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Visioni del cervello e modelli del linguaggio

La prospettiva storica

Già a partire da Ippocrate si considerava la centralità del cervello nell'esperienza cognitiva e comunicativa degli esseri umani. Tuttavia questo fenomeno è sempre stato indagato in modo riduzionistico, come nel razionalismo cartesiano e la differenza fra res cogitans e res extensa (pensiero e materia). Oggi si tende ad avere una visione più olistica, valutando i fenomeni nel loro complesso.

Negli ultimi anni poi è andata sviluppandosi la disciplina della neurolinguistica, che è fondamentale nell'analisi del comportamento linguistico in relazione alle funzioni celebrali degli individui sani: con ciò si arriva a una sintesi di riduzionismo e olismo, maggiormente apprezzabile quanto più venga integrata la ricerca sulle patologie con lo studio della lingua in vivo.

Il dibattito sulla sede del linguaggio

Per quanto riguarda il dibattito sulla sede del linguaggio, questo ha visto diversi sviluppi negli anni, importante è stato per esempio l'apporto di Broca e Wernike, i quali studiarono due loro pazienti e notarono due aspetti particolari: quello di Broca presentava un eloquio non fluente e una lesione nel lobo frontale sinistro, che fu chiamata “area di Broca”, mentre quello di Wernike presentava un eloquio fluente, ma non efficace dal punto di vista comunicativo, e una lesione nel lobo temporale sinistro, che fu chiamata “area di Wernike”. Con il loro apporto si diffuse il modello di un circuito laterale del linguaggio, concentrato nell'emisfero sinistro.

Ludwig Lichtheim invece fornì un modello unitario sul linguaggio e la sua rappresentazione celebrale, che apportò un algoritmo utile per effettuare la diagnosi delle afasie classiche e per la localizzazione delle funzioni linguistiche della corteccia superiore (paradigma di Wernike-Lichtheim). Brodmann invece tracciò una mappa delle funzioni corticali superiori, fra cui le aree del linguaggio, la corteccia visiva, uditiva, degli altri sensi e delle funzioni motorie, ben definite e circoscritte.

In realtà poi Penfield definì che più raffinata e specializzata è una parte del corpo, più questa è ampia nella rappresentazione della corteccia celebrale (genitali, labbra e mani sono più grandi di braccia e gambe). Nonostante i progressi, la concezione del cervello continuava a vedere la divisione fra aree sensoriali, motorie e uditive. Quest'ultimo modello oggi può considerarsi superato, le funzioni delle diverse aree motorie non sono così semplici e sequenziali, ma presentano un autonomo orientamento all'azione.

Lo studio dell'800 delle patologie del linguaggio aveva portato a evidenziare una localizzazione separata nel cervello di alcune funzioni linguistiche, come la facoltà di comprensione e di espressione linguistica. Questa separazione comportava che queste due aree si trovassero rispettivamente nell'area di Broca e di Wernike, supportando quindi la loro teoria. Inoltre forniva un sostegno empirico al modello teorico di Saussure, padre della linguistica moderna, che definiva la distinzione fra langue (insieme di norme di una lingua naturale) e parole (produzione soggettiva e pragmatica degli enunciati). Il suo modello era composizionale, infatti la lingua era divisa in una serie di componenti che potevano essere analizzate indipendentemente una dall'altra (fonetica, morfologia, lessico). Inoltre distingue fra signifiant e signifié: il significante è la realizzazione sonora di una parola, il significato è la definizione a cui i suoni rimandano.

Il modello multifocale delle funzioni celebrali

Se l'emisfero linguistico era quello sinistro quindi quello destro era destinato a compiere tutte quelle funzioni non linguistiche, percettive, immaginative, metaforiche. Questo modello però era stato messo in discussione da Freud e da altri, lui in particolare definiva una correlazione fra linguaggio cosciente e inconscio, fra metafora e percezione della realtà. Egli aveva immaginato che la lingua di per sé è metaforica e direttamente collegata a tutte le diverse componenti dell'intelligenza umana intesa non solo come logico-razionale.

Questa sua teoria era considerata extra-scientifica e fu trascurata fino a quando Lurija definì un modello modulare del linguaggio organizzato in subcomponenti funzionali (articolazione, analisi fonemica) non tanti correlati a specifici centri (o aree), quanto organizzate in una rete. Questo permetteva di definire che importanti funzioni non linguistiche erano fatte nell'emisfero sinistro, e che allo stesso tempo importanti funzioni linguistiche venivano fatte nell'emisfero destro. Molte importanti funzioni celebrali vengono svolte in aree sottocorticali, molto più antiche della neocorteccia celebrale.

