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L’oppressione ha tolto agli africani tutti i privilegi dell’umanità. Il negro d’America

ha perso addirittura il ricordo del suo paese: egli non comprende più la lingua dei suoi padri.

Al riguardo Tocqueville distingue una schiavitù degli antichi dalla schiavitù dei mo-

derni:

 presso gli antichi lo schiavo apparteneva alla stessa razza del suo padrone e, sovente,

egli era più colto ed educato; solo la libertà li separava e una volta concessa essi si

confondevano facilmente;

 nel moderno la schiavitù si combina con la razza.

I neri d’America sono persuasi di essere nati schiavi. E’ in questo modo che T. spiega

il servilismo dei neri d’America privati di ogni radice prima dalla storia e poi nella nascita.

Spesso si diventa schiavo nel ventre della madre ancor prima di nascere.

In ognuno dei suoi lineamenti egli scopre una traccia della sua schiavitù.

Il problema dei neri americani va ben oltre il problema della schiavitù mettendo

persino in crisi il principio dell’uguaglianza.

Tocqueville sostiene che i moderni nel momento in cui decidono di abolire la schiavi-

tù devono distruggere ben tre pregiudizi:

 il pregiudizio del padrone;

 il pregiudizio della razza;

 il pregiudizio del bianco.

Se l’ineguaglianza creata dalla legge è difficile da rimuovere come è possibile estirpa-

re quella che basa le sue fondamenta nella stessa natura?

Il pregiudizio razziale sembra più forte negli Stati che hanno abolito la schiavitù

(Nord Unione) che in quelli dove ancora esiste. E’ vero che nel Nord dell’Unione la legge

consente i matrimoni misti, ma l’opinione pubblica è contro questo tipo di legami. In quasi

tutti gli Stati dove la schiavitù è abolita è concesso ai negri il diritto al voto ma votare, per

loro, è davvero pericoloso, rischiano la vita.

L’oppresso nero può lamentarsi ma viene sempre giudicato da un giudice bianco; al-

tra differenze la si può rilevare anche nella morte: i bianchi vengono sepolti i neri no.

Dove la schiavitù ancora esiste, i pregiudizi sono meno forti perché non c’è pericolo

che il bianco si confonda con il nero mentre dove tale confusione è possibile poiché la legge

non la argina, i pregiudizi sono irremovibili. Nel Sud la legislazione è più dura verso i neri

ma le abitudini sono più tolleranti perché il padrone non teme di confondersi con lo schiavo

mentre al Nord dove la schiavitù è stata abolita questo pericolo esiste.

Quello che si manifesta con tali argomentazioni è il “problema delle identità” che in

democrazia si fa pressante perché le antiche appartenenze sono andate distrutte e che si rive-

la in tutta la sua drammaticità proprio nel razzismo verso i neri. L’uomo democratico temen-

do di non riuscire a ricostruire la propria identità personale cerca di difendere se stesso fa-

cendo valere una diversità nei confronti di quelli che appaiono anche visivamente come “di-

versi”. L’unica possibilità di integrazione non è affidata a leggi e costumi ma al movimento

biologico, attraverso i legami mescolati con il sangue, che possono efficacemente contrastare

gli altri pregiudizi basati sul sangue come quelli della razza. Il vero passaggio tra il bianco ed

il nero è il mulatto. 12

4 - ONORE DEMOCRATICO - IDENTITA’ E MORES

Il tema dell’onore democratico è trattato in maniera molto particolare, soprattutto in

riferimento agli effetti della democrazia sui “costumi propriamente detti”, i “mores” che nel

1835 aveva già definito come “l’insieme delle disposizioni intellettuali e morali che gli uo-

mini portano nella vita sociale” ed in cui aveva visto la ragione profonda del mantenersi e

del prosperare della democrazia politica negli Stati Uniti.

Uno dei concetti cardini del libro è l’importanza che viene attribuita all’esperienza

pratica degli Americani, alle loro abitudini, alle loro opinioni, ai loro costumi nel mante-

nimento delle loro leggi.

Il concetto dei costumi è vago e complesso ma rappresenta il “punto centrale” del li-

bro del 1835. E’ proprio sui costumi che egli basa la speranza che una democrazia politica nelle

nazioni europee possa essere introdotta e possa prosperare.

Egli sostiene che se il successo dell’esperimento americano è dovuto alla volontà degli

uomini, ossia “al punto di partenza” ed alle risorse di un territorio sconfinato la cui stessa

ampiezza eliminava il problema della difesa, e quindi della guerra, questo voleva dire fare

della democrazia politica un unicum nella storia dei popoli contemporanei.

Al contrario se la felice realizzazione della democrazia in America è frutto non solo delle

leggi federali e comunali ma anche dei costumi ciò consentiva di esportare e indicare la demo-

crazia politica come modello per i popoli dei nostri tempi. In pratica, se poniamo “i costumi”

al primo posto come soggetto della realizzazione della democrazia, questo vuol dire renderla

esportabile e additarla come modello ai popoli contemporanei.

Tuttavia i costumi non costituiscono “il punto centrale” della politica di Tocqueville

solo perché possono essere esportati e non sono geograficamente delimitati; essi rappresen-

tano il modo concreto attraverso il quale gli uomini agiscono ed interagiscono: sono l’agire

umano, sono il comportamento umano intendendo con ciò la costruzione delle categorie at-

traverso le quali l’uomo realizza la sua presenza nel mondo. Egli afferma che buone leggi e

buoni costumi possono fondare una stabile e libera democrazia.

