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Cicerone, Tuscolanae Disputationes, libro II - Traduzione

Appunti di Lingua latina su Cicerone, Tuscolanae Disputationes, libro II - Traduzione basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Moretti dell’università degli Studi di Milano - Unimi, Facoltà di lettere e filosofia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Lingua latina docente Prof. P. Moretti

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sopportano di malanimo quelli che, per così dire, si sono votati e consacrati a

certe teorie fisse ed immutabili e, costretti per necessità, sono obbligati a

difendere per coerenza anche quelle che non sarebbero soliti approvare; io

(invece) che seguo il principio di probabilità e non posso spingermi al di là di ciò

che si presenta come verosimile e sono pronto sia a confutare senza ostinazione

sia ad essere confutato senza collera. Se questi studi saranno condotti da noi non

avremo bisogno neppure delle biblioteche greche, nelle quali c’è un’infinita

moltitudine di libri perché è grande il numero di quelli che scrissero. Le stesse

cose, infatti, vengono trattate da molti, e perciò hanno riempito tutto di libri.

Questo accadrà anche da noi, se molti si daranno a questi studi. Ma, se

possiamo, sproniamo quelli che, dotati di fine cultura, dotati anche di eleganza

nell’esporre, si applicano alla filosofia con metodo e ordine.

[ III ] C’è, infatti, una certa categoria di persone che vogliono farsi

chiamare filosofi, per quel che si dice autori di davvero molti libri in latino, che

da parte mia non posso disprezzare/non disprezzo dal momento che non li ho

mai letti; ma poiché loro stessi, quelli che scrivono, dicono apertamente dicono

di scrivere né con precisione, né con ordine, né con eleganza, né con gusto, io

non tengo in considerazione una lettura senza alcun diletto. Che cosa dicano e

che cosa pensino coloro che seguono questa scuola, nessuno lo sa, nemmeno se

moderatamente istruito. Perciò, poiché loro stessi non si curano della forma

espressiva, non capisco perché debbano essere letti se non tra loro stessi che la

pensano allo stesso modo. E in verità come Platone e gli altri Socratici e quelli

che sono arrivati dopo di questi/loro, tutti li leggono, anche chi non approva

quelle dottrine o non li segue con grande ardore, mentre quasi nessuno - eccetto

i loro discepoli - prende in mano i libri di Epicuro e Metrodoro, così questi latini

li leggono soltanto quelli che pensano che quelle cose siano dette giustamente. A

me invece sembra giusto che qualsiasi cosa viene pubblicato conviene che sia

raccomandato alla lettura di tutti gli eruditi; e se noi stessi non possiamo

raggiungere/ottenere questo, non per questo siamo meno consapevoli/convinti

! 3

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

che così sia da fare. Perciò a me è sempre piaciuto il metodo dei Peripatetici e

dell’Accademia di discutere i pro e i contro di tutte le cose, non solo perché

altrimenti non si potrebbe trovare che cosa sia verosimile in ogni cosa ma anche

perché quella è la migliore esercitazione/esercizio di retorica; Aristotele per

primo lo usò, quindi quelli che lo seguirono/i successori. Nella nostra epoca,

poi, Filone, che ho ascoltato spesso, ha stabilito di insegnare in alcune ore i

precetti della retorica, in altre quelli della filosofia: e io, spinto dai miei amici a

questa consuetudine, trascorsi in questo modo il tempo che era dato nella villa di

Tuscolo. Perciò, dopo aver dedicato il mattino alla declamazione retorica, come

avevamo fatto il giorno prima, nel pomeriggio scendemmo nell’accademia.

Espongo (ora) la discussione che si è lì svolta, non in forma di narrazione ma

quasi con le stesse parole con cui è stata condotta ed esposta.

[ IV ] Dunque il discorso è stato iniziato in questo modo, mentre

passeggiavano e indotto da un esordio di questo tipo:

A: “Non è possibile dire quanto mi abbia fatto piacere la tua discussione di

ieri, o meglio, quanto mi sia stata di aiuto. Infatti, anche se io sono cosciente di

non essere mai stato eccessivamente/molto appassionato/desideroso della vita,

tuttavia mi si presentava qualche volta all’animo un certo timore e dolore di

pensare che un giorno ci sarà/verrà la fine di questa luce e la perdita di tutti i

vantaggi della vita. Credimi, sono così libero da ogni genere di affanno che

ritengo non ci sia niente affatto di cui preoccuparmi”.

