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Appunti – Storia della bellezza

Temi biologici che diventano fatti culturali (Ariès)

La nuova frontiera storiografica, che si sviluppa a partire dalla fondazione della rivista francese “Les Annales”, pone attenzione sulla storia sociale, secondo cui dati biologici possono essere visti come costruzioni culturali, ossia entrare in un sistema di rappresentazione sociale. Seguendo tale prospettiva, lo storico Philippe Ariès intuisce due temi biologici che diventano fatti culturali: l’infanzia e la morte.

Secondo Ariès il sentimento dell’infanzia non esiste nel Medioevo, ma si tratta di una costruzione culturale recente che si è formata dopo l’età del Rinascimento. C’è una scoperta dell’infanzia nel XVII secolo, ma il vero secolo dell’infanzia è il secolo romantico; infatti, nell’Ottocento si sviluppano trattati dei medici sulla cura e l’igiene dei bambini. Sarà poi il Novecento a rivolgere al bambino molta attenzione, per cui tutto sembra essere concentrato attorno a lui: attualmente infatti l’infanzia è diventata una misura della sensibilità comune.

Si può comprendere come l’infanzia sia una costruzione culturale, mediante due aspetti: durante il Rinascimento il pittore raffigura i bambini, anche se malati, grassottelli perché pieni di vita e di avvenire; nel 2005 Papa Giovanni Paolo II promuove l’immaginario dell’infanzia emanando il decreto di abolizione del Limbo, cancellando quindi l’idea che i bambini morti prima di essere battezzati non andavano in Paradiso.

Secondo Ariès anche il tema biologico della morte diventa un fatto culturale. Infatti, vi è tutto un sistema di rappresentazione dietro tale aspetto. Secondo Ariès il rapporto vivi-morti muta secondo dei lunghi archi di mentalità, dal Medioevo fino agli anni ’70 del Novecento, sui quali è difficile mettere una data precisa.

Durante il Medioevo vi era la morte magica, ossia la morte inquietante, di cui non si sa nulla e che colpisce all’improvviso, di frequente (per questo è raffigurata dallo scheletro del cavaliere che lancia frecce e colpisce a caso). Con il 1300 siamo nel periodo della morte dell’io: l’individuo si sente solo e al fine di costruirsi il “domani eterno” si rivolge ai santi (i testamenti contengono infatti diverse righe di invocazione ai santi) e lascia in eredità dei piccoli beni agli ordini religiosi che pregheranno per lui (così da abbreviare il tempo di attesa nel purgatorio).

Durante l’età romantica, invece, in cui l’individuo si emancipa, diventa sempre più indipendente e ha legami affettivi con altri, a prevalere è la morte del tu, per cui la morte non è isolata ma è la morte negli occhi della persona amata; la tragedia si fa sentimentale. Per tale motivo nei testamenti l’individuo non si rivolge più ai santi ma agli affetti (moglie e figli), affinché preghino per la sua anima solo per riconoscenza. La morte del tu arriva anche ai tempi attuali, tuttavia nella seconda metà del ‘900 interviene il tabù della morte, per cui della morte non si deve parlare, i morti vengono tenuti nascosti, chi è stato colpito dal lutto viene tenuto da parte come se fosse infettato dalla morte; tale tabù della morte nella contemporaneità viene meno, infatti l’individuo si è così rafforzato da non temere la morte.

Corpo come costruzione culturale

La nuova frontiera storiografica, che si sviluppa a partire dalla fondazione della rivista francese “Les Annales”, pone attenzione sulla storia sociale, secondo cui dati biologici possono essere visti come costruzioni culturali, ossia entrare in un sistema di rappresentazione sociale. Seguendo tale prospettiva è possibile avvicinare il tema del corpo: mettendolo in prospettiva e quindi vedere come esso era considerato in passato, possiamo capire i processi che lo hanno portato a essere com'è oggi, e quindi capire come è, perché è diventato così, che cosa significa essere così.

È possibile fare una vera e propria storia del corpo, utilizzando diverse fonti di documentazione come gli archivi fotografici, gli archivi ospedalieri, i registri degli orfanatrofi e quelli per il reclutamento nell’esercito.

