Tuscolanae disputationes
Libro II
[ I ] Neottolemo, per parte sua, sostiene/afferma, nell’opera di Ennio che
gli è necessario fare filosofia ma su pochi argomenti/con moderazione; non gli
piace, infatti, in generale. Dal canto mio, Bruto, credo che anche per me sia
necessario fare filosofia - infatti cosa potrei fare di meglio, soprattutto ora che
non ho niente da fare/ora che non sto facendo niente? - ma non con
moderazione come lui. E’ difficile, infatti, che vengano osservate nella filosofia
poche questioni per colui al quale non siano note la maggior parte o tutte.
Infatti né poche questioni non possono essere scelte che da molte, né chi avrà
afferrato pochi concetti/appreso poche questioni non perseguirà le restanti
questioni con lo stesso impegno. Ma in una vita impegnata e da soldato, come
era al tempo quella di Neottolemo, spesso anche pochi concetti sono molto utili
e portano vantaggi, se non tanti quanti possono essere raggiunti/ottenuti
dall’intera filosofia, tuttavia tali che da essi talvolta, in qualche modo, possiamo
essere liberati dal desiderio, dal dolore e dalla paura. Per esempio, dalla
discussione che è stata da me tenuta poco fa nella villa di Tuscolo, sembrava che
si fosse raggiunto un grande disprezzo per la morte, che è soprattutto efficace
per liberare l’animo dalla paura. Infatti, chi teme ciò che non può essere evitato,
costui non può in alcun modo vivere con animo sereno; ma chi non teme la
morte, non solo perché è inevitabile morire, ma anche perché la morte non ha
nulla che debba essere tenuto/che sia da temere, costui si è preparato una valida
difesa per una vita felice. Tuttavia sappiamo/non nascondiamo che molti
sosterranno il contrario con accanimento; questo non avremmo potuto evitarlo
in alcun modo, fuorché se non scrivessi del tutto. E infatti se già per le orazioni,
che volevo fossero approvate dall’opinione della massa - quella è un’abilità/arte
che infatti riguarda il popolo, e l’efficacia dell’eloquenza è l’approvazione
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TUSCOLANAE DISPUTATIONES LIBRO II
dell’uditorio - si trovavano alcuni che non avrebbero lodato nulla tranne/se non
che ciò che contavano di poter imitare e che presentavano il limite della perfetta
eloquenza con ciò che ciascuno sperava per sé; e quando erano sommersi
dall’abbondanza di frasi e parole, sostenevano di preferire l’aridità e la povertà
all’abbondanza e la ricchezza - di qui è venuto fuori/sorto il genere/lo stile degli
(oratori) atticisti, oscuro anche per gli stessi che dichiaravano di seguirlo, i quali
già si sono messi a tacere, quasi scherniti dal foro stesso; cosa pensiamo
succederà, vedendo ora che non ci possiamo assolutamente avvalere del
sostegno del popolo, del quale prima disponevamo? La filosofia, infatti, si
accontenta/è contenta di pochi giudici, rifuggendo deliberatamente, per sua
stessa natura, la folla e da questa è vista con sospetto e astio/odio, tanto che se
qualcuno/uno volesse criticarla tutta quanta lo potrebbe fare con il favore del
popolo, e se tentasse di attaccare quella che io principalmente seguo, potrebbe
avere un grande sostegno dalle dottrine degli altri filosofi.