Il cervello è inoltre capace di riorganizzarsi in seguito a una lesione, cioè l'area compromessa viene sostituita nelle sue funzioni da altre aree (a livello linguistico). Questo dimostra la plasticità celebrale degli adulti, che è di fondamentale importanza anche nell'apprendimento di lingue straniere. Si è evoluto quindi un nuovo modello multifattoriale e multifocale delle funzioni celebrali, cioè un modello che spieghi le funzioni superiori del cervello (nelle quali si trova il linguaggio) come risultante dell'azione combinata di sistemi, le cui componenti si trovano distribuite in due emisferi. Il linguaggio deve essere studiato come risultante di una rete di sistemi funzionali.

Dalla nozione di sede a quella di via

La neocorteccia e i solchi che la caratterizzano sono l'ultimo stadio di sviluppo del cervello, sia in termini filogenetici, sia nella formazione del cervello del feto. Entrambi gli emisferi, collegati tra loro dal corpo calloso, sono composti da 4 lobi (frontale – parietale – temporale – occipitale): i primi due sono divisi dalla scissura centrale (o di Rolando), il terzo è delimitato dalla scissura laterale (o di Silvio). Gli emisferi sono reciprocamente collegati da circuiti cortico-sottocorticali, reti neurali che mettono in relazione aree diverse della neocorteccia con strutture più profonde e filogeneticamente più antiche.

  • Il talamo (composto da talamo ventrale e dorsale, a loro volta composti da più nuclei, ciascun collegato a un suo pacchetto di funzioni). Il talamo trasferisce informazioni alla corteccia, ma ha anche funzioni modulatorie.
  • I gangli della base (situati nella parte inferiore di ciascun emisfero cerebrale e disposti lateralmente rispetto al talamo) svolgono un ruolo chiave nella modulazione del comportamento.
  • L'amigdala (gruppo di piccole strutture interconnesse), che ha un ruolo incisivo nella regolazione delle emozioni e funge da archivio dei ricordi legati alle emozioni.

Le reti talamiche sono fondamentali per i meccanismi corticali di eccitamento, percezioni e cognizione. I gangli della base e il cervello hanno proiezioni non solo nella corteccia premotoria e nelle aree motorie, ma anche attraverso il talamo, in altre aree corticali di ordine più elevato.

Sequenzialità motoria e concatenazione sintattica

Il corpo striato sembra esercitare un controllo inibitorio sull'attività motoria volontaria, fornendo la possibilità di iniziare e orientare il movimento volontario. Le anomalie dell'articolazione della parola e dell'emissione della voce, dette disartria, cioè disordini del movimento, hanno evidenziato la possibilità che le suddette strutture sottocorticali abbiano un analogo ruolo anche nella realizzazione del linguaggio in quanto compito motorio.

La polemica anti-innatista

Le nuove scoperte sui gangli hanno comportato l'inasprirsi del dibattito sull'esistenza di un istinto del linguaggio. Chomsky aveva definito la grammatica universale, che accomuna tutte le lingue, la diversità superficiale è vista solo come rivestimento, che non altera in alcun modo la presenza di algoritmi morfosintattici discreti e prevedibili.

Ciò dimostrerebbe che è il nostro cervello a creare strutture universali basate su un identico arsenale di algoritmi discreti, formalizzabili e prevedibili, partendo da alcuni dati fondamentali, si può ricostruire un'intera grammatica, con il funzionamento della sua morfologia e sintassi. Questa proprietà è caratteristica dell'intelligenza umana che distingue l'uomo da tutti gli altri esseri viventi. Le astrazioni quindi sarebbero imparate spontaneamente dai bambini in modo spontaneo, senza bisogno di impararle in modo esplicito.

