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A dire il vero il liberalismo include già un certo numero di eguaglianze, così come la democrazia aggiunge di suo

nuove libertà, ma i due principi implicano una logica differente. Il liberalismo in quanto tale richiede eguaglianza

di diritti e leggi eguali, mentre diffida di eguaglianze dispensate gratuitamente dall’alto e di modi ineguali di

egualizzare. D’altro lato le libertà della democrazia sono libertà di, totalmente insensibile alle libertà da. Si può

anche dire che il liberalismo si incentra sull’individuo, la democrazia sulla società, pertanto il liberalismo ha un

impero verticale mentre la democrazia è diffusione orizzontale. Se lasciamo la sfera dei principi e scendiamo a

quella più terrena dei risultati la distinzione diventa che il liberalismo è innanzitutto tecnica di controllo e di

limitazione del potere dello stato, mentre la democrazia è l’inserimento del potere popolare nello stato. Ne segue

che mentre la maggiore preoccupazione del liberalismo è la forma dello stato, il problema della democrazia è

soprattutto il che cosa, ossia il contenuto di queste norme.

Se si analizzano le componenti della liberal-democrazia in questa maniera, è anche possibile tracciare una netta

distinzione tra democrazia politica e democrazia in senso sociale o economico: la democrazia politico è lo stato

liberale sostanziato dalla immissione del demos, mentre le istanze sociali ed economiche rappresentano le

aggiunte distintive della democrazia in quanto tale. Questo tipo di analisi potrebbe continuare a lungo, e

dovrebbe anche tener conto delle concessioni reciproche o dei reciproci contagi. Qual è l’utilità e l’importanza di

questa analisi? Ci occorre non tanto a fini retrospettivi, ma principalmente a futura memoria. Infatti il liberalismo

e la democrazia, dopo un periodo di fruttuosa convergenza, sono tornati a dividersi, a imboccare due strade

divergenti. Le incrinature sorgono quando le componenti della liberaldemocrazia divengono sbilanciate, cioè

quando si chiede più democrazia alle spese di meno liberalismo. Un esempio calzante è fornito dall’erosione del

costituzionalismo perpetrata da nuove costituzioni che sono tanto democratiche da perdere la loro ragion

d’essere garantista.

A questo punto siamo in condizione di esaminare un problema alla volta, e in particolare di valutare il liberalismo

in sé rispetto ai suoi limiti, alla sua perenne validità e al suo declino.

I limiti sono facili da sintetizzare. Il liberalismo rappresenta una soluzione politica al problema formulato da

Rousseau: che gli uomini nascono liberi, ma sono ovunque in catene. Tali catene non sono solamente politiche,

ma fintanto che le catene politiche non sono spezzate, le costrizioni economiche restano compresse e non

camminano su gambe proprie.

Dopo averne riconosciuto i limiti come passiamo, da questi, alla limitatezza e alla cosiddetta inadeguatezza del

liberalismo? La conversione sta semplicemente in funzione della realizzazione del liberalismo. Se il liberalismo

fosse rimasto nei libri non verrebbe un mente a nessuno di dichiararlo inadeguato. È chiaro che se guardiamo al

liberalismo nella prospettiva della sua inadeguatezza, ciò avviene perché abbiamo cambiato prospettiva, senza

però evitare di evidenziare l’eterna validità del liberalismo, il quale ha mostrato che il potere assoluto può essere

domato, la spezzato il circolo vizioso del quis custodiet custodes?, ha effettivamente liberato l’uomo dalla paura

del principe. Comunque lo si voglia concepire, il fatto resta che il liberalismo è la sola ingegneria della storia che

non ci abbia tradito: esso abbraccia mezzi e fini, e la sua prassi traduce in realtà la sua teoria. Nell’ambito che gli è

proprio il liberalismo è una teoria con prassi, un programma che funziona.

Nonostante queste esclusive virtù il declino del liberalismo non è sorprendente né difficile da spiegare: la parola

liberalismo ha perso la guerra delle parole, e anche se si potrebbe controbattere che la sostanza del liberalismo è

assai più viva di quanto non appaia, una sconfitta nella guerra delle parole porta con sé una crisi d’identità e

un’infausta perdita di forze. Un’altra maniera di guardare alla decadenza del liberalismo si riallaccia alla natura

stessa della storia, soprattutto nell’ambito della sua accelerazione e ancor più a ciò che io chiamo novitismo, una

frenesia di novità, per cui il liberalismo non può che essere in disgrazia. Il ciclo del liberalismo può anche

considerarsi concluso sulla base del principio “la vittoria uccide”, non solo perché l’uomo è un animale

desiderante, e quindi sempre insoddisfatto, non solo perché la realtà è sempre inferiore alle aspettative, ma

ancor più perché al momento della propria vittoria un ideale cessa di essere tale, lasciando così un vuoto

ideologico.

Poiché la liberaldemocrazia viene dopo il liberalismo e ne costituisce l’estensione, ne deriva che essa supera la

ristrettezza del suo predecessore. La questione diventa, allora, se questo processo di superamento dei limiti del

liberalismo non finisca per superare il liberalismo stesso. Fino ad oggi abbiamo ancora una democrazia nel

liberalismo, ma se la coda mangia la testa, allora avremo una democrazia senza liberalismo. Assumendo che

l’esito finale sia affidato non alla forza delle armi, ma a quella delle idee e degli ideali, allora l’esito dipenderà dalla

misura in cui riusciremo a tenere in salute il piano terreno liberale dell’edificio complessivo.

I liberali occidentali non discendono necessariamente dal liberalismo, molti di loro non hanno mai capito e 12

apprezzato il liberalismo nella sua identità, spesso perché la parola e la cosa si sono reciprocamente persi di vista.

Il che fa del liberale contemporaneo un animale senza identità, incapace di fare davvero fronte comune.

Forse il liberalismo è da riscoprire allo stesso modo nel quale stato storicamente scoperto: più che in occidente è

nell’Europa dell’est che un numero crescente di intellettuali sta reinventando il liberalismo, riscoprendone le virtù

politiche. Se l’area occidentale saprà tenere allora la liberaldemocrazia potrebbe trovare alimento e fresco vigore

dall’est.

 Opinione pubblica

La dizione di opinione pubblica è di formazione relativamente recente: risale ai decenni precedenti della

Rivoluzione Francese del 1789. Questa coincidenza sta ad indicare che l’associazione primaria del concetto è un

associazione politica. Il concetto di Opinione pubblica è definibile, in primo luogo, attraverso l’etimologia dei

termini che lo compongono. L’«Opinione» è Doxa, contrapposta ad episteme. In quanto tale, quindi, non è sapere

o scienza. Inoltre, l’opinione è detta «Pubblica» non solo perché è collocata nel pubblico ed «è del pubblico, ma

anche perché investe oggetti o materie che sono di natura pubblica: l’interesse generale, il bene comune, in

sostanza, la res publica». Il pubblico in questione è soprattutto un pubblico di cittadini, che ha un opinione sulla

gestione degli affari pubblici, sugli affari della città politica. Prima del 1789 non si parla di opinione pubblica. La

Rivoluzione Francese costituisce la fondazione politica del concetto quando viene sancita la sovranità del popolo.

