Sistema politico e sistema socio-economico
Analisi economica della politica
L’ambiente in cui si svolge la vita politica è il sistema socio-economico, che a sua volta fa parte del sistema sociale tout court. Oggi sono particolarmente accentuate le interazioni tra politica ed economia, così come una volta lo erano quelle tra politica e religione.
Già nel 1942 Joseph Schumpeter pubblicò l’opera "Capitalism, Socialism, and Democracy", nella quale si mettono a confronto due concezioni della democrazia: una che viene definita "classica" e una che viene denominata "competitiva". Quest’ultima è funzionalmente analoga al mercato economico. Questo spunto viene poi sviluppato e ampliato da Antony Downs (’57) nel volume An Economic Theory of Democracy, ove si sottolineano le analogie tra il mercato economico e l'arena politica, in cui gli attori politici competono allo stesso modo degli attori produttivi al fine di massimizzare i profitti, minimizzare i costi, e acquisire porzioni crescenti di mercato, cioè di consensi elettorali.
Sostiene, inoltre, che il comportamento dell’elettore è molto simile a quello del consumatore. Infatti, l’uno e l’altro indirizzano le proprie scelte nel campo delle alternative offerte, rispettivamente dai produttori economici e dai produttori politici (partiti). Così come i consumatori cercano di acquisire il prodotto migliore, gli elettori cercano di ottenere il massimo corrispettivo dalla "mano pubblica". Pertanto, nel mercato politico, le ideologie svolgono un ruolo di persuasione non dissimile a quello dei messaggi promozionali nel mercato economico.
Anche l’opera di Robert A. Dahl e Charles E. Lindblom, intitolata Politics, Economics, and Welfare, va inquadrata nel contesto della cooperazione tra scienza politica e scienza economica. Argomento del libro è la determinazione di un nuovo concetto di piano, assumendo come definizione di piano quella di "progetto di azione calcolata razionalmente allo scopo di conseguire un fine", e dando perciò per scontato che una politica di piano può essere attuata anche nell’ambito di una logica di mercato, oltre che in una logica collettivistica.
La razionalità dell’azione è data dall’adeguatezza dei mezzi ai fini (il calcolo razionale dei mezzi). In riferimento ai mezzi dell’azione sociale, Dahl e Lindblom distinguono quattro processi sociali fondamentali:
- Il primo è il sistema dei prezzi;
- Il secondo è il controllo da parte dei leader, o gerarchia;
- Il terzo è il controllo tra i leader, che prende la forma della contrattazione e del negoziato (bargaining);
- Il quarto, infine, è il controllo sopra i leader, processo che viene definito "poliarchia", ove poliarchia è essenzialmente quella forma politica nella quale il controllo sopra i leader discende dalla duplice condizione che i leader debbano conquistare il potere competendo per ottenere il sostegno dei non leader, e questi debbano essere in grado di trasferire il loro appoggio dai leader che detengono il potere ai rivali.
A James M. Buchanan e a Gordon Tullock, promotori della "politonomia", o analisi economica della politica, si deve il basilare saggio The Calculus of Consent. Logical Foundations of Constitutional Democracy, pubblicato nel 1962. L’approccio dei due autori si iscrive nel contesto dell’"individualismo metodologico", intendendo con ciò che in ultima analisi sono solo le scelte degli individui a determinare sia l’azione privata che l’azione di gruppo.
Tre rivoluzioni industriali
La società industriale è il punto di riferimento ambientale più specifico della politica moderna e contemporanea. È possibile distinguere tre rivoluzioni industriali, con sue caratteristiche sufficientemente distinte. Bisogna, però, prima, chiarire che per rivoluzione si intende l’abbattimento per vie interne e violente di un regime e l’instaurazione di un nuovo regime. Ma si può anche intendere una transizione profonda, più o meno graduale e sostanzialmente pacifica, da un modo di produzione a un altro, da un sistema di valore a un altro, ad esempio dal paganesimo al cristianesimo.
