Democrazia, Stefano Petrucciani e Il Contratto Sociale di J.J. Rousseau
Democrazia
La nascita della democrazia risale all’antica Grecia, ma le istituzioni della democrazia moderna non hanno nulla a che vedere con quelle della Grecia classica. Si parla piuttosto di una componente di legittimazione. Alla democrazia antica infatti mancavano il riconoscimento liberale, la rappresentanza politica e i partiti. La genesi va rintracciata nei processi di trasformazione storica che sconvolgono gli assetti del mondo greco tra l’VIII e il V sec. a.C. La democrazia è un aspetto di una trasformazione che tocca molte altre dimensioni della vita civile, a tale trasformazione si è dato il nome di “miracolo greco”. Si può parlare di uso pubblico e argomentativo della ragione. Uno dei presupposti principali fu il processo di razionalizzazione culturale di cui i poemi omerici costituiscono testimonianza importante: Odissea per Adorno come atto di nascita dell’Occidente in quanto operazione di “illuminismo” demitizzante.
L’età oscura dei poemi omerici si data tra il 1200 e l’800 in cui la sovranità sacrale micenea si è profondamente trasformata: al re divino si sostituisce una figura laica come Ulisse. Il mondo greco sembra aver sviluppato un concetto del potere molto meno sacralizzato. Tale nascita sarebbe stata impossibile senza la cornice entro cui si sviluppa: la diffusione della polis che si raccoglie intorno a un tempio e a un’acropoli sostituendo il palazzo regale miceneo. Si ha anche l’importanza del territorio, del clima, la frammentazione delle isole che favorisce l’aggregazione in comunità ben distinte. Quanto più la città si sviluppa, tanto più prendono piede altre forme di economia come commercio, artigianato e manifattura.
Il comando è dapprima nelle mani delle famiglie aristocratiche, ma dal punto di vista sociale vi sono già divisioni tra grandi proprietari e poveri cittadini. A tali tensioni rispondono i primi legislatori come Solone eletto nel 594-3, arconte con poteri straordinari che delineò una nuova organizzazione della cittadinanza in quattro classi di censo con diritti differenziati: pentacosiomedimni che potevano accedere alle cariche maggiori, le prime tre alle magistrature ma anche la quarta classe dei teti ovvero dei lavoratori manuali privi di mezzi godeva dei diritti politici essenziali e poteva cioè partecipare all’assemblea.
Le riforme cercavano di ricostruire un equilibrio tra le varie parti della città: veniva abolita la schiavitù per debiti, uguaglianza di fronte alla legge. Tali riforme però non risolsero il problema delle lotte civili e su queste si insediò il governo del tiranno Pisistrato (561-555 e 545-527) finendo però per costituire un momento di passaggio verso la formazione della città democratica. Dopo i figli Ippia e Ipparco la guida fu assunta da Clistene (508-7). La parola democrazia però nascerà con Erodoto che la usa nelle Storie. Istituti democratici si svilupparono anche in altre città dell’Ellade.
Con Clistene si procedette a un’opera di razionalizzazione dello spazio politico con la suddivisione del popolo in dieci nuove “tribù” create ex novo al fine di rimescolare e riaggregare i cittadini appartenenti ai diversi distretti territoriali e di creare una classificazione astratta puramente funzionale all’organizzazione politica. Alla base della piramide politica vi era l’ekklesia, assemblea a cui potevano partecipare tutti i cittadini maschi di età superiore ai vent’anni che discendevano da cittadini ateniesi. Deliberava sulle alleanze, riceveva ambasciatori dall’estero, decideva i finanziamenti per le spese delle polis, poteva decretare l’ostracismo contro i cittadini considerati pericolosi per la democrazia, poteva assumere anche un ruolo giudiziario. Essa tuttavia non aveva il potere di fare le leggi. Per l’ostracismo era richiesto un quorum di 6000 voti.
Le discussioni dell’assemblea venivano preparate dall’organo boulé o consiglio dei cinquecento che predisponeva l’ordine del giorno dell’ekklesia. 50 per per ognuna delle dieci “tribù”. Il compito di governare i lavori della boulé toccava ogni mese agli esponenti di una tribù diversa, la pritania, cioè la commissione dei cinquanta che organizzava il lavoro del consiglio dei cinquecento presieduta da un epistate, ruolo ricoperto ogni giorno da una persona diversa. Tale sistema seria per alternare in modo tale che tutti i cittadini venissero coinvolti nella politica ateniese.