Intendiamo per costumi: abitudini, opinioni, credenze, consuetudini, esperienza

pratica. Nella democrazia del 1840 i costumi sono intesi come le modalità collettive che sono

alla base della formazione dell’uomo democratico che può essere definito “l’uomo generi-

co”, un uomo che è stato liberato dal passato e la cui identità è di essere “senza identità”.

ONORE ED ORGANIZZAZIONE POLITICA

Tocqueville cerca inoltre di dare una giusta connotazione “all’onore” sia negli Stati

Uniti che nelle società democratiche; l’onore è una virtù collettiva basata sul contrasto tra i

valori universali che riguardano l’uomo e la storia delle società umane. (testuale).

L’ uomo utilizza due modi per giudicare le azioni dei loro simili:

 a volte segue i concetti semplici del giusto e dell’ingiusto;

 a volte invece si avvale di concetti molto particolari che appartengono solo ad un pae-

se o ad un’epoca.

Alcune azioni sono state giudicate contemporaneamente giuste e disonorevoli (il ri-

fiuto ad un duello rientra in questo caso); questo contrasto non può essere risolto perché af-

fonda le sue radici nella contraddizione della natura umana che ha la necessità di una serie

di bisogni permanenti e generali che provocano la nascita di regole morali il cui mancato ri-

spetto fa nascere l’idea del “biasimo e dell’onta”. 13

Nell’ambito della vasta associazione umana si costituiscono associazioni più ristrette

che si chiamano “popoli” ed in mezzo a questi altre ancora più piccole definite “classi” o “ca-

ste”. Ognuna di queste associazioni costituisce come una specie a sé nel genere umano e no-

nostante non differisca sostanzialmente dalla massa degli uomini si tiene un po’ in disparte

perché ha dei bisogni che sono propri.

Sono proprio questi bisogni specifici che modificano più o meno in certi paesi il

modo di considerare le azioni umane. Questi bisogni sono riassunti nella categoria dell’o-

nore. L’onore rappresenta la modalità storico-politica in cui si concretizza la sfera dei valori

universali di un popolo. E’ quella regola particolare, fondata su condizioni particolari, secon-

do la quale un popolo o una classe distribuisce il biasimo o la lode. L’onore non vuol dire

privilegio: rappresenta la pressione che un gruppo sociale esercita sui suoi membri affinché i

loro comportamenti rispondano agli interessi del gruppo. Analizzando il rapporto tra virtù e

onore evidenzia come l’onore risponda a un’etica pubblica e di opinione, mentre la virtù as-

sume un’assolutezza dal sapore Kantiano (agire per il piacere di fare con il convincimento

che sia un dovere).

Il concetto di onore nell’organizzazione collettiva è individuato nella nobiltà europea,

in particolare nel mondo feudale. La prima cosa che lo aveva colpito era la valutazione di

un’azione; il giudizio non veniva dato tenendo in considerazione il valore intrinseco dell’a-

zione ma l’autore dell’azione stessa. La conseguenza era che un analogo comportamento posto in

essere da un nobile era lodato mentre lo stesso posto in essere da un plebeo veniva biasimato. In questo

contesto possiamo sicuramente meglio analizzare il contrasto rilevato dall’autore tra i concetti sempli-

ci del “giusto o dell’ingiusto” e quelli “molto particolari che appartengono ad un popolo o ad una

epoca”. Nelle società feudali tutto l’ordine pubblico era imperniato sulla fedeltà verso il si-

gnore; era fondamentale restare fedeli al signore, sacrificarsi se necessario per lui, aiutarlo

nelle imprese qualunque fossero.

L’indagine condotta mostra come l’onore sia legato ad una certa società; esso garanti-

sce e definisce il principio organizzativo della società, fornisce regole comportamentali certe

ai membri della società.

Per questo motivo tutte le volte che gli uomini si legano in una società si afferma

tra di loro un “codice d’onore”, ossia un insieme di opinioni su ciò che va lodato o biasi-

mato e queste regole trovano origine negli interessi e nelle abitudini dell’associazione.

Nel momento in cui l’onore stabilisce le regole comportamentali dispone “ciò che è

bene e ciò che è male” per quel determinato gruppo. Con questa consapevolezza T. parlan-

do della società americana che egli definisce “un associazione quasi esclusivamente indu-

striale e commerciale” riconosce che la condotta onorevole sarà quella più rispondente ai bi-

sogni commerciali ed industriali.

La società americana sarà calma e tranquilla perché questo favorirà un andamento

regolare del commercio mentre non darà spazio a disordini che invece potrebbero portare

“scompiglio nella società”.

Ancora più legata all’interesse economico è una passione tipica dell’epoca democrati-

ca, quella cioè che combatte l’essere inattivo e rilassato e spinge l’uomo democratico ad agire

efficacemente.

Per rendere produttivo il continente disabitato l’uomo ha bisogno di ricchezze, che

costituiscono la base del progresso delle attività industriali. L’onore della società democrati-

ca, come quello della società aristocratica, è funzionale alla conservazione della società ed al

suo progresso economico e quindi va al di là degli interessi individuali che la compongono.

