Lo sviluppo del disegno
L'approccio stadiale al disegno
Sul finire dell'Ottocento, i primi studiosi del disegno hanno cercato di documentare la ricchezza e la varietà tematica e formale del disegno infantile. Sono nate così grandi raccolte pittoriche, come quella che è all’origine di uno dei primi libri sull'argomento “L'arte dei bambini” di Corrado Ricci pubblicato nel 1887. In un secondo momento si è avvertita la necessità di mettere ordine in tutta questa varietà, individuando delle fasi di sviluppo. Diversi sono gli autori che se ne sono occupati. Il più noto è sicuramente Luquet che nel suo lavoro del 1927 individua, tra la prima infanzia e la fanciullezza, quattro fasi di sviluppo pittorico. Lowenfeld si è posto invece in una prospettiva di più ampio respiro, seguendo il cammino pittorico dagli esordi fino alla soglia dell’età adulta. In tempi più recenti Kellogg ha centrato la sua attenzione sulle prime fasi dell'attività pittorica, analizzando l’evoluzione del grafismo dai primi segni che il bambino traccia scarabocchiando, fino alla realizzazione di figure dotate di significato. Più di recente ancora, Case si è invece focalizzato sullo sviluppo che avviene tra i 4 e i 10 anni.
Il disegno dai 18 mesi ai 3 anni
- Scoperta del disegno: mezzi convenzionali e non convenzionali
- Si inizia con fase dello scarabocchio disordinato (Lowenfeld): movimenti del bambino sono ampi e vigorosi, ma poco orientati e generano linee casuali lungo direzioni diverse. A sei mesi dai primi scarabocchi migliora la coordinazione visuomotoria, maggior controllo dei movimenti, si passa alla fase dello scarabocchio controllato (Lowenfeld). Maggior interesse per attività pittorica e perfezionamento motricità fine.
- In questo periodo Kellogg individua lo stadio dei modelli, per cui gli scarabocchi sono riconducibili a 20 tipi base. Verso i 3 anni gli scarabocchi sono più organizzati e geometrici e si identifica lo stadio delle forme. Alcune di queste forme hanno particolare importanza, in quanto “preparano” il passaggio del bambino alla rappresentazione pittorica.
Il disegno dai 3 ai 6 anni
- Verso i 3 anni il bambino si accorge del nesso tra segno tracciato e l’immagine di un oggetto esistente. Questa per Luquet è la nascita dell’intento rappresentativo: il bambino traccia dei segni, poi, al termine del disegno, li “interpreta” in base alla loro somiglianza con elementi della realtà, e assegna loro un nome (fase del realismo fortuito).
- Nel fase del realismo mancato, l’intento rappresentativo si adatta al prodotto («Io non volevo fare una gallina, ma mi sono accorta che assomiglia a una gallina»). L'attenzione del bambino si sposta dall'esecuzione del movimento a un intenzionale scopo rappresentativo, ovvero a stabilire un rapporto il più possibile stretto tra i segni che traccia sul foglio e quello che egli vuole raffigurare. Questo rapporto è estremamente significativo agli occhi del bambino, mentre al contrario egli dedica scarsa attenzione alla resa pittorica, ossia a verificare la somiglianza tra ciò che intendeva rappresentare e i segni prodotti. Inoltre, accade spesso che le limitazioni cognitive del bambino gli impediscano di realizzare in modo soddisfacente i propri intenti figurativi. Si determina dunque un conflitto tra l'intenzione che ha ispirato il disegno e la sua interpretazione.
- Omino testone
- Le figure sono sempre più dettagliate e il bambino inizia a rappresentare scene che descrivono un ambiente o in cui compaiono diversi protagonisti. Gli elementi pittorici che compongono questi disegni, tuttavia, raramente sono ben coordinati tra loro. Case fa notare che, pur con le loro limitazioni, i disegni dei bambini di 4 anni rispecchiano due tipi di abilità (livello preassiale): cogliere e rappresentare la forma di oggetti familiari e delle parti che li compongono + collocazione nel foglio tenendo conto delle relazioni spaziali non metriche (vicino-lontano, dentro-fuori). I bambini però non sono ancora capaci di integrare questi due schemi e di utilizzarli contemporaneamente. Non prese in considerazione distanze e proporzioni.
