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Coltivazione dei campi e stelle del cielo

Fino a qui la coltivazione dei campi e le stelle del cielo, ora te, o’ Bacco, canterò e con te i virgulti silvestri e la prole dell’olivo che cresce lentamente. Qui, o’ padre Leneo (qui tutto è pieno dei tuoi frutti, a te il campo gravido fiorisce nel pampineo autunno, spumeggia la vendemmia nei colmi tini) qui, o’ padre Leneo, vieni e tolti i calzari bagni le nude gambe con me nel nuovo mosto.

Inizio della natura e varietà delle piante

All’inizio la natura è varia nel creare le piante. Infatti alcune vengono spontaneamente da se stesse senza nessun lavoro dell’uomo e occupano i campi e i fiumi nelle ampie curve, come la molle vetrice e la flessibile ginestra, il pioppo e il bianco salice dalle glauche fronte; parte invece sorgono dal seme posato, come l’alto castagno e l’eschio che frondeggia massimo nella foresta a Giove e la quercia tenuta oracolo dai Greci. Altri pullulano dalla radice una selva foltissima, come i ciliegi e gli olmi, anche il lauro del Parnaso si leva da piccolo sotto la grande ombra della madre. La natura diede questi modi in principio, con essi ogni genere di selva di frutti e boschi sacri verdeggia.

Metodi di coltivazione

Ce ne sono altri che l’uso trovò per se stesso nel cammino: chi tagliando i germogli dal tenero corpo della madre li pianta nei solchi, chi nasconde le radici nel campo e paletti scissi in quattro e aste dall’aguzza punta. Altre delle selve aspettano gli archi premuti della propaggine e i vivi germogli nella sua terra; altre non hanno bisogno di radici, e il potatore non dubita di mandare un ramo alto che ritorna alla terra. Piuttosto, dopo che il tronco è stato tagliato, mirabile a dirsi, la radice olivifera spunta fuori dal legno secco. E spesso vediamo i rami di un altro mutare naturalmente in di un altro e il melo mutato produrre per innesto un pero e i lapidosi cornioli rosseggiare di prugne.

Consigli per i coltivatori

Per cui orsù! Coltivatori apprendete le colture secondo la propria specie, ammorbidite coltivando i frutti selvatici, le terre non giacciano inerti. Giova unire Ismaro con Bacco e vestire di oliveti il grande Taburno. E tu vieni e percorri l’opera intrapresa, o’ onore, o grandissima parte, giustamente, della nostra fama, o’ Mecenate, e dà volando le vele al mare aperto. Io non voglio abbracciare con i miei versi tutto quanto, neanche se avessi cento lingue, e cento bocche, o una voce ferrea. Vieni e sfiora la costa del primo lido; le terre sono a portata di mano. Qui non ti tratterò con una poesia fittizia e attraverso giri di parole e lunghi discorsi. Le piante che spontaneamente si alzano nelle zone luminose, certamente sono infeconde, ma sorgono liete e forti; infatti la natura sottostà al suolo. Tuttavia anche queste, se qualcuno le innesta e cambiate le manda a fosse ben scavate, abbandoneranno il loro animo selvaggio e con una coltivazione frequente, ti seguiranno in qualunque arte tu voglia.

Importanza della coltivazione attiva

Anche quella che esce sterile dalle profonde radici, fa questo, se sia sparsa per i vuoti campi; ora alte fronde e i rami della madre la ombreggiano e precludono i frutti alla/nella crescita e soffocano la pianta che li produce. E poi l’albero che si alza, dopo che i semi sono stati gettati, cresce lentamente e sarà destinato a fare ombra ai vecchi nipoti e i frutti che hanno dimenticato i sapori precedenti degenerano e l’uva offre grappoli come preda a avidi uccelli. Certamente la fatica deve essere spesa per ognuna e tutte devono essere radunate in solchi e domandarle a gran prezzo. Ma gli olivi rispondono meglio sui tronchi, le viti sulle propaggini, il mirto di Pafo su un solido rovere, i duri noccioli nascono da piantoni e il grande frassino e l’albero ombroso dalla corona erculea, e le ghiande del padre Caonio, anche l’ardua palma nasce e l’abete che vedrà le vicende marine.

