Teoria e didattica degli sport individuali
Livio Grispi
Corso di Laurea Triennale in Scienze delle Attività Motorie e Sportive
A.A. 2019-2020
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Obiettivo del corso
L’obiettivo del corso tenuto dal prof. Ciacci Simone è principalmente quello di arrivare a:
- Osservare gli sport individuali con uno sguardo critico (atletica leggera e ginnastica artistica sono state scelte come obbligatorie perché sono le discipline che riportano tutti i movimenti basilari dell’essere umano);
- Capire cosa si intende per modello di prestazione;
- Attraverso lo studio, capire le caratteristiche che hanno definito un determinato modello di prestazione;
- Per finire, realizzare una progressione didattica ed un percorso autonomo.
Contenuti trattati
I contenuti trattati sono in sintesi:
- Innanzitutto il modello di prestazione, cioè come definire uno sport/una specialità;
- La classificazione dello sport (fase successiva rispetto alla definizione del modello prestativo), cioè una categorizzazione che viene fatta secondo diverse caratteristiche (consumi energetici; capacità che entrano in gioco…) che serve per approfondire la conoscenza dello sport che si sta analizzando;
- Le specifiche delle varie tipologie di sport classificate;
- Approfondimento dal punto di vista pratico e teorico (per ginnastica artistica e atletica leggera);
- Regolamenti.
Questi appunti sono stati presi seguendo le lezioni del professore. La partecipazione alle lezioni è comunque consigliata, perché molto interessanti ed utili.
Modello di prestazione
Con “modello” si intende la rappresentazione di un oggetto o di un’idea, un sistema che tende ad organizzare nel modo più logico possibile gli elementi che lo costituiscono, quindi a determinare i rapporti esistenti ed il grado gerarchico d’importanza. Questo sistema ci permette:
- Di comprendere in maniera più approfondita una realtà (comprendere gli elementi che definiscono la prestazione);
- Identificare il tipo e la qualità dei dati necessari per comprendere un fenomeno (identificare quali sono per qualità e quantità questi elementi);
- Osservare l’importanza relativa delle varie componenti (capire il peso specifico dei diversi elementi da allenare);
- Predire il comportamento di un sistema (capire a quale prestazione un atleta può arrivare e dunque prevedere un programma consono);
- Definire varie ipotesi di ricerca (pianificare l’allenamento dopo aver studiato cosa è stato scritto in merito a quei determinati elementi);
- Sperimentare limitando i rischi (allenare sul campo applicando la teoria, ma preservando la salute dell’atleta).
Nell’ambito sportivo quindi, il modello di prestazione è l’insieme di tutte le componenti che caratterizzano la performance in una determinata specialità o disciplina sportiva.
Quadro sinottico di Weineck
Il modello di prestazione può essere organizzato secondo diverse modalità e vari autori hanno nel tempo articolato in maniera differente i modelli di prestazione. Uno di questi è il quadro sinottico proposto da Weineck, che presenta la capacità di prestazione di un atleta in base a 6 punti:
- Tecnica (gli aspetti ad essa legata sono: capacità coordinative ed abilità motorie);
- Capacità tecnico-cognitive;
- Capacità sociali;
- Condizione (composta da: forza; rapidità; resistenza; mobilità articolare);
- Fattori di predisposizione costituzionale, salute;
- Capacità psichiche.
Modello di prestazione – Tecnica
Con tecnica ci si riferisce: ad una espressione razionale ed economica, dunque efficace (Weineck, 1996); nell’ambito, per esempio, della ginnastica artistica, deve essere rispettosa di un canone oggettivo e deve considerare lo stile individuale; ad un’espressione del potenziale individuale (Platonov, 1996); all’integrazione di capacità (percettive, decisionali, volitive, reattive, emotive, mnemoniche) legate a capacità coordinative e di espressione della forza; al rapporto coordinazione-condizione (Hotz, 1996).
La definizione data da Merni nel 1989 è forse la più esaustiva: “la tecnica sportiva è l’insieme dei movimenti che permette di adattare il comportamento motorio dell’atleta alle caratteristiche degli attrezzi, dei materiali, dell’ambiente e soprattutto degli avversari, per raggiungere la prestazione migliore in una determinata situazione agonistica, tenendo conto dei regolamenti, delle abilità e capacità motorie, delle caratteristiche antropometriche e psicologiche del singolo e/o della squadra”.