Il disegno dai 6 agli 11 anni
- Affinarsi delle abilità oculomotorie e grande progresso cognitivo. Bambino controlla meglio il tratto, rappresenta in modo più accurato le relazioni tra le parti disegnate, introduce più particolari nei suoi disegni. Tipici errori pittorici: trasparenze (si vedono entrambe le gambe di un cavaliere su un cavallo raffigurato di fianco) + disegni a raggi X (lo stomaco è visibile attraverso i vestiti e la pelle) + ribaltamenti (gli alberi ai due lati di una strada non sono allineati verticalmente e in scorcio, ma sono collocati perpendicolarmente al bordo della strada, così da apparire coricati). Fase del realismo intellettuale in cui il bambino disegna ciò che sa e non ciò che vede.
- Il modo in cui i bambini di 7-8 anni disegnano può anche essere definito, seguendo Lowenfeld, come disegno schematico. Per questi autori lo schema è «il concetto a cui è pervenuto il fanciullo e che egli continua a ripetere fino a che non intervenga un’esperienza intenzionale a farglielo cambiare». Lo schema pittorico viene costruito sulla base dell'esperienza che il bambino fa del mondo circostante ed è frutto di numerosi tentativi da lui compiuti nel corso del tempo.
- Disegni abbastanza organizzati dal punto di vista spaziale. I diversi elementi di un disegno sono disposti sul foglio tenendo conto non solo di rapporti topologici, ma anche di relazioni proiettive ed euclidee. Ad esempio, i personaggi non volteggiano più nel foglio, ma vengono collocati su una linea di base disegnata dal bambino che costituisce il terreno. Il disegnatore in erba tiene conto della disposizione spaziale degli oggetti (posizione e orientamento), delle distanze che intercorrono tra loro, delle dimensioni e della struttura dei loro componenti e sa rappresentarli efficacemente, anche avvalendosi di tecniche e di soluzioni convenzionali apprese dai fumetti e dalle illustrazioni di libri e giornali. Case parla di livello uniassiale (6 anni): il bambino riesce a concepire un oggetto sia come una forma composta da vari elementi in relazione tra loro, sia come un elemento appartenente a un contesto più ampio. Gli oggetti di una scena sono dunque collocati in un’unica dimensione spaziale.
- Livello biassiale (8-9 anni): bambino è ora in grado di dividere la scena pittorica in due livelli, ciascuno dei quali fa riferimento a una specifica dimensione spaziale, ma questi livelli non sono ancora integrati tra loro. Nei disegni compare la terza dimensione, la profondità, e la conseguente organizzazione del piano, ovvero lo spazio esistente tra la linea di terra e il cielo. La tecnica adoperata può essere quella dell’occlusione, in cui la sovrapposizione parziale di alcuni elementi dà l'impressione che l’oggetto più completo sia davanti a quello incompleto. Per Luquet la rappresentazione accurata dello spazio conseguita in questa fase non è l’ultimo della sequenza evolutiva da lui individuata.
- Livello biassiale integrato (10 anni): ragazzi sono in grado di riprodurre una visione pittorica realistica, integrando in una scena coerente e unitaria gli oggetti, tenendo simultaneamente conto dei due assi di riferimento ortogonali. Questa capacità di riferimento congiunta consente loro, ad esempio, di comprendere lo schema ortogonale delle cartine geografiche. (Per Lowenfeld si parla di Realismo nascente).
Il disegno dagli 11 anni in poi
Secondo Lowenfeld e Brittain durante la preadolescenza (periodo dello pseudonaturalismo) si assiste alla diversificazione dell’atteggiamento artistico, con una preferenza verso:
- Esperienze visive: ragazzi sono molto interessati al prodotto pittorico e concentrati sugli stimoli visivi (luce, ombreggiature, uso prospettico dello spazio). Essi si sentono spettatori della scena che stanno disegnando e si concentrano sulla sua rappresentazione d’insieme e sugli accorgimenti tecnici utilizzabili per produrre un disegno il più possibile realistico (come la riproduzione delle pieghe degli abiti e delle articolazioni del corpo per rendere al meglio una postura umana, oppure il calcolo delle proporzioni e l’uso delle ombreggiature per produrre con maggiore efficacia le relazioni spaziali di una scena). Questi ragazzi percepiscono l’intero, poi lo analizzano percettivamente scomponendolo in dettagli, che infine riassemblano fino a ricomporli in un'unità.