[ II ] Da parte mia, ho risposto ai denigratori della filosofia generale
nell’Ortensio e penso di aver spiegato abbastanza accuratamente nei quattro libri
degli le cose che erano da dire in favore dell’Accademia; ma tuttavia
Accademici
sono tanto lontano dal non volere che si scriva contro di me che anzi lo
desidero/me lo auguro davvero. Nella stessa Grecia la filosofia non sarebbe mai
stata tanto in onore se non avesse avuto vigore dalle dispute e dai contrasti dei
più dotti. E perciò (io) esorto tutti quelli che possono farlo a strappare alla
Grecia, ormai languente, il primato anche in questo campo e trasferirlo in
questa città, allo stesso in modo in cui/come i nostri antenati trasferirono con
passione e impegno tutti gli altri (primati) che erano più desiderabili. E
veramente la gloria dell’eloquenza arrivata dal basso, è giunta al punto più alto
così che ormai, come per legge di natura in quasi tutte le cose, sembra sia
invecchiata e destinata, in breve tempo, a venir meno; la filosofia (sembra)
nascere in questo momento, almeno nella letteratura latina e io ne (lett. a lei)
contribuisco e io stesso accetto di essere confutato e ribattuto. Questo lo
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sopportano di malanimo quelli che, per così dire, si sono votati e consacrati a
certe teorie fisse ed immutabili e, costretti per necessità, sono obbligati a
difendere per coerenza anche quelle che non sarebbero soliti approvare; io
(invece) che seguo il principio di probabilità e non posso spingermi al di là di ciò
che si presenta come verosimile e sono pronto sia a confutare senza ostinazione
sia ad essere confutato senza collera. Se questi studi saranno condotti da noi non
avremo bisogno neppure delle biblioteche greche, nelle quali c’è un’infinita
moltitudine di libri perché è grande il numero di quelli che scrissero. Le stesse
cose, infatti, vengono trattate da molti, e perciò hanno riempito tutto di libri.
Questo accadrà anche da noi, se molti si daranno a questi studi. Ma, se
possiamo, sproniamo quelli che, dotati di fine cultura, dotati anche di eleganza
nell’esporre, si applicano alla filosofia con metodo e ordine.
[ III ] C’è, infatti, una certa categoria di persone che vogliono farsi
chiamare filosofi, per quel che si dice autori di davvero molti libri in latino, che
da parte mia non posso disprezzare/non disprezzo dal momento che non li ho
mai letti; ma poiché loro stessi, quelli che scrivono, dicono apertamente dicono
di scrivere né con precisione, né con ordine, né con eleganza, né con gusto, io
non tengo in considerazione una lettura senza alcun diletto. Che cosa dicano e
che cosa pensino coloro che seguono questa scuola, nessuno lo sa, nemmeno se
moderatamente istruito. Perciò, poiché loro stessi non si curano della forma
espressiva, non capisco perché debbano essere letti se non tra loro stessi che la
pensano allo stesso modo. E in verità come Platone e gli altri Socratici e quelli
che sono arrivati dopo di questi/loro, tutti li leggono, anche chi non approva
quelle dottrine o non li segue con grande ardore, mentre quasi nessuno - eccetto
i loro discepoli - prende in mano i libri di Epicuro e Metrodoro, così questi latini
li leggono soltanto quelli che pensano che quelle cose siano dette giustamente. A
me invece sembra giusto che qualsiasi cosa viene pubblicato conviene che sia
raccomandato alla lettura di tutti gli eruditi; e se noi stessi non possiamo
raggiungere/ottenere questo, non per questo siamo meno consapevoli/convinti
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che così sia da fare. Perciò a me è sempre piaciuto il metodo dei Peripatetici e
dell’Accademia di discutere i pro e i contro di tutte le cose, non solo perché
altrimenti non si potrebbe trovare che cosa sia verosimile in ogni cosa ma anche
perché quella è la migliore esercitazione/esercizio di retorica; Aristotele per
primo lo usò, quindi quelli che lo seguirono/i successori. Nella nostra epoca,
poi, Filone, che ho ascoltato spesso, ha stabilito di insegnare in alcune ore i
precetti della retorica, in altre quelli della filosofia: e io, spinto dai miei amici a
questa consuetudine, trascorsi in questo modo il tempo che era dato nella villa di
Tuscolo. Perciò, dopo aver dedicato il mattino alla declamazione retorica, come
avevamo fatto il giorno prima, nel pomeriggio scendemmo nell’accademia.
Espongo (ora) la discussione che si è lì svolta, non in forma di narrazione ma
quasi con le stesse parole con cui è stata condotta ed esposta.
