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Un campo d'indefinizione

Uno dei principali problemi degli studi sui “nuovi media” sta proprio nella definizione dell'oggetto di studio. In particolare si tratta di definire in cosa consiste la “novità” nei confronti del sistema dei media preesistenti. Nuovo medium: la natura digitale e la convergenza fra computer e tecnologie di rete.

Approcci principali

  • Tecnocentrica: il campo dei nuovi media è la sommatoria dei propri singoli componenti (basata sull'accostamento e descrizione di oggetti). In questi testi si propone un elenco di voci, utilizzando categorie discriminatorie di natura prevalentemente tecnica, di cui si dà una descrizione di tipo storico/funzionale organizzata all'interno di alcune opposizioni salienti (digitale/analogico, new media/old media; online/offline). I difetti:
    • Non considerazione degli aspetti sistemici
    • Sopravvalutazione degli elementi tecnici
    • Rapida obsolescenza delle definizioni a causa dell'innovazione tecnologica (la spinta innovativa, almeno allo stato attuale, incide su prodotti e tecnologie con una notevole rapidità)
    I nuovi media sono spesso letti solo in relazione alla novità tecnologica, senza del resto mettere a tema la complessità del tecnologico.
  • Tentativo di disciplinare il campo dei nuovi media individuando alcuni criteri/livelli di aggregazione al suo interno:
    • Grado di interattività con il sistema e delle possibilità o meno di interagire fra utenti
    • Destinazione d'uso dei singoli media (l'universo dei nuovi media è stato segmentato in: media destinata alla rappresentazione: computer grafica, immagini digitali e realtà virtuale; alla comunicazione: reti telematiche; alla conoscenza: banche dati e supporti ottici)
    Il problema è trovare principi di catalogazione validi e univoci
  • L'universo dei nuovi media è stato definito attraverso l'utilizzo di etichette-ombrello che ne individuassero i tratti salienti senza definirne nettamente confini, contenuti, funzionalità: ad es. digital media, cybermedia, oppure focalizzando sugli aspetti linguistici multimedia, hypermedia, interactive media, oppure ancora global media, personal media, computer media. Pur avendo tutte come comune denominatore la digitalizzazione, queste definizioni finiscono per essere o troppo generalizzanti o troppo esclusive, allargando o restringendo troppo il campo dei “nuovi media”.

Rimane quindi la definizione pura e semplice di “nuovi media” per quei media che nascono dalla convergenza fra digitale e telecomunicazioni, tenendo presente comunque la precarietà e la contingenza di questa realtà, in cui il tema dell'interconnessione e della convergenza diviene cruciale. Per definire i “nuovi” media, bisogna innanzitutto definire i “media” tout-court, rispetto ai quali viene dichiarata la novità. Esiste un universo, quello dei nuovi media, che si distingue dai media tout court in termini di specificazione, e dai vecchi media in termini di differenziazione, e tale distinzione è connotato come novità.

Anche qui si incontrano difficoltà dovute alla diffusa identificazione tra media e comunicazione (concetto anch'esso sottoposto a innumerevoli studi e interpretazioni da parte delle più varie discipline: sociologia, semiotica, economia, storia, ecc.), nonché ad una sorta di “principio di indeterminazione” dovuto al fatto che i media permeano la vita quotidiana degli stessi ricercatori e ne condizionano il comportamento.

Problemi di definizione

  • Una prima difficoltà inscritta nei presupposti della dizione "nuovi media" risiede in relazione al quale si propone una specificazione: i punti di vista nell'oggetto - i media - adottati, le pertinenze e i tratti distintivi prescelti nella definizione dei media tout court hanno condizionato e condizionano anche la descrizione e definizione dei nuovi media. L'avvento di un nuovo medium agisce nel sistema in cui va a collocarsi attraverso la ridefinizione delle relazioni interne al sistema.
  • Lo stesso concetto di “nuovo” inoltre, porta con sé il rischio di configurarsi come culmine o apoteosi del vecchio, portando al profilarsi di utopie o distopie. Il problema risiede nel permettere una differenziazione fra vecchio e nuovo senza dare origine a una narrazione totalizzante. Questo aspetto è rilevante soprattutto considerando l'enfasi sugli aspetti tecnologici e di immaginario legati ai nuovi media. Nascono quindi teorie che parlano di “rivoluzioni democratiche” legate al carattere partecipativo dei media, e al contrario vengono riproposte le classiche distopie del controllo (grande fratello), legate a idee non proprio aggiornate circa i computer.