Analizzando il tema del corpo, possiamo evidenziare come la visione del corpo è stata sempre influenzata dalla visione duale corpo-anima: in passato c’era una grande separazione tra queste due parti, per cui, complice anche la grande tradizione religiosa, si elevava la mente/anima e si screditava il corpo. Col passare del tempo si è verificata una progressiva disgregazione di questa dualità. Il corpo ha acquisito sempre più importanza. Il dualismo mente-corpo viene messo in crisi dalla psicanalisi di Freud, secondo cui la ragione non è più padrona del corpo perché può essere turbata dall’inconscio. Con il Novecento la presenza della fisicità irrompe, vi è una maggiore presa di coscienza del corpo.

Evoluzione della dualità corpo-anima

Se concepiamo il tema del corpo come una costruzione culturale, possiamo evidenziare come la visione del corpo è stata sempre influenzata dalla visione duale corpo-anima, che è cambiata nel tempo in quanto strettamente connessa alla cultura e alla classe sociale di appartenenza.

In passato, complice la grande tradizione religiosa nonché i sistemi valoriali morali e sociali, c’era una grande separazione tra queste due parti, per cui si elevava la mente/anima (parte nobile, immortale) e si screditava il corpo (componente animale, che si disfa, destinata al lavoro, al dolore e alla morte).

Col passare del tempo invece si è verificata una progressiva disgregazione di questa dualità, per cui il corpo ha acquisito sempre più importanza. Dal XVII al XIX secolo si inizia a ritenere che l’anima può essere turbata e quindi va curata: alcuni medici di età vittoriana erano inclini a attribuire il disturbo mentale allo squilibrio della coscienza. Il dualismo mente-corpo viene messo in crisi dalla psicanalisi di Freud, secondo cui la ragione non è più padrona del corpo perché può essere turbata dall’inconscio. Con il Novecento la presenza della fisicità irrompe e vi è una maggiore presa di coscienza del corpo: se nell’Ottocento si era esseri umani in quanto dotati di anima, nel XX secolo si è umani per il corpo, che diventa il regime di verità. Il corpo è sempre più costruito e la costruzione di sé comporta portare la propria anima in superficie; esso diventa un manifesto pubblico, da cui scorgere l’identità dell’individuo: dall’esteriorità dipende la buona o cattiva considerazione di una persona, per cui se il suo corpo è ben curato, allora ha una buona anima, una buona interiorità. Per questo si parla di trionfo del corpo.

Che cos’è la “bellezza” per le società europee nel corso del Rinascimento?

Nel Rinascimento la bellezza si afferma come ideale ed è declinata solo al femminile, infatti è la donna che deve essere “bella ma morale”, allietare l’uomo e l’ambiente, attirare lo sguardo ma al tempo stesso controllarlo, mentre l’uomo deve conquistare per forza, virilità, impressionare. La bellezza femminile proviene dalla divinità e, mediante lo sguardo che è come una lanterna che proietta luce, essa si proietta sugli altri catturandoli nel bene (se è una bellezza virtuosa e quindi umile, modesta, semplice, casta) o nel male.

L’anatomia femminile è moralizzata e gerarchizzata e si assiste al trionfo del sopra: il corpo è rappresentato come un insieme di strati sovrapposti verticalmente, con parti decorose da mettere in risalto in quanto tramite esse è possibile cogliere le qualità morali della donna (quelle superiori: busto, viso, occhi, mani) e parti sconvenienti da nascondere (quelle inferiori, viste come semplice basamento e sostegno del sopra).

Provenendo da Dio, la bellezza non può essere ricercata ma solo donata e dunque vi è un’iniziale diffidenza nei confronti dell’artificio, il quale però inizia a essere liberalizzato se utilizzato per il fine onesto di trovare marito; così grazie all’uso dei cosmetici, utilizzati anche se pericolosi (es. la biacca per spiritualizzare il volto), la bellezza inizia a laicizzarsi e su di essa si fanno interventi esterni ed interni (es. diete, salassi).

“Bellezza” nel Seicento

Nel Seicento la bellezza si naturalizza, diviene sempre più umanizzata e personale, le sfumature si arricchiscono e ciò lo si può notare dal quadro “Fanciulla con cappello rosso” di Vermeer. Inoltre essa acquisisce profondità e lo sguardo, espressione dell’anima, è ciò che apre le porte all’interiorità. Trattandosi del secolo borghese in cui trionfa la vita cittadina, si insedia una nuova arte dell’apparire e un’attenzione rivolta verso sé stessi: aumentano le pratiche di abbellimento e gli artifici che, seppur avversati, sono consentiti al fine di acquisire bellezza e correggere i difetti; nelle vetrine delle botteghe vengono esposti gli oggetti della moda, come specchio, biancheria, corsetto.