[ IV ] Dunque il discorso è stato iniziato in questo modo, mentre
passeggiavano e indotto da un esordio di questo tipo:
A: “Non è possibile dire quanto mi abbia fatto piacere la tua discussione di
ieri, o meglio, quanto mi sia stata di aiuto. Infatti, anche se io sono cosciente di
non essere mai stato eccessivamente/molto appassionato/desideroso della vita,
tuttavia mi si presentava qualche volta all’animo un certo timore e dolore di
pensare che un giorno ci sarà/verrà la fine di questa luce e la perdita di tutti i
vantaggi della vita. Credimi, sono così libero da ogni genere di affanno che
ritengo non ci sia niente affatto di cui preoccuparmi”.
M. “Ciò non è affatto strano; la filosofia, infatti, fa questo: cura l’anima,
toglie le preoccupazioni inutili, libera dai desideri, scaccia i timori. Ma questa
sua forza non ha lo stesso potere su tutti: è molto efficace quando abbraccia una
natura adatta. Infatti, come dice (lett. è) in un antico proverbio «la fortuna aiuta i
forti», non solo, ma molto di più la ragione che, con dei precetti per così dire,
rafforza l’energia della forza. La natura evidentemente ti ha generato in un certo
qual modo eccelso, elevato e sprezzante delle cose umane; perciò il discorso
tenuto contro la morte si è impresso facilmente nel (tuo) animo forte. Ma pensi
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forse che queste stesse (dottrine) valgano per quelli stessi - tranne che pochissimi
- dai quali sono state pensate, sostenute e scritte? Quanti pochi, infatti, tra i
filosofi si possono trovare che/ogni quanti filosofi se ne trova uno che sia così di
buoni costumi, così disposto nell’animo e nella vita come richiede la ragione?
Che consideri la sua dottrina non un’ostentazione di conoscenza, ma una legge
di vita? Che obbedisca a se stesso e sia sottomesso ai suoi principi? Si possono
vedere alcuni con tanta leggerezza e ostentazione che sarebbe stato meglio per
loro se/che non avessero imparato (nulla); altri avidi di denaro, alcuni di gloria,
molti schiavi delle passioni tanto che i loro discorsi (lett. contrastano
è singolare)
straordinariamente con la loro vita. Questo mi sembra senza dubbio molto
vergognoso. Come infatti, se parlasse in modo scorretto qualcuno che si è
dichiarato erudito o se cantasse in modo stonato uno che si considera musicista,
ciò sarebbe (ancora) più vergognoso perché commetterebbe una mancanza
proprio in quel campo in cui dichiara conoscenza; allo stesso modo un filosofo
che sbaglia nel modo di vivere è più vergognoso, poiché fallisce nel dovere di cui
vuole essere maestro e insegnando l’arte di vivere (lett. della vita), sbaglia nella
vita. [ V ] A. “Se le cose stanno così come dici, non c’è dunque da temere che
magnifichi la filosofia di una falsa lode? Infatti, quale più grande prova c'è che
questa non serve a niente di alcuni perfetti filosofi che vivono in modo
vergognoso?
M. “In verità questa prova è senza valore. Infatti, come non tutti i campi
che si coltivano danno frutti ed (è) falso il verso di Accio:
I buoni semi, anche se sono affidati a un terreno poco adatto,
tuttavia, per loro natura, danno da sé splendidi frutti.
Allo stesso modo/così, non tutti gli animi, anche se coltivati, danno frutto.
E, per volgere la stessa similitudine, come un campo per quanto fertile non può
dare frutti senza coltivazione, così un animo senza educazione; in tali condizioni
entrambe le cose sono deboli senza l’altra. Ora, la coltivazione dell’anima è la
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filosofia; questa estirpa i vizi fin dalle radici e prepara gli animi a ricevere i semi
e affida a loro e, come così potrei dire, semina (semi) tali che, sviluppatisi,
daranno frutti ricchissimi. Discutiamo/continuiamo dunque come abbiamo
cominciato. Dimmi, se vuoi, di cosa vuoi che si discuta”.