Il concetto di Opinione Pubblica, dunque, si distingue da concetti quali vox populi (tardo impero

romano), consensus (alto medioevo), pubblica voce e pubblica fama (Machiavelli), legge di opinione e di

reputazione (Locke), volontà generale (Rousseau). Un’ opinione viene detta pubblica, dunque, quando se ne

predicano due caratteristiche congiuntamente: la diffusione tra i pubblici, e il riferimento alla cosa pubblica.

Pubblica opinione e democrazia. Il nesso costitutivo tra pubblica opinione e democrazia è di solare evidenza: la

prima è il fondamento sostantivo e operativo della seconda. Per essere in qualche modo sovrano il popolo deve

dunque possedere ed esprimere un “contenuto”; e l’opinione pubblica è appunto contenuto che da sostanza e

operatività alla sovranità popolare. Da questa definizione discendono due classiche definizioni della democrazia:

che la democrazia è “governo di opinione” e che la democrazia è “governo consentito”, governo fondato sul

consenso. Il collegamento tra le due definizioni è facile da vedere: un governo di opinione è un governo che cerca

e chiede il consenso dell’opinione pubblica; un governo consentito è un governo sostenuto dalla pubblica

opinione.

Di recente si è molto disputato se sia vero che la democrazia si fonda sul consenso, e taluni autori hanno

sostenuto che invece la democrazia presuppone il dissenso. Entrambe le tesi sono vere nei diversi contesti e

significati in cui vengono espresse. Chi sottolinea il dissenso e la conflittualità ha in mente la natura pluralistica

della democrazia. Il dissenso in questione è dissenso a livello di governo, nei confronti di un personale di governo

che vorremmo cambiare. Invece chi sottolinea l’importanza del consenso si riferisce al cosiddetto consenso sulle

fondamenta, sui valori di fondo e sulle regole del gioco del sistema politico.

Il punto che più interessa in questa sede è che i concetti di opinione pubblica e di consenso non solo si richiamano

l’un l’altro, ma sono combacianti: sono entrambi, cioè, concetti che designano stati diffusi.

Fino all’avvento degli strumenti audiovisivi di comunicazione di massa una pubblica opinione c’era perché c’erano

i giornali. Più esattamente, il requisito del flusso di informazioni era soddisfatto dall’esigenza di una stampa che

fosse molteplice e libera. La pubblica opinione che fa da architrave alla democrazia è un’opinione autonoma.

L’opinione pubblica non è tale perché ubicata nel pubblico, ma perché fatta dal pubblico. Beninteso, nei processi

di opinione che dipendono da flussi di informazione il pubblico è un termine di arrivo il quale riceve i messaggi.

L’autonomia dell’opinione pubblica è stata messa in crisi dalla propaganda totalitaria e anche dalla nuova

tecnologia delle comunicazioni di massa, non sta scritto in nessuna legge di natura che una opinione pubblica sia

autonoma. Un’ultima avvertenza preliminare è che quando asseriamo che la democrazia si fonda sulla pubblica

opinione, l’osservazione vale tanto per la democrazia rappresentativa quanto per la democrazia diretta. Sebbene

la differenza tra le due sia grandissima, su questo punto esse si ricongiungono.

La formazione dell’opinione. Le opinioni non sono innate e non zampillano dal nulla, sono frutto di processi di

formazione. Una prima raffigurazione dei processi di opinione è quella del bubble-up, della pubblica opinione

come un ribollire del corpo sociale che sale verso l’alto. A questa immagine Deutsh contrappone il cascade model,

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e cioè una serie di processi discendenti a cascata. Nel modello di Deutsh i livelli o serbatoi della cascata sono

cinque. In alto sta la vasca nella quale circolano le idee delle élites economiche e sociali, seguita da quella nella

quale si incontrano e scontrano le élites politiche e di governo. Il terzo livello è costituito dalla rete delle

comunicazioni di massa, e in buona sostanza dal personale che trasmette e diffonde i messaggi. Un quarto livello

è dato dai leader d’opinione a livello locale, e cioè da quel 5-10 percento della popolazione che davvero si

interessa di politica. Infine il tutto confluisce nel demos, nel serbatoio dei pubblici di massa.

Tornando allo schema di insieme di Deutsh, è opportuno evidenziare tre aspetti. Il primo è l’importanza del livello

dei leader di opinione locale: un punto di passaggio e di intermediazione che è stato per lungo tempo

sottovalutato. Il secondo aspetto è che nessuno dei livelli è monolitico e nemmeno solidale, il che equivale a dire

che a ogni livello troviamo un ciclo completo di dialettica di opinioni, un crogiolo a sé stante di formazione

dell’opinione. Il terzo aspetto è che, per quanto l’andamento di una cascata sia discendente, tuttavia Deutsh

sottolinea la continua presenza di feedback, di retroazioni di risalita. Per quest’ultimo aspetto si potrebbe

sostenere che il modello della cascata incorpora, come proprio elemento interno, quello del ribollimento, del

bubble-up. Mi sembra più esatto vedere i due tipi di processo come fenomeni alternativi. Il fatto è che Deutsh

elabora il suo modello in riferimento alla politica estera, e cioè a un settore troppo remoto per interessare

davvero larghi pubblici. Ma in sede di affari esteri il cascade model può riassorbire il bubble-up, il caso è diverso

quando passiamo a considerare settori e problemi che toccano il pubblico da vicino, in persona o cosa propria.

Qui il fenomeno di brontolii e ribollimenti non si pone affatto come una sottospecie dell’andamento a cascata.

La dottrina ha sempre sottinteso che la pubblica opinione doveva la propria autonomia a complessi processi di

riequilibramento e di reciproca neutralizzazione. Il pregio del modello di Deutsh sta nel trasformare questo

sottinteso in uno schema analitico. Nel mondo reale autonomia è un concetto relativo. Quando asseriamo che

nelle democrazie il pubblico si da una opinione propria della cosa pubblica non asseriamo che il pubblico fa tutto

da sé. Sappiamo benissimo che ci sono influenti e influenzati. In primo luogo, ogni serbatoio non sviluppa un ciclo

completo, ma all’interno di ogni vasca i processi di interazione sono orizzontali. In secondo luogo a ogni passaggio

da un livello all’altro intervengono fattori nuovi: ogni volt ricomincia un ciclo completo che rimescola tutto, e che

nel rimescolare modifica quel che arriva fagli altri serbatoi. A questo effetto l’immagine del salto è calzante in

quanto evoca una discontinuità, uno stacco.