In sostanza, Merni afferma che la tecnica è la capacità di adattamento dell’atleta alle diverse situazioni.
Uno degli aspetti legati alla tecnica è quello delle capacità coordinative generali e speciali (combinazione motoria; differenziazione dinamica-cinestesica; equilibrio; differenziazione temporale; di ritmo; di reazione; di anticipazione motoria) che tramite il loro progressivo sviluppo (in tre tappe: capacità di apprendimento motorio - capacità di direzione e di controllo - capacità di adattamento e trasformazione) ci permettono di rendere il gesto automatizzato, ma anche bello ed efficace.
Le capacità coordinative determinano la qualità della performance. La tecnica dunque corrisponde ad un’abilità motoria, cioè una gestione naturale da parte dell’individuo delle capacità motorie, ovvero dei presupposti funzionali del movimento presenti in tutti gli individui che si manifestano con livelli di prestazione individuale differenti.
Le capacità motorie sono perciò dei “concetti” teorici non immediatamente visibili che trovano applicazione pratica nelle abilità motorie attraverso la progressione degli aspetti di didattica. Le abilità motorie sono i presupposti funzionali di prestazione, rappresentano le forme visibili del movimento e sono oggetto di apprendimento diventando, tramite la pratica ripetuta (l’esercizio), azioni automatizzate.
Modello di prestazione – Capacità condizionali
Le capacità condizionali rappresentano l’altro aspetto fondamentale del modello di prestazione di Weineck e determinano la quantità della prestazione. Queste sono:
- Forza;
- Rapidità (aciclica e ciclica, come anche la velocità);
- Resistenza (aerobica, anaerobica, “mista”).
La mobilità articolare viene da molti considerata un ponte tra capacità coordinative e speciali, perché da un lato vi è l’elasticità muscolare intesa come parte della fisiologia della capacità condizionale, ma dall’altro questa elasticità dipende spesso da aspetti legati alla coordinazione.
Tra i diversi elementi di capacità condizionali vi è una forte concatenazione e la performance sarà il risultato della giusta integrazione tra questi. Per questo motivo gli elementi condizionali vanno allenati in maniera concatenata.
Analizzando più nel dettaglio la forza, questa può essere classificata in base alla partecipazione muscolare e sarà:
- Generale, se vi è la partecipazione al movimento di un ampio spettro di gruppi muscolari;
- Locale, se partecipa al movimento un gruppo limitato di muscoli (generalmente si parla di 6 muscoli);
- Estrema, che è la forza residua che si manifesta solo in situazioni ad alto impatto emotivo o in fase di ipnosi, è un surplus di forza che va dal 10% al 30% che si riesce ad ottenere in più rispetto ad una normale contrazione muscolare.
La forza può essere classificata anche in base all’obiettivo, per cui si parlerà di forza generale se il lavoro non ha obiettivi specifici a parte il condizionamento di base e di forza speciale se il lavoro svolto si ispira a parametri propri del gesto tecnico della disciplina specifica, tralasciando gli aspetti più generali (è un lavoro compiuto in prossimità della gara). A questi allenamenti di forza speciale si ispirano molto i più recenti allenamenti funzionali.
La forza può essere divisa anche in rapporto al peso corporeo:
- Si parla di forza assoluta se l’espressione di forza prescinde dalla massa corporea, ad esempio ciò che riesco a sollevare dalla panca piana con una contrazione volontaria;
- Si parla invece di forza relativa quando l’espressione di forza si riferisce al peso corporeo, molto importante negli sport in cui vi è la suddivisione in categorie.
Altra classificazione della forza è quella in rapporto al movimento:
- Parliamo di forza dinamica quando la contrazione provoca comunque un movimento (lavoro concentrico ed eccentrico);
- Parliamo di forza statica (nello specifico della tensione muscolare si parla di contrazione isometrica) quando il lavoro muscolare non produce movimento.
