Democrazia e processo storico
La "Democrazia in America" è un’opera fondamentale perché rappresenta un attento esame dell’età democratica ed un’indagine articolata sui vantaggi e sui limiti che all’epoca l’uguaglianza ha comportato; sono molti gli scrittori che oggi sostengono che l’analisi fornita da Tocqueville cento anni fa si è nel frattempo pienamente avverata. Tocqueville in maniera esplicita pone in collegamento l’attrazione per il Nuovo Continente con l’analisi del Mondo moderno. Il viaggio che egli ha fatto non è stato un resoconto sull’America o sul suo sistema penitenziario né era dettato dalle particolari condizioni politiche della Francia (timori rivoluzione del 1830): l’inchiesta era solo un pretesto per ottenere il visto per muoversi liberamente in America.
Gli USA costituivano il parametro necessario per analizzare dal vivo “il destino storico i popoli contemporanei” e la ricerca muove dall’assunto che il mondo va verso “un assetto sociale democratico”, ossia verso l’uguaglianza delle condizioni e che tale ordine sociale potrà riflettersi e trasformare i destini di tutti i popoli. Egli è convinto che nulla potrà fermare questo nuovo processo e questa convinzione non è sorretta dall’entusiasmo della scoperta ma dal dolore della perdita. Tocqueville prova un “terrore religioso”, una nostalgia per il passato sistema ed una paura per l’uguaglianza delle condizioni ma, siccome è un processo inarrestabile, egli ritiene il cambiamento come un “fatto provvidenziale” voluto dal destino; spera di poter elaborare una “scienza politica nuova” che accettando questa “grande rivoluzione sociale” la sappia educare limitandone i “ciechi istinti”.
Lo spirito di rivolta ed i continui mutamenti non avranno mai fine finché questo processo non sarà accompagnato in campo politico da un analogo cambiamento; è naturale pensare che l’uguaglianza penetrerà anche nel mondo politico: non si può, infatti, pensare che gli uomini siano uguali in tutto tranne che nel campo politico. Due sono i modi per ottenere l’uguaglianza in campo politico: dare i diritti politici a tutti o non darli a nessuno.
Uguaglianza e modernità
Il viaggio in America corrisponde al bisogno di verificare la possibilità che s’instauri in Europa la “democrazia politica” evitando quella ”tirannide” in cui invece si realizza l’uguaglianza nella schiavitù; Tocqueville cerca di dare una risposta al problema che porrà il cambiamento politico al quale vanno incontro i popoli contemporanei e fino a che punto il cambiamento potrà essere diretto e guidato per evitare profonde fratture. Questa risposta la cerca nel viaggio in America dove la “democrazia” è ormai consolidata e dove l’uguaglianza democratica ha generato un nuovo assetto politico democratico.
L’adesione alla democrazia non si configura come una scelta ideologica, ma come l’unica scelta possibile alla “tirannide” cui sono esposti tutti i popoli contemporanei; egli è convinto che il mondo è trascinato oramai verso il nuovo assetto ugualitario e che quindi sono solo due le forme di governo possibili:
- Potere democratico, dare a tutti i diritti politici;
- Potere assoluto, darlo ad uno solo che determina l’asservimento di tutti.
Non ama entrambe le possibilità ma tra le due sceglie il metodo democratico, che considera il male minore. Il vero soggetto politico che crea le nuove realtà e che bisogna indagare è la moderna égalité (cd. processo di livellamento); come detto, Tocqueville ha un vero terrore religioso per l’inarrestabile avvento dell’uguaglianza delle condizioni che non si spiega solo con la sua appartenenza all’aristocrazia; l’analisi che egli compie si oppone alla difesa di tutto ciò che fa parte del passato e legato con la storia.
La dinamica egualitaria non determina solo un’uguaglianza economica, e cioè in pratica non fa impoverire i ricchi ed arricchire i poveri, ma determina importanti cambiamenti antropologici: crea opinioni, fa nascere sentimenti ponendosi come una “forza generatrice” di un nuovo modo sociale e mentale. L’uguaglianza a cui l’autore guarda non è una forma che azzera ogni diversità ma individua la c.d. “duplice rivoluzione”, in cui alcuni scendono ed altri salgono in un continuo mutamento di posizioni e in un continuo raggiungimento di nuovi status.