Questo è secondo Pinker, l'istinto del linguaggio, che viene trasmesso geneticamente dai genitori ai figli e che permette di apprendere una qualsiasi lingua. Questo presupporrebbe quindi l'esistenza di un gene del linguaggio, e in effetti qualcosa di simile in natura esiste: il gene FOXP2, che è simile negli uccelli (da qui deriverebbero le attività canore), il quale se viene modificato, crea disturbi nel linguaggio. È un tipo di gene che regola altri geni, è quindi possibile che abbia determinato una serie di mutamenti a cascata nel processo evolutivo, il più importante dei quali sarebbe l'abilità fonatoria. È una proteina a forma di elica, che si lega alla regione promoter di altri geni facilitando la trascrizione del loro DNA in RNA (traduttore che influenza l'espressione del potenziale dei geni). Questo gene sarebbe quindi un motore per l'integrazione seriale degli eventi all'interno dei gangli della base e per la sintassi linguistica. Ciò non significa che la sintassi risiede nei gangli della base.

Le origini del linguaggio umano però vanno ricercate nel sistema limbico, posizione filogeneticamente antica del sistema nervoso centrale presente in tutti i mammiferi. Il linguaggio sarebbe quindi un costrutto emozionale, in cui il suono avrebbe un ruolo chiave per richiamare la componente emotiva legatasi al referente al momento del primo apprendimento. Il linguaggio sarebbe il risultato dell'adattamento di un adattamento precedente e legato ai gangli della base sensori-motori.

Controllo motorio e apprendimento linguistico: imitazione, ripetizione e i neuroni specchio

La ripetizione è una componente fondamentale della computazione linguistica. Oggi è al centro di nuove importanti teorie sull'origine del linguaggio umano e sul suo apprendimento. Relativamente alla comprensione sintattica, la ripetizione sarebbe una ripetizione fonetica silenziosa, mentale. La produzione sintattica sarebbe possibile solo grazie a modelli generali di controllo motorio che agiscono sull'apparato fonatorio.

Il linguaggio umano è il risultato di una specializzazione delle strutture e di sistemi precedentemente dedicati alla computazione di compiti motori. Nell'uomo e nei macachi si attivano, durante l'osservazione dell'esecuzione di un compito, da parte di altri individui, i neuroni specchio. Questi costituiscono l'anello neurofisiologico tra l'osservare e l'eseguire, quindi la base neuronale del comportamento imitativo, probabilmente attraverso una scomposizione cognitiva della sequenza motoria osservata in tanti singoli atti motori già noti. L'esecuzione/osservazione ci compiti che coinvolgono la mano attivano anche i neuroni presenti nell'area di Broca, tradizionalmente considerata area esclusiva del linguaggio.

La componente imitativa e ripetitiva è alla base della teoria di Vygotskij e Lurija sull'apprendimento infantile del linguaggio, che si lega all'emersione del controllo cognitivo, con la regolazione del comportamento. La sindrome dei lobi frontali provoca un decadimento dell'autocontrollo linguistico, con l'emergere di un turpiloquio che prima non era riscontrabile. È stata rilevata una connessione fra l'atteggiamento morale dell'individuo e la sua produzione linguistica.

Ipotesi dell'attivazione incrociata

La teoria dell'origine motoria del linguaggio ha trovato un importante sostenitore nello scienziato indiano Ramachandran, il quale afferma che il malfunzionamento della simulazione interna virtuale può essere la causa di sindromi ostiche e complesse come l'autismo. Egli inoltre affronta il discorso legato all'arbitrarietà dei suoni e dei loro significati, se essa quindi sia casuale. L'ha affrontato in modo sperimentale, con il test buba-kiki, cioè alcuni pazienti dovevano dire, sulla base di due figure (una morbida e smussata, una aguzza e acuminata) quale fosse buba e quale kiki. Il 98% ha risposto buba come smussata.

Si tratterebbe quindi di astrazione sinestesica a modalità incrociata, cioè il cervello riconoscerebbe una caratteristica comune a due elementi diversi (il suono e la figura) e li accosterebbe cognitivamente (sinestesia). Questa capacità si è evoluta nell'uomo a causa degli ostacoli ambientali, come abilità che permette di regolare la percezione degli stimoli interni all'organismo, e sarebbe poi stata riutilizzata per altri tipi di astrazione in cui eccelliamo, come le figure retoriche. Sarebbero quindi i neuroni specchio la molla dell'evoluzione culturale, i quali hanno consentito di imitare vocalizzazioni viste e di stabilire una correlazione con i suoni.