Quest’ultimo, che canonizza la forma del corpo femminile con vita stretta e petto ampio, diviene lo strumento quotidiano dell’abbigliamento, dell’eleganza e del contegno, nonché segno di distinzione e prevalenza sociale (infatti quello delle nobildonne è più affusolato e, conseguentemente, esse hanno forme esili e linee più contenute rispetto a quelle delle contadine). Dunque le linee dei corpi e gli atteggiamenti fisici, anche maschili (spalle indietro, ventre in avanti come mostrato dal quadro “Le Gentilhomme” di Bonnart), evidenziano come la società seicentesca sia fondata sull’onore e sull’ascendenza. A contribuire a fare la bellezza sono infatti le maniere.

“Bellezza” nel Settecento

Nel Settecento, secolo della valorizzazione del singolo, si impone un certo realismo, per cui i criteri di bellezza divengono più pragmatici e famigliari, la bellezza diventa progressivamente una costruzione quotidiana, sempre più terrena e individuale. In tale ottica dunque l’artificio si diversifica, coltivando l’effetto naturale e espressivo: nasce un’arte dell’acconciatura che deve valorizzare la persona, il trucco deve adattarsi alla persona e metterla in luce. Il corpo viene visto come un tutto e si parla di geometria dei corpi, infatti l’uomo ha una forma trapezoidale (indice di forza), mentre la donna, grazie anche al corsetto, ha una forma a losanga (indice di bellezza e richiamo alla missione gestatrice, infatti la sua bellezza è finalizzata ad attirare l’uomo e perpetuare la specie).

Accanto a tali principi di bellezza individuali, si affermano principi di bellezza collettiva infatti si diffonde l’idea che la bellezza sia anche salute e igiene; grazie a ciò e grazie alla rappresentazione di un corpo formato da fibre elastiche e toniche, che sostituisce la dottrina degli umori, si registra un nuovo interesse per le camminate tonificanti, i bagni di bellezza e l’acqua fredda, che diviene strumento fondamentale per la toeletta di fine secolo.

Che cos’è la “bellezza” per le società europee nel corso del Sette-Ottocento?

Fra il ‘700 e ’800 si registrano delle continuità a proposito della bellezza. L’idea di bellezza come costruzione quotidiana, sempre più terrena e individuale, si afferma nel Settecento, quando gli aspetti dell’artificio come l’acconciatura e il trucco devono valorizzare la persona e metterla in luce; quando le forme del corpo femminile, seppur canonizzate nella forma a losanga anche grazie al corsetto, diventano leggermente più libere grazie al linone; quando si diffonde l’idea di un corpo formato da fibre elastiche e toniche, di una bellezza che è anche salute e igiene e dei doveri dello Stato nei confronti della salute dei corpi dei cittadini.

Tuttavia l’investimento sul singolo e la ricerca dell’individualità si fanno maggiori con l’Ottocento quando, in seguito alla rivoluzione industriale, nasce un mercato della bellezza (rappresentato dai grandi magazzini) che porta con sé l’idea di una bellezza sempre più costruita: l’artificio è ufficialmente accettato come strumento utile a costruire sé stessi; dietro la bellezza inizia ad esserci tutto un lavoro sulla persona che comporta cure di bellezza sempre più specifiche e varie, diete per il dimagrimento, ginnastica per migliorare il corpo e la salute; la persona acquisisce consapevolezza corporea grazie al nuovo luogo della stanza da bagno e allo specchio a psiche alta e ribaltabile; le stoffe aderiscono di più alle forme e si assiste all’emergere del sotto.

Quali sono i principali canoni della bellezza femminile nell’Ottocento?

Nell’Ottocento, secolo di scoperta dei corpi, si assiste a una progressiva valorizzazione del singolo e la bellezza è rivelazione di sé. In seguito alla rivoluzione industriale, nasce un vero e proprio mercato della bellezza (rappresentato dai grandi magazzini) che porta con sé l’idea di una bellezza sempre più costruita: l’artificio è ufficialmente accettato come strumento utile a costruire sé stessi; dietro la bellezza della donna c’è tutto un lavoro sulla persona e quindi cure di bellezza sempre più specifiche e varie, diete per il dimagrimento, ginnastica per migliorare il corpo e la salute.