- Non visive: ragazzo percepisce il disegno in funzione delle esperienze soggettive che esso gli consente di vivere e di esprimere, attraverso l’identificazione con quanto disegnato. In tal caso la produzione pittorica sembra caratterizzata da una regressione del livello tecnico raggiunto in precedenza. Ad esempio alcuni disegnatori abbandonano il piano prospettico collocando nuovamente le figure sulla linea di base. In realtà si tratta di una scelta intenzionale: poiché l’attenzione è concentrata sul processo pittorico, sull’espressione dei sentimenti e delle emozioni, sulla riproduzione della gestualità e dell’espressività mimica, questi ragazzi si interessano al contesto solo se esso ha un significato emotivo. Tale obiettivo condiziona il prodotto pittorico, che appare meno accurato di quello dei loro coetanei “visivi”; ad esempio, può accadere che un elemento (il più significativo) prevalga sugli altri a dispetto delle regole convenzionali prospettiche, di proporzionamento.
Lo sviluppo pittorico termina con l'adolescenza e con il periodo della decisione. Permane la distinzione tra soggetti “visivi”, che fondano l’esperienza sul senso della vista, e soggetti “non visivi” o “aptici”, che utilizzano principalmente le reazioni soggettive, il tatto e la cinestesia. Il ragazzo valuta le sue capacità artistiche e il proprio prodotto pittorico rispetto agli standard del mondo adulto. La consapevolezza della limitatezza dei propri mezzi e dell’incapacità di rendere efficacemente una rappresentazione bidimensionale della realtà lo porta spesso ad abbandonare il disegno come mezzo espressivo e comunicativo, riversando tali funzioni nell'espressione verbale.
Una suddivisione evolutiva in stadi
Una suddivisione evolutiva in stadi penalizza l’idea della continuità dello sviluppo umano. La sequenza evolutiva individuata non sempre viene rispettata fedelmente: è possibile sia saltare del tutto uno stadio passando direttamente al successivo, sia che due stadi si fondano tra loro, dando vita a un “ibrido”. Il livello di sviluppo delle abilità pittoriche non sembra strettamente collegato all’età cronologica: bambini della stessa età e con analoghe competenze cognitive possono produrre disegni significativamente diversi; molti adolescenti e adulti non raggiungono mai lo stadio del realismo visivo, cui secondo Luquet si dovrebbe accedere al culmine dello sviluppo pittorico, fermandosi a stadi evolutivi precedenti; viceversa, bambini nella fase dello scarabocchio possono disegnare una figura umana completa se un adulto enuncia loro verbalmente la progressione delle parti del corpo. Sulle abilità pittoriche sembra influire l’esperienza, ossia il livello di familiarità e di confidenza sia nell'eseguire dei disegni personalmente (produzione pittorica), sia nell'osservare quelli prodotti da altri (fruizione pittorica).
Lo sviluppo della figura umana
- 3-4 anni: omino testone
- 4-5 anni: figure convenzionali composte da 6 parti, assemblaggio elementi geometrici “figura a blocchi”.
- 6-11 anni: il numero e la complessità dei dettagli della figura aumentano e le proporzioni delle parti del corpo si avvicinano sempre più alla realtà
- 9-10 anni: disegnare una persona utilizzando una linea di contorno continua (“filatura”).
Fra i 3 e i 4 anni il bambino scopre di poter rappresentare la figura umana. In genere il primo schema pittorico che assolve questa funzione è quello dell’omino testone (in inglese tadpole man), così definito in quanto è costituito da una forma più o meno circolare che contiene elementi del volto (occhi, bocca, naso), mentre al suo esterno troviamo attaccati gli arti (gambe e talora anche braccia). Questo tipo di rappresentazione costituisce una fase di durata variabile: alcuni bambini la superano nell'arco di pochi giorni, altri conservano ed esercitano questo schema per molti mesi. Se guardiamo al disegno come a uno specchio che riflette le conoscenze infantili (è quanto propongono Luquet e Piaget), dovremmo concludere che chi disegna l'omino testone ha una conoscenza errata dello schema corporeo umano poiché non rappresenta il tronco. Secondo altri autori, tale disegno è troppo complesso per il bambino di questa fascia di età, che non è in grado di tradurre le sue conoscenze in segni grafici e di organizzare l'esecuzione di una figura costituita da più parti. Alcuni esperimenti condotti su bambini che disegnano l’omino testone hanno mostrato come le loro idee sullo schema corporeo siano giuste, mentre la loro capacità di progettazione è insufficiente. Difatti i bambini ricordano e rappresentano correttamente il primo elemento della figura (la testa) e l’ultimo (le gambe), “dimenticandosi” delle parti che occupano una posizione intermedia nella serie. È stato anche visto che la maggior parte degli autori di omini testoni riproduce una figura più completa (con testa, tronco, braccia e gambe) se vengono fornite loro delle sagome che rappresentano le principali parti del corpo, se gli si ricorda di volta in volta quali sono gli elementi da disegnare, o se si fa copiare loro passo per passo e più volte una figura disegnata da un adulto. Per Freeman l’omino testone è una figura priva del tronco, mentre secondo Cox sono le dimensioni relative degli elementi raffigurati a determinare se la parte disegnata corrisponde alla testa, al tronco o a entrambi. Chi rappresenta l'omino testone con una “testa” più lunga delle gambe collocherà gli elementi del volto sulla parte superiore del cerchio e l’ombelico nella parte inferiore, mentre i bambini che disegnano le gambe più lunghe, collocheranno l’ombelico nello spazio aperto che resta tra una gamba e l’altra. Arnheim differenzia una forma classica di omino testone, in cui il cerchio rappresenta una fusione fra il tronco e la testa, e una forma più matura, di transizione verso la figura completa, in cui il tronco è distinto dalla testa ma fuso con le gambe.