Partiamo, per semplificare, dal livello della classe politica. Essa esemplifica bene tutte le caratteristiche di un

serbatoio a ciclo completo: è un microcosmo altamente competitivo nel quale i partiti manovrano per rubarsi gli

elettori e i politici guerreggiano tra loro. E se i partiti come tali sono estroversi, nel senso che tengono l’occhio

sull’elettorato, i politici come singoli sono introversi, e cioè intenti a manovrare l’uno contro l’altro all’interno di

un mondo chiuso di giochi di potere. Dalla molteplicità dei partiti e dalla conflittualità interpartitica partono

dunque infinite voci, che arrivano in prima istanza al personale dei media. Questo personale non le ritrasmette

tali e quali. Ogni canale seleziona, semplifica, magari distorce, e sovente è fonte autoctona di messaggi. I leader di

opinione locale giocano, al livello successivo, un ruolo non meno decisivo. Inoltre i media parlano con voci

diverse, presentando verità diverse. I leader d’opinione sono pertanto le autorità cognitive, coloro ai quali

chiediamo a chi prestar fede e a che cosa credere. Ovviamente anche a questo livello le opinioni e le autorità

cognitive sono diversificate.

Si è già notato che per lungo tempo l’importanza di questo passaggio è stata sottovalutata. Vale ora la pena di

notare che il modello a cascata di Deutsh prende ispirazione dalle ricerche del cosiddetto two-step flow, nelle

quali veniva in evidenza che il messaggio non trovava un pubblico atomizzato e non arrivava in linea retta, ma

invece arrivava a gradino, e cioè facendo perno sul gradino dei leader di opinione. Resta da mettere a fuoco il

ruolo e a collocazione, ai vari livelli della cascata, degli intellettuali. Il punto sfugge anche a Deutsh, forse perché la

sovrapproduzione e la conseguente massificazione degli intellettuali è uno sviluppo degli ultimi decenni. Se non

altro per ragioni quantitative il fenomeno dell’intelletto si distribuisce a tutti i livelli. L’espansione della

professione intellettuale e la sua diffusione più o meno irrequieta in tutto il corpo sociale porta dunque acqua al

modello bubbling-up e intensifica il fermentare di opinioni che non cascano affatto dall’alto. A questo punto

bisogna sottolineare che le opinioni di ogni singolo derivano anche da gruppi di riferimento: la famiglia, gruppi di

coetanei, il gruppo di lavoro, ed eventuali identificazioni partitiche, religiose ecc. Diciamo allora che le opinioni

attingono da due fonti: da messaggi informati, ma anche da identificazioni. Nel primo contesto ci imbattiamo in

opinioni che interagiscono con informazioni. Nel secondo è facile imbattersi, invece in opinioni senza

informazione, in quanto esse sono precostruite rispetto alle informazioni. Chi fa, dunque, l’opinione che diventa

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pubblica? Dopo aver seguito i mille rivoli del modello a cascata la risposta d’insieme non può essere che questa:

tutti e nessuno.

Policentrismo e requisiti dell’autonomia dell’opinione. È bene sottolineare che i processi di formazione

dell’opinione che abbiamo descritto si applicano soltanto alle liberaldemocrazia, e questo perché un’opinione che

sia autenticamente del pubblico presuppone tutta una serie di condizioni. Queste condizioni vengono riassunte

nei principi della libertà di pensiero, libertà di espressione e libertà di organizzazione.

La libertà di pensiero non è un valore che tutti sentono. È un valore occidentale, scoperto e affermato dal

pensiero greco, ed è un valore nella misura in cui esso è dato dal rispetto per la verità. Inoltre la libertà di

pensiero non è soltanto la libertà di pensare in silenzio, nel chiuso dell’animo, quel che ci aggrada: presuppone

che l’individuo possa attingere liberamente a tutte le fonti del pensare, e presuppone che ciascuno sia libero di

accertare e controllare quel che trova scritto o sente detto.

A sua volta la libertà di espressione, libertà di scrivere o dire in pubblico ciò che si pensa in privato, presuppone

un’atmosfera di sicurezza. Lì dove esistono intimidazioni o restrizioni la libertà di espressione diventa subito

libertà cartacea, e di riflesso la stessa libertà di pensiero viene messa da parte.

Infine, la libertà di espressione è anche la libertà di organizzarsi per propagandare quel che abbiamo da dire. A noi

interessa la libertà di organizzare le comunicazioni, ovvero la struttura delle comunicazioni di massa che è il

prodotto e il promotore della libertà di espressione.

La struttura delle comunicazioni di massa che caratterizza le liberaldemocrazie è una struttura di tipo policentrico.

Negli Stati Uniti non esiste alcun monopolio statale né della radio né della televisione: il policentrismo è totale. Vi

sono anche democrazie a policentrismo relativamente basso. Per essere sufficiente il policentrismo dei media

deve essere un policentrismo in un qualche equilibrio, e specificatamente un policentrismo non dominato da una

voce schiacciante.

La propaganda totalitaria. Si è già detto che la fede nella presunta autonomia dell’opinione pubblica è stata

scossa da due fatti nuovi: la potenza delle comunicazioni di massa e la propaganda totalitaria.

Comunicazioni di massa: finora abbiamo considerato un sistema di comunicazioni di massa a struttura

policentrica e controbilanciante. In tal caso la potenza tecnica dello strumento viene neutralizzata dalla sua

dispersione, dal fatto che emette messaggi diversi, e dal fatto che ogni voce viene contrastata da controvoci. In tal

caso vale dunque la regola generale che qualsiasi forza risulta domabile se suddivisa in controforze. Ma nel

mondo contemporaneo di sistemi policentrici di questo tipo ne esistono una trentina o poco più. Vi è un nutrito

gruppo di paesi ad alta tecnologia di comunicazioni il quale non soddisfa le condizioni del policentrismo ed è

invece a struttura unicentrica. Ed è nel caso della sua concentrazione monopolistica a monistica che davvero si

misura la potenza dello strumento. Nella prospettiva dei rapporti di forza tutta l’evoluzione storica può essere

vista come un succedersi di mezzi di offesa che prevalgono mezzi di difesa, e viceversa. Analogamente per

l’opinione pubblica, che finché è bersagliata da miriade di frecce è una corazza che regge, ma una volta sostituite

le frecce con il cannone la corazza ha fatto il suo tempo.

