Democrazia
Il termine democrazia indica sia un insieme di ideali sia un sistema politico, caratteristica che condivide con i termini comunismo e socialismo. Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, democrazie abbraccia tutto. Un modo di ovviare a questo inconveniente è di scomporre il concetto quanto più analiticamente possibile, come nello schema qui sotto.
La democrazia come legittimità
- Legittimità presuntiva
- Legittimità procedurale
La dimensione prescrittiva
- Normativismo prescrittivo
- Normativismo realistico
- Normativismo perfezionistico
- Normativismo futuristico
La dimensione descrittiva
- Descrittivo-strutturale
- Descrittivo-procedurale
- Descrittivo-comportamentistico
La dimensione evolutiva
- Tipo iniziale-embrionale
- Tipo normale-medio
- Tipo avanzato
La dimensione numerica
- Micro-democrazia
- Macro-democrazia
Significati secondari o derivati
- Democrazia sociale
- Democrazia economica
- Democrazia industriale
- Democrazia popolare
Democrazia come criterio di legittimità
Democrazia è innanzitutto un principio di legittimità. La democrazia così intesa è insieme il minimo e unico comun denominatore di qualsiasi dottrina democratica. Nessun democratico nega che il potere sia legittimo soltanto quando deriva dal popolo e si fonda sul suo consenso. Ma questo accordo è effimero e si poggia su fragili basi.
La democrazia come principio di legittimità si presta a due interpretazioni divergenti:
- Che il consenso del popolo può essere una semplice presunzione, non soggetta a verifica
- Che non esiste consenso democratico senza che esso venga controllato mediante procedure ad hoc.
Questi contrastanti punti di vista rinviano a un disaccordo di fondo del significato del termine popolo, inteso sia singolarmente come in francese, italiano e tedesco o pluralmente come in inglese, e di riflesso come una totalità collettiva o una pluralità discreta. Evidentemente è solo la seconda accezione, l’insieme di tutti, che richiede una legittimità accertata mediante valide procedure. Pertanto se la democrazia viene concepita solo come un principio di legittimità, qualsiasi governo si può dichiarare democratico sostituendo un consenso verificato con un consenso presuntivo. Invocare il consenso popolare non basta dunque a qualificare un sistema politico come democratico.
Il contesto prescrittivo
Da un punto di vista normativo o prescrittivo, la definizione di democrazia deriva strettamente dal significato letterale del termine: potere del popolo. Possiamo dire che il dover-essere della democrazia equivale alla sua definizione etimologica. Vi sono pertanto tre diversi approcci normativi: oppositivo, realistico e perfezionistico. Usato come concetto oppositivo, il termine democrazia indica ciò che dovrebbe non essere; il normativismo realistico indica ciò che potrebbe essere; mentre il normativismo perfezionistico presenta l’immagine della perfetta società che deve essere. Inoltre, poiché l’orientamento normativo è fondamentalmente volto verso il futuro, esso si trasforma facilmente in futurismo nel senso che la democrazia diventa una proiezione a lungo termine.
Il contesto descrittivo
Il punto di vista descrittivo porta a definizioni che hanno scarsa o nessuna somiglianza con le definizioni normative di democrazia. La descrizione di ciò che la democrazia è nel mondo reale non fa quasi mai capo alla nozione di popolo. Come osserva Dahl, nella realtà le democrazie sono poliarchie. È la definizione di diritto fornita dalla maggioranza degli autori, che descrive la democrazia come un sistema basato sui partiti competitivi nel quale la maggioranza che è al governo rispetta i diritti delle minoranze.
Anche in sede descrittiva troviamo impostazioni molto diverse: strutturale, procedurale e comportamentistica. Queste distinzioni non sono separazioni, poiché tanto le strutture come le procedure della democrazia sono intese a stimolare e imporre un dato comportamento. Tuttavia, le procedure non dipendono necessariamente da strutture istituzionali, mentre la definizione comportamentistica può confliggere con le definizioni strutturali e procedurali.
Grado e tipo di democrazia
La democrazia è anche un tipo di sistema politico fra altri, e da questo punto di vista il problema diventa individuare le caratteristiche che differenziano un sistema democratico da sistemi non democratici. Queste proprietà possono essere individuate comparativamente. In tal caso bisogna star attenti a non comparare le democrazie esistenti al comunismo o al socialismo come ideali, classificandole in base a come sono e non come dovrebbero essere.