Nell’Ottocento l’individuo acquisisce più consapevolezza del proprio corpo, grazie anche al nuovo luogo della stanza da bagno (dedicato alla cura di sé) e allo specchio a psiche alta e ribaltabile. Per quanto riguarda la bellezza femminile, il canone di bellezza è la cosiddetta “donna a S”, quindi vita stretta su busto allargato, modellato così dall’esterno grazie al corsetto (più leggero) e al sellino che, tirando il vestito indietro, scopre i fianchi. La novità è che il sotto sta emergendo e le stoffe iniziano ad aderire di più alle forme: la donna sta lentamente acquisendo maggiore dinamicità e impadronendosi dello spazio; esplicativa di tale aspetto è la figura della parigina, bellezza attiva e dinamica, donna che si virilizza e acquisisce sicurezza, forza, libertà.

Sviluppa alcune considerazioni sulla “scoperta” della vita privata nel corso dell’età vittoriana

Nel corso dell’età vittoriana, ossia del XIX secolo, si assiste alla “scoperta” della vita privata. L’Ottocento è il secolo del progresso e della rivoluzione industriale, la quale ha come conseguenza una cosa rivoluzionaria: la disponibilità di tempo libero. Tale disponibilità fa sì che la classe borghese possa frequentare la spiaggia e assistere agli spettacoli, contribuendo quindi a una maggiore licenza del desiderio.

Nello specifico la spiaggia diventa luogo di vacanza, luogo per il piacere del corpo, di relax e di divertimento, sebbene si dica che ci si va per la cura del corpo; ciò comporta necessariamente una messa in mostra dei corpi che la tenuta balneare pian piano scopre. Invece negli spettacoli popola la bellezza erotizzata, per cui il corpo è spettacolarizzato, più scoperto. La disponibilità di tempo libero inoltre fa sì che le persone possano avere maggior tempo da dedicare alla cura personale, quindi all’applicazione di prodotti di bellezza, alle diete, alla ginnastica, alla cura del corpo totale.

Lo svilupparsi della classe borghese inoltre comporta un cambiamento a livello di vita privata. Se la famiglia nobile era caratterizzata da una socialità più rigida, da coniugi più distanti in quanto frutto di un matrimonio combinato, la famiglia borghese ha una socialità più aperta, la coppia ha una maggiore confidenza fisica in quanto frutto di un matrimonio d’amore e sa meglio calcolare l’uso del corpo (quindi sceglie quanti figli fare). Nella famiglia borghese si assiste a una separazione delle sfere, che fa sì che l’uomo non domini completamente la donna: all’uomo tocca la sfera pubblica, mentre alla donna tocca la sfera privata ossia deve curarsi della casa, dell’igiene, dell’educazione dei figli, intrattenere nei salotti.

Delinea, per sommi capi, il ruolo della donna nella società vittoriana, con particolare riguardo alla vita privata, nel ruolo di moglie e madre

Nel corso dell’età vittoriana, ossia del XIX secolo, complice la rivoluzione industriale e le conseguenze ad essa annessa, si assiste a un cambiamento a livello di vita privata. La famiglia nobile era caratterizzata da una socialità più rigida, da coniugi più distanti in quanto frutto di un matrimonio combinato e la donna aveva la missione gestatrice, ossia doveva ricoprire il solo ruolo di moglie e madre.

Con la famiglia borghese invece si ha una socialità più aperta. La coppia borghese ha una maggiore confidenza fisica in quanto frutto di un matrimonio d’amore e inizia a calcolare l’uso del corpo: grazie agli strumenti anticoncezionali, razionalmente la famiglia sceglie quanti figli fare, così da poter assicurare loro il successo. Lentamente la donna inizia ad affrancarsi dal solo ruolo di moglie e madre e, da pura sottomessa, inizia ad avere una zona di attività. Nella famiglia borghese infatti si assiste a una separazione delle sfere: all’uomo tocca la sfera pubblica, mentre alla donna tocca la sfera privata ossia deve curarsi della casa, dell’igiene, dell’educazione dei figli, intrattenere nei salotti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lauracapodimonte98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Mengozzi Dino.
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