA
CHRISTIAN VANNOZZI
INDICE
INTRODUZIONE pag. 2
1. L'INFANZIA DI MAHLET
1.1 Sarai la nostra cantora pag. 6
1.2 Tutti gli italiani sono nemici? pag. 8
1.3 Decreto Regio 880 pag. 11
1.4 La promessa ad Abba Yacob pag. 16
1.5 La conquista italiana dell’Etiopia pag. 23
2. IL RITORNO DALL’ITALIA
storie
2.1 Le nuove pag. 27
2.2 Il risorgere della promessa pag. 29
2.3 La raccoglitrice di storie pag. 38
2.4 Il Mal d’Africa pag. 44
2.5. La promessa di Mahlet pag. 53
CONCLUSIONE pag. 56
BIBLIOGRAFIA pag. 59 1
INTRODUZIONE
La scelta nel trattare questo argomento verte sulla mia passione verso la storia e in
particolare verso le testimonianze di coloro che hanno subito eventi bellici e hanno
potuto raccontare le proprie aspettative di vita dopo la fuga da un inferno, cosa su cui
spesso non riflettiamo perché siamo presi solo a immaginare i nostri problemi di tutti i
giorni perdendo spesso il contatto con la realtà dei migranti e sulle motivazioni che li
spingono ad approdare in luoghi distanti centinaia di migliaia di chilometri dallo loro
patria.
L’Africa fu territorio di conquista per l’Italia che dopo l’unità si affacciava a ritagliarsi un
posto tra le potenze imperialiste, cercando di sfruttare risorse e uomini dei territori
occupati in nome di una presunta superiorità razziale e culturale, cosa, che almeno dal
punto di vista mentale e culturale, sopravvive oggigiorno nell’immaginario non solo
dell’uomo comune ma anche di diversi insegnanti e studiosi, nonché politici che
utilizzano, per accalappiare voti, lo slogan «prima gli italiani».
Durante il mio percorso universitario ho sostenuto l’esame storia dell’Africa, che
prendeva in considerazione, tra i testi aggiuntivi, proprio i resoconti e le sensazioni di
alcune persone che avevano prestato servizio militare nel Regio Esercito, tra gli ascari, e
dopo la seconda guerra mondiale, abbandonati dalla neonata Repubblica Italiana,
dovettero rassegnarsi a vivere in Paesi devastati, quali erano l’Eritrea, L’Etiopia e la
Somalia, perché dimenticati non solo da quella che consideravano la madrepatria ma
dall’intera comunità internazionale.
Nel corso del master in Educazione Interculturale ho particolarmente apprezzato i moduli
Didattica interculturale della storia di Marialuisa Lucia Sergio, Migrare con e nelle storie:
il dispositivo narrativo per l'educazione interculturale di Elena Zizioli, Letteratura e
intercultura Dante e la cultura arabo-islamica di Donatello Santarone e Per una
pedagogia della decostruzione: come affrontare il razzismo a scuola di Alessandro
Vaccarelli, lezioni che mi hanno aiutato nella scelta di questo argomento e che
soprattutto mi hanno fatto capire, attraverso fonti e testimonianze, come veniamo visti e
cosa si aspettano da noi i migranti e i Paesi con i quali siamo entrati in relazione, nonché
cosa ci aspettiamo e quali pregiudizi nutriamo noi verso di questi, come ben spiegato dal
professor Vaccarelli. 2
Spesso dimentichiamo che noi italiani siamo un popolo di migranti e quello che pensiamo
di coloro che approdano sulle nostre sponde l’abbiamo già testato sulla nostra pelle
quando, dopo l’Unità della Penisola, migliaia di persone si spostarono dal Sud al Nord
della nazione, o addirittura verso il Nord Europa e l’America. Piemonte, Liguria e
Lombardia furono le mete privilegiate per migliaia di operai provenienti dalla Sicilia,
dalla Calabria e dalla Puglia, come anche le miniere del Belgio e gli Stati Uniti,
considerati luogo privilegiato di svolta nella vita di migliaia di sognatori. Anche l’Italia
suscita questo nelle menti di coloro che provengono dalle ex colonie, specialmente nelle
menti delle scrittrici dell’Africa Orientale che hanno conosciuto il nostro Paese tramite i
racconti dei genitori e per le testimonianze lasciate dalla nostra occupazione militare,
che, benché si trattasse di un dominio mantenuto con il pugno di ferro e a spese di
tantissime vite umane, ha comunque lasciato scuole, chiese, libri, poesie e lingua, che a
oggi risultano un ricordo e una fonte di ispirazione in un futuro migliore per coloro che
varcando il Mediterraneo sognando il Paese di cui hanno letto e sentito parlare.