La legge sulle successioni, che impone la divisione in parti uguali dell’eredità, è considerata il fattore che più di tutti ha contribuito a realizzare un’uguaglianza democratica. Questa legge “sulla divisione in parti uguali” dell’eredità non esercita la sua influenza soltanto sulla sorte dei patrimoni ma agisce anche sull’animo dei proprietari e mobilita le loro passioni. Essa determina la distruzione di quello spirito di famiglia tipico delle aristocrazie che poteva immortalare se stessi nei discendenti. Per gli uomini moderni la morte biologica segna definitivamente la loro transitorietà, legata ai beni ed al loro potere. Con la perdita dei latifondi si perdono così l’origine, la gloria, la potenza e le virtù familiari: gli individui non hanno più alle loro spalle una grande famiglia che potesse loro trasmettere, insieme alla proprietà ed al potere, modalità di vita e di pensiero.
Nelle aristocrazie il padre non è soltanto il capo politico della famiglia: egli è l’organo della tradizione, l’interprete dei costumi. Quando le condizioni diventano democratiche gli uomini adottano quale principio generale quello secondo il quale “è giusto e logico giudicare da soli” tenendo in considerazione le opinioni del passato solo come base informativa e non come regola: diminuisce in questo senso l’ascendente del padre.
Così il tramonto del modello aristocratico non vuol dire solo tramonto di un sistema politico ed economico fondato sui privilegi, ma anche il tramonto del passato “come regola” cui riferirsi per poter orientare il mondo. In questo senso è opportuno tenere a mente che:
- L’aristocrazia spinge per natura l’animo umano alla contemplazione del passato;
- La democrazia dà invece agli uomini un senso di disgusto per quello che è antico.
Con la società democratica si genera, dunque, una frattura nella “trama dei tempi” precedentemente sostenuta dalla struttura dell’aristocrazia: gli individui si tirano fuori dalla famiglia come nucleo socio-politico in cui identificarsi e la considerano come “elemento biologico” capace di garantire solo la nascita e la crescita dei propri membri. A mano a mano che i costumi e le leggi si fanno più democratici i rapporti tra padre e figlio diventano più intimi e più distesi.
Il crollo del prestigio politico ed economico della famiglia aristocratica la trasforma in “focolare domestico” mentre la figura paterna è retrocessa da rappresentante ad allevatore di prole. Nell’epoca democratica l’uomo è alla continua ricerca di autonomia: nonostante questo processo determini una carenza di strutture che frenano l’uomo nella ricerca di individualità allo stesso tempo lo protegge dalla percezione dell’indeterminato che si nasconde dietro la “trama dei tempi”.
Nel Medioevo le condizioni sembravano cristallizzate e la società appariva immobile in tutte le sue parti: nessuno intravedeva cambiamenti. Per contro, in tempi d’uguaglianza la mentalità è diversa: nulla resta fermo e lo spirito umano è contagiato dall’idea d’instabilità. Questo è quello che determina la “nuova égalité”, ossia il continuo movimento degli individui nella scala sociale, non più legato a ruoli prestabiliti ma segnato dalle possibilità personali di ciascuno.
Nel mondo sociale e politico democratico Tocqueville vede che ognuno si sente uguale all’altro, i ruoli sono intercambiabili e sono messi continuamente in discussione. In sintesi, la famiglia è considerata come un elemento biologico ed il cammino degli individui è senza più ruoli stabiliti ed è dominato dalle possibilità individuali.