In rapporto al tempo di esecuzione, la forza può essere:
- Massima, quando vi è una contrazione volontaria (dinamica concentrica/eccentrica o isometrica) in cui il fattore tempo è trascurabile;
- Veloce, cioè la massima quantità di forza esprimibile nel minor tempo possibile (perciò vanno relazionati il lavoro di forza e quello di velocità), tipologia di forza che fa parte della maggior parte degli sport di potenza, di squadra e di situazione;
- Resistente, ovvero la massima resistenza ad espressioni di forza che vengono protratte nel tempo.
La forza massima può essere indipendente dal peso (forza massima) o in rapporto con il peso (forza relativa); la forza veloce si divide in tre tipologie:
- Forza esplosiva, “pura”, quando vi è una partenza da una posizione statica, valuta solo la capacità concentrica e contrattile del muscolo;
- Forza elastica, quando c’è un pre-stiramento del muscolo, cioè vi è anche contrazione eccentrica;
- Forza reattivo-riflessa (stiffness), tipica della corsa del velocista, ovvero l’esecuzione di un gesto composto da un pre-stiramento rapidissimo a cui segue la contrazione, un movimento di “rimbalzo” compiuto in maniera non cosciente, automatica.
La forza resistente può invece essere una resistenza alla forza protratta nel lungo periodo (ad esempio nei maratoneti) oppure resistenza alla forza rapida (ad esempio nel canottaggio), che è comunque una resistenza protratta nel tempo, ma con l’esecuzione di movimenti di forza ad altissima intensità che producono acido lattico.
Per quanto concerne le capacità condizionali “rapidità” e “velocità”, la differenza tra le due riguarda quante parti del corpo vengono attivate: la rapidità si riferisce al movimento di una parte del corpo, si parla di velocità quando vi è il movimento di tutto il corpo. Le due comunque sono strettamente correlate.
L’ultima capacità condizionale è la resistenza, intesa come capacità che attinge molto dal sistema aerobico. Dal punto di vista tecnico, però, da una definizione di Harre del 1972 si distinguono 3 gruppi di resistenza che sono correlati al tempo:
- Resistenza a breve durata, dai 40’’ ai 2’, in cui sono importanti il sistema lattacido e quello anaerobico-lattacido, in misura minore il meccanismo aerobico (il substrato utilizzato è quello glucidico, degli zuccheri);
- Resistenza a media durata, dai 2’ ai 10’, in cui è importante il sistema aerobico (che utilizza il substrato glucidico), ma anche il sistema lattacido ed anaerobico-lattacido;
- Resistenza a lunga durata, dai 10’ in poi.
Quest’ultima viene a sua volta distinta, in base al substrato energetico prevalentemente utilizzato dal meccanismo aerobico, in:
- Resistenza a lunga durata di 1o tipo (da 10’ a 35’), in cui l’energia prevalente è quella fornita da carboidrati e zuccheri;
- Resistenza a lunga durata di 2o tipo (da 35’ a 90’);
- Resistenza a lunga durata di 3o tipo (da 90’ a 360’);
- Resistenza a lunga durata di 4o tipo (oltre i 360’), in cui l’energia si attinge dal substrato lipidico e dagli acidi grassi.
Modello di prestazione – Meccanismi metabolici
I meccanismi metabolici di base possono essere anaerobici o aerobici.
Il meccanismo anaerobico, che attinge energia dalle riserve muscolari di glicogeno e si mette in moto sia per movimenti ad alta intensità sia per quelli a bassa intensità (dunque si attiva per qualsiasi movimento), può essere a sua volta suddiviso in: alattacido o lattacido. Il sistema anaerobico alattacido sostiene l’esercizio di breve durata (fino a 5-6 secondi) ad alta intensità ed interviene inoltre nei cambiamenti d’intensità all’interno dell’esercizio.
Il meccanismo anaerobico lattacido sostiene invece l’esercizio di media durata (fino a 40”) solo ad alta intensità ed interviene quando l’intensità del lavoro supera la soglia del campo d’intervento del meccanismo aerobico. In una gara di 100m, ad esempio, i primi 5-6 secondi (in pratica metà della gara) sono a carico del sistema anaerobico alattacido ed il resto, essendo un’attività ad alta intensità, a carico del sistema anaerobico lattacido, con conseguente produzione di acido lattico.