Le scrittrici originarie del Corno d’Africa: Erminia Dell’Oro, Cristina Ubax Ali Farah e
Gabriella Ghermandi, raccontano la vita e il desiderio verso l’Italia nei tre Paesi dell’Africa
Orientale che furono sotto il dominio italiano, ovvero l’Eritrea, la Somalia, e l'Etiopia.
Questo tipo di letteratura autobiografica, emersa negli anni '90 del XX Secolo e
pubblicata circa 10 anni dopo da varie casa editrici italiane, per sensibilizzare il Paese su
questo tipo di argomento, riguarda quasi esclusivamente il mondo femminile. Questo
rappresentò un cambiamento nei flussi migratori che durante gli anni '80 era
esclusivamente maschile e vedeva le donne arrivare in Italia solo per ricongiungersi al
coniuge. Nel corso degli anni '90, invece, sono soprattutto le donne, provenienti
dall'Africa Orientale, ad approdare nel nostro paese, e in generale in Europa, con
l'obiettivo di aiutare economicamente i propri familiari rimasti in patria.
A differenza della letteratura scritta dalla maggior parte degli immigrati, quella che
riguarda le scrittrici provenienti delle ex colonie italiane, è redatta senza bisogno di
interprete, bensì direttamente in italiano, questo perché in famiglia si era soliti parlare il
nostro linguaggio, perché era la lingua delle istituzioni e una possibilità per lasciare
l'Africa. Inoltre nelle scuole si parlava regolarmente l'italiano, specialmente in quelle
private rette dagli ecclesiastici, che hanno istruito migliaia e migliaia di studenti e
studentesse dell'Africa Orientale. 3
Diversi giovani, inoltre, hanno deciso di continuare gli studi proprio nel nostro Paese, con
delle borse di studio che gli permettevano non solo di andare nel Paese che li aveva
occupati per conoscerlo e trovare le ragioni di quell’occupazione, ma anche, e
soprattutto, per sfuggire alla guerra e ai regimi dittatoriali che presero il potere nelle ex
colonie. Nel mio lavoro si fa un chiaro riferimento alla dittatura comunista del Derg in
Etiopia e in Eritrea dal 1974 al 1991, anno in cui, grazie al crollo dei vari regimi comunisti
in Europa, il dittatore etiope Mengistu non poté più contare su aiuti esterni alla propria
nazione e fu costretto a ripiegare e a cedere il potere.
Fuggire da quell’inferno che erano diventate l’Etiopia e l’Eritrea era per i giovani una
nuova speranza per il futuro e rappresentava una promessa per tornare, un giorno, una
volta crollata la dittatura, per risollevare le sorti della loro patria, ovvero di un Paese che
continua a vivere nei loro cuori anche quando sono lontani.
Un ritorno nella propria terra è quello che viene preso in esame anche in Regina di fiori e
di perle, il primo testo redatto da Gabriella Ghermandi, pubblicato nel 2007 dalla casa
editrice Donzelli di Roma. L’autrice prende spunto, per la stesura del suo lavoro, dal libro
Tempo di uccidere, di Ennio Flaiano del 1947, testo che vinse l'ambito premio Strega in
quello stesso anno. Nel suo lavoro, Flaiano, testimone diretto della Guerra in Etiopia,
narra la storia di un ufficiale italiano che si conosce e ha un rapporto intimo con una
ragazza etiope che ferisce a morte accidentalmente. Una volta scoperto che la ragazza
era lebbrosa è preso dal timore di aver contratto il terribile morbo e per questo chiede
informazioni a un medico. La paura di essere denunciato e ricoverato come potenziale
malato lo spinge a fuggire e a tentare di uccidere il dottore che però si salva. Pensando di
essere ormai braccato cerca di tornare clandestinamente in Italia ma non vi riesce e
rimane a vagare per i villaggi etiopi ormai convinto di aver contratto la lebbra. L’amicizia
che avrà con un vecchio ascaro lo farà tornare al proprio reggimento per costituirsi dove
però si accorge di non essere stato denunciato da nessuno e di poter continuare a fare la
1
vita di sempre .
Il libro in questione spinse Gabriella Ghermandi a raccontare la storia coloniale italiana
in Africa non più dal punto di vista dell’occupante ma di coloro che erano stati
colonizzati, e in particolar modo quello delle donne africane. Lungi da quanto siamo
abituati a pensare, gli italiani, come tutte le altre truppe delle nazioni imperialiste,
sottomisero brutalmente i popoli colonizzati, utilizzando anche armi chimiche e facendo
1 Flaiano E., Tempo di uccidere, Bur Rizzoli, Milano, 2010. 4
stermini indicibili. Questa realtà è sconosciuta alla maggior parte degli italiani, perché
solo verso la fine del XX Secolo il Ministero della Difesa rese pubbliche queste atrocità,
tanto che nel 2006 il Parlamento Italiano iniziò a lavorare per una giornata dedicata alle
vittime africane del colonialismo italiano, cosa che non fu portata a termine per la
2
caduta del Governo e della legislatura e che in seguito non fu più riproposta .