M. “Ciò non è affatto strano; la filosofia, infatti, fa questo: cura l’anima,

toglie le preoccupazioni inutili, libera dai desideri, scaccia i timori. Ma questa

sua forza non ha lo stesso potere su tutti: è molto efficace quando abbraccia una

natura adatta. Infatti, come dice (lett. è) in un antico proverbio «la fortuna aiuta i

forti», non solo, ma molto di più la ragione che, con dei precetti per così dire,

rafforza l’energia della forza. La natura evidentemente ti ha generato in un certo

qual modo eccelso, elevato e sprezzante delle cose umane; perciò il discorso

tenuto contro la morte si è impresso facilmente nel (tuo) animo forte. Ma pensi

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TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

forse che queste stesse (dottrine) valgano per quelli stessi - tranne che pochissimi

- dai quali sono state pensate, sostenute e scritte? Quanti pochi, infatti, tra i

filosofi si possono trovare che/ogni quanti filosofi se ne trova uno che sia così di

buoni costumi, così disposto nell’animo e nella vita come richiede la ragione?

Che consideri la sua dottrina non un’ostentazione di conoscenza, ma una legge

di vita? Che obbedisca a se stesso e sia sottomesso ai suoi principi? Si possono

vedere alcuni con tanta leggerezza e ostentazione che sarebbe stato meglio per

loro se/che non avessero imparato (nulla); altri avidi di denaro, alcuni di gloria,

molti schiavi delle passioni tanto che i loro discorsi (lett. contrastano

è singolare)

straordinariamente con la loro vita. Questo mi sembra senza dubbio molto

vergognoso. Come infatti, se parlasse in modo scorretto qualcuno che si è

dichiarato erudito o se cantasse in modo stonato uno che si considera musicista,

ciò sarebbe (ancora) più vergognoso perché commetterebbe una mancanza

proprio in quel campo in cui dichiara conoscenza; allo stesso modo un filosofo

che sbaglia nel modo di vivere è più vergognoso, poiché fallisce nel dovere di cui

vuole essere maestro e insegnando l’arte di vivere (lett. della vita), sbaglia nella

vita. [ V ] A. “Se le cose stanno così come dici, non c’è dunque da temere che

magnifichi la filosofia di una falsa lode? Infatti, quale più grande prova c'è che

questa non serve a niente di alcuni perfetti filosofi che vivono in modo

vergognoso?

M. “In verità questa prova è senza valore. Infatti, come non tutti i campi

che si coltivano danno frutti ed (è) falso il verso di Accio:

I buoni semi, anche se sono affidati a un terreno poco adatto,

tuttavia, per loro natura, danno da sé splendidi frutti.

Allo stesso modo/così, non tutti gli animi, anche se coltivati, danno frutto.

E, per volgere la stessa similitudine, come un campo per quanto fertile non può

dare frutti senza coltivazione, così un animo senza educazione; in tali condizioni

entrambe le cose sono deboli senza l’altra. Ora, la coltivazione dell’anima è la

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TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

filosofia; questa estirpa i vizi fin dalle radici e prepara gli animi a ricevere i semi

e affida a loro e, come così potrei dire, semina (semi) tali che, sviluppatisi,

daranno frutti ricchissimi. Discutiamo/continuiamo dunque come abbiamo

cominciato. Dimmi, se vuoi, di cosa vuoi che si discuta”.

A. “Considero il dolore il più grande di tutti i mali”.

M. “Ancora più grande del disonore?”

A. “Non oso di certo dire questo, e mi vergogno di essere stato scalzato

tanto velocemente dalla mia opinione”.

M. “Ci sarebbe stato più da vergognarsi se avessi perseverato in (quell’)

opinione. Cosa c’è, infatti, di meno degno del fatto che qualcosa ti sembri

peggiore del disonore, della vergogna, dell’infamia? Affinché tu possa evitare

queste cose, qual è il dolore non solo da rifiutare, ma da non ricercare, subire,

sopportare di propria iniziativa?”