Il meccanismo aerobico sostiene la vita vegetativa, quindi è più economico dal punto di vista energetico ed infatti anche fisiologicamente a livello muscolare vi è la prevalenza delle fibre rosse, perché rappresentano la massima economicità. È un meccanismo che interviene nell’incremento dell’intensità dell’esercizio dal metabolismo basale fino alla soglia del meccanismo anaerobico lattacido, i cui valori sono individuabili e riconducibili all’intensità del lavoro svolto. Al di sotto di questa soglia anaerobica, il sistema aerobico è prevalente e riesce a gestire e ripristinare ciò che viene consumato senza interrompere l’esercizio. Dalla soglia anaerobica in su, il sistema aerobico non riesce più a sintetizzare l’ATP utilizzato durante il lavoro e di conseguenza vi è accumulo di lattato che porterà all’interruzione dell’esercizio. Questa soglia viene generalmente individuata in 4 mmol di lattato, ma in realtà è molto individuale e va verificata per poter individuare la migliore intensità dell’allenamento.
Anche se si sta svolgendo un lavoro aerobico, inizialmente l’esercizio è di competenza del meccanismo anaerobico alattacido. Si tratta del deficit di ossigeno, che accumuliamo sempre all’inizio dell’esercizio. Se successivamente si arriva ad esempio ad una situazione di andatura moderata e continua, allora si lavora esclusivamente tramite il sistema aerobico, senza produzione ed accumulo di acido lattico. Alla fine dell’esercizio, il deficit di ossigeno accumulato inizialmente viene saldato con il riposo, grazie al debito di ossigeno: quest’ultimo si riferisce all’assunzione di ossigeno post-esercizio ed è la quantità necessaria di ossigeno da fornire all’organismo dopo uno sforzo che ha richiesto l’intervento dei meccanismi energetici anaerobici, dunque con produzione di energia senza l’intervento dell’ossigeno.
Se invece di un’intensità moderata svolgessimo un esercizio ad alta intensità, il deficit di ossigeno si trasformerebbe ed aumenterebbe fino a creare il blocco funzionale, dovuto dalla produzione e l’accumulo di acido lattico. Il lattato ha un andamento di produzione ed un andamento di smaltimento; può essere smaltito ed assorbito in tempi che arrivano fino a un’ora e mezza dalla fine dell’allenamento/prova. Il recupero non si limita in realtà solo a questo lasso di tempo, ma dal punto di vista muscolare le scorie possono rimanere anche per le 24 o 48 ore successive se la produzione di acido lattico è stata molto evidente. Se si lavora sulla capacità lattacida e l’atleta va in una situazione di produzione di lattato importante, non si possono pretendere valori di recupero bassi se si vuole una buona prestazione sulla distanza temporale, altrimenti si avrà un evidente calo della prestazione. È dunque conveniente fare meno prove alternate a recuperi più lunghi e programmare l’allenamento in maniera tale da avere ad esempio un lavoro di rigenerazione e di peso nella giornata che segue il lavoro specifico svolto sulla capacità lattacida, in modo tale da non incrementare troppo i livelli di lattato e avere di conseguenza un calo della prestazione. È importante anche, per esempio, non fare una prova di lattacido molto intensa seguita subito dopo da una prova di velocità, perché a livello muscolare si possono creare degli infortuni.
In termini canonici, l’andamento normale di un test incrementale implica che: la soglia aerobica sia al livello di 2 mmol di produzione di acido lattico, un livello molto basso che indica il valore basale e che a livello teorico (in assenza di problemi di natura nervosa o psicologica) può far durare l’andatura quasi in modo infinito, perché dal punto di vista energetico ciò che si consuma viene continuamente rigenerato; alla soglia anaerobica (il punto di deflessione della curva della frequenza cardiaca) si arrivi invece con l’aumento di intensità. Quando la velocità viene aumentata in funzione del tempo, la frequenza cardiaca sale linearmente, ma ad un certo punto, con l’aumento dell’intensità dell’esercizio, la frequenza cardiaca non riuscirebbe più ad aumentare in modo lineare, ma subirebbe la deflessione in coincidenza della soglia anaerobica, stabilita canonicamente a 4 mmol di produzione di lattato. Tra le 2 e le 4 mmol si ha la zona mista, nella quale vi è una produzione di lattato che però non incide sulla prestazione in quanto in parte smaltito. Oltre le 4 mmol vi è accumulo di acido lattico e conseguente blocco dell’esercizio.
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