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Aspetti teorici dell'aggressività

L'evoluzione delle teorie sull'aggressività nella psicologia americana da Skinner a Bandura

1. B.F. Skinner: Il rinforzo del comportamento

Per comprendere l'interpretazione dell'aggressività elaborata dagli studiosi della scuola comportamentista è necessario partire dal contributo teorico di B.F. Skinner che, nei corso degli anni '30, ha studiato le forme di condizionamento del comportamento formulando in particolare la concezione del rinforzo sia positivo sia negativo. Benché gli studi di Skinner negli anni '30 riguardassero in particolare il comportamento di animali, quali topi e piccioni, i suoi modelli interpretativi dei comportamento hanno costituito un punto privilegiato di riferimento per le teorie sull'aggressività formulate alla fine degli anni '30 e negli anni '40.

Per quanto riguarda invece in particolare la natura dell'aggressività, Skinner ha ripreso ed approfondito la sua analisi principalmente nello scritto Contingences of reinforcement. A theoretical analysis [1969]. Skinner distingue tra aggressività filogenetica ed ontogenetica. Questi due aspetti dell'aggressività si manifestano molto spesso combinati tra loro e quindi difficilmente distinguibili, anche se la loro origine è qualitativamente diversa: "Il fatto che contingenze filogenetiche abbiano contribuito alla disponibilità ad essere rinforzate da manifestazioni ontogenetiche del male fatto, rende particolarmente confusa la relazione intercorrente tra i due tipi di contingenze. Vale però la pena di cercare le variabili effettive, particolarmente quando si fa uno sforzo rivolto sia a rafforzare che ad indebolire il comportamento aggressivo."

L'aggressività filogenetica deriva dalla lotta per la sopravvivenza e in essa rientrano, per esempio, la difesa dei propri figli da parte della madre o la competizione sessuale tra i maschi. Scrive Skinner: "Stimoli dolorosi sono associati con la lotta, indipendentemente dalle contingenze specifiche in dipendenza delle quali la lotta serve alla sopravvivenza, ed hanno liberato un comportamento aggressivo in una grande varietà di occasioni. Per ragioni analoghe, sono efficaci anche il controllo fisico e l'assenza di un rinforzo caratteristico ('frustrazione'). Il comportamento aggressivo di origine filogenetica è accompagnato da risposte autonome che contribuiscono alla sopravvivenza, almeno finché appoggiano un'attività vigorosa. Queste risposte sono gran parte di ciò che si sente nell'aggressività. Le distinzioni tra gelosia, rabbia, collera, odio, ecc. suggeriscono contingenze filogenetiche."

Spesso però l'aggressività si manifesta attraverso comportamenti acquisiti non ereditari. Per esempio il "far del male agli altri" può agire da rinforzo suscitando un tipo di comportamento aggressivo non determinato da variabili filogenetiche: "Quando vogliamo ferire qualcuno insultandolo, maledicendolo, o dandogli delle cattive notizie, la topografia del nostro comportamento è determinata da contingenze organizzate da una comunità verbale."

In entrambi i casi (origine filogenetica o ontogenetica) l'aggressività è sempre spiegabile in funzione degli stimoli e dei rinforzi: "... l'aggressività non è mai senza senso se ciò significa senza causa; quando sembra priva di senso vuol dire che abbiamo semplicemente trascurato o le variabili presenti o la storia del rinforzo."

Già Pavlov aveva incluso l'aggressività fra i cosiddetti riflessi assoluti insieme a quello alimentare, sessuale ed i gioco. Tuttavia Pavlov aveva anche supposto una subordinazione dell'istinto aggressivo a quello alimentare che era ritenuto quello dominante e ciò sembrava confermato dai suoi noti esperimenti, nei quali le reazioni aggressive si attenuavano o estinguevano quando veniva provocato il riflesso alimentare [Pavlov, 1943].