Propaganda totalitaria: l’autonomia della pubblica opinione viene dimostrata nei suoi casi ottimali. Spostiamo

invece l’attenzione sull’opposto: le dittature totalitarie. Gli esempi per antonomasia sono il regime di Hitler,

l’URSS, il regime di Mao in Cina. S’intende che come nessuna democrazia reale è una pura democrazia, così

nessuno dei totalitarismi esistenti è un totalitarismo senza crepe, e il grado del loro totalitarismo varia non solo

tra l’uno e l’altro, ma anche nel tempo. Nell’ottica che ci compete un sistema totalitario è definito dalle seguenti

caratteristiche:

 La struttura di tutte le comunicazioni di massa è unicentrica e monocolore, e cioè parla con una voce sola:

quella del regime

 Tutti gli strumenti di socializzazione, principalmente la scuola, sono egualmente strumenti di una sola

propaganda di stato, la distinzione tra propaganda ed educazione è cancellata

 Il mondo totalitario si preserva come un mondo chiuso che impedisce l’uscita della grandissima

maggioranza dei propri sudditi e che censura tutti i messaggi del mondo circostanza

 Il mondo totalitario e capillarmente e incessantemente mobilitato, e il questa mobilitazione i leader di

opinione locale vengono stritolati dalla morsa degli attivisti di partito

 Il totalitarismo si caratterizza nell’essere invasione ultima e distruzione della sfera privata. 15

In queste condizioni il cittadino è esposto a una propaganda ossessiva e indottrinante che fa quadrare tutto

perché tutto è falso, e che fa sembrare tutto vero impedendo l’accertamento del vero. Da un totalitarismo può

risultare solo una pubblica opinione prefabbricata in blocco, una pubblica opinione eteronoma.

Ciò premesso cerchiamo di cogliere la differenza che passa tra opinione del pubblico, che caratterizza le

democrazie, e opinione nel pubblico che troviamo nei totalitarismi. Nell’ambito dell’informazione è la polifonia

che dà relativa completezza; è il policentrismo che corregge, nell'insieme, la soggettività, unilateralità o anche

vastità dei messaggi delle singole. Dunque si può legittimamente parlare di un'informazione che è, nelle

democrazie occidentali, relativamente completa è relativamente obiettiva. È questo l'elemento che viene del

tutto a mancare nei regimi a propaganda totale, quando tutto è indottrinamento. Così flusso di informazioni si

capovolge nel suo posto, in un flusso di disinformazione e mistificazione. Rispetto al modello a cascata, la cascata

c’è sempre, ma ha un solo rivolo, e ogni serbatoio è soltanto una cassa di risonanza.

Elementi e caratteristiche della pubblica opinione. L’opinione può essere definita tecnicamente come una

risposta fornita a una domanda in una situazione data. Questa definizione vale per le opinioni singole. Ogni

individuo possiede anche un insieme di opinioni che può essere, come insieme, del tutto sconnesso,

relativamente congruente, o anche altamente coerente. È importante notare che la definizione sopra

consente di separare l'individuo è davvero cambia opinione (poco sicuro, poco intenso, o che risponde a

caso), dall'individuo che ogni volta adatta la propria risposta al contesto in cui è data (dunque che non

cambia affatto la propria opinione). Ora importante capire qual è la struttura e quali le componenti di ciò

che viene detto opinione; e qual è l'effettivo grado o livello di informazione che sostanzia le opinioni

disseminate nei pubblici di massa. Nell'ottica complessiva della teoria della democrazia il discorso si importa

così: che il popolo è davvero sovrano, e cioè esercita il potere di cui è titolare, quando vota tutte, senza

libere elezioni d'opinione resta disarmata e il consenso dell'opinione presuntivo. Per tutte queste buone

ragioni esiste ormai una letteratura che vi è raggruppata sotto il titolo ”pubblica opinione e comportamenti

elettorali”. Converse distingue tra:

a) la base di informazione

b) la singola opinione, specialmente nel suo grado di cristallizzazione

c) la struttura ricollega le opinioni(o strutture di atteggiamento)

d) l'intelaiatura di credenze o ideologica che organizza il tutto entro insieme di concetti astratti.

La scomposizione analitica di Converse porte in evidenza due punti: che l'informazione non è, di per sé,

opinione; è il problema di come le opinioni stanno assieme. Egli si sofferma sulla differenza tra il messaggio-

come-emesso e messaggio-come-ricevuto. Il punto importante da analizzare a livello del quale le opinioni

sono agglutinate e magari anche organizzate da un’intelaiatura più astratta, e cioè dal sistema di credenze

ovvero da una specifica e ben definita ideologia. Un sistema di credenze predispone alla mente aperta, nel

senso che il ricevente dei messaggi anche i messaggi dissonanti, informazioni opinioni che disturbano e

vanno a contraddire le proprie credenze. Un'ideologia è invece un sistema,una dottrina ben esplicitata che

fa circolo e si salta con se stessa: il che rende la rete concettuale a maglie strette chiuse. In questo senso

un'ideologia predispone alla mente chiusa: il ricevente non solo possiede le opinioni più salde e sicure, ma

anche le opinioni più coerenti, meglio concatenate.

Analizzando il secondo punto, cioè all’accertamento di quanto l’opinione pubblica sa, mal sa, o non sa. In

merito alla base di informazione si utilizzano i sondaggi di opinione e il responso è che lo stato di

disattenzione, sottoinformazione e totale ignoranza dei pubblici di massa è scoraggiante.

Propaganda e pubblicità. È importante stabilire che il politologo e lo specialista di comunicazione di massa

sono due categorie di specialisti che non osservano esattamente lo stesso fenomeno e per di più il

osservano in funzione di problemi parametri ben diversi. Questo aiuta a spiegare la distinzione tra pubblicità

e propaganda. Iniziamo col dire che il propagandista autentico, non è un agente pubblicitario noleggiato per 16

una campagna elettorale, ma un credente che si dedica a propagare la propria fede politica. Chi vuol

convertire a una fede politica. In primo luogo socializzazione, in concreto sulla scuola, i libri di testo, sugli

addetti alla trasmissione del sapere. Per questo il propagandista lavora in profondità su un terreno che

l'altro a malapena sfiora. In secondo luogo, alla propaganda politica e consentito un margine di inganno

maggiore di quello consentito alla pubblicità. La differenza è che la pubblicità si indirizza a un consumatore il

quale, consumando, controlla, laddove la propaganda politica può berciare colossali menzogne che nessun

normale cittadino è in condizioni di controllare. La propaganda efficace non è quella che si esibisce come

tale, quella che parla di un uomo politico o lo fa parlare. Il vero gioco avviene tutto al buio, e la sua efficacia

persuasiva è data dalla sua invisibilità. La persuasione occulta che si dispiega in politica è di tutt'altra

portata: investe la vita nella sua totalità, e quindi arriva, o può anche arrivare, sino a venderci un inferno

sotto le mentite spoglie di un paradiso. La regola di massima, sembra essere che la manipolazione

propagandistica cresce con il crescere della ideologizzazione.

Opinione pubblica e comportamenti di voto. Berelson, in un passo classico, assimila ai gusti le opinioni che si

esprimono nel voto. E gli afferma che per molti elettori le preferenze politiche sono qualcosa di molto simile

ai gusti culturali. Entrambi investono sentimenti e disposizioni più che preferenze ragionate. In questo passo

l'opinione pubblica viene implicitamente dotata di formidabile autonomia; ma non sottintende in alcun

modo attori attivi, e non allude in alcun modo a protagonisti passivi. Quindi i due termini non sono

appropriati al caso.