Un altro motivo di confusione è la mescolanza di diversi livelli, parametri o standards. A volte si parla di democrazia per indicare tutti i sistemi politici che non siano dittature manifeste. Questo criterio di identificazione è puramente negativo, e i requisiti richiesti sono talmente minimi ed elastici da qualificare soltanto una democrazia di tipo iniziale o embrionale. In altri casi il parametro è più preciso, i requisiti più consistenti e la democrazia viene qualificata positivamente dalla esistenza di istituzioni rappresentative e di un governo costituzionale. Poiché questo è il caso più frequente, possiamo parlare di tipo medio o normale. Infine, quando i requisiti sono elevati e il parametro è dato da un grado alto di sviluppo, ci troviamo al cospetto di un significato esigente di democrazia in ordine al quale il termine qualifica un tipo avanzato. Stando al metro di misura minimo, approssimativamente la metà del mondo può essere inclusa nel novero della democrazia. Adottando il parametro medio, il numero dei paesi democratici si riduce parecchio. Passando al metro esigente, restano in lizza solo una dozzina di paesi.
Le grandezze
Resta il problema delle grandezze, in ordine al quale si deve distinguere tra operazioni su piccola o vasta scala, tra microdimensioni o macrodimensioni. Le relazioni faccia a faccia, vale a dire i piccoli gruppi, pongono in questione una micro-democrazia. Ma il problema diventa di macro-democrazia ogniqualvolta una collettività è troppo vasta. La differenza è che una macro-democrazia non è l’ingrandimento di un microprototipo. La micro e la macro-democrazia non si somigliano affatto, e l’una non può rimpiazzare l’altra. È vero che piccolo e grande sono nozioni relative. Nondimeno, la micro e la macro-democrazia sono inversamente correlate: di tanto cresce l’estensione di una democrazia, di altrettanto diminuisce l’intensità di un autentico convivere democratico, di un autentico ed effettivo decidere insieme.
Significati secondari
Sin da quando il termine demokratia fu coniato nel 5 secolo avanti Cristo fino a circa un secolo fa, democrazia è stato un concetto politico. Tuttavia, Tocqueville fu colpito dall’aspetto sociale della democrazia americana e da allora parliamo di “democrazia sociale”. Il marxismo ha reso popolare l’espressione “democrazia economica”. Il socialismo ha lanciato l’etichetta “democrazia industriale”.
Democrazia sociale
Per democrazia sociale si intende di solito uno stato e uno stile spontaneo della società. La democrazia sociale può essere definita come un ethos e un modo di vivere caratterizzato dal non riconoscimento delle differenze di status. Per estensione, questa definizione può anche indicare il livello pre-politico di democrazia.
Democrazia economica
Dal momento che la democrazia politica si preoccupa dell’uguaglianza politico-giuridica e che l’espressione democrazia sociale allude a un’uguaglianza di status, ne segue che la preoccupazione di livellare gli estremi della povertà e della ricchezza può essere chiamata democrazia economica. Così intesa, l’etichetta indica una democrazia la cui politica ha per obiettivo primario la redistribuzione della ricchezza e l’equalizzazione delle opportunità economiche. Ma se la democrazia economica è concepita così, è chiaro che essa presuppone la democrazia politica. Si può dire anzi che questa democrazia costituisce la conquista più avanzata di una forma democratica di governo. Diverso è il significato marxista di tale espressione. Nel marxismo, democrazia economica non presuppone la democrazia politica, la sostituisce. Questo consegue dalla concezione materialistica della storia. Nella prospettiva marxista, la democrazia politica non è altro che la sovrastruttura dell’oppressione borghese e capitalistica.
Democrazia industriale
Democrazia industriale non vuol dire semplicemente la democrazia nell’età industriale. Nell’accezione specifica dell’espressione, essa è la democrazia nelle industrie. Si torna così a una micro-democrazia nella quale il membro della comunità politica è sostituito dal membro della comunità economica, il lavoratore. Nella sua forma compiuta, la democrazia industriale si esprime nell’autogoverno dei lavoratori nella propria fabbrica. In pratica, l’ideale della democrazia industriale si è realizzato solo su piccola scala mediante forme di partecipazione operaia alla conduzione dell’azienda.