La tensione all'innovazione, inoltre, sembra portare le riflessioni sulla “rivoluzione digitale” su un piano a-temporale, dove il cambiamento sembra essere già avvenuto in un passato prossimo, ma le conseguenze non si sono ancora completamente dispiegate: una “cristallizzazione nel presente” che non tiene conto della dimensione diacronica. Se in realtà si tiene conto proprio di questa dimensione diacronica, si trova che la locuzione “nuovi media” non è assolutamente nuova. La convergenza tra telecomunicazioni e digitalizzazione ha ormai una lunga storia alle spalle, che in termini di progettazione risale addirittura alla prima metà del novecento. E a partire dagli anni settanta è stata data l'etichetta “nuovi media” a tutta una serie di nuovi prodotti o servizi legati al sistema dei mezzi di comunicazione (personal computer, CD-ROM, realtà virtuale, banche dati, ecc.).

La separazione tra vecchi e nuovi media è spesso frutto di una distorsione prospettica che, grazie alla retorica del “nuovo”, tende ad appiattire la complessità del “vecchio”. O addirittura può valere il meccanismo inverso, per cui si tende a sottovalutare l'impatto dei nuovi media rispetto ad un'idealizzazione dei vecchi (ad es. posta elettronica o chat visti come degradazione della comunicazione interpersonale faccia a faccia). Si dovrebbe quindi abbandonare l'idea di separare i due universi del “vecchio” e del “nuovo” come se l'innovazione provocasse una rottura traumatica di radicale cambiamento. In realtà i nuovi media si caratterizzano più per la ridefinizione di alcune istanze già presenti nei vecchi, e le due componenti sono profondamente interconnesse e coinvolte in processi di reciproca ibridazione.

Si tratta quindi di rifiutare la retorica del nuovo e la focalizzazione tecnocentrica, per parlare di una ridefinizione del sistema dei media “tout-court”. Questa tocca sia le tecnologie dell'informazione e della comunicazione che i prodotti simbolici e le pratiche di consumo, così come le dimensioni istituzionali e organizzative. L'insieme delle componenti che costituiscono i media: le tecniche, le modalità produttive e distributive, i contenuti e i consumi.

Archeologie

Una volta stabilito che una delle peculiarità tecnologiche dei “nuovi media” è quella della convergenza tra telecomunicazioni e digitalizzazione, è importante capire come, storicamente, il computer ha iniziato ad essere considerato non più solo uno strumento di calcolo ma anche di comunicazione (in termini di media). La storia comincia negli anni settanta, sono centrali nell'esplosione tecnologica, in primis per lo sviluppo impetuoso della microelettronica, e poi per il diffondersi di nuove sensibilità legate ai movimenti controculturali (ecologisti, pacifisti, free speech movements, ecc.).

Il luogo chiave è il Palo Alto Research Center della Xerox in California, dove si intrecciano le punte più alte della ricerca della computer science e le istanze della controcultura. Qui nasce l'idea del computer come mezzo di comunicazione centrato sull'utente (e nascono tra l'altro le interfacce destinate a segnare il futuro del personal computer, come mouse, finestre, icone, ecc.). Al PARC furono progettati e costruiti Alto e Star 8010, le prime macchine a interfaccia grafica e a manipolazione diretta.

Dal PARC nasce nel 1977 (Kay e Goldberg) il Dynabook, un vero e proprio personal computer portatile, interattivo e multimediale, inizialmente pensato per assistere i bambini nel processo di apprendimento. Il progetto prevedeva per la prima volta una filosofia di progettazione che intendeva il computer come medium personale, finalizzato all'espressione, alla creatività individuale e all'interconnessione. Tale filosofia era lo sbocco più avanzato di una serie di riflessioni già iniziate un decennio prima, sulla gestione interattiva dell'informazione, l'isomorfismo mente-macchina e la ricchezza dei codici espressivi (multimedialità), che si andavano intrecciando con l'attribuzione di valori politici all'informatica: il computer visto come amplificatore della fantasia, mezzo di emancipazione personale e sociale.