A. “La penso proprio così. Perciò, ammettiamo pure che il dolore non sia

il sommo male, è certamente un male”.

M. “Vedi dunque quanto velocemente hai allontanato il timore suscitato

dal dolore?”

A. “Lo vedo chiaramente, ma desidero (sapere) di più”.

M. “Certamente ci proverò, ma è un argomento difficile e ho bisogno che il

tuo animo non opponga resistenza (lett. è un aggettivo)”.

A. “Questo lo avrai sicuramente. Come ho fatto ieri, così ora seguirò il

ragionamento, ovunque mi conduca”.

[ VI ] M. “In primo luogo parlerò dunque della debolezza di molti filosofi

delle varie scuole, dei/tra i quali il primo per autorità e antichità, il socratico

Aristippo, non esitò a definire il dolore il sommo male. In seguito, a questa

opinione smidollata ed effeminata si offrì, abbastanza docilmente, Epicuro.

Dopo di lui, Ieronimo Rodio disse che il sommo bene (è) la mancanza di dolore:

tanto credette (fosse) il male del dolore. (Tutti) gli altri, eccetto Zenone,

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TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

Aristotele e Pirrone, (sostennero) quasi la stessa cosa che tu (hai detto) poco fa:

quello (cioè il dolore è) certamente è un male, ma (ce ne sono) altri peggiori.

Dunque (questa cosa) la natura stessa e una certa nobile virtù l’hanno respinta

immediatamente - senza dubbio affinché tu non dicessi che il dolore è il sommo

male e affinché tu fossi allontanato da (quella) opinione una volta messo di

fronte al disonore - nella quale cose la filosofia, maestra di vita, persevera da

tanti secoli. Per costui, che sarà convinto che il dolore sia il sommo male, quale

dovere, quale gloria, quale onore sarà tanto grande che egli lo voglia ottenere

con il dolore fisico (lett. del corpo)? Quale ignominia, d’altra parte, quale

turpitudine uno non sopporterà per evitare il dolore, se avrà stabilito che quello

è il sommo male? Chi poi non sarà infelice, non solo nel momento in cui sarà

oppresso da dolori estremi - se in questo consiste il sommo dolore - ma anche

quando saprà ciò che gli potrà accadere? E chi c’è, a cui non possa (accadere)?

Così ne deriva che nessuno può essere del tutto felice. Metrodoro, veramente,

considera completamente felice colui che abbia una buona costituzione fisica e

che sia sicuro che sarà sempre così. Ma chi è colui che può essere sicuro di

questo?

[ VII ] Epicuro, poi, dice tali cose che a me almeno sembra cerchi di

attirare/suscitare il riso. Infatti, in un certo passo afferma che se il sapiente

venisse bruciato, torturato, ti aspetti forse che nel mentre dica/dirà: «Soffrirà,

sopporterà (fino in fondo), non cederà» (sarebbe), per Ercole, una grande gloria

e degna di quell’Ercole sul quale ho giurato. Ma per Epicuro, uomo apro e duro,

questo non è abbastanza: se sarà nel toro di Falaride, dirà: «Quanto è piacevole

quanto mi è indifferente tutto ciò!». Persino piacevole? Non è troppo poco, se

non (è) doloroso? Ma neppure quelli che dicono che il dolore non è il sommo

male non sono soliti dire che per qualcuno è piacevole essere torturati: dicono

che è duro, difficile, penoso, contro natura e tuttavia non dicono che è un male.

Costui (Epicuro), che definisce solo questo (il dolore) come un male e come il

supremo di tutti i mali, ritiene che il sapiente lo dirà piacevole. Io non esigo da

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TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

te che ti riferisca al dolore con le stesse parole con cui Epicuro (si riferisce) al

piacere, un uomo, come sai, dedito al piacere. Ammettiamo pure che quello/lui

nel toro di Falaride, avrebbe detto la stessa cosa che se fosse stato sul letto; io

non attribuisco alla sapienza tanta forza contro il dolore. Se è forte nel

sopportare fino in fondo, il suo dovere è già più che sufficiente; non pretendo

che sia anche lieto. E’ infatti senza dubbio un’esperienza triste, aspra, penosa,

contraria alla natura, difficile da sopportare e tollerare. Guarda Filottete, al

quale bisogna perdonare se piange; aveva, infatti, visto Ercole in persona che

urlava sul monte Eta per la violenza del dolore. Per nulla dunque le frecce che

aveva ricevuto da Ercole consolarono quest’uomo nel momento in cui

impregnate di veleno dal morso di vipera,

le vene delle sue viscere provocano orribili tormenti.