Meglio rifarsi allora, a una distinzione diversa, qual è la distinzione tra opinione pubblica al negativo (legata

cioè ai valori dei gruppi di riferimento e quindi identificabile come opinione nel pubblico) e opinione

pubblica al positivo (che si forma cioè su base informativa, o opinione del pubblico). Per quanto riguarda

l'opinione pubblica al negativo, i messaggi dei media hanno ben poco peso; hanno poco peso appunto

perché l'elettore è attivo nel bloccarli, nel respingerli o nel ricodificarli a propria immagine convenienza.

Questa attività non toglie che l'opinione pubblica in questione sia negativo, e cioè fortissima nel dire no. Di

conseguenza possiamo dire che lo stato al negativo dell'opinione dei pubblici si traduce in un chiedere-

resistere. Lo stato al positivo è quello che risulta dalle opinioni informate, o comunque dalle opinioni che

interagiscono con le informazioni, e pertanto è lo stato che si converte in un proporre-pilotare.

Perché l'elettore vota come vota? È una domanda centrale perché il cittadino nel voto finisce per esprimere

concretamente la propria opinione. Occorre stabilire in che modo la pubblica opinione si manifesta nel

votare, e più esattamente nell’eleggere. Siccome nelle democrazie esistenti il cittadino vota scegliendo fra

candidati e tra partiti, la domanda diventa in quale modo il votante sceglie tra un candidato e l'altro, e tra

un partito all'altro? Ci limiteremo alla scelta che l'elettore compie tra partiti. A questo effetto gli elettori

vengono divisi tra identificati e no. L'idea generale è che l'elettore identificato (immedesimato con il suo

partito) è un elettore stabile che è poco influenzato dalle issues (alle singole questioni); e l’elettore viene

considerato irrazionale. L'elettore dichiarato razionale è l'elettore che vota in funzione delle questioni, e che

quindi cambia voto per punire un partito che lo delude ovvero per premiare il partito che lo soddisfa. Gli

elettori identificati, comunque, costituiscono tutta una gamma che va dagli intensamente ai debolmente

identificati. Inoltre, non è vero che un elettore stabile perché identificato. In primo luogo, nella letteratura

sui comportamenti elettorali la razionalità non è definita, oppure viene definita come la scelta che

massimizza la utilità percepita. Ogni lettore è per definizione razionale, e cioè segue la propria percezione

del proprio interesse. Per esempio, l'individuo che vota per essere pagato senza lavorare, per questo

parametro, razionalistico. Per capire davvero il voto occorre una spiegazione di tipo causale. In molti paesi il

voto è facilitato anche in base a un sistema bipartitico, e un partito viene scelto, dai più, perché considerato

di destra, centro o sinistra. Insomma, l'elettore medio è un grandissimo semplificatore. Non accade quasi

mai che un elettore, stia, nel complesso abbastanza attento e abbastanza articolato da giudicare sulle

questioni. 17

Democrazia eleggente, democrazia partecipante e referendum. Il punto più dolente è la base di

informazione. Alla fine siamo stati costretti a ripiegare su questa ovvia generalizzazione: la base di

informazione(il livello di informazione o disinformazione dei grandi pubblici) è una funzione del livello

d'istruzione: chi è più istruito è, per definizione, più formato; ma non è detto che una crescita generalizzata

dei livelli di istruzione si rifletta in un aumento dei pubblici informati politicamente. Finché restiamo in una

democrazia elettorale, vale a dire finché la opinione si esprime eleggendo: quando votiamo per eleggere,

non decidiamo sulle questioni di governo ma decidiamo chi sarà a deciderle; la questione non è tanto

problematica. Ma se la democrazia elettorale non ci basta, e se chiediamo, come si dice oggi, una

democrazia partecipante allora il discorso è diverso. Una democrazia partecipante non si accontenta della

partecipazione elettorale. Lo spartiacque tra le due democrazie lo possiamo trovare nell'istituto del

referendum: tanto nella democrazia rappresentativa quanto nella democrazia per intendersi referendaria, il

cittadino si limita votare; la differenza è che, quando elegge, il cittadino decide su chi deciderà per lui,

mentre con il referendum il cittadino decide il proprio, e cioè decidere una questione (anche se il

referendum ha solo come opzione di voto un sì o no). Il referendum sostituisce a decidere dei

rappresentanti e decidere de rappresentati. Ne consegue che quante più questioni vengono decise

referendariamente, tanto più una democrazia rappresentativa si trasforma in una democrazia

diretta(partecipante). È importante fare una distinzione, cruciale in riferimento a un demos decidente, tra

informazione e conoscenza. L'informazione non dà, di per sé, quel sapere che è comprensione del problema

nel quale una decisione si situa, e anche delle conseguenze della decisione che andiamo a prendere. E se

alla democrazia eleggente basta la trasformazione dell'informazione in opinione, alla democrazia

referendaria occorre la trasformazione dell'informazione in conoscenza. Ai fini di una democrazia

referendaria non basta l'opinione, occorrerebbe il sapere, la competenza conoscitiva. Il salto deve essere

davvero di qualità. Dal punto di vista tecnologico una democrazia referendaria integrale, e cioè un popolo

che si autogoverna quotidianamente, è ormai cosa fattibile. Basta installare in ogni casa un terminale

collegato a un elaboratore centrale, di fronte al quale ogni sera i cittadini rispondono sì o no ai quesiti che

passano sul video. La cosa è fattibilissima, ma è da fare?

 Politica

L'idea di politica. Oggi siamo soliti distinguere tra politico e sociale, fra Stato e società. Ma queste sono

distinzioni e contrapposizioni che si consolidano, nel loro significato attuale, soltanto nel XIX secolo. La

complessa, tortuosa vicenda dell'idea di politica ne travalica, ad ogni momento e per 1000 rispetti, la

parole(non esiste uno studio atteso a seguire l'idea di politica nella sua complicata, ma rivelatrice,

evoluzione terminologica). La politica di Aristotele era, ad un tempo,1 antropologia: un'antropologia è

indissolubilmente legata allo spazio della polis. Caduta la polis, la apoliticità si attenua, variamente

diluendosi o trasformandosi in altro. Per un verso la politica diventa giuridica svolgendosi nella direzione

indicata dal pensiero Romano. Per un altro verso la politica si teologizza, prima conformandosi alla visione

cristiana del mondo, poi in relazione alla lotta tra papato ed impero, e infine in funzione della rottura fra

cattolicesimo e protestantesimo. In ogni caso il discorso sulla politica si configura, a cominciare da Platone,

come un discorso che congiuntamente e indissolubilmente etico-politico. L'etica in questione potrà essere

naturalistica e psicologistica; oppure un'etica teologica; ho anche un'etica diventata giuridica che dibatte il

problema del bene in nome del giusto e di eque leggi. Per tutti questi rispetti è che fino a Machiavelli la

politica non configura in una sua specificità e autonomia.