Innesti e colture

In verità l’ispido corbezzolo è innescato con frutto del noce, e gli sterili platani producono meli generosi; l’orno incanutisce col bianco fiore del pero e il faggio del castagno e i maiali infrangono la ghianda sotto gli olmi. Non è l’unico modo di innestare e incolurare. Infatti da dove dall’interna corteccia le gemme spuntano e rompono le tenui tuniche, nello stesso nodo si fa un piccolo incavo, qui introducono il seme da un altro albero e insegnano a crescere nell’umida corteccia. O invece i tronchi privi di nodi sono tagliati e la via è tagliata profondamente nel solido con zeppa, dopo sono immessi i germogli fecondi; non passa molto tempo e il grande albero viene fuori al cielo con rami fecondi e ammira nuove fronde e frutti non suoi.

Diversità delle specie e importanza geografica

Inoltre non hanno una sola specie i forti olmi, i salici, il loto e i cipressi dell’Ida, né le pingui olive nascono in un solo aspetto, le orcadi, le radie e la pausia dall’amara bacca, e i frutti e le selve di Alcinoo, né hanno lo stesso germoglio le pere crustumie e le sirie e le grandi volemi. Non pende dai nostri alberi la stessa vendemmia che Lesbo raccoglie dai tralci di Metimna; ci sono le viti di Taso, ci sono le viti bianche mareotidi, quelle adatte alla terra pingui, quelle a terre più leggere, e la psitia è più adatta al passito e la sottile leprina che attaccherà talvolta le gambe e talvolta legherà la lingua, e le porporine e le primaticce: e, con che parole dirò di te, o’ Retica? Per questo motivo non gareggiare con le cantine falerne! Ci sono le viti aminee, vini fortissimi, per il quale si alza il tmolo e lo stesso re di Fane, e l’argitide più piccola; con cui non gareggerà nessuna uva sia nel fluire abbondante sia nel durare per altrettanti anni. Né io tralascerei te, o’ Rodia, grata agli dei e alle seconde mense, e te o’ Bumaste con i turgidi grappoli.

Ma quante siano le specie e quali i nomi non è elencabile, e né infatti importa enumerarle. Chi voglia conoscere queste, voglia anche imparare quanto le molte sabbie siano turbate dallo Zefiro nella pianura della Libia o quando il più violento Euro si imbatte sui navigli, conoscere quante onde dello Ionio vengano alle coste.

Compatibilità delle terre con le colture

Certamente né tutte le terre possono produrre tutto. I salici nascono sui fiumi, gli ontani sulle dense paludi, gli sterili orni sui monti sassosi, le spiagge sono fecondissime ai mirteti, infine Bacco ama i colli, i tassi Aquilone e il freddo. Guarda il mondo dominato da coloni remoti e le case orientali degli arabi e i dipinti (tatuati) Geloni. Le patrie sono divise per gli alberi. Solo l’India produce il nero ebano, solo i sabei hanno il ramoscello d’incenso. Perché ricordare i balsami che trasudano dal legno odoroso e le bacche del sempre frondoso acanto? E i boschi etiopi che biancheggiano di morbida lana e come i Seri pettinano via dalle foglie sottili bioccoli? O quali boschi produca l’India più vicina all’Oceano, estremo seno del mondo, dove con il lancio di nessuna freccia possono superare l’aerea sommità dell’albero e quella è gente certamente non tarda, prese le faretre.

Esportazioni e bontà dei prodotti italiani

La media produce succhi agri il sapore persistente del cedro, di cui nulla è più efficace quando severe matrigne intridono i bicchieri e mischiano erbe e parole non innocue, viene in aiuto e agita via dalle membra il nero veleno. Lo stesso albero grande e simile d’aspetto all’alloro, e se non emanasse intorno un altro odore, sarebbe alloro: le foglie che non vacillano a nessun vento e fiore tenace sin da subito; i Medi con questo addolciscono gli animi e la bocca puzzolente e guariscono i vecchi ansanti.

Ma né i boschi dei Medi, terra fertilissima, né il bellissimo Gange e l’Ermo torbido d’oro gareggiano con le lodi dell’Italia, né Battra né altre terre lontane possono confrontarsi con la bontà e varietà dei prodotti italiani.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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