Quando si parla di rivoluzione industriale, solitamente si fa riferimento al secondo caso. A quest’ultima rivoluzione, però, si può anche accompagnare il primo tipo di rivoluzione, benché strettamente connesse, in un caso del genere, sono tuttavia distinte.
Inoltre, bisogna chiarire che il tragitto dalla prima alla terza rivoluzione industriale non è sempre ed ovunque un percorso omogeneo, senza salti, perfettamente coerente nella sua successione e nelle sue tappe. Ci sono paesi nei quali è stata in buona parte assente la prima rivoluzione industriale, ci sono paesi non ancora giunti alla terza e neppure alla seconda, ci sono paesi che vivono due rivoluzioni industriali contemporaneamente, in relazione al livello di sviluppo delle loro aree regionali interne (il nord più “avanzato” del sud). Infine, nessun paese può dirsi completamente e in tutto il territorio nella fase post-industriale. Ciò significa che la distinzione fra le tre rivoluzioni industriali va recepita come espressione di prevalenza.
Prima rivoluzione industriale
La prima rivoluzione industriale si caratterizza per la sua tendenziale spontaneità: non è indotta dalla “mano pubblica” e si realizza mediante la crescente utilizzazione della macchina nel processo produttivo, al posto della manodopera umana. Una società pre-industriale vive una condizione che può essere considerata di stagnazione del livello di vita e della produttività. (Si calcoli che permane in fase pre-industriale un paese nel quale l’80% della popolazione è dedita all’agricoltura, mentre è compiutamente divenuto industriale un paese dove l’occupazione agricola è del 15%, per entrambe le cifre con margine in più o in meno, a secondo di un certo commercio estero.)
Alla prima rivoluzione industriale si accompagnano di solito, la crescita nel lungo periodo sia della popolazione sia della produzione sia del reddito procapite, con tassi variabili, ma sempre significativi. Si sviluppa la classe dell’imprenditore industriale capitalista proprietario e gestore degli strumenti della produzione.
Seconda rivoluzione industriale
La seconda rivoluzione industriale mette in evidenza una situazione nuova, caratterizzata dalla presenza combinata di quattro condizioni fondamentali:
- La rilevante e crescente utilizzazione di acquisizioni scientifiche e tecnologiche nei processi produttivi;
- L’inserimento dell’azione trasformativa sulla natura in un sistema di previsione e in un complesso di piani generali e/o programmi aziendali volti a conferire razionalità allo sviluppo economico e ad evitare le crisi e le cadute;
- La spinta alla concentrazione delle aziende e alla espansione dell’impresa;
- La pratica dell’azionariato di massa, con la conseguente dispersione della nominalità del capitale tra un’ingente e anonima molteplicità di titolari.
In breve, se la prima rivoluzione industriale è la rivoluzione del macchinismo, la seconda può essere definita la rivoluzione dell’organizzazione. Se nella prima l’imprenditore era il capitalista, titolare della proprietà, ora è presente una nuova figura di chi esercita la funzione di “gestione” dell’azienda in base a criteri di competenza e indipendentemente da un rapporto di proprietà. L’imprenditore somma titolarità e gestione. Con la rivoluzione dell’organizzazione nasce la figura di chi gestisce l’azienda anche senza averne le titolarità. Sorge, quindi, l’esigenza di capire chi sono i gestori.
Due sono le definizioni fondamentali:
- Quella di Tecnocrate, o manager, che focalizza piuttosto l’elemento individuale;
- E quella di Tecnostruttura, che focalizza piuttosto l’elemento collegiale, cioè “lo staff dei tecnici, dei programmatori e degli esperti”, il cervello dell’impresa” e nel quale è localizzato “l’effettivo potere di decisione”.