L'autonomia della politica. Quando parliamo di autonomia della politica il concetto di autonomia non deve

essere inteso in senso assoluto, ma piuttosto in senso relativo. Inoltre si possono sostenere al riguardo

quattro tesi:

- che la politica sia diversa;

- che la politica sia indipendente, e cioè segua le proprie leggi ponendosi, letteralmente, come legge di se

stessa;

- che la politica sia autosufficiente e cioè che sia autarchica, nel senso che basta spiegare se stessa; 18

- che la politica sia una causa prima, una causa generante non solo di se stessa, ma anche, data la sua

supremazia, di tutto il resto.

La tesi che importa chiarire è la prima: diversa da che cosa? Con Machiavelli la politica si pone come diversa

dalla morale e alla religione. Moralità e religione sono sì ingredienti essenziali della politica, ma come

strumenti. Machiavelli non dichiara soltanto alla diversità della politica dalla morale; approda anche ad una

vigorosa affermazione di autonomia: la politica ha le sue leggi, leggi che il politico deve applicare. Nel senso

sopra precisato è dunque esatto che Machiavelli, non Aristotele, scopre la politica.

La scoperta della società. Il passo più difficile è quello di fermare la differenza fra Stato e società. L’idea di

società non è un’idea che si formula e afferma durante le vicende rivoluzionarie. È piuttosto un’idea di pace

che appartiene alla tarda fase contrattualistica della scuola del diritto naturale. Non è la rivolta contro il

sovrano, ma il contratto con il sovrano, che viene stipulato in nome di un contraente che viene detto

societario e, per questa via, società. L'autonomia della società nei confronti dello Stato presuppone un altro

distacco: quello della sfera economica. Lo scorporo del sociale dal politico passa attraverso la divaricazione

tra politica ed economia. Sono dunque gli economisti del XVIII e XIX secolo che forniscono l'immagine

tangibile, positiva, di una realtà sociale capace di autoregolarsi, di una società che vive e si sviluppa secondo

i propri principi. È così che la società prende davvero coscienza di se stessa. È nell'ottica degli economisti,

dunque, che la società risulta tanto più se stessa quanto più è spontanea, quanto più viene liberata non solo

dalle interferenze della politica ma anche dagli impacci del diritto. È vero che la società spontanea degli

economisti era poi la società economica. Ma l'esempio e il modello della società economica erano

facilmente estendibili alla società in generale. La società si configura ormai come una realtà tanto autonoma

da diventare oggetto di una scienza a sé stante, che non è più l'economia, e che Comte battezzerà

sociologia. Egli non si limita a battezzare la nuova scienza della società: la dichiara anche la regina delle

scienze. La società non è solo un sistema sociale distinto, indipendente e autosufficiente rispetto al sistema

politico. C'è di più: è il sistema sociale e che genera il sistema politico.

L'identità della politica. Per quasi due millenni la parola politica è largamente caduta in disuso, e quando la

ritroviamo, essa denota soltanto una piccola nicchia, una fattispecie del tutto marginale (occorre infatti fare

attenzione alla differenza tra il sostantivo dell'aggettivo). La parola politica(il sostantivo) è largamente

caduta in disuso; eppure, e qui sta il paradosso, per tutto questo tempo si è sempre pensato di politica,

perché si è sempre pensato che il problema dei problemi terreni fosse di temperare e di regolare il dominio

dell'uomo sull’uomo. Oggi invece la parola è sulle bocche di tutti; ma non sappiamo più pensare la cosa. Nel

mondo contemporaneo la politica soffre di crisi di identità. Un primo modo di affrontare il problema è

cercare di distinguere un comportamento morale dal comportamento economico, e di distinguerli entrambi

dal comportamento politico. La prima differenza è facile da spiegare; meno facile è l'altra. Il criterio dei

comportamenti economici è l'utile: cioè l'azione economica è tale in quanto intesa a massimizzare un

interesse materiale. All'altro estremo il criterio dei comportamenti etici è il bene: cioè l'azione morale e

un'azione doverosa, disinteressata, e persegue fini ideali e non vantaggi materiali. Ma qual è la categoria dei

comportamenti politici? Tutto quel che si può dire a riguardo è che essi non coincidono né con quelli morali

né con quelli economici. Chi studia i comportamenti dei elettorali li può anche assimilare ai comportamenti

economici. Ma come negare la perdurante presenza e soprattutto la forza, in politica, degli ideali? Non si dà,

“in politica”, un comportamento che abbia caratteristiche di uniformità assimilabili a quelle dei

comportamenti morali ed economici. La dizione “comportamento politico” non è da prendere alla lettera.

Non sta per indicare un particolare tipo di comportamento, ma una sede, un contesto. La differenza è che

non esistono comportamenti “ in morale” nello stesso senso in cui diciamo che esistono “ in politica”. E

dunque il politologo non si trova, ad effetto di come identificare i comportamenti politici, né peggio né

meglio di tutti cultori delle varie scienze dell'uomo. I cosiddetti comportamenti politici sono comportamenti

qualificabili alla stessa stregua di tutti comportamenti non morali: è cioè qualificabili in funzione di quelle

sedi che si ascrivono alle sistema politico. Di conseguenza il quesito diventa quale sia la denotazione delle

dizioni "in politica" e "sistema politico", rispetto a quelle di sistema sociale e sistema economico. Quanto

più ci allontaniamo dal formato della polis e della piccola città-comunità, tanto più gli agglomerati umani

acquistano una strutturazione verticale. Questa verticalità era a tal punto estranea all'idea greca di politica 19

da essere stata teorizzata per millenni con il vocabolario latino, mediante tanti altri termini. Il fatto che

questa terminologia sia rifluita, nel XIX secolo, nella voce politica costituisce pertanto una sconvolgente

inversione di prospettive. Noi accogliamo oggi una dimensione verticale a una parola che denotava la

dimensione orizzontale. A seguito di questa risistemazione la dimensione orizzontale finisce per essere

assorbita dalla sociologia e la sfera della politica viene ricondotta ad un'attività di governo e in sostanza, alla

sfera dello Stato. Ma questa riconduzione, che rispecchiava abbastanza bene la realtà del XIX secolo, si

rivela nel XX secolo troppo limitativa. È che noi registriamo un fatto nuovo: la democratizzazione e la

massificazione della politica. Le masse, da sempre strane ed escluse, entrano in politica: vi entrano in pianta

stabile per restare. La democratizzazione o massificazione della politica ne comporta non solo la diffusione

ma soprattutto l'ubiquità. All'ubicazione verticale si raggiunge una espansione e ubicazione orizzontale: il