A. “Considero il dolore il più grande di tutti i mali”.
M. “Ancora più grande del disonore?”
A. “Non oso di certo dire questo, e mi vergogno di essere stato scalzato
tanto velocemente dalla mia opinione”.
M. “Ci sarebbe stato più da vergognarsi se avessi perseverato in (quell’)
opinione. Cosa c’è, infatti, di meno degno del fatto che qualcosa ti sembri
peggiore del disonore, della vergogna, dell’infamia? Affinché tu possa evitare
queste cose, qual è il dolore non solo da rifiutare, ma da non ricercare, subire,
sopportare di propria iniziativa?”
A. “La penso proprio così. Perciò, ammettiamo pure che il dolore non sia
il sommo male, è certamente un male”.
M. “Vedi dunque quanto velocemente hai allontanato il timore suscitato
dal dolore?”
A. “Lo vedo chiaramente, ma desidero (sapere) di più”.
M. “Certamente ci proverò, ma è un argomento difficile e ho bisogno che il
tuo animo non opponga resistenza (lett. è un aggettivo)”.
A. “Questo lo avrai sicuramente. Come ho fatto ieri, così ora seguirò il
ragionamento, ovunque mi conduca”.
[ VI ] M. “In primo luogo parlerò dunque della debolezza di molti filosofi
delle varie scuole, dei/tra i quali il primo per autorità e antichità, il socratico
Aristippo, non esitò a definire il dolore il sommo male. In seguito, a questa
opinione smidollata ed effeminata si offrì, abbastanza docilmente, Epicuro.
Dopo di lui, Ieronimo Rodio disse che il sommo bene (è) la mancanza di dolore:
tanto credette (fosse) il male del dolore. (Tutti) gli altri, eccetto Zenone,
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Aristotele e Pirrone, (sostennero) quasi la stessa cosa che tu (hai detto) poco fa:
quello (cioè il dolore è) certamente è un male, ma (ce ne sono) altri peggiori.
Dunque (questa cosa) la natura stessa e una certa nobile virtù l’hanno respinta
immediatamente - senza dubbio affinché tu non dicessi che il dolore è il sommo
male e affinché tu fossi allontanato da (quella) opinione una volta messo di
fronte al disonore - nella quale cose la filosofia, maestra di vita, persevera da
tanti secoli. Per costui, che sarà convinto che il dolore sia il sommo male, quale
dovere, quale gloria, quale onore sarà tanto grande che egli lo voglia ottenere
con il dolore fisico (lett. del corpo)? Quale ignominia, d’altra parte, quale
turpitudine uno non sopporterà per evitare il dolore, se avrà stabilito che quello
è il sommo male? Chi poi non sarà infelice, non solo nel momento in cui sarà
oppresso da dolori estremi - se in questo consiste il sommo dolore - ma anche
quando saprà ciò che gli potrà accadere? E chi c’è, a cui non possa (accadere)?
Così ne deriva che nessuno può essere del tutto felice. Metrodoro, veramente,
considera completamente felice colui che abbia una buona costituzione fisica e
che sia sicuro che sarà sempre così. Ma chi è colui che può essere sicuro di
questo?
[ VII ] Epicuro, poi, dice tali cose che a me almeno sembra cerchi di
attirare/suscitare il riso. Infatti, in un certo passo afferma che se il sapiente
venisse bruciato, torturato, ti aspetti forse che nel mentre dica/dirà: «Soffrirà,
sopporterà (fino in fondo), non cederà» (sarebbe), per Ercole, una grande gloria
e degna di quell’Ercole sul quale ho giurato. Ma per Epicuro, uomo apro e duro,
questo non è abbastanza: se sarà nel toro di Falaride, dirà: «Quanto è piacevole
quanto mi è indifferente tutto ciò!». Persino piacevole? Non è troppo poco, se
non (è) doloroso? Ma neppure quelli che dicono che il dolore non è il sommo
male non son
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