Internet: INTERconnected NETworks, è la rete delle reti, ovvero un sistema di reti interconnesse che deve le sue origini a un progetto realizzato dall'ARPA. È possibile individuare il primo impulso alla ricerca informatica nel 1958, con la costituzione dell'ARPA (Advanced Research Project Agency), un'agenzia federale che dipendeva direttamente dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, nata come reazione allo Sputnik sovietico (i cieli degli Stati Uniti sono stati violati, per la prima volta si manifesta una supremazia sovietica nel campo delle tecnologie spaziali) per ristabilire la supremazia tecnologica americana, era un centro di ricerca pubblico dotato di cospicui finanziamenti in grado di promuovere, sostenendo economicamente altri centri di ricerca, nuovi progetti.

Pur essendo legata a filo doppio con il Dipartimento della Difesa, e quindi alle applicazioni militari, ARPA ebbe subito una grande autonomia di ricerca e cospicui finanziamenti per i progetti più innovativi e di avanguardia. In particolare si cercava un modo diverso di intendere la comunicazione uomo-macchina, dove quest'ultima veniva intesa come elaboratore di simboli piuttosto che di dati, avvicinandosi quindi all'attività cognitiva umana e proponendosi come “protesi” migliorativa. In questo senso era cruciale la condivisione di strumenti e risorse di lavoro. ARPA metteva in contatto diretto gli organi amministrativi con i ricercatori, scardinando così il sistema fino ad allora in voga per la concessione di fondi di ricerca: quello della peer review, che prevedeva la valutazione delle proposte da parte di esperti nel campo di ricerca cui afferiva il progetto.

Uno dei progetti più importanti di ARPA fu quindi lo sviluppo di una rete di connessione tra computer particolarmente concentrata sul time sharing, denominato Arpanet (1967) fu la prima rete per lo scambio di dati con grande estensione geografica. Com'è noto Arpanet, inizialmente costituita da ARPA, un paio di aziende private e alcune Università: i primi 4 nodi sono le 4 università americane UCLA, UCSB, Università di Stanford e Università dello Utah, rappresentò il nucleo iniziale di Internet, di cui definì l'architettura distribuita e il protocollo di comunicazione (TCP/IP). Il progetto era basato sugli studi di rete distribuita e a commutazione di pacchetto di Baran della Rand Corporation, che erano finalizzati a costruire una rete in grado di resistere ad un attacco nucleare (da qui le leggende su internet)

Il modello di Arpanet di Roberts era inteso alla costruzione di una rete distribuita e si basava sulle ricerche di Baran della Rand Corporation: un centro di eccellenza espressamente impegnato nella ricerca delle reti e sulla commutazione di pacchetto erano finalizzate a produrre modelli di reti di telecomunicazioni in grado di funzionare anche in caso di guasto o mal funzionamento di uno o più nodi della rete stessa. Ma Arpanet non aveva obiettivi militari, anzi.

In realtà la rete nasceva dall'idea di costruire un mezzo che permettesse il lavoro collaborativo a distanza e, in prospettiva ancora più utopica, la costruzione di comunità mediate dal computer. Arpanet vide la sua prima implementazione nel 1969 a seguito degli sforzi congiunti da ARPA, di 2 aziende private (BBN e la Honeywell) e di 4 sedi universitarie che ne costruirono il primo nucleo. Arpanet è il nucleo di base della rete internet, la quale ne ha adottato la tipologia e i protocolli di trasmissione.

Internet ebbe molta fortuna presso il grande pubblico grazie alla nascita del world wide web (web), i due termini sono usati come sinonimi, in realtà internet è un'infrastruttura di rete che collega milioni di computer in tutto il mondo grazie a standard id comunicazione detti protocolli di internet; il web rappresenta una modalità di accesso alle informazioni disponibili in rete.

Il computer come "macchina per pensare"

Tra le istanze che portarono al progetto Arpanet, è importante individuare il contributo di Douglas Engelbart incentrato sulla dimensione cognitiva e collaborativa dei computer (interfacce e sul lavoro collaborativo a distanza), e sulla loro concettualizzazione come manipolatori di simboli - “macchine per pensare”. Engelbart fu docente di molti ricercatori poi confluiti al PARC, e a sua volta si rifece ad un filone di pensiero il cui principale esponente fu negli anni trenta Vannevar Bush, ricercatore del MIT e capo della ricerca del governo USA durante la Seconda Guerra Mondiale.