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Le condizioni economiche-sociali americane portano T. a vedere come l’onore dei mo-

derni si realizza spesso in un rovesciamento di quello aristocratico: le doti morali sono valutate

in un modo diverso come mostra l’esempio del coraggio posto in relazione non alle virtù belli-

che ma all’attività commerciale.

L’onore esiste sia nei secoli aristocratici che in quelli democratici. E’ evidente che le

due disposizioni sono diverse ma nella società democratica le imposizioni sono meno chiare

e le sue leggi sono seguite con meno rigore.

LE INSIDIE DELL’OPINIONE PUBBLICA

La parola onore non sempre è usata con lo stesso senso in francese. Essa ha più signi-

ficati: stima, gloria, considerazione qualità che si ottengono dai propri simili. L’onore è an-

che quell’insieme di regole mediante le quali si ottengono appunto questa gloria, questa sti-

ma e questa considerazione.

Tocqueville intende anche per onore quella forza “spirituale” collettiva che le società

riescono ad esercitare sui loro membri e i diversi esiti a cui essa conduce.

Nei paesi aristocratici un certo tipo di onore è riconosciuto solo da un numero esiguo

di persone che si distingue dal resto della popolazione.

L’onore quindi non è soltanto una “regola sociale” capace di giudicare e valutare i

comportamenti degli uomini ma è anche una forma di “identità personale”. In tale panora-

ma “l’onore aristocratico” toglieva l’uomo dalla genericità e gli procurava “certezza e defini-

zione” caratteristiche queste che lo escludevano dall’universalismo e dalla “indifferenziata

omogeneità” per farne un “singolo” portatore della propria particolarità.

L'analisi di Tocqueville è proiettata verso un significato dell'onore inteso come siste-

ma autonomo di norme per la valutazione (lode e biasimo) che un gruppo sociale ha nei con-

fronti dei comportamenti degli uomini.

Per questo non può e non deve meravigliare l’insistenza di Tocqueville sulla presenza

dell’onore nella società democratica. Egli vuole intendere come in questa società sia vivo e

presente un modello a cui i suoi membri devono conformarsi e la cui trasgressione genera

l’esclusione dal gruppo con senso di vergogna e colpa.

Ma mentre nella società aristocratica l’opinione pubblica era sempre quella di una ca-

sta o di un ceto (ogni membro doveva tenere conto solo dell’opinione dei suoi pari), in quella

democratica si assiste ad un mescolamento/combinazione delle condizioni che genera vari e

contraddittori contenuti dell’opinione e quindi vari concetti di “onore”. Il passaggio dalla so-

cietà aristocratica ad una società così movimentata priva di argini ben delineati mette in crisi

i confini della categoria dell’onore.

L’onore nella società democratica perde la “caratteristica di differenziare” mentre ac-

quista la possibilità di identificarsi sino a confondersi con i concetti “del giusto e dell’ingiu-

sto”. Nelle democrazie l’onore non essendo ben definito ha chiaramente meno forza: è dif-

ficile infatti applicare con sicurezza e fermezza una legge se non è perfettamente cono-

sciuta. L’interprete naturale e sovrana della legge dell’onore è “l’opinione pubblica” la quale

spesso si pronuncia con molte esitazioni, con dubbi ed incertezze.

L’onore oltre ad essere un “modo impersonale” attraverso il quale il gruppo propone

condotte che rispecchiano la sua struttura interna, è anche uno schema da cui dipende l’iden-

tità sia del gruppo che del singolo.

Nel regime aristocratico l’opinione pubblica e le imposizioni dell’onore tendevano a

coincidere e di conseguenza “la casta” assumeva una precisa identità che la diversificava e la

distingueva da tutti quelli che ne rimanevano esclusi. 15

In democrazia invece il gruppo smarrisce ogni identificazione e si confonde nella ge-

neralità della nazione: i ceti si mescolano ed i privilegi sono aboliti. Questo perché gli uo-

mini che compongono la nazione ritornano ad essere uguali ed i loro bisogni ed i loro inte-

ressi si confondono.

L’onore dipende dai bisogni della nazione che rappresenta i bisogni di tutti gli indi-

vidui. Se l’uomo aristocratico si rivolgeva all’onore ed all’opinione pubblica per trovare con-

forto del proprio comportamento, ed in questo senso aveva schemi chiari, ora l’uomo demo-

cratico trova nell’opinione pubblica molte “istanze ugualitarie” e finisce col non saper sce-

gliere. L’uomo non ha più di fronte la “casta o un gruppo” con opinioni ben precise ma “l’in-

tera società”con molteplici opinioni e regole. Ma l’opinione pubblica resta l’unica guida a cui

richiamarsi.

Nel mondo aristocratico la convergenza di onore ed opinione pubblica con schemi

percettivi collocava l’individuo all’interno di una struttura che dava identità e senso alla sua

esistenza, garantendo nello stesso tempo “un posto nella storia”.

La separazione degli schemi percettivi dell’onore e dell’opinione pubblica che vige

nell’età democratica dissolvendo l’onore nella nazione toglie all’individuo la possibilità di un

comportamento onorevole e, quindi, di “quel posto nella storia” che invece spetta solo alla

nazione. 16

5 - LE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE – L’INTERESSE ED IL POLITICO

Nell’epoca aristocratica la posizione sociale ed il potere politico tendono ad identifi-

carsi dato che la proprietà è già di per se imperium: la terra posseduta dalla famiglia non

solo è fonte di ricchezza ma determina anche potere su chi la abita ed il rispetto nei confronti

delle altre autorità signorili.