Perciò grida invocando/chiedendo aiuto, desiderando di morire:

ahimè, chi mi potrebbe affidare alle onde marine, dalla cima più alta di una rupe?

Ormai sono consumato/muoio; consuma porta alla fine la vita

la violenza di una ferita, il bruciore di una piaga

Sembra difficile dire che non si trovi in un male, e grande davvero, chi è

costretto a gridare così.

[ VIII ] Ma consideriamo lo stesso Ercole, che era affranto dal dolore nel

momento in cui con la morte (stessa) si guadagnava l’immortalità: quali parole

egli pronuncia nelle di Sofocle! Dopo che Deianira gli ebbe fatto

Trachinie

indossare la tunica imbevuta dal sangue del Centauro e dopo che essa gli si fu

attaccata alle carni, egli disse:

“Oh, le molte fatiche gravi a dirsi, dure da patire

che, sopportate nel corpo e nell’animo, ho tollerato fino in fondo!

Né l’implacabile minaccia di Giunone,

né il duro Euristeo mi trascinò in tanto male,

quanto una sola, folle figlia generata da Eneo.

Questa mi avviluppò, ignaro, con una veste delle Furie,

che, aderendo al fianco, dilania a morsi le viscere ! 8

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

e, stringendo con forza, assorbe il respiro dei polmoni:

ormai ha assorbito tutto il sangue, che ha perduto il suo colore,

così il corpo, consumato dall’orribile sciagura si disfece;

io stesso (proprio io, Ercole) perisco, avvinto da una veste mortale.

Non una mano nemica, non la mole dei Giganti,

generata dalla Terra, non un centauro biforme con un assalto,

inflisse questi colpi al mio corpo,

non la greca forza, nessuna barbara ferocia,

non una crudele gente confinata agli estremi del mondo,

che, giungendo ovunque, liberai da ogni barbarie,

ma io, uomo, sono ucciso da una femminea mano di donna.

[ IX ] Oh figlio, fa valere davvero questo nome del padre,

perché l’amore della madre non prevalga su di me che muoio.

Dopo averla rapita, trascinala qui da me con le tue mani pie

subito capirò se consideri migliore lei o me.

Suvvia figlio, coraggio! Piangi sui tormenti del padre,

abbi pietà: le nostre genti piangeranno le (mie) sventure.

Ahimé, far uscire lamenti da fanciulla dalla mia bocca,

che nessuno vide gemere per alcun male!

Effeminato, il valore muore.

Avvicinati, figlio, stammi vicino, guarda il corpo da commiserare

di tuo padre, sventurato e straziato!

Guardate tutti quanti, e tu, padre dei celesti,

scaglia, ti supplico, su di me, la violenza brillante del fulmine!

Proprio adesso (mi) tormentano gli acuti spasimi del dolore,

ora un fuoco si diffonde. Oh mani, un tempo vittoriose,

oh petto, oh schiena, oh muscoli (vigorosi) delle braccia,

per la vostra stretta, un tempo, il leone Nemeo,

digrignando con forza i denti, emise l’estremo respiro?

Questa mano pacificò (la palude di) Lerna, dopo aver ucciso la spaventosa Idra?

Questa abbatté la schiera dei Centauri? ! 9

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

Questa abbatté la bestia devastatrice dell’Erimanto?

Questa condusse fuori, dopo averlo strappato dalle tenebre distese

del Tartaro, il cane a tre teste generato da Idra?

Questa uccise il drago dalle molteplici spire,

che sorvegliava con lo sguardo (fisso) l’albero dai pomi d’oro?

Molte altre cose compì la mia mano vittoriosa,

e nessuno prese un trofeo conforme alla mia fama.”

Noi possiamo forse disprezzare il dolore quando vediamo lo stesso Ercole

soffrire in modo così controllato?