Il dominio italiano in Etiopia, le scuole e le strade costruite, sono state pagate con il
sangue di migliaia di etiopi che hanno quindi ben ripagato quanto costruito, per questa
ragione Gabriella Ghermandi ha deciso di rendere testimonianza al grido lanciato dalla
3
propria terra, affinché non venga dimenticato .
Per capire nel profondo Regina di fiori e di perle non si può non entrare nei meandri
nascosti del testo Tempo di uccidere, dove, anche se con una trama inventata, il
giornalista Flaiano mette in campo il suo vissuto personale come sottotenente nella
4
Guerra d'Abissinia tra il 1935 e il 1936, prendendo come fonte il suo diario di guerra .
Flaiano esprime il punto di vista del militare italiano in un territorio considerato abitato
da gente che aveva bisogno di essere civilizzata dall’Italia, come se fossero dei bambini
incapaci di raggiungere certi scopi nella vita. Il rimorso per aver ucciso la donna si
dimostra meno forte della paura di aver contratto la lebbra, quasi come se si tendesse a
giustificare qualsiasi azione in virtù di una missione civilizzatrice, quale però non era, si
stava palesemente abusando sessualmente delle donne e si stava occupando
militarmente un territorio libero. L’Africa era così un territorio franco, dove ogni istinto
5
animalesco e ogni bassezza erano permessi .
2 Combierati D., Il postcolonialismo italiano fra memoria storica e guerra d’Etiopia: una questione di genere?, in
‹‹Scritture migranti››, n. 2, 2008, p.177.
3 Combierati D., La quarta sponda, Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale
all’Italia di oggi, Pigreco, Roma 2007, p. 146.
4 Flaiano E., Aethiopia. Appunti per una canzonetta (1935-36), pagine di diario, Appendice di Tempo di Uccidere,
cit., pp. 289-311
5 Tommasello G., L’Africa tra mito e realtà. Storia della letteratura coloniale italiana, Sellerio, Palermo 2004. 5
1. L’INFANZIA DI MAHLET
1.1 Sarai la nostra cantora
…dovrai 6
ascoltare molto attentamente, perché poi un giorno dovrai raccontarla…
Nel primo capitolo si vuole porre l'attenzione sull’obiettivo del testo, che coincide con la
passione della protagonista che è quella di ascoltare delle storie. Non si tratta di storie di
fantasia ma della realtà, cose accadute alle persone che si sono ascoltate e da lì nasce
quella che si può definire una vera e propria passione riassunta nella frase riportata
sopra, ovvero il dover portare ad altri la storia delle persone che si sono confidate con
lei. Storie di guerra, di giorni orribili che gli italiani pensano non esistano ma che sono
7
vivi in coloro che hanno subito le atrocità del regime fascista in Etiopia .
La promessa che la giovane Mahlet, protagonista del racconto che racchiude in sé vari
racconti, inizia da qui, dalla passione per le storie e soprattutto nel saper ascoltare, dote
che pochi di noi anno e che nella piccola bimba etiope diventa un tratto distintivo, tanto
da spingere il vecchio Yacob, uno degli anziani della sua casa a Debre Zeit, a farla
diventare la cantora del suo popolo. La piccola Mahlet abitava, come detto, a Debre Zeit,
località a 50 km da Addis Abeba, dove le brutalità del regime del Derg sembravano
lontane, almeno nelle prime pagine del racconto, anche perché per i bambini non esiste
la politica, ma solo la casa, il giardino, i pollai, le varie stanze, la cucina, la scuola e gli
amici, come se il loro mondo fosse lontano dalla spazio e dal tempo attuali. Così il 1987,
anno di inizio della nostra storia e un anno come un altro per la piccola di casa che ben
presto diventa la favorita dell’anziano Yacob, fratello della nonna paterna a cui piace
osservare le persone. Nei suoi occhi non mancò di comparire la piccola Mahlet e il suo
comportamento assorto nell’ascoltare, senza che gli altri se ne accorgessero. Un vero e
proprio talento che forse per noi potrebbe avere poco significato, ma nella mente di una
persona desiderosa di far vivere persone che ha amato, e che altrimenti sarebbero state
dimenticate, poteva rappresentare un nuovo inizio e una nuova aspirazione verso
8
qualcosa di grande .