Le lingue dei segni e la ricerca neurolinguistica

Il linguaggio è stato studiato come assemblaggio e riadattamento funzionale, su scala evolutiva, di sistemi precedentemente diversamente specializzati. Queste teorie permettono di avere una visione più ampia della facoltà di linguaggio umana, che comprende ogni modalità della comunicazione (non meno quella gestuale). Le lingue dei segni infatti mostrano tutte le possibilità espressive tipiche delle lingue storiche, sia dal punto di vista semiotico che da quello sociolinguistico.

Le memorie e l'apprendimento linguistico

Le prestazioni linguistiche utilizzano due modalità diverse di accesso e gestione dati: implicita (procedurale, inconscia) e esplicita (dichiarativa e cosciente). Esse utilizzano canali diversi che coinvolgono strutture diverse del cervello. Esiste quindi una contrapposizione fra acquisizione e apprendimento di una lingua.

I bambini infatti non apprendono, ma acquisiscono la lingua nativa, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento e l'articolazione di suoni, regole di flessione, combinazione e formazione delle parole. Su questo si basa anche il trattamento della balbuzie, che è dovuto a un difetto di collegamento fra strutture sottocorticali e neocorteccia. Lo dimostrerebbe il fatto che l'eloquio diventa più fluente quando il paziente si allontana dalle sue normali abitudini e canta, recita, parla in una lingua straniera (vale però solo se non la conosce bene), probabilmente a causa di un maggior coinvolgimento della neocorteccia nella produzione del linguaggio.

La memoria esplicita è un sistema che ha una lunga formazione (non si può dire completo fino ai 6 anni di vita) e che richiede l'intervento di processi cognitivi coscienti, cioè di riflessione. Ciò coinvolge le aree associative della corteccia, strutture la cui maturazione inizia dopo i 2 anni e si conclude intorno alla pubertà. È fondamentale l'ippocampo.

La perdita della L2 a vantaggio della L1 è tipico dei malati di Alzheimer, malattia degenerativa della neocorteccia caratterizzata dalla perdita della memoria esplicita e dichiarativa. Nell'apprendimento di una lingua sono fondamentali entrambe, nella gestione delle abilità linguistiche si passa da un canale all'altro. Secondo Paradis all'inizio un parlante di L2 dovrà per forza fare ricorso alla memoria esplicita, cioè riflettere coscientemente sulle regole che ha memorizzato e non si comporterà come un parlante nativo. Chi invece parla una L1 non è in grado di spiegare i fenomeni, le regole che applica senza fatica e senza errori. L'apprendimento della lingua acquisita avviene solo a scuola, dove l'alunno impara a descrivere quelle regole che applica senza problemi.

Neurolinguistica del bilinguismo

Problemi di definizione e classificazione

Il parametro tradizionale per definire il bilinguismo si rifà all'età in cui viene acquisita o imparata una L2. Esistono una o più soglie critiche che rendono l'età di un individuo un discrimine nell'acquisizione delle lingue naturali. Un bilinguismo precoce è statisticamente un bilinguismo coordinato e bilanciato, in quanto il soggetto tende a conoscere le due lingue nello stesso modo (non ugualmente bene, ma usa gli stessi circuiti cerebrali). Un bilinguismo tardivo invece è subordinato, cioè normalmente una lingua è dominante sull'altra. Quest'idea si fonda sia su basi empiriche che su riscontri fisiologici.

La discriminante dell'età è legata soprattutto a livelli di competenza fonologica, esistendo infatti una soglia critica di apprendimento del materiale fonologico, legata ai periodi di maturazione delle strutture neurali del bambini – fino a 6 mesi sono in grado di discriminare i suoni di tutte le lingue umane, tale capacità poi si riduce tra i 6 e i 12 mesi, a 1 anno poi discriminano solo i suoni della lingua cui sono esposti. Nei neonati le strutture cerebrali che hanno il compito di riconoscimento e discriminazione fonetici sono quelli sottocorticali (tronco, talamo e gangli della base), che si legano ai componenti della memoria procedurale.

Il processo di acquisizione di una pronuncia perfetta in una L2 (che caratterizza i nativi), è tanto più economico quanto più l'acquisizione dell'inventario fonologico nelle due lingue è prossima sul piano temporale. Dopo gli 8 anni la capacità di imitare la prosodia delle lingue straniere diminuisce progressivamente. Questa capacità però è piuttosto individuale. Gli 8 anni sembrerebbero...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliac91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e tecnica della traduzione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Salmon Laura.
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