[ X ] Ora viene/veniamo ad Eschilo, non solo poeta ma anche pitagorico;

così, infatti, abbiamo appreso (dalla tradizione). In che modo, nella sua tragedia

[apud eum] Prometeo sopporta il dolore che subisce a causa del furto di Lemno!

“Da dove, si dice, il fuoco (fu) diviso di nascosto

tra i mortali; il sapiente Prometeo

lo rubò con l’inganno e pagò

a Giove le pene per supremo volere del Fato”.

Dunque, tali cose disse (lett. dice), mentre espia il suo castigo (lett. è plurale),

inchiodato al Caucaso:

“Prole dei Titani, fratelli/partecipi del mio sangue,

generati dal Cielo, guardate come sono legato

e incatenato alle aspre rocce, come una nave che i naviganti,

timorosi della notte, armeggiano, pur essendo spaventati per l’onda fragorosa.

Il Saturnio Giove così mi inchiodò,

e il nume di Giove richiese l’aiuto/la mano di Mulcibero.

Quello, inserendo con arte crudele questi chiodi,

gli spezzò gli arti; io, sventurato, trafitto da tale perizia

abito questa dimora/accampamento delle Furie.

Ora, (ad) ogni funesto terzo giorno,

la guardia/il servitore di Giove, dilaniando con gli artigli adunchi nel crudele volo,

mi dilania con il pasto feroce/violento. ! 10

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

Poi, piena e abbondantemente saziata di grasso fegato,

emette un grido mostruoso/orribile, e volando in alto

deterge il mio sangue con le piume della coda.

Quando poi il fegato, tutto mangiato, gonfiandosi si è rinnovato

allora se ne torna di nuovo avida dell’orribile pasto.

Così nutro questa custode del funesto tormento,

che mi macchia da vivo di una perenne sventura.

E, infatti, come vedete costretto dalle catene di Giove,

non posso allontanare dal petto il crudele uccello.

Così, io, vedovo di me stesso, sopporto penose sventure

cercando, con il desiderio della morte, la fine del male;

ma vengo di molto allontanato dalla morte per volere di Giove.

E questa antica sventura, avvolta agli orridi secoli,

foriera di lutto, si è conficcata nel mio corpo,

dal quale cadono, liquefatte dal calore del sole, gocce

che bagnano ininterrottamente le rocce del Caucaso”.

Dunque mi sembra che a fatica si possa dire che uno che è così sofferente

non è infelice e, se è infelice, di certo il dolore è un male.

[ XI ] A. “Tu però fin qui difendi la mia causa, ma questo lo vedrò più

tardi; intanto, da dove (vengono) questi versi? Perché non li riconosco…”.

M. “Te lo dirò, per Ercole; e davvero, lo chiedi giustamente: non vedi che

ho tempo libero in abbondanza?”

A. “E allora?”

M. “Spesso hai frequentato, credo, quando sei stato ad Atene, le scuole dei

filosofi”.

A. “Sì, e davvero volentieri”.

M. “Dunque ti sarai accorto (lett. che, anche se allora nessuno

è imperfetto)

era molto eloquente, tuttavia mescolavano versi ai loro discorsi".

A. “E veramente molti in (quelli di) Dioniso lo stoico”. ! 11

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

M. “Dici bene. Ma (erano) quasi ripetute a memoria/dettate, senza alcuna

scelta, senza alcuna raffinatezza; Filone aggiungeva poesie scelte con ritmo

appropriato e a posto. Perciò, dopo che mi fui innamorato di questo esercizio

oratorio, quasi senile, ricorro davvero con passione ai nostri poeti; ma se in

qualche caso quelli sono venuti meno, ne ho tradotti molti anche dai Greci,

affinché la prosa latina non fosse priva di qualche ornamento in questo genere di

discussione. Ma lo vedi perché arrecano mali i poeti? Presentano uomini

fortissimi che si lamentano, indeboliscono i nostri animi, e poi sono così dolci

che non solo si leggono, ma si imparano anche a memoria. Così, quando ad una

cattiva educazione domestica e ad una vita appartata e raffinata, si aggiungono

anche i poeti, si spezzano tutte le forze della virtù. Giustamente, dunque, sono

banditi da Platone da quella città che egli ha immaginato, quando ricercava i

migliori costumi e la migliore forma di governo. Invece noi, che abbiamo

imparato certamente dai Greci, leggiamo e impariamo a memoria queste

(poesie) dall’infanzia/dalla giovinezza, consideriamo questa educazione degna di

un uomo libero e vera cultura.