Nelle aristocrazie i ricchi sono al tempo stesso quelli che governano mentre nelle de-

mocrazie il “denaro non porta al potere colui che lo possiede” ma anzi spesso lo allontana in

quanto chi ha interessi economici preferisce utilizzare il tempo per la cura dei propri affari

piuttosto che sacrificarlo per la cura degli interessi pubblici.

Con l’avvento dell’uguaglianza viene meno la dipendenza. L’uomo egualitario è in-

dipendente dai suoi simili, è un uomo privato che gode di una propria posizione economica;

ma non solo, ogni uomo è considerato uguale a qualsiasi suo simile per cultura, virtù, for-

za. Da qui una domanda: perché l’uomo obbedisce alla società e quali sono i limiti di

questa obbedienza? E’ una risposta questa che può fornirci solo la democrazia politica: “l’uo-

mo obbedisce alla società non perché si sente inferiore a quelli che la dirigono o meno capa-

ce ma perché l’unione con i suoi simili gli sembra utile e perché sa che questa unione non può esi-

stere senza un “potere regolatore”.

L’uguaglianza genera uomini “ugualmente forti” che si basano solo su loro stessi e

non hanno bisogno del mantello protettivo del “ceto e della tradizione”: sono portati ad or-

ganizzarsi sulla base dei loro interessi individuali. Per evitare che l’uomo diventi “egoista”

la democrazia, ovvero la forma di governo che riconosce ed estende i diritti politici a tutti,

cerca di coinvolgerlo in una vita comune: diventa importante il suo interesse verso lo Stato

e per la gestione del bene pubblico.

Tocqueville sostiene che il governo democratico basandosi sull’interesse dei cittadini

può cambiare questo modo di fare, non in anarchia, laddove cioè ognuno pensa per sé, ma

in un’affermazione politica chiara dei propri diritti e della libertà. Il punto fermo del cuore

umano è “l’interesse personale”. E’ probabile che nel futuro l’interesse personale diventerà il

principale, se non l’unico, movente delle azioni umane.

Da qui il principio che l’individuo è il migliore e l’unico giudice del suo interesse par-

ticolare. Il bisogno è la condizione ontologica di ogni essere vivente (ontologia: parte della fi-

losofia che si occupa dell’essere in quanto tale).

Nelle società aristocratiche ciascun uomo ha un proprio ruolo: nella condizione egua-

litaria è l’interesse individuale che ha il compito di stabilire tali ruoli.

Per Tocqueville l’interesse, unica categoria sopravvissuta al crollo del mondo prece-

dente, trae la sua forza perché è la categoria che rappresenta i bisogni reali della vita.

L’interesse che viene rivendicato come categoria non solo dell’individuo ma del poli-

tico va oltre il tornaconto personale e si pone come “il progetto che va nella direzione del

perseguimento delle aspirazioni umane” il cui motore è costituito dal “pensare e dall’agire”.

Ed è su questo interesse che si fonda la garanzia della libertà politica intesa come par-

tecipazione politica. L’uomo democratico, non rinuncia a quello che è il suo spazio privato,

alla sua dignità, ma è proprio tramite la partecipazione attiva alla vita politica che arricchisce

il concetto di libertà con nuove garanzie.

Per questo motivo, “la democrazia politica” appare come quella “scienza politica

nuova” che può educare all’uguaglianza sociale, mitigare l’epoca del disordine e trarre van-

taggio da quella che sembra solo una crisi dell’epoca. L’uomo democratico sente il proprio

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interesse personale e di conseguenza può costituire uno Stato anche perché la diffusione dei

diritti politici ha consentito l’intreccio tra il proprio interesse particolare e quello generale.

Negli Stati Uniti ognuno si interessa agli affari del proprio comune, del proprio canto-

ne e dell’intero Stato come ai propri affari personali. La diffusione della cittadinanza genera

quella mobilitazione e quelle attività generali possibili “solo in un paese libero”, dove non è

soltanto una parte del popolo che si incarica di migliorare le condizioni della società ma è il

popolo intero che si carica di questa responsabilità.

SOVRANITA’ POPOLARE E TIRANNIDE DELLA MAGGIORANZA

Dalle prime pagine del “La Democrazia in America” ci troviamo di fronte al “dogma

della sovranità popolare”, dogma che ha fatto sorgere tirannidi legittime e sante ingiustizie

in nome del popolo. “Dogma della sovranità popolare”: è stata una espressione spesso male

utilizzata che ha creato molte ingiustizie.

Tocqueville sa perfettamente che viene a volte nascosta la distinzione tra “un governo

che segue le reali volontà del popolo” e uno invece che “si limita a comandare in nome del popolo” e

che basa proprio su questo principio la sua legittimazione; comprende la pericolosità di un

governo che si autoproclama vero interprete della sovranità popolare esercitando un domi-

nio ancora più grande di un governo che invece esprimesse l’interesse di una classe o di una

parte della società.