6 Ghermandi G., Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2021, p. 13.
7 Ghermandi G., Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2021, pp. 5-7.
8 Ghermandi G., Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2021, pp. 5-7. 6
Le descrizioni della famiglia di Mahlet, fatte dall’autrice, sono dettagliate ma mai
stancanti, come anche le descrizioni degli ambienti casalinghi, questo per non
appesantire troppo la lettura e per lasciare al lettore la possibilità di immaginare gli
ambienti, e le persone senza doversi ricollegare in maniera minuziosa al testo, cosa che
viene fatta nei romanzi investigativi, dove l’importanza dei particolari raggiunge quasi la
stessa importanza della storia. Naturalmente Gabriella Ghermandi non aveva questo
obiettivo nello scrivere Regina di fiori e di perle, infatti non vuole, almeno a mio avviso,
che il lettore dimentichi lo scopo del suo racconto, che è duplice.
Accanto alla storia della piccola Mahlet, poi cresciuta e diventata raccoglitrice di storie,
c’è il vero motivo della scrittura di questo testo, cioè quello di trasmettere una
conoscenza reale, non romanzata, di quella che fu realmente l’occupazione italiana
dell’Etiopia, mostrando a volte, anzi forse spesso, la viltà dei soldati italiani, ma anche
quei tratti eroici e di benevolenza dei nostri compaesani, che capirono l'errore che si
9
stava commentando durante l’occupazione militare e non solo .
La prima storia che Mahlet ascolterà fu quindi quella di Abba Yacob, un racconto che
prenderà vita nel testo quasi come fosse raccontato oralmente, perché è questo
l’artificio stilistico dell’autrice, che con un linguaggio semplice, adatto ai vari personaggi
che raccontano le loro storie, viene messo su carta, quasi come se fosse una
rappresentazione teatrale, lasciando al lettore tutta l'immaginazione possibile sulle
espressioni e le sembianze fisiche che potessero avere questi personaggi che
permetteranno a Mahlet, come una sorta di rapsoda contemporanea, di raccontare tutte
10
le storie in un’unica storia .
Il linguaggio usato è ricco di parole etiopi tradizionali, ma tutte spiegate nel testo o nelle
note a piè di pagina, tutto appositamente creato per rendere più vivo il racconto che
esce dalle bocche dei personaggi e per far avvicinare il lettore all’Etiopia, a una cultura
sconosciuta che ha le proprie tradizioni, i propri riti religiosi, cristiani ma etiopi, e che
soprattutto ha le sue ricorrenze festive, nazionali e i propri piatti tipici. Dopo aver letto
questo testo il lettore non avrà problemi a scegliere i piatti in un ristorante etiope, quasi
11
come vi si fosse recato in vacanza .
9 Ghermandi G., Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2021, pp. 5-16.
10 Ghermandi G., Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2021, pp. 8-16.
11 Ghermandi G., Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2021, pp. 8-16. 7
Nella stanza del vecchio Yacob la bimba Mahlet è invitata dall’anziano ad aprire un baule,
dove, assieme a degli indumenti tradizionali etiopi, shemmà, la piccola trova un
documento scritto in una lingua a lei sconosciuta. Era scritto in italiano ed era un foglio
di sottomissione, ovvero una carta stampata in cui si riconosceva la superiorità degli
italiani e lo status di popolo coloniale agli etiopi. Quel foglio apparteneva al vecchio
Yacob, che nonostante fosse stato un arbegnà, ovvero un partigiano etiope che
combatteva contro l’occupazione italiana, si convinse a deporre le armi e ad accettare la
resa a causa di un evento importante che racconterà, dopo lunghissimi anni, proprio alla
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piccola Mahlet .
1.2 Tutti gli italiani sono nemici?
Il testo prosegue con la storia di Yacob, sotto lo sguardo del foglio di sottomissione, il
quale, pur essendo un semplice foglio scritto in italiano è fonte del ricordo del vecchio
guerrigliero e di una delle persone che gli furono più care al mondo. Fiero dell’essere
stato un Arbegnà, Yacob, da giovane, combatteva contro i militari occupanti italiani,
coloro che avevano devastato la sua terra e trucidato i suoi compagni e amici, senza
avere pietà di donne, vecchi e bambini. Per Yacob gli italiani erano demoni arrivati
dall’inferno, senza alcun rispetto per Dio e per le vite umane. Con
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Ciclo di esercitazioni sul colonialismo inglese
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Teatro inglese e americano, colonialismo, drammaturgia
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Presentazione sul colonialismo in Africa in lingua tedesca
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L'Africa e il post colonialismo nello specifico Franz Fanon