Le figure umane composte da almeno sei pezzi (testa, tronco, due braccia e due gambe) sono dette convenzionali e appaiono in genere nei disegni dei bambini tra i 4 e i 5 anni. Gli arti sono raffigurati per lo più con linee singole. A volte lo stesso schema utilizzato per le persone viene applicato con piccoli adattamenti anche per disegnare edifici o animali (un fenomeno osservabile anche nella fase dell’omino testone). Ad esso i bambini aggiungono progressivamente altri elementi del corpo come i dettagli del volto, mani, piedi. Le figure sono caratterizzate dall’assemblaggio di elementi geometrici che rappresentano parti diverse del corpo, giustapposti tra loro in modo più o meno armonico, ma sicuramente poco realistico: è la cosiddetta figura “a blocchi”. Nel periodo che va dai 6 agli 11 anni il numero e la complessità dei dettagli della figura aumentano e le proporzioni delle parti del corpo si avvicinano sempre più alla realtà. Verso i 6 anni braccia e gambe non sono più costituite da linee singole, ma da coppie di linee che delimitano uno spazio del foglio. Intorno ai 7 anni i bambini modificano lo schema “a blocchi”, abbandonandolo progressivamente negli anni a seguire. Quasi tutti i bambini tra i 9 e i 10 anni sono in grado di disegnare una persona utilizzando una linea di contorno continua. Questo tipo di raffigurazione (detta “filatura”) è piuttosto complessa perché richiede allo stesso tempo una modifica della forma della figura e l'integrazione delle sue parti costitutive. La sua realizzazione necessita dunque di un buon controllo oculomotorio, di una pianificazione che tenga conto delle caratteristiche delle parti da raffigurare (forma, numero, collocazione) sia di per sé, sia in relazione all’intera figura, di una continua verifica visiva del disegno e del conseguente adattamento motorio durante l'esecuzione. I preadolescenti hanno ormai acquisito buona parte delle abilità necessarie per disegnare, ma nonostante questo molti di loro non sono in grado di raffigurare una persona in modo realistico e, se non sono particolarmente motivati, in genere terminano a questo punto la loro carriera artistica. Spesso l’attenzione si concentra sulla raffigurazione dei volti umani, e i corpi sono parzialmente nascosti o del tutto omessi. Questa scelta potrebbe sia essere motivata dalla presa d’atto delle difficoltà insite nella realizzazione di una figura intera, e quindi da una scarsa motivazione a impegnarsi in un'attività poco valorizzante per il ragazzo, sia risentire dei più generali cambiamenti legati alla pubertà e alle conseguenti modificazioni del proprio schema corporeo, che si riflettono nella rappresentazione delle figure umane. I ragazzi più dotati e/o motivati, al contrario, si impegneranno per cercare di migliorare la propria tecnica, tentando di risolvere i problemi legati a una rappresentazione visivamente realistica (proporzioni, occlusioni) attraverso l’esercizio pittorico o ispirandosi alla visione e riproduzione di materiale pittorico (quadri, disegni, fumetti, cartoni animati).
Lo sviluppo dell'uso del colore
Lowenfeld e Brittain hanno posto particolare attenzione a come, nel corso dello sviluppo pittorico, muta anche l’utilizzo del colore da parte del disegnatore. Tra i 18 mesi e i 3 anni, quando foglio e matita rappresentano per il bambino quello che...