Egli rivolge la sua critica al consenso come “unico principio di legittimazione”; se è

vero come è vero che un certo livello di corrispondenza deve esistere tra chi governa e chi è

governato pena lo scioglimento dell’organizzazione politica, è anche vero che la democrazia

deve esistere realmente e non può essere scambiata con un adeguamento tacito o passivo.

Per questo motivo Tocqueville si affiderà alla “libertà politica” per distinguere un go-

verno autoritario da uno che si basa sulla volontà dei propri consociati; ciò che caratterizza la

democrazia americana è aver dato al concetto di democrazia “l’effettivo esercizio della sovrani-

tà popolare” riconosciuto dai costumi e proclamato dalle leggi.

L’America è considerata il luogo dove la democrazia finalmente si realizza attraverso

il governo eletto dalla volontà dei cittadini. Il popolo partecipa alla formazione delle leggi,

scegliendo i legislatori ed eleggendo i membri del potere esecutivo. Il popolo regna sul mon-

do politico americano così come Dio regna sull’universo. Il sistema amministrativo vede una

chiara partecipazione del popolo alla vita politica: è infatti il popolo che nomina chi fa le leg-

gi e chi le rende esecutive; è il popolo che nomina direttamente in assoluta libertà i suoi rap-

presentanti che vengono scelti ogni anno proprio per tenerli nella più assoluta indipenden-

za. Tuttavia questa trasparenza tra società e governo nasconde un pericolo: negli Stati

Uniti, come in ogni paese in cui regna il popolo, è la maggioranza che regna in suo nome.

Essa è una forza che sbarazzandosi degli interessi dei cittadini concentra su di sé tutto il po-

tere pretendendo obbedienza.

Ora “l’idea assoluta della maggioranza” preoccupa l’autore che non nasconde come la

democrazia è pericolosamente esposta all’onnipotenza della maggioranza stessa; egli ritiene

che la libertà è in pericolo quando non trova davanti a sé nessun ostacolo capace di rallenta-

re il suo cammino o di dargli il tempo di moderarsi. Non vi è infatti, continua, sulla terra

un’autorità così rispettabile da poter essere lasciata senza controllo.

Nel momento in cui viene accordato tutto ad una qualsiasi potenza, che si chiami po-

polo o Re oppure democrazia o aristocrazia sia che il potere lo eserciti una repubblica o una

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monarchia “là cova il germe della tirannide e l’uomo cerca di andare a vivere sotto altre

leggi”. Egli ritiene che il possibile rimedio a questa situazione è la separazione dei poteri in

modo che si autocontrollino. Acquista un valore particolare la denuncia “teorica” dell’impero

morale della maggioranza, secondo il quale vi è più cultura e saggezza in molti uomini riuniti

che in uno solo: ragionamento che lo porta a ritenere che sia a livello politico che intellettuale

“gli interessi della maggioranza” debbano essere sempre preferiti a quelli “della

minoranza”. Il problema della maggioranza, che in una democrazia appare difficilmente

controllabile, è che l’opinione ed il costume della maggioranza tendono a passare da model-

lo culturale a strumento di consenso politico.

Questo determina:

 l’isolamento di chi ha una posizione diversa rispetto agli altri;

 la volontà di omologare ogni bisogno ed ogni desiderio in modo da non far nascere

un pensiero personale.

Il rischio del potere democratico deriva proprio dall’essere sostenuto dall’opinione

pubblica che diventa uno strumento di pressione al consenso (omologazione).

L’egualitarismo quando travalica dalle condizioni e dai diritti dei cittadini attraverso

la pretesa delle opinioni mina ogni possibilità di diversificazione del pensiero e pone le basi

per una manipolazione delle opinioni.

OPINIONE COMUNE E MANIPOLAZIONE

L’onnipotenza politica della maggioranza negli Stati Uniti aumenta l’influenza che

l’opinione pubblica avrebbe sul singolo cittadino, ma non ne è la causa. Le origini di questa

influenza vanno ricercate nell’uguaglianza e non nelle istituzioni che sono invece il patri-

monio degli uomini uguali.

Il dispotismo (potere arbitrario ed assoluto – tirannia) democratico è caratterizzato

sostanzialmente dalla rinuncia dell’uomo a pensare. Giorno dopo giorno esso rende sempre

meno utile la “volontà di scegliere” e restringe sempre di più il campo di azione dell’uomo

togliendogli la disponibilità di se stesso (limitazione della sua volontà).

L’uguaglianza ha preparato gli uomini a questa condizione predisponendoli ad accet-

tarla e spesso a considerarla come un vantaggio. Le democrazie ereditano i rischi della ugua-

glianza e possono anche amplificarli ma sono le sole che hanno la possibilità di costruire un

antidoto a tale pericolo. La possibilità che gli individui possano emergere è vista dall’autore

solo nelle istituzioni democratiche e nella sovranità popolare.

Sono esemplari in tal senso le sue considerazioni sul “giurì”, istituzione che in Ameri-

ca, dove ogni cittadino è elettore, eleggibile e giurato”, insieme al suffragio universale, gli ap-

pare come una “diretta conseguenza “ del dogma della sovranità del popolo”.

L’importanza del Giurì si ha perché diffonde l’idea del diritto come mezzo efficace

per l’educazione del popolo, insieme al suffragio universale come conseguenza diretta della

sovranità del popolo.