[ XII ] Ma perché ci arrabbiamo con i poeti? I filosofi si sono scoperti

maestri di virtù che hanno dichiarato che il dolore è il sommo male! Ma tu,

giovane, benché poco fa avessi detto che ti sembrava tale, interrogato da me se

fosse maggiore anche del disonore, hai desistito con una (sola) parola dalla (tua)

opinione. Domanda questa stessa cosa a Epicuro: dirà che un dolore modesto è

un male maggiore del massimo disonore; infatti nel disonore stesso non c’è nulla

di male se non ne derivano dolori. Quale dolore cerca dunque Epicuro, quando

lui stesso dice che il dolore è il sommo male? Da un filosofo non mi aspetto

disonore maggiore di questo. Perciò mi hai già dato/detto abbastanza quando

mi hai risposto che il disonore ti sembrava un male più grande del dolore.

Infatti, se manterrai questa (opinione), capirai quanto si debba resistere al

dolore; e non è tanto da chiedersi se il dolore sia un male, quanto se l’animo sia

da rafforzare per sopportare il dolore. ! 12

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

Argomentano con sottili ragionamenti gli Stoici, sul perché non sia un

male; come se si preoccupassero della parola, non della sostanza. Perché mi

inganni, Zenone? Infatti, quanto tu neghi del tutto che sia un male ciò che a me

sembra orribile, sono attratto e desidero sapere in che modo ciò che io considero

la cosa più infelice, non sia neppure un male. «Nulla» dice Zenone «è un male

se non è vergognoso e vizioso». Ritorni alle stupidaggini; non tagli infatti ciò che

mi tormentava. So che il dolore non è una malvagità; smettila di insegnarmelo:

insegnami questo, che non importa se io soffra o no. «Non ha mai importanza»

dice «almeno per vivere bene, che è posto in una sola virtù; ma tuttavia è da

respingere». Perché? «E’ gravoso, contro natura, difficile da sopportare, triste,

faticoso».

[ XIII ] Questa sì che è abbondanza di parole, il saper dire in tanti modi

ciò che tutti, in una sola parola, chiamano male. Tu me lo definisci, ma non mi

togli il dolore, quando lo definisci gravoso, contro natura, cosa che a stento si

può sopportare e tollerare; e non menti, ma non bisognava lasciarsi vincere dai

fatti, vantandosi delle parole (?). «Dal momento che non c’è nessun bene, se non

ciò che è onesto, (non c’è) nessun male se non ciò che è disonesto» - ma questo è

desiderare, non dimostrare. E’ meglio e più vero che tutto ciò che la natura

disprezza è male e (tutto) ciò che accetta è bene. Posto questo ed eliminata ogni

contesa verbale, tuttavia tanto eccellerà quel principio a cui questi giustamente

aderiscono - che noi chiamiamo onestà, giustizia, decoro, lo stesso che a volte

comprendiamo con il nome di virtù - che tutto il resto/tutte le altre cose, quelle

che sono ritenute beni del corpo e della fortuna sembreranno insignificanti e

meschine e nessun male, neppure se tutti i mali fossero riuniti in un solo posto,

saranno da comparare con il male del disonore.

Perciò, se il disonore è peggiore del dolore, come hai ammesso all’inizio, il

dolore non è assolutamente nulla. Infatti, finché ti sembrerà vergognoso e non

degno di un uomo gemere, urlare, lamentarsi, avvilirsi, lasciarsi abbattere dal

dolore finché ci saranno l’onestà, la dignità, il decoro/l’onore, e tu lo sguardo

! 13

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

fisso su di esse terrai a freno te stesso, il dolore cederà certamente alla virtù e si

indebolirà per la determinazione dell’animo. Infatti, o non c’è/esiste alcuna

virtù o ogni dolore è da disprezzare. Ammetti che esiste la prudenza, senza la

quale non può esistere neppure una virtù? Perché dunque? Essa ti permetterà di

fare qualcosa senza alcun vantaggio e affannandoti invano? La temperanza ti

permetterà di fare qualcosa senza misura? O la giustizia potrà essere coltivata/

esercitata da un uomo che a causa della forza del dolore, rivela i segreti affidati,

tradisce gli amici, trascura molti doveri? E allora?