Anche la giustizia era amministrata dai cittadini per le cause comuni (dike) e politiche (graphe). Ogni tribunale era composto da varie centinaia di cittadini, 201 per le cause di minore importanza, 201 per quelle di maggiore, 501 per quelle rilevanti e in casi eccezionali 1501. Oltre al giudizio era necessaria una fase istruttoria gestita da differenti magistrati. Importanza del graphe paranomon che poteva essere invocato durante l’assemblea contro un cittadino, essa era importante anche per le lotte politiche perché poteva ribaltare la decisione di fronte a un tribunale in un momento successivo.
Vi erano poi le archai (magistrature vere e proprie). Ogni magistrato durava in carica un anno. Erano solitamente attribuite per sorteggio mentre venivano elette dall’assemblea le cariche per cui si richiedeva la competenza (generali, strateghi, magistrati con compiti economico-finanziari).
Antichi e moderni
La democrazia antica era un sistema di governo, amministrazione e gestione della giustizia di tipo egualitario e partecipativo, una democrazia diretta che escludeva gli istituti moderni dell’elezione e della rappresentanza. La democrazia moderna ha al suo centro l’elezione di un Parlamento con poteri legislativi, per gli antichi il popolo non doveva legiferare ma governare lo Stato e amministrare la giustizia. Per gli antichi “democratico” doveva essere il governo, quella funzione che nelle democrazie liberali moderne è sottratta al potere popolare. Non vi era inoltre uno Stato-apparato dotato di un corpo di funzionari permanenti (burocrazia). Non vi erano dunque politici a vita o di professione. Il principio guida era quello di una democrazia deliberativa e consensuale non basata sul principio della maggioranza/minoranza dove una parte prevale a scapito dell’altra.
Le garanzie giuridiche erano minori per il cittadino, su questo punto insisterà Constant contrapponendo la libertà degli antichi (autogoverno partecipativo) a quella dei moderni (inviolabilità dell’individuo nella sua sfera privata). Può oggi la democrazia essere intesa come governo del popolo o vuole legittimare un assetto che in realtà ha un contenuto diverso?
La democrazia antica è legata a una predefinita comunità di stirpe e non conosce dimensione universalista che sarà propria della democrazia moderna. La città antica è una struttura definita e protetta, associazione di coloro che si sono uniti in un vincolo per difendersi. Sia in Grecia che a Roma vi era l’identificazione tra cittadino e soldato. Ci si chiede se la schiavitù costituisse la base indispensabile dell’autogoverno partecipativo della polis.
Wood ha sostenuto che il mito della massa oziosa non corrisponde alla realtà dell’economia ateniese la cui maggior parte era costituita da contadini-cittadini che lavoravano personalmente il terreno, non vi era inoltre svalutazione del lavoro manuale. Per lui l’innovazione politica della democrazia è connessa con le trasformazioni che toccano la principale attività economica del mondo antico, l’agricoltura. Alla fine dell’età oscura i contadini non sono obbligati a fornire prodotti e tributi al Reo o ai “signori” come accadrà più nel Medioevo europeo. La figura del contadino-cittadino diventava indipendente nei confronti di un “signore” ma così questo doveva ricorrere al lavoro degli schiavi. Prima di Aristotele nessuno diceva che si è schiavi per natura: la riduzione in schiavitù poteva toccare anche a dame di alto lignaggio, la schiavitù nasce dalla guerra. Inoltre il disprezzo per il lavoro manuale non era proprio della cultura ateniese in generale ma caratterizzava gli oppositori aristocratici della democrazia.
La democrazia e i suoi critici: Tucidide, Platone, Aristotele
Nel V secolo la democrazia raggiunse l’apice sotto la guida di Efialte e Pericle e nel 462 a.C. si ottiene la ridimensione dell’ultimo contrafforte oligarchico, l’aeropago. Nel 461 Efialte viene ucciso e poi Pericle stabilisce la corresponsione di un’indennità giornaliera ai membri della boulé e dei tribunali popolari. Questo proveniva dagli Alcmeonidi e governò dal 443 al 429. Tucidide, colpito nel 443 da ostracismo, sosteneva che Atene era nominalmente una democrazia ma nella realtà dei fatti una monarchia.