Uguaglianza dell’insicurezza
Nella situazione di totale mobilità l’uomo democratico cerca di ricostruire una stabilità materiale. Da qui “l’idea del lavoro” come condizione necessaria per la parità per tutte le professioni ma anche la consapevolezza che la ricerca di una posizione economica certa possa garantire il futuro. Tuttavia, questa ricerca appare frustrante perché il possesso di beni materiali, all’interno del cambiamento universale, è transitorio. Nella società democratica non c’è nulla di certo e poiché il denaro ha assunto una straordinaria mobilità passando continuamente di mano in mano e trasformando la condizione degli individui, nessuno può sottrarsi al desiderio di procurarselo e conservarlo. La frenesia di arricchirsi ad ogni costo, la ricerca del benessere e dei godimenti materiali sono le passioni più comunemente diffuse.
Nelle società aristocratiche i ricchi non avendo conosciuto uno stato diverso dal loro non temono di doverlo cambiare ed a stento riescono ad immaginarne un altro. Il benessere materiale non è dunque per essi lo scopo della vita ma è una maniera di vivere, lo considerano in maniera naturale e lo vivono in modo naturale. Quando i ceti sono mescolati ed i privilegi aboliti, quando i patrimoni si suddividono ed il sapere e la libertà si espandono, la fantasia del povero si accende per la voglia di ottenere il benessere mentre l’animo del ricco si accende per la paura di perderlo.
Nell’epoca democratica la tendenza naturale, istintiva verso il benessere si trasforma in insaziabile avidità: traguardi che appaiono raggiungibili, perché le disuguaglianze non sono più insuperabili, generano a loro volta altri desideri in un vortice che non conosce limiti. Le passioni in epoca aristocratica, trovano il loro equilibrio non solo nell’ordine e nel rispetto del passato ma anche nell’orgoglio dell’uomo aristocratico, nella stima e nella consapevolezza che l’uomo ha di sé. Ciò gli consente di poter scegliere quelle passioni nelle quali affermare il proprio valore e di rinunciare a quelle dove questo non accade.
Al contrario, nella realtà democratica “lo scopo finale” è il godere a patto che la fatica per raggiungere il godimento non superi il godimento stesso. L’uomo democratico è un essere “carente”, condannato ad acquisire sempre più beni per poter fronteggiare le sue attuali necessità e quelle future. È ossessionato dalla brevità della sua vita e dal fatto che la morte gli impedirà di gustare i beni che la vita gli offre. L’importanza del fattore economico se, da un lato, spiega l’interesse degli uomini democratici verso il benessere e la conquista di migliori posizioni, non può tuttavia costituire la “causa di quell’ansia e di quell’angoscia” che motiva la rincorsa affannosa verso traguardi sempre diversi.
Quando l’uomo vive in una società democratica è illuminato: scopre facilmente che non c’è nulla che lo limiti o lo obblighi ad accontentarsi della fortuna presente: tutti desiderano accrescere la loro fortuna anche se non tutti vi riescono. La “disuguaglianza naturale”, generata dalla concorrenza di tutti, stimola l’ingegno che crea nuovi sviluppi nella società. Quando non ci sono più privilegi ciò che determina le principali differenze di fortune tra gli uomini è l’intelligenza.
Il pericolo è che l’ansia di fare fortuna e la disponibilità di tutti i nuovi beni, non fa scorgere agli uomini il legame che c’è fra la fortuna privata di ciascuno e la prosperità di tutti. L’esercizio dei doveri politici appare loro un contrattempo noioso che li distoglie dalle loro occupazioni. Tocqueville non attribuisce al benessere economico l’angoscia che sempre di più coinvolge l’uomo democratico e quel senso di colpa che sembra catturare l’uomo che non approfitta di ogni occasione per migliorare la propria posizione.
È l’angoscia di morte che consuma gli animi degli Americani che si mostrano “inquieti nel loro benessere”; essi non accettano la loro precarietà e tentano, nel continuo movimento, di trovare una parvenza di sicurezza. “Speranza d’immortalità e paura della morte”: è questo ciò che si nasconde dietro l’infinita ricerca del benessere attraverso beni che sono lasciati andare via per correre dietro a nuovi godimenti. Nella generale uguaglianza anche la più piccola diversità colpisce l’occhio. Una malattia dell’epoca dell’età dell’uguaglianza è la “melanconia” ed il “disgusto per la vita”: se in Francia aumenta il numero dei suicidi, in America vi è il fenomeno della demenza che è più comune che altrove.