Progetti che avevano alla base un'unica idea condivisa: l'elaborazione di un diverso modo, immediato e più intuitivo, di interazione con la macchina, in cui quest'ultima non era più intesa come un elaboratore di dati ma come un elaboratore di simboli, in grado di entrare in sinergia con le attività cognitive e di proporsi come loro protesi, migliorandone l'efficienza. Bush, in una serie di saggi più vicini alla fantascienza che alla scienza, si occupò soprattutto di problemi legati all'archiviazione delle informazioni e alla loro organizzazione in sistemi che “simulassero” il funzionamento associativo della mente umana.

Teorizzando, nel suo progetto “Memex (memory extender)”: una macchina in grado di immagazzinare, grazie a strumenti quali la microfotografia, qualsiasi tipo di materiale a stampa, e soprattutto di rispettare la naturale tendenza all'associazione della mente umana, superano così l'artificiosità dei metodi di archiviazione tradizionali. Attraverso l'utilizzo di 2 schermi, di una tastiera e di un set di bottoni e leve, il Memex avrebbe consentito all'utente di inserire annotazioni personali e di creare i “link” (collegamenti temporanei) e i “trails” (percorsi associativi permanenti tra documenti), Bush pose le basi della “macchina ipertestuale”.

Bush fissa due principi nella sua concezione “isomorfica” del rapporto uomo-macchina: simulazione dei processi cognitivi della mente umana e personalizzazione del rapporto fra utente e macchina. Nonostante la macchina non sia mai stata implementata è stata di fondamentale importanza nel tracciare 2 principi base della ricerca informatica degli anni successivi: la personalizzazione dell'interazione e la valenza cognitiva dei computer. Il Memex è un calcolatore analogico dotato di un sistema di archiviazione, ideato dallo statunitense Vannevar Bush negli anni trenta e mai realizzato, da molti considerato il precursore del personal computer e degli ipertesti. Fin dagli anni trenta, Bush si accorse che la letteratura scientifica si stava espandendo ad una velocità superiore rispetto alla capacità dell'uomo (e dello scienziato) di comprenderla o di controllarla. Per il suo progetto del Memex era partito da un'esigenza concreta, dalla ricerca della soluzione di un problema specifico: come rendere più efficiente l'archiviazione ed il reperimento del sapere, dato che l'informazione, nelle università, organizzata in biblioteche risultava spesso di difficile o impossibile accesso.

Bush descrisse il Memex nel suo fondamentale saggio As We May Think "Come potremmo pensare" nel luglio 1945, negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, ma in realtà la sua genesi con le intuizioni fondamentali risalivano ai primi anni trenta. Bush stesso, a posteriori, avrebbe datato il Memex al 1932. Il Memex (dalla contrazione di memory expansion) era un sistema nel quale un individuo avrebbe registrato i propri libri, il proprio archivio e le proprie comunicazioni personali, meccanizzato in modo da poter essere consultato con eccezionali velocità e versatilità, una sorta di estensione privata della sua memoria. Le sue caratteristiche e l'uso che Bush ne prevedeva, di tipo prevalentemente privato, individuale, ne fanno un antenato dell'odierno personal computer.

Nel definire una macchina immaginaria - sapeva perfettamente che per l'epoca non era ancora realizzabile - Bush operò una selezione tra le tecnologie del tempo e ipotizzò quale sarebbe stato il loro sviluppo futuro, speculando inoltre sulle conseguenze che una tale innovazione avrebbe potuto avere. Bush, che operava nell'epoca precedente all'avvento dell'informatica digitale, aveva progettato numerosi modelli di macchine analitiche e concepì quindi il suo apparecchio come un avanzato calcolatore analogico, un dispositivo di tipo elettro-ottico e non più meccanico, basato sull'uso del microfilm, che all'epoca era la più avanzata e promettente forma di archiviazione di informazioni.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche dei nuovi media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Pasquali Francesca.
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