Va però fatta una distinzione tra tecnico e tecnocrate. Per tecnico si intende solitamente uno specialista, dotato di competenze in un particolare settore. Al contrario, il tecnocrate non è uno specialista, e benché anch’egli parte dalla competenza e mira all’efficienza, mentre il tecnico si qualifica come esperto del particolare, il tecnocrate va definito come un esperto del generale. Se il primo è uno specialista, il secondo è un generalista, caratterizzato da una polivalenza di funzioni. Pertanto, il tecnocrate è il direttore supremo del processo produttivo e sovrintende servendosi dell’opera dei specialisti a vario livello.
Terza rivoluzione industriale
La terza rivoluzione industriale può essere definita come la information revolution, la rivoluzione dell’informatica, del calcolatore, cioè quella società plasmata dal forte influsso della tecnologia dell’elettronica. Altro carattere della terza rivoluzione, o società post-industriale, è il reddito procapite, all’incirca 50 volte superiore a quello della società pre-industriale. In questo nuovo tipo di società le imprese non rappresentano più la maggiore fonte di innovazione, ma sono state sostituite in questo compito dai centri di ricerca, dalle fondazioni scientifiche, dalle università.
Il dilemma tecnocrate
La nozione di tecnocrazia è entrata nel linguaggio scientifico all’inizio degli anni trenta e la parola tecnocrazia designava originariamente i chimico-fisici e il ruolo che essi venivano assumendo nel processo di sviluppo della società del tempo. Da allora essa è stata utilizzata dalla letteratura per evocare, volta a volta, il potere o l’influenza di svariate altre categorie socio-professionali: dagli ingegneri agli economisti, dai direttori delle produzioni ai cibernetici, dai burocrati agli stati maggiori militari e agli alti consiglieri scientifici delle autorità governative.
Sorge, quindi, l’esigenza di capire quale sia l’effettivo potere dei tecnocrati. Tale potere si configura come mera capacità di consulenza tecnica resa agli organi politici, fino alla tesi che individua nella tecnocrazia un vero e proprio regime. Pertanto, il regime tecnocratico può essere definito quello nel quale il tecnocrate indica, su basi di competenza, sia i mezzi sia i fini dell’azione sociale. Mentre, il regime politico è, viceversa, tanto quello nel quale il politico indica, in relazione a suoi criteri, mezzi e fini, quanto quello nel quale sceglie i mezzi prospettati dal competente (tecnocrate) in relazione a fini politicamente determinati.
Ecco, allora, che il problema dei fini introduce il problema dell’interesse, e degli interessi. L’uomo politico cede al particolarismo degli interessi, e le ideologie altro non sono che giustificazioni degli interessi particolari di gruppi, categorie, classi. Alla luce di ciò risulta difficile sfuggire al condizionamento dell’interesse. Vilfredo Pareto, 1951, osserva che “si può peccare per ignoranza”, “ma si può peccare anche per interesse”. La competenza tecnica riesce ad evitare il primo male, ma non può nulla contro il secondo. A fianco della questione del particolarismo c’è la questione anche della corruzione che può legarsi alla prima, senza peraltro coincidere con essa. Infatti, non è detto che il perseguimento di un interesse particolare debba necessariamente comportare corruzione.
In senso stretto un regime tecnocratico è un regime che ha espunto la politica, che segna la “fine della politica”. Ciò non toglie che tecnocrazia e tecnostruttura possano tentare di interferire sul piano politico per meglio affermare i loro interessi, orientamenti e sistemi di valori.
Il neo-corporativismo
Il neo-corporativismo è espressione del cosiddetto governo dell’economia, particolarmente sentito nelle società industriali avanzate. Il modello neo-corporativo assume che certe organizzazioni sindacali operaie e certe organizzazioni imprenditoriali si concertano con i pubblici poteri per prendere certe decisioni secondo certe modalità. Il neo-corporativismo può essere visto sia come un sistema istituzionalizzato di rappresentanza degli interessi, sia come un sistema istituzionalizzato di formazione, decisione e attuazione delle politiche. Il primo aspetto è prevalentemente strutturale, il secondo è prevalentemente funzionale.