Importante è capire il rapporto tra sofistica e democrazia e si potrebbe considerare una “dialettica dell’illuminismo” ante litteram. Il discorso sofistico, con la sua dimensione relativistica (Protagora), è affine alla democrazia (anch’essa strutturalmente relativistica come dirà Kelsen). Tuttavia è per il suo carattere illuministico e critico che dissolverà la stessa democrazia. Per Callicle si tratta del predominio dei peggiori e meno dotati. Platone vive in un periodo in cui la democrazia ateniese conosce una profonda crisi.
Nel 411 rovesciata dal governo oligarchico, alla restaurazione democratica segue nel 406 la vittoria navale delle Arginuse e la definitiva capitolazione di Atene nel 404 e il governo oligarchico dei Trenta tiranni e nel 404 Trasibulo restaura una democrazia popolare che nel 399 condanna a morte Socrate. La democrazia per Platone è una delle quattro forme possibili di costituzione degenerata. La libertà democratica è licenza o anarchia. Nel Politico si ha un’altra classificazione distinta a seconda che a governare siano uno, pochi o molti, i tipi sono in realtà sei perché ognuno ammette una forma migliore e una forma degenerata. La democrazia appare come il migliore dei regimi illegali e il peggiori tra quelli legali.
Nelle Leggi sostiene che ci sono due tipi puri, monarchia e democrazia dalla cui combinazione risultano varie costituzioni, si apre il tema della costituzione mista. La politica richiede una competenza specifica e non può esser lasciata nelle mani del demos. Tale tesi verrà messa in discussione da Aristotele che nel 323 dovette lasciare Atene e rifugiarsi in Calcide. Nessun membro, secondo lui, preso da solo può competere in virtù e saggezza ma raccolti in unità essi diventano come un solo uomo con molte doti, è il giudizio di molti che attesta la validità. A questo argomento di tipo epistemologico egli affianca un’esigenza di stabilità: escludere i molti rende la polis instabile. I molti presi insieme hanno la competenza.
Da Platone riprende la classificazione che avviene in base al numero di coloro che esercitano il potere. Le forme corrotte sono la tirannia, l’oligarchia e la democrazia. Il governo dei molti è il migliore solo se è politia, forma retta della democrazia. La costituzione migliore è quella che si situa a metà strada tra democrazia e oligarchia, l’unica buona è quella moderata del ceto medio. Importanza del sorteggio mentre nell’oligarchia si ha l’elezione. La democrazia dunque prende dall’aristocrazia il principio dell’elezione mentre prende dalla democrazia quello dell’irrilevanza del censo, è un assetto mediano. Il tema delle ineguaglianze verrà ripreso anche da Rousseau, tra i più gravi fattori di crisi della democrazia.
Eclissi e rinascite dell’ideale democratico
Nella repubblica romana l’elemento egualitario presente nella polis viene rovesciato. All’eguaglianza si sostituisce un’articolata classificazione censitaria. Alla differenziazione di obblighi corrisponde una gradazione nei diritti politici, non si può dunque parlare propriamente di democrazia, è una costituzione mista, come dice Polibio. Nell’età matura della Repubblica romana (III-II sec. a.C.) l’elemento monarchico è rappresentato dai due consoli, quello aristocratico dal Senato e quello democratico dai vari tipi di assemblee popolari e dall’istituzione del triunato della plebe. Le assemblee romane erano dette comitia e l’istituzione assembleare più rilevante con funzioni legislative erano i “comizi centuriati” così chiamati perché i cittadini che ne facevano parte erano aggregati in gruppi chiamati “centurie”.
In queste assemblee si votava per gruppi e la cui appartenenza dipendeva dal censo. I romani erano divisi in cinque classi. La prima classe comprendeva 80 centurie, la seconda, la terza e la quarta 20 e la quinta 30. A tali comizi si affiancavano i comizi tributi, le assemblee cui i cittadini partecipavano secondo la loro aggregazione in tribù con la funzione di eleggere alcune magistrature come edili, questori e tribuni. I comizi centuriati eleggevano i due consoli e i pretori, l’elemento democratico era assicurato dall’istituzione del tribunato della plebe. I tribuni divennero con i Gracchi i decisi sostenitori delle esigenze popolari. Il senato era formato da cittadini che avevano ricoperto le principali cariche pubbliche che decideva in politica estera e orientava l’azione dei magistrati. La ricchezza giocava il ruolo principale.