Uguaglianza e percorsi di morte
Tocqueville vede nel mondo democratico, rappresentata nella mobilità e nella instabilità delle fortune e del benessere, l’imprevedibilità dei movimenti e dei destini di morte degli individui. Nella società dell’uguaglianza il mercato diventa il teatro in cui si mette in scena la lotta per la vita e per la morte e nel quale, attraverso il benessere ed il successo, si cercano continuamente le prove della propria adeguatezza a sopravvivere. La morte è vista come un percorso che, attraverso i vuoti che genera, mobilita gli uomini a quell’attivismo tipico delle società democratiche. L’uguaglianza permette a tutti l’ambizione e la morte viene accolta come strumento che serve per aprire nuove possibilità che possano soddisfarla.
L’agire democratico è oramai un agire accanto alla morte, è un rischio. Coloro che vivono in mezzo all’instabilità democratica hanno sempre sotto gli occhi il rischio ed alla fine finiscono per amare tutte le imprese in cui il rischio ha una parte. Sono tutti di conseguenza inclini al commercio sia per il guadagno che esso promette che per l’emozioni che esso offre.
Pensare e pensare comune
Spesso Tocqueville afferma che l’unione all’interno di una società è garantita e sostenuta dalla libera coesione dei suoi membri; ma il vincolo di una unione non può essere rappresentato né dall’uguaglianza delle condizioni né dal legame politico. Si può parlare di società solo quando gli uomini considerano un certo numero di cose nello stesso modo, quando hanno la medesima opinione su molti argomenti e quando gli stessi fatti fanno nascere le medesime impressioni. Tocqueville, guardando l’organizzazione socio-politica sembra distinguere due livelli:
- Uno in cui vale un accordo collettivo istintivo e in qualche modo “involontario”;
- L’altro più articolato, politico, in cui il collettivo si organizza come volontà ragionata circa il potere, le istituzioni e le leggi.
Così il primo livello ci consentirà magari di avere la stessa opinione su molti argomenti oppure ci consentirà di considerare molte cose nello stesso modo. Nella società americana vige uno spirito che si riscontra in tutti gli ambiti, politica, religione, economia, industria: pur nell’instabilità e nella diversità delle opinioni umane, esprime unità e condivisione dei principi generali (gli Anglo Americani hanno diverse religioni ma tutti hanno lo stesso modo di considerare la religione). Essi non sono sempre d’accordo sulle modalità da seguire per ben governare ma sono d’accordo sui principi generali che devono reggere le società umane; è innegabile che non esiste società se non esistono credenze comuni, giacché senza idee comuni non c’è azione comune e senza azione comune esistono sì gli uomini ma non un corpo sociale.
Perché vi sia una società, e a maggior ragione perché questa società prosperi, è quindi necessario che gli animi dei cittadini siano tenuti insieme da alcune idee di base in modo da costituire e da sentire di appartenere ad un unico corpo sociale. Nell’aristocrazia, ossia quando le condizioni non sono uguali, ci sono individui colti ed una massa ignorante. Le persone che vivono in tempi aristocratici sono inclini a prendere come guida un uomo o una classe mentre sono poco disposte a riconoscere l’infallibilità della massa. Succede il contrario in tempi di uguaglianza o democrazia. La tendenza a credere in una certa classe diminuisce mentre aumenta la tendenza a credere nella massa perché è sempre l’opinione comune a guidare il mondo.
Con il tramonto della società aristocratica perde valore quindi il pensiero individuale. Il pensatore non è più chi articola il sentire ed il pensare comune in modo personale ma chi lo esprime come pensiero comune, di tutti. La validità del pensare trova la sua radice non nella ricerca del personale ma nella condivisione, nel consenso. In tempi d’uguaglianza gli uomini non hanno fede gli uni degli altri ma hanno una fiducia illimitata nel giudizio del pubblico poiché è pensabile che la verità stia sempre dalla parte del numero maggiore.
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