Nonostante il giurì sia il mezzo per far governare la democrazia ad esso non sono ri-

servate critiche; anzi appare il modo migliore per rendere gli uomini democratici cittadini,

individualmente capaci e responsabili di elaborare un giudizio politico. Il Giurì diffonde in

tutte le classi il rispetto per la cosa giudicata e l’idea per il diritto. Ciascuno giudica il suo vi-

cino perché sa di poter essere a sua volta giudicato.

Il giurì insegna ad ogni uomo a non sfuggire alla responsabilità dei propri atti; esso

riveste ogni cittadino di una specie di magistratura: fa sentire a tutti che hanno dei doveri da

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compiere nei confronti della società. Abbiamo visto come la pressione dell’opinione pubblica

renda difficile l’elaborazione di un pensiero personale mentre il giurì stimola la formazione

del giudizio e sostituisce “al conformismo omologante la responsabilità individuale”. Il

giurì oltre ad essere un mezzo importante per governare il popolo è anche il mezzo più effi-

cace per insegnargli a governare.

Tocqueville, generalmente conservatore, acquista in questo ambito il senso della dife-

sa dell’individuo e della sua capacità politica. In questo modo il timore nei confronti delle

manifestazioni di piazza è sostenuto dalla convinzione che tali movimenti possano essere

determinati da individui incapaci di elaborare una propria personale teoria e che cercano di

riempire, attraverso la omologazione con il gruppo, il loro vuoto di identità e di forza.

Per questo motivo “La Democrazia in America” privilegia tutti quei momenti, come

il giurì, le associazioni, i giornali, che sono il prodotto delle istituzioni democratiche e che di-

ventano luoghi di esperienza individuale e di differenziazione.

Contrariamente ai suoi contemporanei, che temevano che la democrazia fosse porta-

trice di anarchia e disordine, Tocqueville individua nella continua pratica politica la virtù che

consente agli americani di non cadere negli eccessi rivoluzionari dei francesi.

ESPERIENZA E DEMOCRAZIA

Tocqueville sostiene che le leggi e le istituzioni non sono il rimedio alla fragilità del-

l’uomo se non sono sostenute dallo sviluppo e dalla formazione degli individui; per questo

motivo la valutazione delle istituzioni non può fermarsi solo all’aspetto formale ma deve te-

nere presente “la capacità di educare non solo il cittadino ma principalmente l’uomo.”

Apprendere dall’esperienza è l’unico modo per contrastare “la barbarie

democratica”(testuale). Se la democrazia ha più probabilità di sbagliarsi rispetto di un Re o

di un corpo di nobili essa però ha sicuramente più possibilità di ritornare alla verità. La de-

mocrazia può raggiungere la verità solo attraverso l’esperienza.

Il grande privilegio degli Americani non è solo quello di essere più istruiti degli altri

ma di avere la possibilità di riparare gli errori commessi. Tocqueville insiste sul concetto di

cultura come acquisizione conseguente all’esperienza politica. Egli afferma che in un’epoca di

uguaglianza “la civiltà e l’istruzione” non sono patrimonio di una classe o di alcuni uomini e

quindi non sono trasmissibili ereditariamente ma possono essere acquisiti solo attraverso l’e-

sperienza dei singoli.

Ed è proprio in questo ambito che la democrazia politica trova la sua specificità e può

intervenire proprio perché il governo democratico, attraverso la diffusione dei diritti, dà a

ciascun individuo, mediante l’agire personale, l’elaborazione del sapere. Ed è proprio in virtù di

questo processo, con la diffusione di questi momenti che l’esperienza politica della democra-

zia contribuisce alla crescita, mediante un lungo processo, dell’uomo egualitario crescita

resa difficile in questo ambito dal dominio della massa. 20

In conclusione possiamo affermare che la democrazia è il sistema politico che si fonda

sull’apprendimento dell’esperienza ed è proprio questo il “privilegio” delle istituzioni ameri-

cane che possono sempre far errori ma possono sempre correggerli, possono rimediare.

Tocqueville, inoltre, si pone contro l’istituto della rappresentanza politica che do-

vrebbe garantire la corrispondenza tra chi governa e la volontà dei consociati; la considera

come un meccanismo teso ad assicurare il consenso dei governati in modo da far sopportare

a loro più agevolmente il “peso del potere”.

Vede con molta diffidenza la costituzione di queste istituzioni create dai cittadini ed è

in questo contesto critico che si colloca l’interesse per il “decentramento amministrativo” e

per le associazioni dei cittadini ossia di tutte quelle occasioni in cui i cittadini, in quanto in-

dividui, sono soggetti responsabili delle loro azioni. Solo a queste condizioni la democrazia

coinvolge il cittadino come soggetto nella realtà e nella quotidianità dei suoi rapporti.

Si giunge a quel concetto di democrazia dove “libertà e uguaglianza” si toccano e si

confondono e in cui gli uomini saranno perfettamente liberi perché saranno perfettamente

uguali e saranno perfettamente uguali perché saranno perfettamente liberi. E’ nel reciproco

sostegno fra libertà e uguaglianza che si realizza quella crescita dell’individuo che diviene

anche formazione ed educazione del cittadino.

Breve sintesi de “La democrazia in America”

La democrazia in America è innanzitutto e soprattutto una analisi della democrazia

rappresentativa repubblicana e dei motivi per i quali essa aveva potuto attecchire tanto bene

negli Stati uniti mentre era fallita in numerosi altri paesi.