La partecipazione popolare nei comuni italiani
Bisogna attendere l’XI secolo per ritrovare la partecipazione popolare al governo con la conquista di autonomia dal Papato e dall’Impero. Vengono costituite delle associazioni che si pongono come unità politica autonoma e contrapposta all’ordine feudale ancora dominante nelle campagne. Nel XIII secolo si forma un’opposizione al monopolio del potere esercitato dai nobili (cavalieri spesso). Si ha una ribellione popolare che percorre numerosi comuni dell’Italia centro-settentrionale. Il popolo non era composto da nullatenenti o indigenti ma era il ceto produttivo della città, il ceto che si stava ritagliando un nuovo ruolo economico.
Si sviluppa un’intensa attività civica, si sviluppa un sistema di ampia partecipazione politica con diverse istituzioni: i consigli degli anziani, del popolo, le assemblee cittadine e le rappresentanze delle corporazioni. Le cariche di vertice sono elettive e di breve durata. Dapprima governati da consoli ma poi importanza del podestà, autorità politica di provenienza esterna tale da assicurare una gestione imparziale della cosa pubblica. Si vedono i prodromi della democrazia moderna. Importanza della centralità nella vita delle città del populus civitatis e delle assemblee rappresentative, teorizzati da Giovanni da Viterbo e Tolomeo da Lucca per cui il governo migliore è quello che si acquista per elezione. Vita politica però sempre dominata da un’élite ristretta. Si hanno però i principi di libertà e uguaglianza dei cittadini.
Si ha qui lo snodo della modernità politica con l’importanza data al consenso e tali assiomi saranno proclamati con forza in una solenne dichiarazione della città di Bologna nel Liber paradisus del 1257 con cui si decreta la liberazione di tutti i servi. Si parla di libertà “economica” e “politica”. Ha caratteristiche peculiari: non si ha tuttavia una partecipazione politica collettiva di tutti i cittadini. Vi fu la lotta tra “magnati” e “popolani”. A Firenze riuscì ad imporsi la parte popolare nel 1252 con la figura di un magistrato supremo, “il capitano del popolo”, come il podestà, esterno al comune. Con gli “ordinamenti di giustizia” di Giano della Bella venne varata una legge che escludeva dal potere politico i “magnati” l’Arte di Calimala. Si affermò il potere delle Arti maggiori e medie che inibiva i magnati ed escludeva gli strati inferiori del lavoro.
Il tumulto dei Ciompi nel 1378, popolo minuto a Firenze come segno delle contraddizioni sociali, nomina a gonfaloniere di un popolano cardatore di lana, Michele di Lando, rivendicazioni di tipo sociale e richieste di natura politica. Vennero istituite nuove Arti di cui poteva far parte il popolo minuto e ogni categoria aveva il diritto di partecipare alle magistrature comunali. Si finì per reprimere e abolire le nuove Arti e ritornò la grande borghesia fiorentina fino all’ascesa dei medici con Cosimo il Vecchio prima dal 1434 poi con Lorenzo dal 1469 al 1492 e ancora con Piero che fuggì quando Carlo VIII scese in Italia e vi fu un tentativo di restaurazione repubblicana guidata da Savonarola che sarà condannato al rogo e Soderini rimarrà in carica dal 1502 al 1512 poi torneranno i Medici fino al 1527 e l’ultimo tentativo di restaurazione repubblicana finì nel 1569 quando la città divenne uno Stato regionale con il nome di granducato di Toscana.
Nel XIV secolo si riflette sulla fonte della legittimità del potere che sta nel popolo stesso come con Tolomeo da Lucca sulla scia di Tommaso d’Aquino, tesi che si sviluppa con Bartolo da Sassoferrato e con Marsilio Da Padova. Bartolo sostiene il diritto dei comuni ad autogovernarsi e il carattere popolare della sovranità con sistema di governo rappresentativo e piramidale: tutti i cittadini nominano un Consiglio generale che a sua volta ne elegge uno più ristretto. Secondo Marsilio il governo deve essere elettivo, si fa riferimento alla “parte prevalente” e secondo lui la moltitudine ha la capacità di giudizio per legiferare seguendo una traccia aristotelica. Pensiero politico “democratico” si sviluppò nel Quattrocento a Firenze per salvaguardare la libertà da Visconti, temi sviluppati da Coluccio Salutati, Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini.
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