Nessuno mette in dubbio l’importanza di queste democrazie, ma esse sono secondarie nel senso che esse presuppongono una democrazia politica, alla quale rinviano e dalla quale dipendono.
Democrazia popolare
Le etichette democrazia popolare e democrazia comunista non sono del tutto equivalenti, ma sono pur sempre versioni di una stessa teoria marxista-leninista di come è, o meglio sarà, la democrazia nel comunismo. E la caratteristica di questa teoria è di restare tale, cioè senza credibile o realizzabile realizzazione pratica. La democrazia di tipo comunista non appartiene dunque alle concezioni secondarie del termine, ma può essere aggregata a queste per la sua incompletezza, per il fatto di essere una teoria senza garanzia di pratica conforme.
La democrazia come forma di governo
La democrazia greca così come veniva praticata ad Atene nel 5 secolo a.C. incarna la massima approssimazione possibile del significato letterale del termine. Con ogni probabilità, il demos greco ebbe più potere di quanto ne abbia mai avuto qualsiasi altro popolo. Quando il demos si radunava in piazza, il sistema ateniese funzionava come un’assemblea cittadina nella quale migliaia di cittadini esprimevano i loro sì e i loro no. Certo, questa democrazia consisteva in larga misura di decisioni prese per acclamazione, ma questo aspetto assembleare costituiva soltanto la parte più appariscente del sistema. La sua parte sostanziale consisteva invece, secondo le parole di Aristotele, nel fatto che tutti comandavano a ciascuno e ciascuno comandava a sua volta a tutti. L’esercizio condiviso del potere era una realtà anche perché affidato al caso: la maggior parte delle cariche pubbliche venivano sorteggiate. Per entrambi i motivi, la democrazia greca era davvero una democrazia diretta fondata sulla effettiva partecipazione dei cittadini al proprio governo.
La democrazia moderna è tutt’altra cosa. Non è fondata sulla partecipazione, ma sulla rappresentanza, non presuppone l’esercizio proprio del potere ma la delega del potere. Mentre la democrazia greca può essere definita alla lettera come un governo del popolo sopra il popolo, la democrazia moderna no, poiché le persone che sono governate non sono le stesse che governano. È dunque mistificante equiparare l’odierna partecipazione elettorale alla autentica partecipazione del cittadino greco. La democrazia greca e la democrazia moderna sono anche diversissime rispetto al problema della libertà politica. In effetti, la dizione democrazia liberale caratterizza la formula moderna e non si adatta al modello antico. Nondimeno, vi è almeno un senso nel quale possiamo seguire Benjamin Constant nell’opporsi alla libertà dei moderni a quella degli antichi. La libertà del cittadino della polis non era concepita come uno stato di sicurezza e indipendenza individuale nel quale ciascuno è protetto nei suoi diritti personali. La libertà dei greci era subordinata all’esistenza di una piccola comunità politica tanto piccola da consentire che la libertà del singolo potesse essere affidata alla sua funzione di esercizio della sovranità.
È facile vedere comunque che il tipo greco di democrazia non risulta applicabile alle condizioni moderne. Le nostre società politiche sono grandi società e tanto maggiore ne è l’estensione e il numero delle persone che la compongono, tanto meno effettiva e significativa può essere la loro partecipazione. La conclusione è che mentre per i greci la democrazia letterale era la sola forma di democrazia possibile, per noi la democrazia letterale è una forma di governo impossibile. Non è una coincidenza che mentre i greci coniarono il termine democrazia per descrivere una forma di governo possibile, i moderni abbiano risuscitato un termine che prescrive una forma di governo impossibile. Nel mondo moderno, democrazia vuole essere soprattutto una parola normativa che non descrive ma prescrive un ideale.