L'opera si divide in due distinti tomi, pubblicati separatamente: nella sua introduzio-

ne al primo, Tocqueville dichiara anzi di rinunciare alla pubblicazione del secondo (decisio-

ne sulla quale, evidentemente è tornato in seguito).

Più che per il tempo trascorso tra le due pubblicazioni, i due tomi si distinguono per

l’argomento trattato: il primo tratta dell’impulso che il movimento democratico (che è una

trasformazione sociale che prende successivamente forma in delle istituzioni politiche) dà

alla forma di governo, alle leggi e alla vita politica – cioè alla democrazia come struttura poli-

tica: il secondo tratta dell’influenza che la democrazia (e stavolta tanto come trasformazione

sociale quanto come regime politico) esercita sulla società civile, cioè si costumi, le idee e la

vita intellettuale. In breve, si potrebbe dire che il primo tomo è più politico, il secondo più so-

ciologico.

Tocqueville riflette sul futuro della democrazia negli Stati uniti, e sui potenziali peri-

coli «per la democrazia» e «della democrazia». Egli scrive che la democrazia ha la tendenza a

degenerare in ciò che descrive come «dispotismo addolcito». Osserva anche che l’unico ruolo

che può essere giocato dalla religione è dovuto alla separazione dal governo, ciò che permet-

te una laicità dello stato che, in ultima istanza, conviene ad entrambi.

Durante il suo soggiorno negli Stati Uniti, Tocqueville si interroga sulle basi della de-

mocrazia. Contrariamente a Guizot, che vede la storia della Francia come una lunga emanci-

pazione delle classi medie, pensa che la tendenza generale ed inevitabile dei popoli sia la de-

mocrazia. Secondo lui, questa non deve soltanto essere intesa nel suo senso etimologico e po-

litico (potere del popolo) ma anche e soprattutto in un senso sociale: corrisponde ad un pro-

cesso storico che permette l'eguaglianza delle condizioni che si traduce con:

- instaurazione di un'uguaglianza di diritto: tutti i cittadini sono assoggettati alle stesse nor-

me giuridiche mentre sotto l'ancien régime, la nobiltà ed il clero beneficiavano di una legisla-

zione specifica (i nobili ad esempio erano esenti dal pagamento delle imposte); 21

- mobilità sociale potenziale: mentre la società di ordini dell'ancien régime implicava un'ere-

dità sociale quasi totale. Ad esempio, i capi militari erano necessariamente derivati dalla no-

biltà. Una forte aspirazione degli individui all'uguaglianza. Tuttavia, l'uguaglianza delle

condizioni non implica la scomparsa di fatto delle diverse forme di disuguaglianze di natura

economica o sociali.

Secondo Tocqueville, il principio democratico comporta negli individui «un tipo d'u-

guaglianza immaginaria nonostante la disuguaglianza reale della loro condizione». La ten-

denza all'uguaglianza delle condizioni che considera inevitabile presenta ai suoi occhi un pe-

ricolo. Constata che questo processo si accompagna ad un aumento dell'individualismo

(«piega su di sé») e questo contribuisce da un lato ad indebolire la coesione sociale e dall'al-

tro induce l'individuo a sottoporsi alla volontà della maggioranza. A partire da questa con-

statazione, si chiede se questo progresso dell'uguaglianza è compatibile con l'altro principio

fondamentale della democrazia: l'esercizio della libertà, cioè la capacità di resistenza dell'in-

dividuo al potere politico.

Uguaglianza e libertà sembrano in realtà opporsi poiché l'individuo tende sempre più

a delegare il suo potere sovrano a un'autorità dispotica e quindi più non ad utilizzare la sua

libertà politica: «l'individualismo è una sensazione ragionata che porta ogni cittadino ad iso-

larsi dalla massa dei suoi simili in modo che, dopo essersi creato una piccola società al suo

impiego, abbandoni volentieri la grande società».

Secondo Tocqueville, una delle soluzioni per superare questo paradosso, pur rispet-

tando questi due principi fondatori della democrazia, risiede nel restauro dei corpi istituzio-

nali intermedi che occupavano un posto centrale nell'ancien régime (associazioni politiche e

civili, corporazioni, ecc.). Solo queste istanze che incitano ad un rafforzamento dei legami so-

ciali, possono permettere che l'individuo isolato deleghi al potere di Stato di esprimere la sua

libertà e così resistere a ciò che Tocqueville chiama «l'impero morale della maggioranza».

Per Tocqueville la società democratica è destinata a trionfare perché è quella che può

portare felicità al maggior numero di individui: questa società ugualitaria deve essere gover-

nata da leggi certe che verranno sposate dal popolo in virtù del fatto che esso partecipa alla

stesura delle stesse attraverso i propri rappresentanti.

Questo non implica un livellamento delle condizioni di vita ma un pareggiarsi delle

condizioni di partenza: la società statunitense è ugualitaria perché permette a tutti di potersi

realizzare, senza sbarramenti di censo. È una società che premia il progresso individuale. Ne-

gli Stati Uniti vi è la certezza della sovranità popolare perché tutti partecipano alla gestione

della cosa pubblica (suffragio universale maschile). Si viene a evidenziare, però, anche un ri-

svolto negativo: con il suffragio allargato si cade nel dispotismo della maggioranza, è poco

cioè lo spazio per chi dissente; si ha così una società massificata e conformista ma allo stesso

tempo atomista. Si delinea come conformista perché se la maggioranza sceglie una cosa la

minoranza deve adeguarsi senza discutere; allo stesso tempo ciascun individuo, delegato il

potere non partecipa più all'attività politica.