che rimescola ancora una volta tutto il discorso. Allo stato competono pur sempre le decisioni potestative in

ultima istanza, ma i processi politici non possono più essere ricompresi nell'ambito dello Stato e delle sue

istituzioni. Il concetto di Stato si allarga, venendo man mano sostituito dal concetto assai più elastico e

capiente di sistema politico. Il sistema politico si scompone non solo in sottosistemi, ma anche in

sottosistemi (come il sottosistema partitico e il sottosistema dei sindacati e dei gruppi di pressione) che

esulano dalla visuale istituzionale. La diffusione della politica non avviene solo a livello di base, al livello del

demos. La ritroviamo anche ai vertici, al livello di élites. La nozione di sistema politico ha l'elasticità

necessaria per abbracciare una vasta e variopinta disseminazione del potere. Resta una obiezione di fondo

che investe non più l'identità, ma l'autonomia della politica. La nuova scienza della società, la sociologia,

tende a riassorbire la scienza politica, e per essa la politica, nel proprio ambito. Il riduzionismo sociologico o

la sociologizzazione della politica è indubbiamente collegata alla democratizzazione della politica e trova in

questo riferimento tanto la forza come il suo limite. In sostanza le riduzioni sociologiche appiattiscono la

politica, nel senso che la sua verticalità risulta una variabile dipendente: dipendente dal sistema sociale e

dalle strutture socio-economiche. La forma estrema di negazione dell'autonomia della politica non è,

comunque, quella sociologica, ma proviene dalla filosofia marxiana. In quest'ultima prospettiva si approda

alla negazione della politica. Nella concezione economico-materialistica della storia la politica è una

sovrastruttura non soltanto nel senso che riflettere forze e le forme di produzione, ma anche nel senso che

è un epifenomeno destinato ad estinguersi. Il dibattito sull'identità e sull'autonomia della politica, come si

vede è apertissimo. L'ubiquità e la diffusione della politica nel mondo contemporaneo è un fatto certo, e

può essere variamente interpretato . Ci sono tre tesi che si collegano, in vario modo, all’ubiquità della

politica, che riflettono una diversa collocazione della politica, e per essa un diverso modo di identificarla e

definirla: eteronomia o estinzione; autonomia, primato o addirittura trionfo; diluzione, depotenziamento e

addirittura eclissi.

Schmitt e le modalità del politico. L'attenzione di Schmitt si concentra sulla “categoria del politico”. Un

concetto può essere esplorato in base alle distinzioni-opposizioni che lo fondono. Così, l'etica si fonda sulla

contrapposizione tra bene e male, l'estetica sulla antitesi bello-brutto, l'economica sullo contrasto tra utile-

dannoso; e la politica si fonda, a sua volta, sulla opposizione amico-nemico. Quest'ultima è la tesi di Schmitt,

tesi che è subito da precisare per due rispetti: primo, egli non equipara la distinzione amico-nemico alle

altre,(la considera superatrice delle altre)/ secondo, che l'elemento qualificante della diade è il nemico, non

l'amico. Il contrasto politico può trovare la sua forza dai più diversi settori della vita umana, da

contrapposizioni religiose, economiche o di altro tipo; essa infatti non indica un settore concreto particolare

ma solo il grado d'intensità di una associazione o di una dissociazione di uomini.

Politica e l'intensità che ci aggrega-oppone in amici contro nemici. Per quanto Schmitt non l’ammetta la sua

diade è asimmetrica. È solo la concetto di nemico che rientra l'eventualità, in termini reali, di una lotta; ed è

la guerra quale presupposto sempre presente come possibilità reale che determina il pensiero e l'azione

dell'uomo provocando così uno specifico comportamento politico. È importante capire bene cosa Schmitt

intenda per nemico. Nemico è solo il nemico pubblico, non il concorrente e neppure l'avversario privato che

ci odia. Egli respinge il nemico assoluto, in quanto inumano. Perché mai il tasso d’intensità che ci raggruppa

in amici-nemici è prerogativa esclusiva della politica? Schmitt asserisce che sarebbe del tutto insensata una

guerra condotta per motivi puramente religiosi, puramente economici, o puramente morali. Al che si può

subito opporre che anche una guerra condotta per motivi puramente politici, per determinare il nemico, 20

non parrebbe meno insensata. E il punto è che l'argomento di Schmitt difetta di prova. Egli si muove male,

in chiave logica e metodologica, troppo spesso. Secondo Sartori sembra che la rete concettuale di Schmitt

sia ad un tempo a maglie troppo strette e a maglie troppo larghe. Esclude troppo perché include soltanto la

politica calda, cioè intensa, combattuta, appassionata, ideologica, così escludendo la politica tranquilla, la

politica che pacifica i conflitti e sottomettere la forza al diritto. Schmitt non riesce in alcun modo a

dimostrare che la intensità sia prerogativa esclusiva e individuanti del politico. Da lui ricaviamo, più da lui e

da qualsiasi altro autore, che la politica-come-guerra, come percezione dell'altro come potenziale nemico, è

modalità fondamentale e ricorrente del vivere politico, del vivere in una città e del sopravvivere come città.

Insomma, Schmitt ci impone di fare i conti con un modo di concepire la politica che ne è anche un

fondamentalissimo possibile modo di essere.

Sartori dissenta da Schmitt nella valutazione, nel ritenere che domare la politica sia grandissimo merito e

almeno in parte, effettiva conquista della civiltà occidentale. Sartori preferisce, la politica-come-pace, e per

essa la risoluzione non violenta dei conflitti e la disciplina giuridica della forza, insomma, un convivere nel

quale la legge della legge sostituisce la legge della giungla. È certo che della politica si danno, come è di

moda dire, due modelli: quello che la assimila, quanto più possibile, a uno stato di pace, e quello che la

riconduce, in ultima analisi, a un qualcosa di simile della guerra. Che la politica-come-pace non esista, è

falso. Ma è vero che esiste anche la modalità del politico teorizzata da Schmitt. In attesa, la possiamo

identificare, come Sartori ha proposto così: come la sfera delle decisioni collettivizzate sovrane,

coercitivamente sanzionabili e senza uscita.

 Rappresentanza

Etimologicamente parlando rappresentare sta per dire: presentare di nuovo, rendere presente qualcosa o

qualcuno che non è presente. Da qui la teoria della rappresentanza si svolge in tre direzioni diverse, a

seconda che venga associata:

a) con l’idea di mandato o di delega;

b) con l’idea di rappresentatività;

c) con l’idea di responsabilità.

Il primo significato deriva dal diritto privato e caratterizza la dottrina più strettamente giuridica della

rappresentanza, mentre il secondo significato deriva dall’approccio sociologico secondo il quale la

rappresentanza è essenzialmente un fatto esistenziale di somiglianza, che trascende ogni scelta volontaria.