In che modo ti difenderai/risponderai davanti alla fortezza e alle sue

compagne, la magnanimità, la serietà, la pazienza, il disprezzo delle cose

umane? Afflitto, avvilito e gemendo con voce lamentosa, sentirai forse: «Oh, che

uomo forte!»? In verità, così indebolito, qualcuno nemmeno ti potrebbe dire/

direbbe un uomo. Dunque bisogna perdere la fortezza o seppellire il dolore.

[ XIV ] Sai dunque che, se mai perdessi uno dei tuoi vasi corinzi, potresti/

puoi conservare i vasi restanti, mentre se perdi una sola virtù - anche se la virtù

non si può perdere - ma, se avrai riconosciuto di non averne neanche una, sei

destinato a non averne più nessuna/non ne avrai più neanche una?

Dunque, puoi forse definire un uomo forte, magnanimo, paziente, grave,

spregiatore delle cose umane, o il famoso Filottete…? In verità, preferisco

prescindere da te, ma di certo non è forte chi giace

“…sotto un umido tetto,

che di grida, lamenti, gemiti, fremiti,

risonando, muto riecheggia voci di pianto”.

Io non dico che il dolore non sia dolore/io non nego che il dolore sia dolore

- perché, infatti, la fortezza sarebbe desiderata? - ma dico che lo si vince con la

pazienza, se almeno esiste una pazienza; se non esiste, perché esaltiamo la

filosofia o perché del suo nome siamo avidi di gloria? Il dolore punge, o trafigge

pure: se sei inerme, offri la gola; se sei protetto dalle armi di Vulcano, vale a dire

! 14

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II

la fortezza, resisti; se non farai così, infatti, essa, custode di dignità, ti lascerà/

abbandonerà.

Le leggi dei Cretesi, che o Giove o Minosse sancì, ma - come tramandano i

poeti - per volontà di Giove, e parimenti quelle di Licurgo educano i giovani alle

fatiche, al cacciare, al correre, al sopportare la fame e la sete, al patire il freddo,

ad aver caldo. A Sparta poi, i ragazzi vengono presi a frustate davanti all’altare

“tanto che molto sangue esca dalle carni”

Anzi, talvolta - come sentivo, quando ero là - fino alla morte; tra questi non

solo nessuno ha gridato, ma neppure ha pianto. E perché, dunque? Dei ragazzi

possono fare questo (e) degli uomini non ci riusciranno? E vale la consuetudine,

non varrà la ragione?

[ XV ] C’è qualche differenza tra fatica e dolore: sono senza dubbio simili,

ma tuttavia differiscono in qualcosa. La fatica è una qualche esecuzione da parte

dell’anima o del corpo di un’attività e di un incarico più gravoso; il dolore,

invece, (è) un violento movimento nel corpo, incompatibile con i sensi. Questi

due concetti, proprio quei Greci, la cui lingua è più ricca della nostra, li

chiamano con un solo nome. Perciò loro chiamano gli uomini operosi

appassionati o meglio amanti del dolore, mentre noi, più giustamente (li

chiamiamo) pronti alla fatica: una cosa, infatti, è faticare, altro è soffrire. Oh

Grecia, a volte priva di parole, delle quali pensi sempre di abbondare! Altro

ripeto è soffrire, altro faticare. Mario, quando gli operarono le vene (varicose),

soffriva; quando conduceva l’esercito sotto il gran caldo faticava. Tra queste

cose, tuttavia, c’è una qualche somiglianza: l’abitudine alla fatica, infatti, rende

più agevole la sopportazione del dolore.

Dunque, quelli che diedero le costituzioni politiche alla Grecia, vollero che i

corpi dei giovani fossero irrobustiti dalla fatica; gli Spartani hanno applicato

questo anche alle donne, che nelle altre/restanti città, con una vita/modo di

vivere estremamente molle “sono tenute nascoste all’ombra delle pareti”. Essi,

invece, vollero che nulla di simile ci fosse: ! 15

TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II


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DETTAGLI
Esame: Lingua latina
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandra.s di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Moretti Paola Francesca.

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