Fino all’età dell’Illuminismo le forme politiche non erano concepite come paradigmi proiettati verso il futuro. Per millenni, la teoria politica si è occupata di ciò che poteva essere, ma a cominciare dalla rivoluzione francese ci siamo sempre più occupati e preoccupati di quel che doveva essere. Il liberalismo classico appartiene ancora ad un’età nella quale gli uomini si contentavano di imbrogliare e deviare la corrente. La democrazia, il socialismo, il comunismo sono nati invece dall’ambizione di nuotare contro corrente. La differenza tra liberalismo e democrazia non si coglie tanto sul piano descrittivo quanto in sede normativa. La seconda etichetta ha spodestato la prima soprattutto perché democrazia possiede un potenziale energetico e utopistico che manca alla parola liberalismo. D’altro canto, liberalismo rappresentava il coronamento di un ideale lungamente ambito e perseguito, l’ideale di un governo misto e bilanciato. Pertanto l’attuale fortuna del nome democrazia risale allo stesso motivo che ne spiega il precedente abbandono, vale a dire il fatto che essa evoca un ideale estremo. Con questo non si dice che la scelta di democrazia riflette una deliberata opzione utopica, che risponde anche all’entrata in politica di masse sempre crescenti. Alle esigue élites letterate dei tempi andati non occorrevano miranda e credenda, ma tanto più la politica si apre ai grandi numeri tanto più occorrono miranda e credenda per interessarli, mobilitarli e manipolarli. In una prospettiva storica comunque è il dover essere che viene in primo piano. E una prospettiva storica aiuta anche a proporzionare e spiegare le varie forme di normativismo democratico.
Nel corso del 19 secolo, il termine democrazia veniva usato nei circoli progressisti soprattutto come un ideale oppositivo. Come dice Hartz, l’immagine di democrazia disegnata dai suoi primitivi assertori consisteva essenzialmente nella negazione di quel che essi volevano distruggere. Dire democrazia equivale semplicemente a rifiutare l’ineguaglianza, l’ingiustizia e la coercizione. Ma dopo il disfare viene il rifare, una volta sconfitto il nemico il problema diventa identificare l’eguaglianza, la giustizia e la libertà al positivo. Al cospetto del cosa fare, il normativismo si scinde: o si adatta al mondo reale oppure lo scavalca, proiettandosi in un perfezionismo futuristico. Il normativismo realistico discende dalla consapevolezza del pericolo opposto. Per esso, di tanto un ideale viene convertito in realtà di altrettanto esso deve essere riproporzionato commisurandolo alla minore distanza all’obiettivo. Per converso, il normativismo perfezionistico mantiene un atteggiamento oppositivo all’interno di un sistema democratico operante. Esso non ammette che gli ideali abbiano una funzione controbilanciante. E non può consentire che l’ideale vittorioso non sia più l’ideale sperato. Nella sua versione perfezionistica, dunque, l’atteggiamento normativo è di puntare alla massimizzazione degli ideali nella loro purezza, in attesa di un futuro nel quale il dover essere verrà finalmente convertito in essere. Affinché la democrazia si affermi e riesca nel mondo reale, occorre adottare un normativismo realistico. Ma un’immagine realistica della democrazia ne diventa un’immagine disincantata che non è in condizione di reggere alla concorrenza dell’appello utopico.
Sia chiaro: il dover essere e l’essere della democrazia sono inestricabilmente connessi. Una democrazia esiste nella misura in cui i suoi ideali e i suoi valori la traducono in realtà. Il che non toglie che il nome democrazia si applica assai meglio al discorso prescrittivo che al contesto descrittivo. Soltanto nel mondo greco il nome e la cosa coincidevano. Quando arriviamo al come della democrazia, una città democratica è identificata di solito dal modo di selezione dei suoi dirigenti e dal fatto che il loro potere è controllato e limitato. Come scrive Schumpeter, in una democrazia il ruolo del popolo è di produrre un governo e pertanto il metodo democratico è quel sistema istituzionale per arrivare a decisioni politiche nel quale alcuni individui acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto popolare. Questa definizione è procedurale. D’altro canto, quando ci occupiamo delle strutture e degli organi della democrazia costituzionale, l’elemento prevalente diventa quello strutturale. Il tratto distintivo della democrazia nel mondo reale è costituito dai metodi che predispongono e salvaguardano il fine di governare per il popolo. Il passo dalla demofilia alla democrazia è lungo, e avviene solo quando i capi sono vincolati al dovere di rispondere al popolo da idonei dispositivi strutturali e procedurali.
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