Sotto il profilo strutturale, il modello neo-corporativo rinvia a “un sistema di rappresentanza degli interessi in cui le unità costitutive sono organizzate in un numero limitato di categorie uniche, obbligatorie” “non in competizione tra loro, ordinate gerarchicamente e differenziate funzionalmente, riconosciute o autorizzate dallo stato che deliberatamente concede loro il monopolio della rappresentanza all’interno delle rispettive categorie in cambio dell’osservanza di certi controlli sulla selezione dei loro leader e sull’articolazione delle domande e degli appoggi da dare.”
Sotto il profilo funzionale, il neo-corporativismo postula che nel processo di formazione, decisione e attuazione delle politiche, grandi organizzazioni di interessi collaborino tra loro e con le autorità pubbliche. Di solito il capitalismo ricorre alla soluzione neo-corporativa per facilitare l’espletamento di due funzioni:
- Accumulazione di capitali;
- Legittimazione, quest’ultima come ricerca e mantenimento del consenso.
Il nodo della democrazia elettronica
Il nodo critico più denso di interrogativi per gli anni a venire riguarda il rapporto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Uno dei motivi per cui risulta impossibile nei tempi moderni di far funzionare la democrazia diretta, intesa come presenza fisica contemporanea dei cittadini in un medesimo luogo di riunione per svolgervi le funzioni pubbliche, è l’ampiezza sia territoriale sia demografica delle comunità politiche dei nostri secoli più recenti.
Gli autori del Federalist (1788) distinguono le moderne nazioni libere, fondate su estesi territori, chiamandole “repubbliche”, e riservano invece il nome di “democrazia” essenzialmente alla polis, alla “città antica”. La repubblica, cioè la “democrazia dei moderni” è “un regime politico in cui opera il sistema di rappresentanza”. Ecco la specialità istituzionale dei regimi democratici della nostra epoca: le assemblee rappresentative, grazie alle quali è possibile superare i problemi posti dalle grandi distanze spaziali e dai grandi numeri demografici.
Oggi si pone il quesito se la distinzione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa abbia ancora senso, o se non sia, viceversa, alle porte una nuova stagione della democrazia diretta. La risposta va cercata nella terza rivoluzione industriale, Information Revolution. Siamo, infatti, alle soglie di un mondo computerizzato, automatizzato, telecomandato. In breve, con il diffondersi dei mezzi elettronici, già si annuncia l’era della “democrazia elettronica”, nel cui contesto il potere rivolgerà interrogativi, farà risposte, indicherà opzioni direttamente al Demos, e questo sarà in grado di rispondere in tempo reale, ciascun cittadino rimanendo a casa propria.
Insomma, grazie alla tecnologia informatica, “ci troveremo in una grande permanente assemblea, composta dall’intero popolo”, che dice la sua premendo una selva di pulsanti. Un secondo fattore cui la tradizione politologia attribuisce l’impossibilità di far funzionare nei tempi nostri a livello statale la democrazia diretta, è lo spostamento degli interessi preminenti della gente dagli affari “politici” agli affari “economici”. Da ciò la necessità del sistema rappresentativo il quale altro non è che un’organizzazione attraverso cui una nazione affida ad alcuni individui ciò che essa non può o non vuole fare da sé.
I cittadini commettono a tale istituzione e ai suoi membri la cura stabile delle faccende politiche. Ed è, infatti, nella democrazia rappresentativa che risiede la possibilità di esercitare il controllo politico con quella puntualità procedurale, con quella pertinenza, ponderatezza e continuità di valutazione che solo un organismo ad hoc e specializzato è suscettibile di realizzare.
Le unità del sistema politico
I gruppi dall’interesse alla pressione
All’interno del sistema politico agiscono le unità politiche. Esse possono essere o soggetti individuali o soggetti collettivi: gruppi, partiti, sindacati, movimenti. Ciascuna unità, interagendo con le altre unità dello stesso tipo, dà luogo a un subsystema del tipo “partito”.
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