Resta chiaro comunque che per Skinner un comportamento aggressivo presuppone sempre uno stimolo che produce una risposta, la cui forma è determinata in misura rilevante dall'incidenza del rinforzo. Skinner polemizza in modo sprezzante con coloro che attribuiscono i comportamenti aggressivi ad un istinto di morte. Freud e i freudiani ortodossi sono accusati da Skinner di ricercare "cause fittizie" del comportamento aggressivo, trascurando così le variabili effettive. Egli si oppone alla tesi di una pulsione di morte presente in tutti gli organismi viventi, perché non è osservabile un rapporto tra tale pulsione e il principio fondamentale della tendenza biologica alla sopravvivenza.

Skinner rifiuta recisamente non solo la teoria freudiana, ma anche ogni credenza secondo la quale l'uomo è aggressivo per natura, ritenendola solo una comoda giustificazione dell'inettitudine dell'uomo a creare un mondo migliore. Infatti Skinner, come tutti i comportamentisti, crede nell'onnipotenza dell'educazione, in questo profondamente influenzato da Watson, e quindi è convinto che i comportamenti aggressivi possono essere notevolmente ridotti e controllati agendo sull'ambiente, mentre l'ipotesi istintivista finisce, a suo parere, per svolgere oggettivamente una funzione di comodo alibi per eludere l'impegno individuale e sociale.

2. J. Dollard: L'ipotesi frustrazione-aggressione

L'impianto teoretico formulato da Skinner viene ampiamente ripreso da Dollard, che accetta e sviluppa l'interpretazione skinneriana dell'aggressività, includendola però in un progetto di lavoro, attuato da un gruppo di psicologi comportamentisti dell'Università di Yale, che si sono proposti la verifica sperimentale dei principali concetti psicoanalitici.

Per Dollard gli studi suoi e dei suoi collaboratori [Miller, Doob, Mowrer, Sears], e soprattutto i vari esperimenti effettuati all'Università di Yale, hanno pienamente confermato la tesi fondamentale sull'origine dell'aggressività, così riassunta: "Un comportamento aggressivo presuppone sempre uno stato di frustrazione e, inversamente, l'esistenza di una frustrazione conduce sempre a qualche forma di aggressività."

La frustrazione è definita come "an interference with the occurrence of an instigated goal-response at its proper time in the behaviour sequence". L'aggressività è definita da Dollard come "any sequence of behaviour, the goal response to which is the injury of the person toward whom it is directed."

Secondo Dollard l'intensità dell'istigazione all'aggressività varia in proporzione diretta alla quantità della frustrazione; a sua volta quest'ultima varia in funzione dell'intensità dell'istigazione alla risposta frustrata, del grado di interferenza con la risposta frustrata e del numero delle risposte frustrate. Il legame con la prima variabile è quello più evidente, poiché è facile osservare una proporzione diretta tra la quantità di frustrazione e l'intensità del desiderio: così sottrarre il cibo ad un cane affamato causa una reazione più violenta che non la sottrazione del cibo ad un cane sazio.

Per quanto riguarda la seconda variabile, per Dollard è probabile che più incida l'interferenza rispetto all'attività volta al raggiungimento del fine, più aumenti la frustrazione: così un giocatore di golf è meno probabile che si metta ad imprecare per una interferenza leggera che lo distragga in un momento cruciale della partita, che non per una distrazione più forte, la quale rappresenta un'interferenza molto maggiore.

Per quanto riguarda la terza variabile Dollard ritiene che molte piccole frustrazioni si sommino producendo una risposta di intensità maggiore di quanto ci si aspetterebbe normalmente dalla situazione frustrante che sembra essere l'antecedente immediato dell'aggressività. Pur ritenendo che il fattore temporale sia di grande importanza, Dollard ammette che: "Non disponiamo però di dati che indichino esattamente per quanto tempo dopo la cessazione della frustrazione primaria persista l'istigazione secondaria all'aggressività".

Per mantenere la validità in ogni situazione del rapporto biunivoca tra frustrazione e aggressività Dollard ritiene essenziale stabilire una distinzione tra aggressività palese e non-palese (implicita), poiché è evidente che non tutte le frustrazioni producano l'aggressività palese. Fra le due classi di atti aggressivi non esiste una rigida separazione: "Non riteniamo che questi due termini [palese e non-palese] si riferiscano a categorie diverse di comportamento aggressivo, ma semplicemente a casi estremi di un continuum di fenomeni."