Nell'”ancien régime” vi sono corpi intermedi (corporazioni, ordini professionali) che

mediano tra lo Stato e il cittadino: ora vengono meno e i cittadini tendono a rinchiudersi nel-

la loro vita privata (atomizzazione). Se la democrazia è solo una vuota affermazione di ugua-

glianza essa non funziona perché esclude la viva partecipazione. Ci sono però dei contravve-

leni alla scarsa partecipazione che fanno si che gli USA siano una società mobile: decentra-

mento, associazionismo, religione. 22

Grazie ad un ampio decentramento all'interno della struttura federale si moltiplicano

le occasioni di partecipazione; è infatti nelle istituzioni comunali che si impara la democrazia

ed un eccessivo centralismo tenderebbe a soffocarla.

L'associazionismo abitua i cittadini a stare insieme, tutti partecipano alla vita dell'as-

sociazione con la stessa posizione di partenza, senza differenze di censo.

La religione, poi, gioca un ruolo fondamentale nelle dinamiche politico-sociali dell'A-

merica. Chi va ad abitare in quel paese scappa da persecuzioni religiose: la religione deve es-

sere qualcosa che insegna all'individuo a vivere con gli altri individui. La sfera religiosa è

staccata dalla sfera politica: la religione ci aiuta a rispettare l'altro, garantisce i costumi; aiuta

a governare la cosa pubblica non con istituzioni ma con precetti.

La religione, inoltre, abitua il cittadino ad avere una pluralità di vedute e lo prepara al

confronto. Vi è però il rischio che la società passi dalla dicotomia nobili-non nobili a quella

ricchi-poveri: il pauperismo non deve essere risolto solo attraverso l'intervento dello Stato

ma l'individuo deve essere aiutato a realizzarsi.

Chi è Alexis de Tocqueville

Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (Verneuil-sur-Seine, 29 luglio 1805

– Cannes, 16 aprile 1859) è stato un filosofo, politico e storico francese.

L'intellettuale francese Raymond Aron ha messo in evidenza il suo contributo alla sociologia,

tanto da poterlo annoverare tra i fondatori della disciplina. E' considerato uno degli storici e

studiosi più importanti del pensiero liberale.

Tocqueville apparteneva ad una famiglia aristocratica legittimista, sostenitrice cioè del diritto

dei Borboni a regnare in Francia. La caduta di Robespierre nell'anno II (1794) evitò, in extre-

mis, la ghigliottina ai suoi genitori. La rivoluzione del 1830 che porta sul trono Luigi Filippo

d'Orléans scatena in lui una forte crisi spirituale e politica, in quanto è combattuto tra la fe-

deltà al re precedente, in linea con gli ideali familiari, e il desiderio di appoggiare il nuovo

sovrano, che appare in linea con le sue idee liberali. Nel 1831 parte per gli Stati Uniti d'Ame-

rica. La motivazione ufficiale è lo studio del sistema penitenziario statunitense (Tocqueville è

un magistrato, e vuole trovare rimedi per migliorare il sistema penitenziario francese, in crisi

e del tutto inadeguato alle esigenze del paese); in realtà, è probabile che la decisione della

partenza sia stata presa anche sulla scia della suddetta crisi, che avrebbe spinto Tocqueville

ad allontanarsi dalla Francia per poterne osservare la situazione politica dall'esterno. Tutta-

via, nel corso della sua permanenza negli Stati Uniti, non è solo l'organizzazione del sistema

penitenziario a colpire l'attenzione di Tocqueville: è in particolare lo straordinario livella-

mento sociale americano, vale a dire l'assenza di privilegi di nascita e di ceti chiusi, e la pos-

sibilità per tutti di partire dallo stesso livello nella competizione sociale. È proprio dall'osser-

vazione di questa realtà americana che prende vita il suo studio che sfocerà nella sua opera

più importante, La democrazia in America, pubblicata in due parti, nel 1835 e nel 1840 dopo

il suo ritorno in Francia. Quest'opera è una base essenziale per comprendere gli Stati Uniti

d'America, in particolare nel XIX secolo.

Nel 1849 è eletto deputato nel villaggio normanno di cui egli porta il nome e di cui parla nel-

le sue memorie.

Nell'opera La democrazia in America Tocqueville, contro molte teorie affermò che la rivoluzio-

ne francese e quella americana non hanno aspetti in comune in quanto da quella francese

scaturiscono violenza e terrore mentre da quella americana libertà. Nella società americana la

religione può aiutare ad esprimere libertà e assume un ruolo fondamentale nella vita, dove

sono molto attive le associazioni a cui ogni persona è libera di iscriversi; invece quella france-

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Teoria politica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La democrazia in America, Tocqueville . contenente un'analisi sistematica delle Istituzioni americane, in cui nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: democrazia e processo storico, pensare e pensare comune, i limiti dell'uguaglianza, onore democratico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Feola Raffaele.

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