Quanto al terzo significato, che ci porta ad intendere il governo rappresentativo come un governo

responsabile, esso costituirà l’oggetto precipuo della nostra analisi.

Anche se in questa sede siamo interessati solo alla rappresentanza politica essa resta pur sempre legata alla

rappresentanza sociologica da un lato e alla rappresentanza giuridica dall’altro.

Lo sviluppo storico. Per cogliere il distacco della rappresentanza politica moderna dal ceppo dell’esperienza

medioevale bisogna guardare alla rivoluzione francese. Questo distacco non è segnato soltanto dal ripudio

del mandato imperativo, ma anche dal disposto della costituzione del 1791 nel quale si dichiara che “ i

rappresentanti nominati nelle circoscrizioni non rappresentano una particolare circoscrizione ma l’intera

nazione.” Importa sottolineare due sottigliezze:

- Primo, dicendo nominati nelle circoscrizioni i costituenti rivoluzionari intendevano proprio dire che i

rappresentanti non erano nominati dai loro elettori.

- Secondo, c’è una bella differenza tra nazione e popolo.

Se è il popolo che è dichiarato sovrano, ne consegue che la volontà dei rappresentanti dipende e deriva

dalla volontà di un titolare, e pertanto ne consegue che in questo caso si postulano quantomeno due

volontà, quella del popolo e quella dell’assemblea rappresentativa. Ma se è la nazione che si dichiara

sovrana allora esiste, in concreto, soltanto una volontà, poiché la volontà della nazione è la stessa volontà di

coloro che sono legittimati a parlare in suo nome. Il rimando alla nazione modifica dunque profondamente il

concetto di rappresentanza. Come ha esattamente asserito Carré de Malberg: “la parola rappresentanza

non designerà più soltanto, come in precedenza, un rapporto tra il deputato e i suoi deleganti; esprime

l’idea di un potere dato al rappresentante di volere e di decidere per la nazione.” 21

Bigne de Villenueve ha sottolineato che il concetto di sovranità nazionale era ,nella mente dei suoi

inventori, tanto distante da quello di sovranità popolare da essere inteso come “mezzo per sbarrare la

strada della democrazia”.

La formula della sovranità nazionale si espone anche alle critiche di un realismo che potrebbe essere detto

epistemologico. Per questo rispetto è soprattutto l’empirismo anglosassone che guarda con sospetto alla

nozione di sovranità, e a maggior ragione a quella di sovranità della nazione. In realtà sotto la patina delle

loro razionalizzazioni, quei costituenti non arrivarono a una soluzione diversa da quella del più fiero nemico

della rivoluzione francese: Burke, il quale sosteneva che i rappresentanti non debbano essere dei

mandatari, e che essi debbano rappresentare la nazione, e non i loro mandanti. Se la Costituzione francese

del 1791 è il testo scritto che segna la svolta del concetto pubblicistico di rappresentanza politica, questa

svolta era in realtà andata maturando da tempo nell’evoluzione del sistema inglese.

Ma il discorso compiuto che davvero segna il distacco tra rappresentanza medioevale e moderna è quello

dei costituenti rivoluzionari, che si fonda sulla rappresentanza della nazione. La centralità di questo principio

è confermata dal fatto che esso non vale soltanto per le origini della rappresentanza moderna, ma si ritrova

in molte costituzioni. L’articolo 67 della costituzione italiana dice “Ogni membro del parlamento

rappresenta la nazione e esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Il caso degli Stati Uniti sembra diverso nel senso che nessuna costituzione statale proibisce espressamente il

mandato imperativo. Ma questa omissione significa soltanto che i costituenti americano non sentivano la

necessità di disciplinare il superfluo, dato che agli Stati Uniti non si poneva il problema di rottura con un

passato medioevale.

La rappresentanza moderna riflette, dunque, una fondamentale trasformazione storica. Fino alla rivoluzione

inglese, alla dichiarazione di indipendenza degli USA, e alla rivoluzione francese, l’istituto della

rappresentanza non era associato al governo. I corpi rappresentativi medioevali costituivano canali

intermediari tra mandanti e sovrano, ma quando il potere del parlamento cresceva, anche i corpi

rappresentativi assumevano una nuova funzione: oltre che a rappresentare i cittadini, essi governavano

sopra i cittadini. Ed è chiaro che un parlamento non può acquisire la sua funzione moderna, quella di

governare, lasciando inalterata la sua funzione preesistente, quella di rappresentare. Ad un corpo

rappresentativo inserito dentro lo stato deve essere consentita l’autonomia che gli occorre per operare in

favore dello stato.

Rappresentanza e elezioni. Il quesito è se le elezioni siano condizione necessaria di rappresentanza politica.

La risposta è spesso si.

Se facciamo riferimento alla rappresentanza esistenziale o sociologica allora è chiaro che questo tipo di

rappresentanza non richiede elezione. Prescindendo da queste, vi sono casi nei quali un rappresentante è

nominato invece che essere eletto; per esempio il caso di un ambasciatore, che può essere però ricondotto

alla rappresentanza privatistica, quindi poco pertinente. Quanto più la rappresentanza politica si distacca

dalla rappresentanza privatistica, tanto meno la prima mantiene le garanzie offerte dalla seconda, eccezion

fatta per il deterrente della mancata riconferma. Questa è la ragione per cui il metodo di creazione del

rappresentante acquista una importanza decisiva e diventa la tipica preoccupazione della teoria della

rappresentanza politica. Dal momento che la rappresentanza politica è solo protetta da una salvaguardia

elettorale, non ci può essere rappresentanza senza elezione.

Elezioni senza rappresentanza. Se non possiamo avere rappresentanza politica senza elezioni, il viceversa

non è vero: possiamo benissimo avere elezioni senza rappresentanza. Es: il sommo pontefice è eletto dal

collegio dei cardinali, ma questo non vuol dire che li rappresenti. Il che richiama l’attenzione sul fatto che la

rappresentanza è appesa, a un think so, cioè sul fatto che soltanto in termini di idee una persona può essere

resa presente da un’altra. Con la sola eccezione del caso della rappresentanza esistenziale inconscia, non vi

può essere rappresentanza qualora il rappresentante non senta l’aspettativa di coloro che egli rappresenta,

e non la sente come un’aspettativa vincolante.

Rappresentanza elettiva. Le elezioni sono una cosa, e la rappresentanza un’altra. Tuttavia la moderna

rappresentanza politica è rappresentanza elettiva dal momento che è questa associazione che rende la

rappresentanza politica e moderna. Il mezzo (elezioni) non può surrogare l’animus (l’intenzione

rappresentativa), ma l’animo da solo non basta. La rappresentanza politica non può non avere fondamento

elettivo, in ordine all’esigenza di assicurare la “rispondenza” del rappresentante. La teoria elettorale della 22


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mariannasannino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Elementi di Teoria politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Fruncillo Domenico.

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