Ciò che determina la manifestazione non palese dell'aggressività, cioè il suo grado di inibizione, è, per Dollard, la previsione della punizione. Egli ritiene che l'intensità di inibizione di un atto di aggressività varia in proporzione diretta alla quantità di punizione prevista come conseguenza di quell'atto.

Dollard esamina varie forme di dislocazione (displacement) dell'aggressività. A questo proposito Fornaro nota che il termine displacement è usato da Dollard con lo stesso significato del freudiano verschiebung, che però nelle traduzioni italiane delle opere di Freud è reso con spostamento [Fornaro, 1983]. La dislocazione si può attuare sia mutando il soggetto verso cui l'aggressività è diretta, sia mutando la forma (modalità) di aggressività (umorismo, irrisione, soddisfazioni immaginarie ...).

Anche l'autoaggressività è una forma dislocata di aggressività inibita nella sua forma diretta: "Gli psicanalisti dispongono di prove che indicherebbero che non soltanto le autoaccuse, ma anche le lesioni fisiche e persino i sintomi nevrotici possono essere espressioni di aggressività rivolta contro se stessi."

L'impostazione di Dollard e collaboratori nello studio dell'aggressività emersa dal citato testo del 1939, presuppone evidentemente un modello pulsionale di funzionamento dell'apparato psichico. A questo proposito Silvia Bonino e Gianfranco Saglione notano giustamente che "risulta chiaramente che gli autori hanno come riferimento un modello idraulico di funzionamento dell'apparato psichico, visto come una pentola a pressione, in cui si accumula la tensione provocata dal fuoco della frustrazione."

L'intensità dell'istigazione dell'aggressività è infatti - secondo gli autori - in rapporto direttamente proporzionale con la quantità della frustrazione, che è determinata da fattori quali l'intensità con cui l'individuo era istigato alla risposta-meta frustrata, il grado d'interferenza con la risposta frustrata, il numero delle risposte frustrate.

Il "coperchio della pentola, ovvero l'inibizione che impedisce un'immediata e diretta scarica dell'aggressività, è costituita dalla previsione della punizione, che implica un'esperienza passata di punizione di certe attività aggressive; gli autori considerano alla stregua di anticipazione della punizione, la previsione di un insuccesso e l'offesa a un oggetto amato. Quando l'istigazione all'aggressività supera una certa soglia, raggiunge cioè un'intensità molto più alta, può rendere inefficace l'inibizione costituita dalla previsione della punizione e quindi far "saltare il coperchio della pentola" dando libero sfogo all'aggressività.

Secondo gli autori, l'inibizione alla scarica diretta dell'aggressività può dare origine a mutamenti di forma (reazioni aggressive non palesi) e di direzione (dislocazione e sublimazione). Va comunque tenuto presente che per Dollard ogni atto aggressivo inibito costituisce una nuova frustrazione e quindi un aumento dell'istigazione all'aggressività e inversamente "il manifestarsi di un qualsiasi atto aggressivo riduce l'istigazione all'aggressività stessa. Nella terminologia psicoanalitica tale liberazione viene chiamata catarsi".

La teoria di Dollard sull'aggressività ha costituito un modello di riferimento costante per l'indagine che successivamente si è sviluppata e, per Caprara, ancora oggi conserva un indubbio valore euristico, indipendentemente dai numerosi processi di revisione critica che in oltre trent'anni [Caprara scrive nel '72] ne hanno aggredito e praticamente modificato il contenuto".

3. Sviluppi e critiche all'ipotesi di J. Dollard

A questo modello teoretico sono state mosse molte critiche [Bonino-Saglione, 1978 a], la più rilevante delle quali si ritiene sia quella di non-scientificità, in quanto risulta impossibile controllare le risposte aggressive non palesi, considerate da Dollard come possibili effetti della frustrazione. Le prime critiche e rielaborazioni della teoria furono sviluppate dagli stessi collaboratori di Dollard negli anni '40. Sears [1941] riconobbe che l'aggressività costituisce solo una delle modalità di reazione alla frustrazione che può dare origine ad altri tipi di comportamento.

  • Il comportamento persistente, nel quale il soggetto continua a ripetere i medesimi atti anche se questi si rivelano inefficaci.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fbionda di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Zucchermaglio Cristina.
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